Il ballo del bullo

di Paolo Vincenti

“C’è chi dice che siamo cattivi
c’è chi dice che siamo violenti
c’è chi dice che siamo scontenti
ma siamo solo deficienti…

C’è chi parla di emarginazione
e dà la colpa alla televisione
ma noi non siamo mica delinquenti
siamo un gruppo di studenti…
questa sera con gli amichetti miei
aspettiamo sulla via e giochiamo a chi violenterà
la prima ragazza che passa di qua, sì di qua
e tu intanto filma!
riprendi la sua faccia così mentre piange, bravo!
filma! che poi ci rivediamo giù al bar okay…”

(“Filma” – Francesco Baccini)

Il fenomeno del bullismo e le aggressioni dei baby criminali ai docenti nelle scuole italiane sono diventati un’emergenza nazionale. La recrudescenza di questi episodi di violenza sta facendo discutere, apre dibattiti in tv e sui mezzi di informazione, convegni specialistici, incontri di studio, campagne di sensibilizzazione, ma tutto questo non porta a risultati concreti.

Ad Aci Catena, Catania, nel 2014, Nerino Sciacca, professore di educazione fisica, riprende una ragazza perché parla continuamente al telefono durante la lezione, il padre della ragazza interviene e picchia il docente che è costretto a ricorrere alle cure mediche. Sempre nel 2014, al Liceo Classico “Tenca” di Milano, il professore Mario Caruselli viene aggredito da uno studente in classe. Questo episodio apre una vera e propria guerra interna alla scuola fra chi si scaglia contro il professore, anche sospeso dal Preside, perché avrebbe insultato pesantemente il ragazzo, oltrepassando quindi i limiti del dovere istituzionale, e chi si pone dalla sua parte e contro il Preside e i genitori del ragazzo. Continua a leggere

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Ospitalità, incrocio di cammini

di Antonio Prete

Ci sono alcune parole che nel nostro tempo, e in particolare nei nostri giorni, sono offese. O straziate. Perché svuotate di senso, respinte nell’insignificanza, rinviate a quella coscienza dell’umano ritenuta puro orpello di anime belle. Parole ritenute altro dalla politica. Altro dalla decisione politica, che in un preteso stato di necessità richiede fermezza e ruvidezza e maniere forti. È del resto sulla voce tuonante e sulla presenza incombente che si costruisce il consenso, e si raccoglie il frutto delle disseminate paure. Tra le parole oggi rese pallide, e restituite all’inerzia di un lessico depotenziato della sua energia, c’è la parola ospitalità. Rinviata a una corretta e igienica pratica alberghiera, destituita di quel riconoscimento forte del tu che è suo vero ritmo, sua ragione. Sottratta anche al disegno del noi, di un noi festivo, che in essa prende forma e vigore. Liberata da quel passaggio miracoloso dall’hostis all’hospes, dall’estraneità alla prossimità, che è scritto invece nell’origine del suo nome. In ognuna delle lettere che compongono il suo nome.

Una frase di Edmond Jabès coglie il tragico di questo svuotamento del nome ospitalità e l’urgenza della sua custodia: “Una parola di dieci lettere è il territorio dell’ospitalità. Proteggi ciascuna di quelle lettere. Poiché dappertutto, intorno, c’è l’inferno, il sangue, la morte”. La frase è nel libro dedicato appunto all’ospitalità, Le livre de l’hospitalité, l’ultimo libro di Jabès, il libro dell’addio alla scrittura, e alla vita. Proteggere le lettere di un nome è fare della parola uno scrigno della conoscenza, fare del suo senso un atto di vita. La parola, nel caso dell’ospitalità, è come una superficie d’acqua nella quale si possono scorgere i riflessi della lontananza, i riverberi di quel che è perduto, e negato, insomma di tutto quello che porta con sé colui che è accolto nella nuova casa. Perché, appunto, “dappertutto, intorno, c’è l’inferno, il sangue, la morte”. E dappertutto, anche nella lontananza dalla guerra, c’è un’insidia: quella di addomesticare l’orrore, di abituarsi al tragico, di non avvertire più lo scandalo per la distruzione dell’umano. Colui che fugge dalla guerra, dalla condanna all’estinzione per fame o per violenza, pensa, o spera, che la parola ospitalità abbia altrove ancora un suo senso, sia appunto protetta nelle sue singole lettere, perché intorno c’è l’inferno. Continua a leggere

