Zibaldone galatinese (Pensieri all’alba) VI

di Gianluca Virgilio

VI

Economia. Joseph Stiglitz, La grande frattura, Mondadori, Milano 2016, p. 39 ci parla di economia: “Oggi, la sola Cina detiene più di mille miliardi di dollari in cambiali americane pubbliche e private. L’indebitamento estero complessivo dei sei anni dell’amministrazione Bush ammonta a circa 5000 miliardi di dollari. Molto probabilmente questi creditori non chiederanno indietro i loro soldi: se mai lo facessero, si scatenerebbe una crisi finanziaria globale. Ma c’è qualcosa di preoccupante nel fatto che il paese più ricco del mondo non sia in grado neanche lontanamente di vivere con i propri mezzi.” (L’articolo apparve per la prima volta in “Vanity fair” nel dicembre 2007).

Non solo gli americani non sono in grado di vivere con i propri mezzi, ma anche tutti gli europei, italiani in primis. Il nostro tenore di vita è di gran lunga superiore ai nostri mezzi. Ora, la domanda è la seguente: fino a quando? Ricordo solo che Stiglitz, nel libro citato, p. 65, con termini molto comprensibili, ci dice qual sia “la prima legge dell’economia e cioè che nessuno ti regala niente”.

***

L’aneddoto dello zi’ Tonio soprannominato Beverone, raccontatomi da Antonio Prete. Si diceva dello zi’ Tonio Beverone che durante la sua vita non avesse mai bevuto l’acqua ma solo il vino delle sue vigne, in una quantità tale che, riunita nei vagoni cisterna che venivano utilizzati per il trasporto del vino al Nord, avrebbe coperto la distanza tra Lecce e Milano: migliaia e migliaia di vagoni! Eppure, mai nessuno lo vide ubriaco!

Si racconta, inoltre, che una sera lo zi’ Tonio Beverone si recava dai parenti di un paese vicino per festeggiare una qualche ricorrenza, portando con sé un orciuolo contenente cinque litri di vino. All’ingresso del paese, lo fermano alcuni doganieri, intimandogli di pagare la tassa come condizione per il suo ingresso nel paese col vino.  Ma lo zi’ Tonio Beverone si rifiuta di pagare l’ingiusta gabella, anche quando i doganieri insistono nel dire che non sarebbe passato senza pagare. Allora lo zi’ Tonio fa un passo indietro, porta l’orciuolo alla bocca e, d’un fiato, davanti ai doganieri esterrefatti, beve tutto il vino fino all’ultima goccia. A quel punto le guardie si fanno da parte e lo fanno passare senza fargli pagare la tassa, con grande contentezza dello zi’ Tonio Beverone.

Si tramanda che lo zi’ Tonio facesse bere il vino anche ai figli e nipoti poco più che neonati, poiché diceva che bisognasse abituarli fin dall’infanzia a bere questa bevanda, come era accaduto a lui, che già da piccolo il padre lo aveva tirato su col vino. Le donne di casa, che la pensavano diversamente, dovevano sempre sorvegliare perché i bambini non bevessero il vino, che, come si sa, fa male, secondo il detto “caffè e vino sono veleno per il bambino”. Continua a leggere

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Andando con Verri per un Salento di pietre

di Maurizio Nocera

Certe volte, di notte, oggigiorno, d’inverno, più verso la mattina ormai, un piccolo rumore, un sospiro in più, il battere di ali di una civetta cornuta, il tonfo di una goccia di rubinetto che per formarsi ha impiegato tutta la notte, il cincischìo di due lumache che non riescono a raggiungere la foglia alta della begonia “pinta”, il richiamo dell’uomo dei curli che come te ora non dorme, mettici poi il bagnato del breve sogno di una betissa sinuosa che tuttagambe poco prima ti ha camminato davanti come cavalla murgese dall’ampio bacino, aggiungici ancora un po’ di disperazione urbana che ti sei portato appresso nel letto ieri dopo aver fatto i tuoi bravi compitini del giorno innanzi, ed ecco che sei bell e pronto sulla sponda del letto, alla ricerca del calzino, che come sempre, ogni notte, si va a ficcare tra la pila di libri non letti e la colonnetta e che ora per tirarlo fuori ti tocca spostare, togliere, far rumore, trattenere il sospiro, trattenere l’acqua che ti sta dentro e trattenere anche la voglia di soffiarti il naso e di stiracchiarti un po’. Il nostro primo caffè, al mattino prima delle quattro, è di solito amaro, perché spesso non è dolce la vita. Allora per omogeneità, si comincia così. Poi il solito colpetto di tosse, la bardatura del corpo come si conviene in questi casi d’inverno, il controllo dei documenti in tasca, il controllo delle tumefazioni al viso, il conteggio delle rughe agli angoli degli occhi, un altro vigile controllo alla “pendaia” sotto il mento, e poi via verso l’ignoto, il misterico, verso l’amore che ha atteso lì aggrappata alla roccia per tutta la notte.

