Passeggiate nei Balcani 2. Quattro notti a Skopje

di Gianluca Virgilio

Risveglio a Skopje. Viaggio lungo, lunghissimo, da Tirana fino a Skopje, non tanto per la distanza (appena 300 km) quanto per la viabilità, che lascia molto  a desiderare: pochissimi chilometri in autostrada, con molti lavori in corso, e perlopiù vie strette e tortuose, che impongono una velocità ridotta. Per fortuna, nessun traffico di vacanzieri. Siamo arrivati a Skopje verso le 19:30, dopo aver valicato monti e percorso vallate, lungo torrenti e fiumiciattoli dai nomi sconosciuti.

Passato il confine macedone, ci siamo fermati un paio d’ore sul lago di Ocrida, per fare il bagno e rifocillarci. Dalla riva del lago, lo scenario è davvero incantevole: le colline albanesi da una parte, dall’altra quelle macedoni su cui si disegna il profilo di una fortificazione turca: la fortezza dello tsar Samuele. Alle nostre spalle, coltivazioni orticole (pomodori, peperoni e melanzane) fino a venti metri dalla riva e, più in là, seminascosta tra la vegetazione, una gran villa per la villeggiatura. Ci è sembrata un’avventura la scoperta di una caletta ombreggiata dagli alberi nei pressi di una spiaggia ciottolosa. Abbiamo fatto il bagno e mangiato i panini preparati da Ornella prima di ripartire per Skopje.

Lungo la strada, numerosissime bandiere albanesi ostentate con orgoglio nazionalistico sugli edifici pubblici e privati e, di tanto in tanto, essendo domenica, giorno utile per sposarsi, cortei di auto in festa, auto di lusso, infiocchettate, auto di emigranti con targhe austriache o tedesche e bandiere albanesi spiegate al vento nelle mani dei giovani amici degli sposi che si sporgono fuori dai finestrini suonando il clacson a tutto andare.

Gli ultimi 80 km per Skopje percorsi su di un’autostrada ben fatta, ma con continue fermate ai caselli, ogni casello un balzello. Pazienza! Ci eravamo premuniti cambiando degli euro in dinari presso una stazione di servizio, dove un macedone molto gentile ci ha regolato la pressione delle gomme. Sembrava felice di servire degli italiani e parlava benino la nostra lingua, avendo trascorso un paio d’anni in Italia per motivi di lavoro: “Sono stato a Perugia”, ci ha detto, “dove vive ancora un mio amico. Bella l’Italia!”. Ci ha anche pulito il parabrezza. Lungo tutto il tragitto fin quasi a Skopje, molte moschee e minareti e poche chiese ortodosse. L’impressione è che minareti e moschee siano nuovi di zecca. Continua a leggere

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Atmosfere unitario-risorgimentali. Atto Vannucci, Cesira Pozzolini e il Salento di 150 anni fa

a cura di Gigi Montonato

Sul 1° numero de “Il Giusti”, 1. febbraio 1884, giornale letterario edito a Lecce dall’associazione omonima, apparve una lettera che Atto Vannucci (1810-1883), noto latinista e letterato, aveva scritto da Firenze il 1° novembre del 1868 alla signora Teresa Kramer (1804-1879) al termine di un suo viaggio-soggiorno nel Salento. Al giornale gliela aveva inviata per farla pubblicare Cesira Pozzolini (1839-1914), moglie del galatinese Pietro Siciliani (1832-1885), filosofo pedagogista e amico di Giosue Carducci (1835-1907). La Pozzolini l’aveva trovata tra le carte del Vannucci, di cui era custode dopo la sua morte, e fu lieta di darla al nuovo periodico intitolato a Giuseppe Giusti (1809-1850), che del Vannucci era stato grande amico ed estimatore. Ne inserì il testo in una lettera che inviò al nuovo periodico leccese quasi a commento della stessa.