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Enfance salentine 5. Fêtes patronales

di Gianluca Virgilio

Quelques jours après la fin de l’année scolaire, une équipe d’hommes étrangers à la ville érigeait dans tout le centre une forêt de poteaux de bois réunis par un lacis très dense de fils de fer fixés au faîte des maisons les plus hautes, destiné à soutenir le poids du dispositif des illuminations de la toute proche fête des Saints Patrons Pierre et Paul. Entre-temps, une autre équipe d’ouvriers, selon toute probabilité des gens d’ici, procédait à la fermeture hermétique de la villa piccola,c’est-à-dire des jardins de la place Fortunato Cesari – les interdisant de fait aux enfants – avec une palissade digne des meilleurs fortins du Far West, comme il m’est arrivé d’en voir dans les dessins de Zagor ou du Commandant Mark. Enfin, la villa de la gare, qui durant toute l’année avait somnolé en raison du rare trafic ferroviaire et de sa position périphérique par rapport au centre-ville, reprenait vie car c’était l’espace que les autorités municipales destinait au luna park que nous appelions communément les manèges.

Nous les enfants, qui pendant toute l’année, avant et après les heures de classe, et puis encore au cours des après-midi d’hiver et des soirées de la belle saison, occupions les jardins de la villa piccola, notre habituel terrain de jeux, quand débutaient les travaux de la palissade, nous nous voyions privés du seul lieu que les adultes semblaient avoir mis à notre disposition ; nous étions repoussés chacun dans notre rue, où nous aurions pu refaire les mêmes jeux, disposant seulement d’un espace plus restreint. En réalité, nous avions mieux à faire ; nous allions suivre toutes les phases de la préparation de la grande fête, nous déplaçant continuellement à bicyclette d’une place à l’autre de la ville, attirés par le moindre événement, naturellement avec une préférence particulière pour la place des manèges. Continua a leggere

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È nella profondità la qualità della cultura

di Antonio Errico

Sono cose che si sanno, ma che ogni tanto fa bene ripetere. Per non dimenticarle, per non considerarle scontate, per poterne rinnovare i significati, conformandole ai tempi, alle situazioni d’ogni sorta, alle condizioni degli uomini, alle loro storie, ai loro destini.

Così, Audrey Azoulay, direttore generale dell’Unesco, ha detto che l’idea di cultura è uno spazio di dialogo, un fattore di pace, di sviluppo economico e non economico. La diversità culturale è una battaglia per difendere la legittimità ed il sostegno sia alla tradizione che alla creazione.

Sono cose che si sanno, ma ripeterle fa bene. L’idea di cultura non è immutabile. Anzi, muta in continuazione. L’idea di cultura è la condizione dalla quale dipendono tutte le altre idee. Quelle che riguardano la società, la convivenza, la formazione, l’economia, la scienza, la letteratura, l’arte, l’architettura, l’ecologia, la filosofia dell’esistenza. L’dea che si ha dei giovani e dei vecchi è una conseguenza dell’idea di cultura. La pratica del dialogo, dell’approssimarsi, dell’incontro, la tensione alla costruzione della pace e dello sviluppo e del progresso, sono un’espressione di quell’idea.

Probabilmente sono innumerevoli gli elementi che contribuiscono a determinare l’idea di cultura individuale e collettiva, ma è inevitabile che quella individuale sia considerevolmente e costantemente condizionata da quella collettiva. Dalle persone e dai luoghi che si frequentano, dai loro linguaggi, dai giornali e dai libri che si leggono, dai film e dalle opere d’arte con cui si stabilisce una relazione, dalla sistematicità o dall’episodicità di quella relazione, anche dalle risorse economiche che si hanno a disposizione, anche dalla forte motivazione che può determinare la mancanza di quelle risorse. Non è paradossale. (C’erano una volta, figli di contadini che lavoravano a giornata, di piccoli operai, modesti impiegati, che a scuola ci andavano con le scarpe al collo e a piedi scalzi per poter risparmiare le suola e comprarsi qualche libro. Poi, andavano all’università, e mangiavano ogni giorno frisella e pomodoro, per potersi comprare il biglietto a cinema e teatro. Non è paradossale, dunque.) Continua a leggere

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“L’Idiota” tra gli idioti

di Gaia Fedele

<<Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà>>.

Italo Calvino, Le città invisibili,  1972.

Non era un principe, non era nato in una famiglia regnante, non aveva titoli nobiliari per essere stimato, rispettato per il valore e, forse, temuto. Non possedeva diamanti, rubini o gemme preziose in cui far brillare l’umana bellezza che lo distingueva fra i tanti; non indossava stoffe pregiate, né aveva mantelli persiani per ornare le spalle stanche e pesanti che la natura gli aveva offerto. Era un UOMO, e questo bastava a se stesso ed alla sua umile gente per ritenersi ed essere ritenuto speciale, ma aveva una ‘colpa’: essere nato in una terra morente.

