L’impresa di Markel Dassefacelov & figli

di Evgenij Permjak

Nei tempi più remoti dei tempi antichi accadde questo. Visse in quegli immemorabili tempi Markel Marchiovič Dassefacelov. Quest’uomo faceva tutto da sé. Arava i campi, forgiava il ferro, realizzava altiforni rudimentali, in cui fondere il minerale di ferro, andava a caccia, pescava.

Sua moglie, Markelovna Dassefacelovna, teneva tutto il lavoro femminile sulle sue spalle: filava il lino, tesseva la tela, salava-conciava le pelli fresche, per tutti cuciva vestiti e scarpe, friggeva, bolliva, lessava, infornava, educava i figli nel segno dell’operosità e dell’intelligenza.

Giudiziosi ed abili crescevano i figlioli, maschi e femmine. Al padre e alla madre somigliavano i giovani, Markelovici Dassefacelovici. Nessun lavoro temevano: spaccare la legna, arare la terra con l’aratro di legno, fucinare-forgiare il ferro, modellare il vasellame d’argilla e costruire le fornaci per la sua cottura. Seminare il grano, raccoglierlo, ventilarlo, macinarlo: sapevano fare tutto.

Ma cominciò ad accorgersi, Markel, che il figlio maggiore era incline, più degli altri, a lavorare nel campo e che la stessa terra a lui fruttava meglio di tutti gli altri.

Il secondo figlio, invece, non si spostava dall’incudine e forgiava il metallo così bene come Markel mai se lo sognava.

Il terzo figlio, Sazon Markelovič Dassefacelov, idem; era adatto ad ogni lavoro, ma era tanto bravo nel pescare e nel cacciare da insegnarlo a tutti gli altri.

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I testimoni

di Antonio Prete

Nel giorno del giudizio gli animali daranno testimonianza per te, diceva. Perché i loro occhi sono la chiarità del mattino intorno ai tuoi pensieri. Vedono nei tuoi lineamenti il disegno del desiderio. Decifrano  nel tuo gesto quel che esso ha in comune con l’agitarsi delle piante e con il passaggio delle stagioni. Gli animali testimonieranno per te, diceva. Cerca nel loro sguardo la direzione per scrutare quel che l’orizzonte nasconde.

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Manco p’a capa 55. Il problema numero uno: il cambiamento climatico

di Ferdinando Boero

Il cambiamento climatico legato al riscaldamento globale sta alterando la dinamica dell’acqua sul pianeta, in stragrande maggioranza in forma liquida: l’oceano. L’acqua salata dell’oceano diventa dolce quando cambia di stato, e i sali restano nell’acqua rimasta liquida.

Con il caldo l’acqua oceanica evapora, sale e diventa nuvole, viene trasportata da correnti aeree generate da cambiamenti di temperatura, e poi torna giù come pioggia. Di solito quando piove in Italia è l’acqua dell’Atlantico che ci bagna. Il freddo polare fa gelare l’acqua, il ghiaccio galleggia e l’acqua sottostante, carica dei sali perduti dall’acqua congelata, diventata pesante e affonda. Ai poli il freddo genera la discesa di acque superficiali, innescando un processo di circolazione oceanica, il “grande nastro trasportatore oceanico”, che connette tutti gli oceani in un unico grande sistema circolatorio. L’acqua profonda viene spinta verso l’alto dall’acqua che scende, e si scalda al sole: i processi di circolazione generano le correnti che ben conosciamo, come la Corrente del Golfo che porta acqua calda dal Golfo del Messico verso la parte settentrionale del continente europeo, mitigandone il clima.

Se i ghiacci polari, invece che formarsi, si sciolgono per il riscaldamento globale, il grande nastro trasportatore viene manomesso. L’acqua dolce del ghiaccio che si liquefa galleggia sull’acqua salata e la corrente di acqua molto salata e fredda che scende in profondità viene sostituita da una corrente fredda e poco salata che rimane in superficie, va incontro alla Corrente del Golfo e la rallenta, diminuendo il suo effetto mitigatore sul clima dell’Europa Settentrionale. Il caldo, intanto, fa evaporare più acqua e le nuvole si caricano. Aumentano gli eventi estremi. Ovviamente se il ghiaccio si scioglie c’è più acqua nell’oceano: il livello del mare sale. 