Non è qui il caso di soffermarsi su “cotanto senno”, nomi fra i più belli del Risorgimento italiano: Vannucci, Carducci, Giusti, Siciliani, Kramer, Pozzolini. Persone che vissero, giovani e giovanissime, l’epopea unitario-risorgimentale con impegno ed entusiasmo. Assai più noti al grande pubblico i nomi maschili per aggiungere altro su di loro; per equità o par condicio, come oggi si dice, aggiungiamo invece qualcosa ai nomi femminili.

Teresa Kramer, milanese, di famiglia alto-borghese, in realtà era Teresa Berra, aveva preso il nome del marito, un industriale di origine austriaca; patriota e grande animatrice dei salotti milanesi del suo tempo, era in rapporti d’amicizia con le personalità più importanti del mondo della cultura e della politica.

Cesira Pozzolini era fiorentina, donna coltissima, letterata, insegnante e animatrice del dibattito politico sull’unificazione italiana; nel 1864 sposò il galatinese Pietro Siciliani.

Interessanti sia l’una che l’altra lettera perché entrambe parlano del Salento visitato dal Vannucci e ben noto alla Pozzolini. Le proponiamo con l’impaginazione originale, un testo dentro l’altro, con la sola variante dei caratteri: corsivo per quella del Vannucci, tondo per quella della Pozzolini.

Dobbiamo all’amico Benito Galati di Taurisano, collezionista di stampe e giornali d’epoca, che ci ha messo a disposizione la copia de “Il Giusti”, l’opportunità di questo ricordo.

(g.m.)

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La qualità è ciò che risulta essenziale nella vita

di Antonio Errico

La qualità è uno di quei concetti di cui non si dovrebbe più parlare. Tutto quello che si poteva dire lo ha detto  in quello straordinario romanzo filosofico, esperienza di formazione, viaggio fino al fondo dell’esistenza, che s’intitola Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. Si dovrebbe leggere quel romanzo, si dovrebbe rileggerlo, e non aggiungere altro.

Il libro uscì nel 1974. Poi per diciassette anni Pirsig restò in silenzio. Dopo un libro così non è facile scriverne un altro, non è facile avere altre idee, altre storie, riemergere dalle profondità in cui ci si è inabissati. Nel 1991 pubblica Lila, il seguito dello Zen. Non poteva fare diversamente. Dal primo libro non si era liberato, non poteva liberarsi. Il primo libro non era terminato, perché un libro così non poteva terminare. Un libro come lo Zen non si governa. Genera pensiero e poi lo rigenera. Accende interrogativi che a loro volta ne accendono altri. Non ha risposte con cui poterli spegnere.

Sulla qualità ha già detto tutto Pirsig, dunque. Dopo di lui si può solo appuntare qualche pensiero a margine in modo disordinato, oppure si può seguire il sentiero di un ragionamento partendo da lui per poi tornare, inevitabilmente, ancora a lui.

A p. 183 dell’edizione Adelphi, Pirsig scrive: “La qualità… sappiamo cos’è eppure non lo sappiamo. Questo è contraddittorio.
Alcune cose sono meglio di altre cioè hanno più qualità. Ma quando provi a dire in che cosa consiste la qualità astraendo dalle cose che la posseggono, paff, le parole ti sfuggono di mano.

Ma se nessuno sa cos’è, ai fini pratici non esiste per niente. Invece esiste eccome.
Su cos’altro sono basati i voti, se no? Perché mai la gente pagherebbe una fortuna per certe cose, e ne getterebbe altre nella spazzatura?
Ovviamente alcune sono meglio di altre… ma in cosa consiste il “meglio”?…” Continua a leggere