Che strano! Mi accorgo solo ora che per me ed Antonio, questo ignoto, questo misterico, questo vento aggrappato alla roccia è sempre stato andare verso sud, sempre a sud del sud, sud Salento. In 18 anni della nostra disperazione urbana non una volta ci è capitato di andare al nord, di oltrepassare le nostre colonne di Ercole, i nostri confini segnati dalle sgangherate porte e muraglie del nostro Castello di Munot, o a chi piace altrimenti, il luogo Belloluogo di Maria d’Enghien, appena poco fuori le mura di Lecce. Quindi sud, giù, verso il basso, il basso del basso, basso Salento. La strada è ormai sufficientemente conosciuta, cioè quella di sempre; però, inspiegabilmente, tutte le mattine, ci appare diversa da quella del giorno o settimana o mese precedente. Eppure i muretti a secco, le cui pietre cominciamo francescanamente a contare, sono quelli; poi controlliamo i colori delle pietre, anche essi sono quelli; poi controlliamo se vi è stato spostamento di pietra piccola sovrastante la pietra grande, niente, tutto è a posto; come al posto vediamo stare le pietre delle “pajare-nido”, dentro cui abbiamo nascosto certe cose che ora non possiamo dire; poi cominciamo a contare i nostri fratelli dalle foglie rivoltate d’argento – Verri è espertissimo in questo tipo di conteggio, ne Il pane sotto la neve ne ha dato brillante prova -, anche essi nel numero giusto, al posto giusto, che ci parlano di come è andata la notte. Capiamo che qualche problema c’è stato anche per essi. Antonio fa qualche tentativo per capire cosa, ma il vento porta via le parole. Procediamo verso l’ignoto, il misterico, verso l’amore aggrappata alla roccia dei nostri mari del sud. Continua a leggere

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Da Europa all’’Europa

di Paolo Vincenti 

Davvero suggestivo, questo viaggio nel mito di Europa, fra arte e letteratura, che ci propone Pompea Vergaro con questa piccola ma pregevole pubblicazione dal titolo Il ratto di Europa tra arte e letteratura, L’officina delle parole, Lecce 2017. Il lavoro trova ragione fondante nella richiesta fatta all’autrice da parte di Simona Ciullo, qui presente con un breve scritto, di illustrare il mito di Europa in un breve ciclo di incontri organizzato a Lecce qualche tempo fa  dal Movimento Federalista Europeo, fondato nel 1943 da Altieri Spinelli. Ci si domanda che cosa è rimasto dello spirito di Spinelli ed Ernesto Rossi e dei principi contenuti nel Manifesto di Ventotene, oggi che l’Unione Europea sta vivendo forse la sua fase di più bassa popolarità. La risposta sarebbe facile, persino scontata: l’Unione Europea ci ha permesso di vivere in pace da ben 71 anni e ha unito popoli diversi, dando maggiore coesione identitaria proprio nelle differenze. Sarebbe scontata, questa risposta, se una simile evidenza non fosse smentita dalle torme di euroscettici che vanno predicando ogni giorno l’uscita dall’euro e dalla Ue. Sarebbe scontata, questa risposta, se la pace e la stabilità non fossero messe a repentaglio dal rischio dell’Isis e dagli attentati ad opera del terrorismo internazionale. Sarebbe scontata, questa risposta, se l’unione di popoli, tradizioni, lingue e culture, secondo il sogno degli europeisti, non fosse contraddetta e aspramente contestata da una crescente ondata xenofoba e nazionalista che si manifesta in tutti i Paesi e dai politici che questo malcontento cavalcano.  A marzo, la Ue festeggerà i 60 anni dai Trattati di Roma; l’obbiettivo dei padri fondatori, nell’unione di 28 Stati che è oggi l’Europa, sarebbe stato raggiunto, se una burocrazia allucinante e una eccessiva centralità dei poteri forti, la cosiddetta Troika, non avessero impastoiato i governi dei Paesi più deboli e le loro economie in un deficit di rappresentatività e in un ritardo di crescita, o quanto meno in una crescita a velocità variabili.