Bakari amava l’Africa, ne conosceva i colori, i silenzi, i rumori, gli occhi malati di chi ha paura dell’abbandono, dell’addio, della morte. L’amore, però, non era sufficiente nella tremenda lotta per la vita, l’Africa era inerme nel preservare e tutelare l’esistenza e la sopravvivenza dei suoi figli e non per debolezza o per mancato coraggio, ma per un castigo, una punizione che doveva essere accolta in nome di un “e così sia”. L’uomo non era pronto a seguire i suoi fratelli, improvvisi navigatori che si fingevano esperti del mare e ribelli lupi della notte. Perché avrebbe dovuto lasciare la misera terra ed i ricordi legati ad essa, per imbattersi in avventure ignote che includevano un non ritorno? Continua a leggere

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Chiacchiere

di Luigi Scorrano

Esiste un’Accademia delle chiacchiere? Esiste. La sua sede non è introvabile. Chi la cerca potrà trovarla, di solito e a colpo sicuro, nella parte anteriore e all’aperto di un bar, di una caffetteria, di una pasticceria o qualcosa di simile.

Qual è l’attività precipua della suddetta accademia? Produrre chiacchiere, soprattutto nei giorni festivi o in altri liberi, quando gli iscritti (gli adepti) maggior tempo hanno di dedicarsi ad un’attività piacevole come il chiacchierare. Su quali argomenti? Su tutti. Dalla politica ai pronostici sulla designazione di Miss Italia, dagli ultimi ritrovati per combattere efficacemente la noia alla conta analitica dei giorni che mancano per Capodanno a cominciare dal 20 di settembre: argomenti della massima importanza, come il lettore può immaginare. Si evita scrupolosamente di parlare di tasse, di bollette da pagare, di incombenti scadenze, ecc. Comunque, quali che siano gli argomenti trattati, essi sono visti alla luce dei rimedi, per esempio, che alcuni suggeriscono per curare con infallibile successo i calli fastidiosi e dolorosi soprattutto ora che l’inverno  comincerà a farsi sentire. Di bello c’è che la chiacchiera è un piacere al quale soprattutto chi vive in paese non può esimersi dal dare il proprio contributo. Perché la chiacchiera attizza la curiosità accendendo nuovi focolai d’interesse; tira in ballo argomenti d’ogni sorta e contribuisce all’educazione mentale dell’uomo. Ai membri di questa singolare accademia è vietato riferire sulla propria vita privata ed è, al contrario, ordinato di spiare nei fatti altrui e di riferirne in una di quelle interminabili sedute che l’accademia dedica allo spoglio delle vite altrui. Continua a leggere

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La ricerca pittorica di Roberta Fracella

di Paolo Vincenti

Le forme geometriche sono la ricorrente nelle pitture materiche di Roberta Fracella, di Nardò.  Il cerchio è leit motiv di tutta la sua produzione. Il cerchio, simbolo antichissimo e presente in tutte le culture e religioni, rappresenta la perfezione; esso indica armonia, che è il fulcro del pensiero filosofico di Pitagora, la legge cosmica che regola la nascita e la morte di tutte le cose.

Da queste figure geometriche, spaziali, parte la ricerca pittorica della Fracella, si dipanano come fili di una matassa le sue esplorazioni del mondo, caratterizzate sempre da un elemento monocromatico, il bianco, che riesce quasi ad abbacinarci dal punto di osservazione in cui il nostro occhio si fonde con le tele. Studiare la semiotica della sua arte visiva, cioè comprendere cosa questi quadri vogliano significare, trattandosi di arte informale, non è agevole, poiché la pittura di Roberta non rientra né nel figurativo né nel puramente astratto. Vi è, in queste opere di tecnica mista, una commistione fra pittura e scultura, secondo l’insegnamento delle avanguardie storiche e del loro messaggio fortemente provocatorio. La sua pittura può essere definita “informale” per il tipo di materiali utilizzati, ma per quanto riguarda il contenuto è vicina all’astrattismo che fa uso di forme geometriche e di rigore matematico. Se tuttavia occorre guardare e riguardare queste opere per comprenderne a pieno il messaggio o almeno tentare un tracciato di senso, è vero di converso che non è arte di un momento, che questa pittura riesce a stratificarsi, a durare.   Continua a leggere