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Promenades avec papa 1. La Fiat 500L et autres détails

di Gianluca Virgilio

Quand je cherche à retrouver le temps de mes premières promenades avec papa, je me revois jeune encore, au volant de la Fiat 500L bleue de ma mère. Un petit jeune sans permis de conduire qui tournait dans la localité, veillant à ne pas tomber sur un agent de la police municipale mais voulant se montrer à ses camarades d’école au volant d’une auto ! Type de situation à interpréter sous l’angle oedipien, puisque j’ai profité du handicap de mon père, atteint de poliomyélite aux membres inférieurs, et dans l’impossibilité de conduire, pour m’approprier la voiture de ma mère avant le temps, à quatorze, quinze ans à peine. En fait dans notre famille seule ma mère conduisait, elle avait dû assumer le rôle de chauffeur, un rôle masculin selon sa façon de penser, auquel elle se prêtait de mauvaise grâce, faisant de nécessité vertu, simplement parce qu’à la maison il fallait vraiment quelqu’un pour conduire. Mon père étant dans l’impossibilité de le faire, et nous les enfants encore petits, elle était donc allée à l’auto-école, elle qui n’avait fréquenté l’école que très peu d’années et l’avait quittée depuis longtemps. Si bien que, lorsqu’un peu plus grand, je me mis à lui chiper l’auto, elle gronda, se fit du souci et finit par me donner les clés. À vrai dire, ma précocité lui fut bien utile, puisqu’une fois libéré de mon travail scolaire, je la soulageais de quelques-unes de ses tâches, en allant par exemple chercher ou conduire mon père à l’école, faire les courses ou régler les affaires courantes en ville. Mes parents manifestaient beaucoup d’appréhension chaque fois que je demandais à conduire la voiture et ils me recommandaient d’éviter les policiers municipaux. Je suppose qu’ils comptaient aussi sur une certaine indulgence des policiers : dans une petite ville comme la nôtre, où tout le monde se connaît, on espère tous qu’ils se montreront un peu accommodants, et fermeront les yeux pour peu qu’on ne fasse pas de grosse bêtise.  Exactement à l’âge de quinze ans, – c’était en juin 1978, je m’en souviens bien parce qu’à partir de cette année-là nous ne sommes plus allés en vacances à Leuca – à l’occasion de notre cinquième et dernier déménagement dans une maison enfin à nous, j’ai donné au sein de la famille un sacré coup de main pour transporter d’une maison à l’autre tout ce qui pouvait l’être avec une Fiat 500L munie d’un porte-bagages acheté pour la circonstance, sans oublier les centaines de livres et de revues de mon père. Nous étions relativement pauvres, mais comme mon père était professeur nous ne manquions pas de livres, ma mère disait même qu’il y en avait beaucoup trop. Continua a leggere

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Le grotte di Porto Badisco. Scoperte nel 1970 sono ancora chiuse al pubblico, ma “vivono” nelle tarsie di Enzo Fasano

 

Enzo Fasano, La grotta dei cervi (tarsia cm 47×57, 1984)

di Gigi Montonato

Si va verso il cinquantenario della scoperta delle grotte di Porto Badisco, avvenuta tra l’1 e l’8 febbraio del 1970 ad opera di alcuni speleologi salentini del Gruppo “De Lorentiis”. Un evento sensazionale, salutato come il ritrovamento di un autentico tesoro.

Ne parlò, all’epoca, tutta la stampa nazionale e internazionale. “La Zagaglia” di Mario Moscardino gli dedicò l’intero fascicolo di marzo di quell’anno. Paolo Graziosi, archeologo e antropologo di fama mondiale, definì quelle grotte, da lui ispezionate, “Il santuario della preistoria”, ipotizzandone una destinazione sacrale (Corriere della Sera, 3 marzo 1970).

Migliaia di metri di parete con pitture rupestri risalenti al neolitico e all’età dei metalli. Da allora, coi loro spazi e coi loro disegni, esse hanno influenzato la storiografia e l’arte figurativa salentina. Alcune immagini, particolarmente significative, sono entrate nel codice simbolico e narrativo di tanti artisti. Pittori, scultori e letterati non ne sono rimasti immuni. Fra di essi l’intarsiatore Enzo Fasano di Parabita, che, con le sue tarsìe pittoriche ha creato l’epos di quel mondo arcaico e misterioso che quelle grotte evocano.