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Achille Starace, il caporale del Duce

di Augusto Benemeglio

L’uomo che inventò lo stile fascista

In quella fredda primavera milanese del 1945 (l’inverno non sembrava mai finire e non c’erano più merli a fischiare sugli alberi), un uomo non più giovane (aveva cinquantasei anni), ma ancora integro, agile e affilato come un pugnale, era disciplinatamente in coda alla fila delle “mense di guerra”, i tavoli collettivi istituiti dal comune di Milano. La fila era, come sempre, molto lunga, ma lui aspettava il suo turno con infinita pazienza. Pensava che forse non era inutile tanta fatica, tanta umiliazione, tanta tristezza, tanta solitudine, tanto dolore. Qualcosa sarebbe pur accaduto, prima o poi. Ma in quella situazione gravissima di crisi alimentare, e di assoluta deficienza di viveri, solo con le rumorose mense di guerra, molta gente poteva in città evitare la fame. Tra questa folla di persone sconosciute, tra questa massa di gente affamata, c’era anche lui, che era stato l’uomo più potente d’Italia, dopo Mussolini: Achille Starace, il segretario del Partito Nazionale Fascista, l’ombra del duce, il “mastino” e insieme il “regista” del regime, “l’uomo che inventò lo stile fascista”, – scrive, nella sua biografia, Antonio Spinosa, ma anche l’uomo più odiato e criticato d’Italia, ribatte Renzo De Felice.

 

Tutto possono perdonare gli italiani tranne…

Odiato da tutti: ad iniziare dai fascisti, in particolare i gerarchi che passavano gran tempo a grattarsi nel tessuto autarchico dell’orbace, la lana grezza sarda, e dovevano far ginnastica obbligatoria, nonostante le pancette e i muscoli flaccidi. Ma anche afascisti e antifascisti, anziani e giovani, donne e bambini, lo odiavano per averli molestati e perseguitati per un decennio col saluto al duce e quello fascista, l’abolizione del lei e il sabato fascista, la premilitare, le evoluzioni ginniche e i salti nei cerchi di fuoco, le adunate e le cartoline-precetto, le divise d’orbace e i capi-fabbricati spioni. “Tutto possono perdonare gli italiani , -scriverà Galeazzo Ciano sul suo Diario, – tranne chi rompe loro i coglioni”. Continua a leggere

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Ippocrate e la Musa. Scritti per Rocco De Vitis

di Paolo Vincenti

Un titolo molto suggestivo, che coniuga in prodigiosa sintesi, i due interessi della vita di Rocco De Vitis:  la medicina e la poesia, ovverosia la cura del corpo e la cura della mente. Quando Ippocrate corteggia la Musa. A Rocco De Vitis medico umanista, a cura di Francesco De Paola e Maria Antonietta Bondanese, segna il n.31 della collana “Quaderni de L’Idomeneo”, della Società di Storia Patria-Sezione di Lecce, ed è edito da Grifo (2017). Il volume è stato realizzato con il contributo della Banca Popolare Pugliese, ed infatti, dopo la Presentazione di Mario Spedicato, troviamo un bel contributo di Vito Primiceri, “Semper honor, nomenque tuum, laudesque manebunt” ( versi tratti dall”Eneide”), carico di umanità nei confronti del medico, celebrato nell’opera, nell’affettuoso ricordo del Presidente della BPP.  Quando Ippocrate, nume tutelare della medicina, incontra Calliope, la musa della poesia, ecco che riemergono dal passato e si impongono alla nostra attenzione certe figure, vagamente romantiche, come De Vitis, che coniugano la pratica medica con l’amore per i classici, retaggio della loro formazione umanistica. E infatti, scrive il prof. Spedicato: “tutte le numerose testimonianze qui raccolte concordano nell’attestare come questi suoi interessi vitali siano da considerarsi come le due facce della stessa medaglia”.  Rocco De Vitis, “Don Rocco”, come lo chiamavano tutti, era nato nel 1911 a Supersano. Aveva frequentato il Liceo Pietro Colonna di Galatina e poi la facoltà di Medicina a Bologna, dove si era laureato, a pieni voti, nel 1937. Esercitò per una vita la professione di medico condotto nella piccola Supersano, sua patria dell’anima prima che luogo di residenza. Pubblicò, in prima battuta, una traduzione in versi liberi dell’ “Eneide” di Virgilio, nel 1982, con l’aiuto di vari collaboratori che curarono il commento ai dodici libri del poema. Successivamente, anche su suggerimento di Mario Marti, che era stato un suo caro amico nella giovinezza, quando frequentavano entrambi il Liceo Colonna di Galatina, pubblicò una seconda edizione dell’opera virgiliana, nel 1987, in endecasillabi puri. Pubblicò poi un nuovo volume contenente altri due capolavori virgiliani:  le Bucoliche e le Georgiche, con testo latino a fronte, tradotte e commentate dallo stesso autore. L’altro suo grande amore era quello per la campagna; amava rimanere ore e ore a coltivare la terra, ad accudire i suoi animali,  a meditare sul mondo e sulla vita, nel silenzio e nella pace che offriva la collinetta di Supersano, che  egli aveva eletto a proprio rifugio, locus amoenus. Continua a leggere

