La raccolta in versi di Michele Truglia, «Canti catacombali», pubblicato per l’editore salentino Musicaos
di Marco Dotti


A pagina settantuno dei Canti catacombali c’è un disegno. Un fiore tracciato a penna, la corolla ricavata da una spirale ostinata, uno stelo lungo, due foglie, una riga orizzontale a fare da terreno. Sotto il disegno, fra parentesi, una parola: «fiore». È sbarrata.
La pagina viene dal dattiloscritto originale, che si trova a Lecce, nell’archivio personale della poetessa Ilaria Seclì. Chi l’aveva battuta, e poi disegnata, e poi cancellata, si chiamava Michele Truglia. Sul frontespizio aveva scritto un altro nome, in cirillico: bobok.
Bobok è un racconto di Dostoevskij del 1873. A prima vista il meno dostoevskiano che abbia scritto, nessun delitto, nessuna redenzione, soltanto un uomo che in un cimitero sente i sepolti chiacchierare sottoterra. Bobok è il verso che fa chi non ha ancora finito di morire. Sotto quel nome, il titolo: Canti catacombali. Sovetskij samizdat, samizdat sovietico.
Truglia consegnò il fascicolo a mano, a Lecce, il 20 agosto 2021. Morì a Milano il 30 giugno 2022, cinque giorni dopo aver compiuto quarantotto anni. Il libro, Canti catacombali. Sovetskij samizdat (pagine 144, euro 20) esce ora da Musicaos, editore salentino, per le cure di Simone Giorgino e Luciano Pagano. Truglia era nato a Cremona nel 1974 e con Giorgino e Pagano aveva firmato nel 2000 Venenum, di fatto un’autoproduzione.





































































