A proposito del romanzo I nomi di Melba di Sara Notaristefano

di Massimo Galiotta

È giovane, anagraficamente parlando, l’autrice del volume «I nomi di Melba», lo è molto di meno se consideriamo la già lunga esperienza come scrittrice. Nata a Taranto Sara Notaristefano si è laureata in lettere moderne presso l’Università di Bari; docente del Liceo Gandhi di Merano, è un’insegnante con il vizio della scrittura. L’autrice, infatti, collabora ormai da tempo con il semestrale di critica letteraria “Incroci”, diretto da Raffaele Nigro, Lino Angiuli e Daniele Maria Pegorari.

I nomi di Melba, pubblicato lo scorso maggio per i tipi della casa editrice Manni di San Cesario di Lecce, tratta le vicende di una giovane donna: «Gli affetti e i rancori, i sensi di colpa e i tradimenti, la rabbia, la disperazione, la gioia e il dolore (che) attraversano la vita di Melba, terzogenita di una ricca famiglia pugliese. Dapprima con indolenza e poi con caparbietà la giovane donna costruisce una carriera professionale, una storia d’amore, l’esistenza in un’altra città, Milano, lontana da una casa opprimente che, però, resta sempre casa».

Notaristefano da forma a tutta la parte sommersa dell’iceberg che si nasconde nella vita di ogni donna, tutto il buono ma anche lo “schifo” che a volte si cela sotto il mare apparentemente calmo della quotidianità. È il caso del racconto Breve storia di ordinari alibi familiari, tra i vincitori del Premio Velletri Libris, la storia di una donna, di una madre di famiglia, che vive il dolore e la normalità (ormai divenuta tale) dell’abuso sessuale consumato nella presunta “legalità” della vita di coppia: un viaggio verso il mare, verso il desiderio di libertà, che si trasforma in un incubo da nascondere agli occhi dei propri figli.

Che si tratti di romanzi o di racconti brevi, Sara Notaristefano mette al sole, come fossero panni stesi ad asciugare nei torridi pomeriggi estivi, tutto quello che in molti casi la vita di una donna nata a Sud tiene nascosto: per un’antica vergogna di “paese”, per proteggere la sua prole, la sua stessa vita o molto verosimilmente per un’innata attitudine ad amare anche chi l’amore non lo meriti veramente.

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