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Un viaggio nel tempo ovvero Cultural Tour. Ospiti illustri di Puglia: una collana dell’Editore Kurumuny di Calimera

di Gianluca Virgilio

Angelo Semeraro, che tutti ricordano come fondatore ed artefice del corso di laurea di Scienze della Comunicazione dell’Università del Salento oltreché come insigne studioso, prima di lasciarci nello scorso maggio ci ha fatto un ultimo dono, la collana editoriale Cultural Tour. Ospiti illustri di Puglia, pubblicata nel 2017 presso l’Editore Kurumuny di Calimera. Si tratta di una serie di libretti di formato tascabile, estratti dalla letteratura odeporica riguardante la Puglia e in particolare il Salento, ben curati e contestualizzati dallo stesso Semeraro e recanti tutti una Nota sull’Autore e alcuni una Nota critica affidata a studiosi di vaglia come Franco Martina (Guido Piovene, Dall’Adriatico allo Jonio), Maggie Armstrong (Craufurd Tait Ramage, Gallipoli Leuca Castro), Giovanni Dotoli (Bari), ecc. Raramente ogni libretto supera le quaranta pagine e, ove si tratti di autore di lingua inglese, viene fornito anche l’originale leggibile capovolgendo il libro (è il caso, per esempio, del già citato Ramage e di Janet Ann Ross, Imbelle Tarentum). È evidente che si tratta di un’operazione editoriale che va incontro alle esigenze del turista moderno, i cui tempi brevi e veloci non sono certo quelli del viaggiatore del Gran Tour, che viaggiava a dorso di mulo o, nel migliore dei casi, in carrozza. Pertanto, con una spesa minima (tre euro a libretto), l’odierno visitatore del Salento potrà apprendere quanto i suoi più lenti predecessori, in anni ormai lontani, hanno visto e scritto sulla nostra regione, in particolare da Bari in giù, con una predilezione, non so se di quei viaggiatori o piuttosto del curatore e dell’editore, per la vecchia Terra d’Otranto, che oggi chiamiamo Salento, ovvero le province di Lecce, Brindisi e Taranto. La collana nel suo insieme, di cui si dirà per excerpta, è utile anche al lettore stanziale, che desideri fare un viaggio nel tempo per vedere come erano i luoghi nei quali oggi viviamo, quali le persone che li abitavano e quali trasformazioni sono intervenute dal Settecento ad oggi. Continua a leggere