Sabatino Moscati, a Lecce nel 1986 per presiedere il Convegno Internazionale “Salento Porta d’Italia” (Lecce, 27-30 novembre), organizzato dall’Università degli Studi di Lecce e dall’Istituto di Studi e Ricerche “La Terra”, definì Enzo Fasano «L’intarsiatore alla ricerca della felicità». «Questa definizione – aggiunse – è straordinariamente ben riuscita: illumina l’arte di Enzo Fasano, che trasfigura e rinnova nell’età moderna il messaggio figurativo di Porto Badisco; ma propone anche quella ricerca del nuovo e del bello che è un momento di felicità irripetibile per chi guarda». Continua a leggere

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‘Itali-e-ni’, di Paolo Vincenti

di Paolo Rausa

Itali-e-ni (Besa, Nardò 2017) è il nuovo libro di Paolo Vincenti. Raccoglie in queste pagine sofferte e leggere, come sa essere lui, un anno di riflessioni su tutto, sulla vita politica, sui vizi degli itali-e-ni, senza la a, sul disordine sociale e mentale della nostra esistenza. Per quanto nella premessa egli ci tenga a voler mettere in avvertimento il lettore che si tratta di argomenti trattati in maniera ironica e istrionica tuttavia si capisce, inoltrandosi nella lettura, che non tralascia nulla di quanto si svolge sotto i nostri sensi, dalla televisione alla carta stampata, dai comuni cittadini ai politici, per denigrarli e metterli alla berlina. Fa bene a richiamare antecedenti illustri nella satura lanx latina di Quintiliano – Satura tota nostra est!, egli diceva rivendicando con orgoglio un genere che finalmente non dipendeva dall’universo e dalla cultura greci. Un genere che nasce con Lucilio, campano del II sec. a.C., cresciuto in quel contesto in cui maturano i fescennini e il teatro popolare osco e poi latino, con i tipi che riconosciamo in Plauto fino a De Filippo. E poi Orazio, gli scontenti, il viaggio Roma Brindisi, il seccatore ‘Ibam forte via Sacra, sicut meus est mos…’. Memorabili satire, sempre con il sorriso in bocca, come diceva Jean de Santeul ‘Ridendo castigat mores’.

Memore di queste lezioni della storia e della letteratura, Paolo Vincenti si inoltra a descrivere con disgusto e con ironia le più popolari manifestazioni, gli spettacoli televisivi, penetra nella pseudo informazione della carta stampata, nelle difficoltà del Paese-Italia di uscire dalla mediocrità e avviarsi lungo la via del progresso, non come allontanamento dall’umanità – ammonisce il Galileo  di Bertold Brecth – ma inteso in senso pasoliniano, come effettivo avanzamento sociale e morale.

Il quadro che ne esce dalle pennellate graffianti e inesorabili di Paolo Vincenti è veramente  desolante come è ben descritto nella ‘Terra desolata’ di T.S. Eliot, ‘The wast land’, una terra che all’arsura delle condizioni climatiche aggiunge quella dei sentimenti e ancor più preoccupante quelle delle prospettive di pace e di sviluppo sociale compatibile. Lo preoccupano le condizioni del pianeta che ogni anno vede accorciare il tempo trascorso per ricostituire le riserve di energia che l’umanità impazzita consuma nel suo ‘folle volo’, quello di Ulisse e di Icaro, ebbri di curiosità ma privi del senso del limite. Continua a leggere

