Silenzio! Passa la Poesia!

di Luigi Scorrano

Un tempo (diciamo gli anni Trenta) a teatro ci andava molta più gente di oggi; usi e costumi teatrali (sonori consensi o altrettanto sonori dissensi) erano frequenti, esprimevano un giudizio a caldo, da parte del pubblico, sul lavoro andato in scena. A volte il giudizio era pesante, a volte entusiasta; ci furono clamorose adesioni e significativi attacchi di noia. Ma il pubblico partecipava attivamente. Oggi si applaude educatamente; è difficile che si determini una condizione di conflittualità tra palcoscenico e platea. Non sono più i tempi dei pirandelliani Sei personaggi in cerca d’autore o, a ritroso, quelli in cui un personaggio del Tieste foscoliano, interpellando un gruppo di guerrieri Greci li apostrofava con un appellativo che si riferiva alla loro provenienza: O Salamini!! una battuta che travolse la tragedia del Foscolo in un mare di risate e decretò la caduta dell’opera. C’era, dunque, un giudizio immediato del pubblico, ma c’era anche un più meditato pensiero dovuto ad altri uomini di teatro ed espresso in pubblicazioni diverse per qualità ed importanza. Di una rivista degli anni Trenta, “Il Dramma”,  mi è capitato tra le mani un numero. Non so oggi che cosa ci sia che possa somigliarle; a me, sfogliandola, ha suggerito che addetti ai lavori e gente del mestiere scriveva su quelle riviste e ne scriveva in modo amabile oltre che con competenza. Ha attratto la mia attenzione un titolo allarmante: Una stupenda e pericolosa parola per il teatro: Poesia. L’autore di quella pagina, Ugo Betti,  era un magistrato e un drammaturgo (e di lui si ricorda almeno Corruzione al Palazzo di Giustizia). Perché la parola poesia era pericolosa per il teatro? E perché stupenda? Cominciamo a rispondere da questa: stupenda. Betti ricordava certi passaggi di lavori shakespeariani: Romeo and Juliet, Macbeth; rilevava  l’intensità di certi passaggi verbali, sapeva da un particolare minimo estrarre un’immagine che si sarebbe inscritta nella mente degli spettatori consegnandosi a una splendida durata attraverso i secoli, mostrando la capacità di toccare certe corde del sentimento e certe asprezze della verità destinate a suscitare emozioni di lunga durata. La piccola mano bianca di Lady Macbeth e l’impossibilità di liberarla dalle macchie del sangue di coloro che lei ha ucciso o spinto a uccidere  appartengono al versante della poesia. Le parole che esprimevano sentimenti profondi non erano certo quelle sentimentaleggianti con le quali talvolta erano scambiate. La seconda caratteristica della poesia da teatro era la pericolosità. Questa era proprio la somma di quanto attraverso gli esempi positivi si poteva riconoscere e classificare come negativo. Erano tempi di crisi per il teatro e chi aveva una conoscenza approfondita del mestiere se ne preoccupava. Riconoscere la poesia nel teatro era un modo per richiamare a una qualità del teatro che il teatro sembrava pericolosamente avere smarrito. Il teatro era considerato ancora uno specchio della vita. Le vicende rappresentate mettevano sotto gli occhi degli spettatori quell’immagine riflessa che serviva da stimolo alla riflessione. Ora quel teatro non esiste più; altre sono le impostazioni drammaturgiche, altri i motivi di riflessione proposti.  Per semplificare si potrebbe dire che le impostazioni drammaturgiche hanno riconosciuto spericolate impostazioni registiche  mentre i motivi di riflessione si sono ridotti a ciò che passa il convento: una comicità che non fa ridere, una serietà troppo immusonita per saper elaborare forme di mediazione che rendano accettabile questa forma di spettacolo. E la Poesia non si aggira più tra le poltroncine delle sale di spettacolo pensando con nostalgia che il programma televisivo di una certa sera propone molto di meglio. Anche un dilemma impegnativo come quello proposto in  Hamlet (“Essere o non essere”) si spegne languidamente affogando come lo stoppino in un microscopico mare di cera sciolta. Gli uomini di teatro scrivevano del loro mestiere e cercavano di farne riconosce la qualità, che individuavano nella Poesia. Betti, ancora, commentava: “Quella piccola bianca mano alzata nell’ombra, come potremo dimenticarla? È passata la  poesia.” Un passaggio che tocca le drammaturgia dell’esistenza, nelle circostanze drammatiche o in quelle gioiose. Concludeva Betti: “Perché dunque di questa altera regina, di questa misteriosa consolatrice si parla oggi, a teatro, con tanta distanza e diffidenza, come di una regina in esilio?”

[“Il Galatino” anno L n. 3 – 10 febbraio 2017, p. 4]

 

 

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