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Vandalismo salentino

di Ferdinando Boero

L’ignoranza in campo marino domina anche questa estate. Posidonia oceanica, una pianta con fiori e frutti, elemento essenziale degli ambienti sottomarini mediterranei, invariabilmente diventa un’alga (come dire che le rondini sono insetti, visto che volano) e si chiede a gran voce che le “alghe” siano rimosse. Le meduse, quest’anno abbastanza frequenti, indicano acqua pulita (non è affatto vero). Ma il massimo si raggiunge con la gestione dell’erosione. Di solito affrontata con approccio ingegneristico: colate di cemento e barriere in mare. Leggiamo comunicati trionfali di sindaci che, finalmente, risolvono il problema col cemento. Le nostre coste rocciose sono magnifiche grazie all’erosione. È l’erosione che ha creato le grotte, i faraglioni, ha creato le spiagge. Il mare erode le rocce, le fa crollare e, così, scolpisce il paesaggio. Lo fa da milioni di anni, e non ci dovrebbe essere nulla di strano: basterebbe una minima infarinatura di geologia. Non dovrebbe essere necessaria una laurea in geologia: queste conoscenze di base dovrebbero essere patrimonio culturale comune. Cosa significa, allora, mettere in sicurezza una costa soggetta ad erosione? Significa fare una bella colata di cemento e bloccare così i processi naturali? Magari costruire una bella diga che impedisca al mare di continuare la sua azione erosiva? Queste iniziative sono utilissime per bandire appalti e dare lavoro alle ditte. Ma non sono la soluzione del problema. Continua a leggere

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Alla ricerca di due mondi forse irreconciliabili

di Luigi Scorrano

Non c’è Comune della nostra provincia, credo, che non abbia la sua brava monografia inesorabile nel proporre la storia di un luogo e la vita che lo ha caratterizzato e lo caratterizza. Al lettore volenteroso sono proposti ora studi seriamente condotti, e dunque affidabili sul piano dell’informazione, ora più o meno avventurose ricostruzioni che, quando non altro hanno da proporre ti sbattono in faccia le personali opinioni dello ‘storico’ di turno e ti intimano quasi (il tono è quello della perentorietà) di prenderle per buone. Rare quelle opere che a una rigorosa documentazione affiancano il piacere di una scrittura elegante e vivida di scorci rappresentativi che ti mettono sotto gli occhi, con una nettezza da incisione e con un soffio di poesia, la rappresentazione della vita quotidiana di un paese come le persone che hanno una certa età l’hanno vissuta. Il libro sul quale vorrei richiamare l’attenzione è il seguente: ANTONIO RESTA, Un paese, due mondi / Il Salento dalla civiltà contadina alla società globale, Edizioni Grifo, Lecce 2016 ; un libro che si distingue anche per la sobrietà del colore e dell’immagine che ne perfezionano l’insieme.

Resta ci racconta un mondo che fu il suo e il nostro e di cui portiamo dentro di noi l’immagine e la memoria; le stimmate si vorrebbe dire; talvolta il rimpianto e la malinconia per quanto ci accade di risvegliare attraverso una narrazione sempre intrigante pur nell’apparente semplicità del dettato. C’è descritto un passaggio che oggi, con abusata parola, si direbbe ‘epocale’; un passaggio decisivo sintetizzato nelle due parole-chiave che sono nel sottotitolo: civiltà/società. La civiltà è osservabile nella nostra storia: periodo di lunga durata qui ricostruito nella sua prossimità e ancora leggibile, per quanto insidiato dal soverchiare di un quotidiano che preme senza soste. La civiltà ridisegnata con estrema perizia e partecipe abilità da Antonio Resta s’affidava alla lentezza delle stagioni e dei giorni: una civiltà che sposava i ritmi della natura al contrario della società che quei ritmi vive in una accelerazione senza respiro.

Il libro di Resta, dalle cui pagine si diffonde la luce di un’esistenza laboriosa, faticosa, persuasa dei propri compiti, si concentra sulla civiltà contadina e ne tesse un elogio non retorico ma visitato dalla grazia di una memoria che ha conservato gelosamente immagini e prospettive di quella civiltà. L’autore si sofferma sulle affinità che stringevano luoghi diversi in un quadro di similarità che evitava una parcellizzazione di usi, costumi, modi di pensare e di vivere contrassegnati da omogeneità di sentimenti e comportamenti. Era, quella realtà, ancora legata alla dimensione del magico e del religioso, come ricorda Resta: «La vita quotidiana era attraversata da entità misteriose, del male e del bene, che potevano intervenire, a danneggiare o a soccorrere; e si pregavano i santi, spesso caratterizzati da una loro ‘specialità’, e i familiari morti, che si sentivano vicini e rassicuranti nel momento dell’affanno e del dolore». Diviso in capitoli tematici, ma senza irrigidimenti, Resta vi esplora – e lo si prenda ad esemplare del tutto – il lavoro duro, e spesso misconosciuto, delle donne.