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“Non si può fare buona didattica se non si fa buona ricerca”

di Ferdinando Boero

Tomaso Patarnello, nuovo editorialista del “Quotidiano”, è un leccese che si trasferì tanti anni fa a Padova, per studiare biologia, e in quell’Università ora è professore ordinario di Zoologia e pro-rettore. Quando ha fatto questa scelta, tanto tempo fa, si è guardato attorno e, come tanti altri giovani leccesi, è andato nell’università con le credenziali migliori per fare quel che voleva fare: studiare biologia. Da Genova, ho fatto un percorso inverso al suo e, dopo essermi laureato nell’Università della mia città, sono venuto nell’Università della sua città, a fare quello che lui fa a Padova. Ci sfottiamo amichevolmente. Nella prima valutazione della ricerca universitaria la zoologia dell’Università del Salento fu prima in Italia, davanti a Padova. Nella seconda – e ultima – valutazione siamo terzi e Padova ci è davanti. Entrambe le Università, in questa disciplina, sono sul podio, saldamente. Tomaso passa qui le estati, nella casa di famiglia a San Cataldo. E parliamo. Da qui è scaturita la sua voglia di scrivere per il giornale della sua città. Padova ha una tradizione universitaria antichissima, Lecce è una novellina. Abbiamo da imparare da chi ha più esperienza di noi, da chi nel corso dei secoli si è adattato alle richieste della società.

Ora il ministero dell’università ha innescato una politica di incentivazione dell’eccellenza in ricerca e, a seguito delle valutazioni, ha identificato i dipartimenti eccellenti nelle varie università. Il dipartimento che pratica la biologia presso l’Università del Salento è eccellente, proprio per la biologia. È l’unica area eccellente dell’Università del Salento. A Padova, invece, quasi tutti i dipartimenti sono eccellenti. E qui Tomaso ha avuto vita facile a sfottermi e a vantare i suoi risultati complessivi.  Continua a leggere

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Superstite, io rammento

Luigi Mariano,  senza titolo, 98 cm x 116 cm, olio e stagnola su tela, composto a più riprese, versione finale seconda metà degli anni ’80 del Novecento, collezione privata.

di Giovanni Francesco Romano

Quando ascolti

Gino, quando ascolti miei versi

hai dentro una chitarra:

vibrano sulle corde le parole

e tu fremi … poi, nel silenzio,

le note sono gocciole di luce

raccolte nel tuo cuore.

1954

Nota: Gino è il pittore e incisore Luigi Mariano (1922-1999).

Nel giardino della Scuola Media “Giovanni Pascoli”

Tessono i ventagli delle palme

con dita pendule – zampe di ragni –

una rete d’aria a intrappolare il vento:

solleticato il vento si rabbuffa

e li scompiglia, tremuli …

1960

Ritorno da Barrea

E la cicala

da un pino

a slogarsi

di gioia

rivedendoci

scesi appena dai monti

nella piana

stordita

dal solleone

rinfrescata

laggiù

dal limpido lameggiare

del mare.

1965

[Giovanni Francesco Romano, Superstite, io rammento, Manni Editore, San Cesario di Lecce 1993, pp. 68, 77 e 92]

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I lavoratori istruiti sono inutilizzati

di Guglielmo Forges Davanzati

L’ultimo Rapporto SVIMEZ segnala una leggera crescita del Sud, caratterizzata, tuttavia, da crescente disoccupazione – soprattutto giovanile – riduzione dei salari e aumento della povertà. Si tratta dunque, di una crescita basata su crescenti diseguaglianze distributive, peraltro in aumento proprio nell’area del Paese che fa registrare la più elevata polarizzazione dei redditi e della ricchezza. La crescita è essenzialmente dovuta all’aumento degli investimenti privati e dei consumi, con investimenti pubblici ancora in riduzione. Gli investimenti sono stati effettuati prevalentemente in edilizia (a fronte del continuo calo dei residenti), mentre l’aumento dei consumi è in larghissima misura dovuto all’aumento degli afflussi turistici, quest’ultimo, a sua volta, imputabile alle crisi politiche e ai conseguenti rischi da assumere per percorsi turistici nella sponda Sud del Mediterraneo.