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Zibaldone salentino (extrait 9)

di Gianluca Virgilio

Une rêverie, mais réelle, c’est-à-dire fondée sur des faits qui se sont réellement produits dans mon jeune âge, me revient parfois à l’esprit, dans mon demi-sommeil. Je n’ai pas encore quinze ans, je suis maigre et agile comme un lièvre, pas des plus rapides, mais ma course est pleine d’astuces et de mouvements latéraux imprévisibles. Le jeu avait lieu sur le circuit de la Villa grande dont il était interdit de descendre (c’est-à-dire sur le trottoir qui la délimitait et la délimite encore aujourd’hui). Mes amis me donnaient un avantage de quelques secondes puis ils s’élançaient à ma poursuite. Dès que l’un d’eux me touchait, il gagnait le droit de passer du statut de suiveur à celui de suivi, tandis que moi je prenais sa place. J’étais très adroit, habile à esquiver les mains des camarades qui tentaient de m’encercler pour m’ôter toute échappatoire, et je réussissais souvent à retarder de beaucoup l’inévitable capture. Aujourd’hui, quand je sommeille à l’aube, je me revois comme j’étais alors, léger et agile, toujours bondissant d’une plate-bande à l’autre, entre le tronc d’un pin, d’un chêne vert, d’un palmier, volant presque parmi les buissons de verveine ou de pittosporum, échappant aux mains de mes poursuivants, les cheveux au vent, des gouttes de sueur au front ; cette vision me berce dans mon réveil matutinal : dans l’immobilité du lit, c’est une consolation de penser que je me détache du sol, que pour ainsi dire je vole comme un oiseau et que je suis imprenable.

Ranger un débarras. Consacrer la matinée à ranger un débarras dans lequel se sont accumulées trop de choses devenues inutiles, que nous n’avons pas eu le courage d’éliminer et qui maintenant nous encombrent : les brassards de natation, des sacs usés, des cartons, un siège cassé que nous avions l’intention de réparer, le porte-bagage de l’ancienne voiture. Cette activité est riche d’enseignement, car elle nous met en contact avec notre vie passée et nous donne la mesure du temps écoulé… Ces objets qu’aujourd’hui nous jetons, nous les avons un jour choisis avec soin, nous les avons acquis parce que nous en ressentions le besoin, ils nous étaient utiles. En les jetant, nous prenons conscience que le temps a consumé une partie de la vie. Mais en même temps nous avons dégagé de l’espace pour du nouveau, la vie peut donc continuer.

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La riscoperta dei libri di carta. Il pensiero forte ha i suoi templi

di Antonio Errico

Dal 4 gennaio al 20 giugno di quest’anno, nelle librerie online e fisiche, e nella grande distribuzione, sono stati venduti 15 milioni di copie di libri a stampa in più rispetto al 2020. Considerando questi risultati forniti dall’ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori, su dati NielsenIQ, viene da pensare che le stagioni del libro di carta non sono ancora passate e che probabilmente non passeranno: non nel secolo che corre, quantomeno. Viene anche da pensare che probabilmente aveva ragione Umberto Eco quando diceva che  il libro  è come il cucchiaio, il martello, le forbici, la ruota, che una volta  inventati non si può fare di meglio. Peraltro c’è da tener conto del fatto che noi abbiamo le prove  che un libro di carta dura anni, decenni, secoli; per gli e-book, invece, non abbiamo, almeno per adesso, le stesse prove.  Certo sarebbe straordinaria una biblioteca dentro casa con gli scaffali traboccanti di libri di carta e in mezzo ad essi gli e-book. Sarebbe straordinaria una biblioteca del genere in ogni piccolo paese di provincia, centinaia, migliaia di biblioteche del genere in ogni grande città. Libri di carta ed e-book messi insieme.   Però  vorrei permettermi il suggerimento  di non dare mai un e-book in mano a un bambino che comincia a leggere.

A un bambino che comincia a leggere si devono dare  quei grandi, cartonati, colorati  libri di fiabe, quelli che uno s’incanta soltanto a guardarli, quelli con cui devi per forza imparare a leggere perché inconsciamente senti che  la loro bellezza non la puoi tradire. Quando l’infanzia sarà passata,  quando diventerà lontana lontana, a quel bambino resteranno i colori magici di quelle immagini, il ricordo dei suoi occhi rapiti dalla meraviglia. Lo racconta Jean Paul Sartre in Le parole tradotto da Luigi De Nardis per il Saggiatore nel 1982. Probabilmente  non passeranno mai le stagioni del libro di carta. Forse perché soltanto il libro di carta consente di scendere nelle profondità dei significati, di ritornare sui concetti, di confrontare testi diversi. Ma le generazioni cambiano e cambiano i saperi e cambiano anche gli strumenti con i quali le generazioni si confrontano con i saperi. E’ normale che sia così; è anche giusto che sia così. Non solo è giusto e normale: è anche bello che i territori  del sapere vengano attraversati con strumenti diversi. L’importante è non sostituire, non archiviare. L’importante è usare gli strumenti quando servono e nel modo in cui servono.