L’amorosa pazienza di Resta ci restituisce il senso di una vita povera di beni materiali, ricca di sentimenti profondi. La sua fondamentale sobrietà è una cifra che può aiutare a leggere queste pagine ripensando utilmente il confronto che ne nasce. Il libro di Resta ha anche, fra tanti pregi che possiede, quello di fornirci una esatta nomenclatura delle cose ricordate (oggetti azioni, forme del costume), un risvegliare nella mente un mondo irreparabilmente (ma necessariamente) perduto e, fosse possibile, l’assunzione di certi suoi modi di vita che si potessero usare come correttivi alle convulsioni della società globale.

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La memoria del Novecento per comprendere quello che siamo

di Antonio Errico

Noi siamo soltanto gli ultimi arrivati. Siamo quelli che hanno le cose ricevute in eredità. Quelli che continuano a rimaneggiare le storie che altri hanno già raccontato. Che hanno pensieri che altri hanno già avuto. Siamo quelli che strutturano le loro arti, le loro scienze, riprendendo le arti e le scienze che vengono da un tempo concluso.

Siano soltanto gli ultimi arrivati. Anche se a volte crediamo che si stia inventando tutto noi, che sia inedito tutto quello che facciamo, che siamo le più scintillanti intelligenze mai esistite. Lo pensiamo arrogantemente, incoscientemente. Lo pensiamo fino a quando, ad un certo punto, non ci fermiamo un attimo a riflettere. Basta fermarsi solo un attimo a riflettere e ci si rende conto che la relatività è già stata teorizzata, che è già stata scoperta la fissione dell’atomo, che Giorgio De Chirico ha dipinto il suo “Canto d’amore”, che Joyce l’”Ulisse” lo ha scritto già. E’ proprio un peccato: ma lo ha scritto già.

Noi siamo soltanto gli ultimi arrivati. Per cui abbiamo un obbligo di memoria.

Eppure molto spesso si ha l’impressione che la memoria ci sia indifferente, quasi che prima di noi non fosse mai accaduto niente, quasi che prima di noi il mondo non esistesse. Forse si potrebbe trattare di una ideologia che considera la supremazia del presente. Ma sostenere che si tratti di un’ideologia, significa attribuire a questa condizione uno spessore culturale che invece non ha. Forse si potrebbe trattare semplicemente di superficialità. Forse si tratta soltanto di questo: di una imponente superficialità. Continua a leggere

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Il Sessantotto. La fascinazione dell’inizio

di Antonio Prete

Milano, inverno e primavera 1968

Acerba intimità con l’impossibile.

Una pioggia di volti lungo il giorno,

le strade solidali con il grido.

Era cielo, era carne il desiderio.

Prosodia della rivolta, Vietnam,

Praga, la lontananza ferita era

nei passi, nei pensieri.

                                        Stava ognuno

dentro il respiro della moltitudine.

Il sogno divorava l’orizzonte.

Qualche tempo fa, ripensando al Sessantotto, mi è accaduto che invece di pensieri ordinati in una riflessione e in un’analisi, mi si accampassero piano piano nella mente e sulla pagina alcuni versi.  Succede che la lingua scelga qualche volta la sua forma un po’ imperiosamente. Quei versi ora possono fare da apertura, e come da esergo, ad alcune considerazioni.

Ho sempre avvertito una sorta di artificiosa dissolvenza e di forzatura storiografica nelle letture che estendono il Sessantotto a un’epoca, a un arco di anni, facendo di  quei pochi mesi una radice, un fondamento, un inizio responsabile di successivi accadimenti. Il grido parigino Ce n’est qu’un début, continuons le combat  (con il ritmo che accentuava la pausa finale tra le e combat, per dare energia esortativa all’ultima parola), al di là del primo significato, faceva del début, dell’inizio, una specie di assoluto:  stare nell’inizio, nella splendente primavera dell’inizio, era l’esperienza di un  addio alle forme consecutive, ai legami di filiazione, di eredità, di dipendenza, ed era allo stesso tempo la prova di una nascita. Nascita a un mondo i cui orizzonti erano appunto solo orizzonti, confinanti con l’impossibile. “Siamo realisti: vogliamo l’impossibile” era infatti un altro slogan. Continua a leggere

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