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Di mestiere faccio il linguista 23. Il cellulare a scuola

di Rosario Coluccia

Pochi giorni fa in Francia è stata approvata una legge che vieta, dall’inizio del prossimo anno scolastico, l’uso dei telefonini nelle scuole elementari e medie (ne scrive, tra gli altri, il Messaggero dell’8 giugno). La misura, promessa dal presidente Emmanuel Macron nella campagna elettorale, riguarderà bambini e ragazzi fino ai 14-15 anni ed è, nelle intenzioni dei promotori, un importante segnale per l’intera società. Il provvedimento si inserisce in un contesto generale già orientato in questo senso. Dal 2010 nelle scuole francesi è in vigore un divieto che impedisce di consultare i cellulari durante le ore di lezione, mentre il loro uso è finora consentito nelle pause tra una materia e l’altra, a pranzo (nelle scuole con la mensa) e durante l’intervallo. La nuova regola estenderà il divieto anche ai momenti di pausa, vietando quindi l’uso del cellulare per tutto il tempo di permanenza degli studenti negli istituti scolastici. In ogni classe andrebbero collocati armadietti dove gli studenti dovrebbero depositare i loro smartphone, per ritirarli alla fine della giornata. Il ministro dell’Istruzione francese, Jean-Michel Blanquer ha precisato: «Durante i nostri Consigli dei ministri, mettiamo via gli smartphone in un armadietto prima di cominciare. Mi sembra che sia una cosa praticabile anche in una classe». In effetti alcuni istituti già da tempo vanno in questa direzione, i professori possono farsi consegnare i cellulari prima di iniziare la lezione o durante i compiti in classe, per evitare che gli studenti copino o cerchino online le risposte alle domande e ai test che si svolgono in classe. L’obiettivo della legge approvata in Francia è trovare, d’intesa con i dirigenti scolastici, con gli insegnanti e con i genitori, un modo per proteggere gli studenti dalle distrazioni dei telefonini. Continua a leggere

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Giornale delle meraviglie

di Gianluca Virgilio

A chi mai non è accaduto qualche volta di ricopiare su un quaderno dei brani curiosi, sui quali si era soffermato, non perché contenessero chissà quale grande verità, ma attratto da un caso umano insolito, descritto con spirito ameno, o da un bel giro di parole che gli aveva suscitato meraviglia o ilarità. A me è capitato un po’ di anni fa (2000-2002): leggevo e ricopiavo, collezionando pezzetti di un puzzle che non avrei mai composto interamente e che anzi presto avrei abbandonato.

Ho ordinato cronologicamente i racconti, almeno quelli ritagliati nelle pagine dei quotidiani; gli altri brani rispondono al ritmo delle mie letture di allora.

Il lettore perdoni la vanità del seguente divertissement, nato nella stessa situazione esistenziale descritta in Aneddotica novecentesca. Anche le motivazioni sono le stesse. Buona lettura!


***

Punto d’onore

Che fa il candidato in un concorso a cattedra se, giunto all’orale, si trova davanti una professoressa tutta d’un pezzo che gli chiede di parlare del “messaggio” degli ermetici? Certo, se ci tiene a passare,  non ne fa un “punto d’onore” e si accontenta di riproporre la solita minestra precotta dei manuali scolastici. Sandro Onori si comportò  diversamente:

“… durante gli orali di quel concorso, si rifiutò di rispondere alla maestrina che gli chiedeva conto e ragione del “messaggio” degli ermetici, proprio così: del “messaggio” degli ermetici. Sandro faceva il finto tonto, non si rassegnava a convenire sul fatto che la poesia dovesse essere tradotta in messaggi, finché non giunse in suo aiuto un presidente di commissione colto e intelligente. Questo punto d’onore, per dirla velocemente e un po’ alla grossa, gli coincideva con la ricerca e la salvaguardia dell’innocenza, ovunque e in qualsiasi forma fosse possibile reperirla. In questo, solo in questo, Sandro è rimasto fedele all’insegnamento di Pasolini, al suo limite straziato e utopico”.

L’aneddoto è raccontato da Massimo Onori nella recensione a Sandro Onofri, Registro di classe (Einaudi, Torino, 2000), dal titolo A salvaguardia dell’innocenza. Spietati indizi di un uomo antico innamorato della scuola, “L’Indice dei libri del mese”, Settembre 2000, anno XVII – N. 9, Settembre 2000, p. 4, recensione che si risolve in un elogio funebre di Sandro Onofri, scomparso prematuramente il 20 settembre del 1999. Continua a leggere

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Mediterraneo

di Antonio Prete

El mar se volvía a cerrar sobre ellos

(R. Zurita, Los países muertos)

Urlando si richiude  sopra i corpi

il bagliore della schiuma.

Il desiderio, un sibilo di vento,

il nome, un grido perso sopra le acque.

Il gommone squassato, il suo singulto :

scherno atroce dell’ azzardo.

La follia del blu mescolata al gelo

dei superstiti, negli occhi l’insulto

dell’ultima stella,

desaparecidos,

virtute e conoscenza

inghiottite nel gorgo.

Il rumore del mare

è il compianto dei sommersi.

Crociere di stormi,  nel cielo dell’alba,

migrano verso l’isola. Sulla costa

il sole già fruga nel bianco delle case.

Laggiù, l’aria è tersa.

[Se la pietra fiorisce, Donzelli, 2012]

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