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Franco Melissano, In quest’adusta terra. Poesie

Di prossima pubblicazione.
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Interculturalismo, ovvero il dialogo delle religioni

di Gianluca Virgilio

Nella collana Pontos dell’Istituto di Culture mediterranee della Provincia di Lecce, fondata e diretta da Gino Pisanò, col numero VI, è stato pubblicato il massiccio volume di Roberto Muci, L’Italia e l’Islam con sottotitoli: Profilo storico e teologico. Possibilità di dialogo interreligioso. Problematiche dei flussi migratoriPresentazione di Maria Rosaria De Lumé, Prefazione di Gino Pisanò, Congedo Editore, Galatina, 2009, pp. 429.

Il volume è diviso in tre parti: nella prima, intitolata Necessità di conoscere l’Islam (pp. 23-114), l’autore racconta l’aspetto storico e teologico dell’Islam, nella convinzione che la conoscenza reciproca sia il primo passo verso la fine di ogni spirito di contrapposizione: “Il rapporto tra culture – scrive Muci nell’Introduzione – richiede in primo luogo la conoscenza perché più conosciamo, più si va oltre la contrapposizione intellettualmente povera e umanamente pericolosa; ma la conoscenza da sola non basta” (p. 20). Di qui, la seconda parte del libro, Possibilità di dialogo tra Cristianesimo e Islam (pp. 115-234), nella quale l’autore individua l’unica chance di superare le reciproche incomprensioni: il dialogo interreligioso. Muci ripercorre i rapporti tra le due religioni monoteistiche a partire dal Medioevo fino ai nostri giorni, fino a quella svolta epocale costituita dal Concilio Vaticano II, nel quale per la prima volta, in coincidenza con il processo di decolonizzazione, Giovanni XXIII dà espressione all’esigenza di dialogo interreligioso. “Fino a qualche decennio prima, la constatazione che due terzi della popolazione mondiale professavano religioni non cristiane non intaccava la coscienza di un mondo cristiano, che considerava le culture del mondo coloniale inferiori e irrimediabilmente destinate a scomparire” (p. 188). Da quel tempo data, dunque, l’avvio di un dialogo tra le tre religioni monoteiste: cristianesimo, ebraismo e islamismo; dialogo che si è venuto via via intensificando con Paolo VI e con Giovanni Paolo II, il papa viaggiatore, per il quale valeva lo spirito di Assisi, così riassumibile: “riunire i credenti ponendo l’accento sulla preghiera per la pace” (p. 212); fino al papa Benedetto XVI, che, in continuità col suo predecessore, rinnova la volontà della Chiesa di mantenere sempre aperto il dialogo tra le religioni.

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Presentazione de La via dei libri (Lecce, 21 luglio 2021)

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Le passeggiate archeologiche di Giuliano Volpe

di Francesco D’Andria

In modo assai tempestivo Edipuglia pubblica in questi giorni il volumetto di Giuliano Volpe dal titolo Passeggiate archeologiche. Nuove proposte per conoscere siti e storie della Puglia, agile sia per il formato tascabile che per il linguaggio, privo di termini del gergo specialistico. L’autore è docente all’Università di Bari ed è ben noto, oltre che per le sue ricerche in siti come Faragola e San Giusto, nel territorio di Lucera, per il suo impegno “politico”, volto a far emergere il valore pubblico dell’archeologia, come risorsa culturale e civile, a vantaggio delle comunità che hanno il privilegio di possedere testimonianze così rilevanti del proprio passato.  

In un momento in cui il turismo nella nostra regione cerca di risollevarsi, dopo lo tsunami provocato dal virus cinese, in attesa che ritornino i flussi provenienti dall’estero, appare quanto mai necessario iniziare un’opera di ricostruzione che deve necessariamente partire dai singoli territori e dalla loro conoscenza. E’ quello che Volpe ha tentato di fare con successo, raccogliendo in un libro di piacevole lettura gli articoli pubblicati la scorsa estate sul quotidiano La Repubblica, dedicati a venti siti archeologici della nostra Regione. Nel breve saggio introduttivo l’autore spiega le ragioni della proposta che mira, attraverso una accattivante presentazione dei luoghi, ad invogliare il lettore a visitarli.

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Onion et Pacific

Neuville-sur-Touques , Normandia, 2021
Onion et Pacific, i due buoi del contadino Xavier, mentre godono del loro
ultimo anno di vita (il terzo…).   Foto di Adriana Ferrarese
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