E’ opportuno chiarire che si tratta di una crescita irrisoria e che, nelle previsioni SVIMEZ, il tasso di crescita delle regioni meridionali tornerà a livelli pre-crisi solo nel 2028. Il costante aumento della disoccupazione giovanile sembrerebbe essere il problema meridionale, oltre che, più in generale, italiano. A ben vedere, l’ISTAT considera una condizione di disoccupazione giovanile quella che riguarda individui compresi fra i 15 e i 24 anni. In quella fascia d’età, non si cerca lavoro perché si è ancora studenti, a scuola o in Università, e, coloro che cercano lavoro spesso lo trovano a condizione di avere bassi livelli di istruzione. Il problema riguarda semmai la fascia d’età superiore, compresa fra i 25 e i 34 anni. L’aumento (modesto) dell’occupazione al Sud è imputabile essenzialmente all’aumento dell’occupazione di individui in età adulta e, per i neo-assunti, l’occupazione è precaria e di bassa qualità. Continua a leggere

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La scoperta di Confindustria

di Ferdinando Boero

Confindustria fa una scoperta: la fuga dei giovani dal paese è una perdita equivalente a 14 miliardi di euro. Il calcolo si fa considerando quanto il paese spende per formare il “capitale umano” (tenere in piedi un sistema di istruzione costa) e quanto si perde non utilizzandolo, anzi, regalandolo a paesi che competono con i nostri sistemi produttivi.

Ora, questi giovani che scappano spesso vanno a lavorare per industrie straniere o, comunque, con strutture produttive, siano esse statali o private. Se ne vanno perché il sistema produttivo italiano non offre loro prospettive. E, ora, il sistema produttivo si lamenta. Come se la mancanza di prospettive di lavoro per i nostri giovani fosse indipendente dalle politiche di sviluppo messe in atto dai “sistemi produttivi”, cioè dagli industriali. Evidentemente siamo di fronte a una grave forma di schizofrenia, di sdoppiamento della personalità. I colpevoli di questa situazione se ne lamentano, come se la causa non fossero loro. Delocalizzare i sistemi produttivi dove la manodopera costa poco e non ci sono leggi per difendere l’ambiente e i lavoratori è stato considerato l’unico modo per guadagnare con l’imprenditoria. La politica governativa, in effetti, sta facendo di tutto per diminuire i vincoli ambientali (lo sblocca Italia, per esempio) e ha spinto in ogni modo la precarizzazione, associata ai bassi salari. Per diventare competitivi dobbiamo diventare come la Cina. I nostri giovani, ingrati, non ci stanno. Se ne vanno dove il loro valore viene retribuito in modo equo, dove è possibile costruirsi una vita. L’ambiente ne risente in modo drammatico, oramai non c’è bisogno di spiegare oltre. E ora chi ha fatto di tutto per creare questa situazione si accorge che non è bene per il paese. Ma guarda un po’! Se le industrie chiudono in Italia e si trasferiscono altrove, ci saranno sempre meno italiani che guadagnano e che spendono. Chi comprerà le merci prodotte altrove? Il miracolo italiano fu il risultato dell’industrializzazione e fu sostenuto dagli acquisti degli operai che compravano quel che la loro industria (e quelle degli altri colleghi) produceva. Se l’industria chiude, chi compra quel che produce? Questa politica è parallela al comportamento dei pescatori. Sanno perfettamente che se pescano in modo dissennato (prendendo i pesci quando sono ancora troppo piccoli, per esempio) poi la risorsa si esaurirà. Però dicono: se non lo faccio io lo fanno gli altri, e quindi tanto vale che lo faccia io. Poi qualche santo ci penserà. Questa visione miope del tornaconto immediato, incurante delle conseguenze, pervade il nostro modo di concepire il paese. Devastato l’ambiente, devastate le giovani generazioni. E, ora, i responsabili di tutto questo si preoccupano. Forse sperando di intercettare enormi investimenti per curare i danni che loro stessi hanno generato. L’anno prossimo saranno 50 anni dal ’68. I giovani di allora avevano un obiettivo: cambiare il mondo. I giovani di oggi non protestano, vanno dove quel mondo esiste, e non è in Italia!

[“Il Secolo XIX”, lunedì 18 settembre 2017]

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