Lo spettacolo per la Patria: Anna Fougez

di Paolo Vincenti

Abstract. The role of patriotic song and entertainment during the First World War was remarkable. In addition to the most important and well-known patriotic songs such as The song of Grappa, The bell of San Giusto, Tammurriata nera and, above all, The song of Piave, there are other lesser known ones that were popular during the immediate post-war years and the coming of Fascism. One of the undisputed protagonists of entertainment, cinema and also of the gossip  of that period was Anna Fougez, aka Maria Annina Laganà Pappacena (1894-1906), a  greatly admired diva, whose biography has the main part in our contribution, with a focus on her best known musical productions.

Riassunto. Il ruolo della canzone patriottica e dello spettacolo nel corso della Prima Guerra Mondiale fu notevole. Oltre ai più importanti e conosciuti canti patriottici come La canzone del Grappa, La campana di San Giusto, Tammurriata nera e, su tutti, La canzone del Piave, ve ne sono altre meno note che correvano popolari durante gli anni dell’immediato dopoguerra e poi dell’avvento del Fascismo. Una delle indiscusse protagoniste dello spettacolo, del cinema e anche delle cronache rosa di quel periodo fu Anna Fougez, al secolo Maria Annina Laganà Pappacena (1894-1906), grande diva, richiesta ed ammirata, la cui biografia è al centro del nostro contributo, con un focus sulle sue più note produzioni musicali.

«Vipera, vipera, / sul braccio di colei / che oggi distrugge tutti i sogni miei / sembravi un simbolo: / l’atroce simbolo / della sua malvagità». 

Sono i versi della sua canzone più famosa, Vipera, appunto, come la forma del braccialetto d’oro, che indossava sempre sul palcoscenico, e la cintura, che portava stretta alla vita. Vipera è la sua canzone manifesto, anche se tante altre ne scrisse e interpretò. Parliamo di Anna Fougez, diva italiana di origini tarantine, protagonista indiscussa del varietà degli anni Venti e Trenta e anche cantante, attrice, scenografa, regista.  Maria Annina Laganà Pappacena (1894-1966) in arte Anna Fougez, fu una donna dal talento innato ed una stella di prima grandezza dello spettacolo italiano.

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Italiani per forza. Il libro di Dino Messina su neoborbonismo e unità d’Italia

di Gigi Montonato

C’è gente in Italia a cui l’unificazione nazionale compiutasi 160 anni fa (17 marzo 1861) non va proprio giù. È la gente cosiddetta neoborbonica che insiste nel sostenere la tesi della conquista del Sud da parte del Piemonte (Alianello), che determinò la marginalizzazione del Mezzogiorno d’Italia e la sua colonizzazione da parte del Nord (Zitara), e soprattutto che fu una feroce repressione quella dei resistenti fatti passare per briganti (Aprile). Questa narrazione cita episodi della lunga guerra civile, circa dieci anni 1861-1870, che seguì all’unificazione, tra cui i famigerati casi di Pontelandolfo e di Fenestrelle, il paese nel beneventano dato alle fiamme con tutti gli abitanti per rappresaglia (questa è la versione neoborbonica), e la fortezza piemontese dove furono rinchiusi i prigionieri del fu esercito borbonico.

Le guerre civili si possono e si devono chiudere sul campo, ma è normale che restino oggetto di ricerca storiografica. Si può comprendere perfino qualche ubbia nostalgica da parte di chi non si riconosce nella realtà per così dire mutata. Ma quando si va oltre, e si “costruiscono” realtà mai esistite, minimizzandone o negandone altre, per sostenere una tesi piuttosto che un’altra, allora si passa ad una consapevole militanza politica con manifeste intenzioni di minare lo stato esistente delle cose. Di qui la tesi che il Sud stava benissimo coi Borbone, che vantava perfino dei primati, che quella dei briganti fu una guerra di liberazione e che gli occupanti nella repressione si comportarono né più né meno di come si sarebbero comportati nel secolo successivo i nazisti con le popolazioni locali. In questo scenario neoborbonico non c’è posto per tutti quegli italiani meridionali, che fin dai primi moti risorgimentali si batterono per un processo di unificazione nazionale in spirito di costituzionalismo e liberalismo, e per quella grande massa dei “viva chi vince”.

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Manco p’a capa 51. Se ci sono nuvole… quello è l’oceano!

di Ferdinando Boero

Mari e oceani coprono il 71% del pianeta, ma non sono una superficie, sono un volume con profondità media di 3.500 m. La vita pullula dalla superficie agli abissi: l’oceano è più del novanta per cento dello spazio abitabile dalla vita ed è indispensabile per la persistenza della vita stessa, inclusa la nostra. Da animali terrestri non ce ne rendiamo conto, anche perché chi vive lontano dalla costa non vede il mare. Eppure basta alzare gli occhi. Se ci sono nuvole… quello è l’oceano. L’acqua che le forma è evaporata dall’oceano e si è spostata, per poi tornare giù in forma liquida: gran parte della pioggia che bagna l’Italia è acqua atlantica. Non ci rendiamo conto dell’importanza di mari e oceani, oppure la diamo per scontata. Per rimediare a questa scarsa consapevolezza, la Commissione Europea ha identificato un’area strategica a cui dedicare una Missione: Oceani, mari, acque costiere e interne in salute. Le altre quattro aree in cui intraprendere Missioni sono: cancro, cambiamento climatico, città intelligenti, salute del suolo e del cibo. La missione dedicata agli oceani si chiama Stella di Mare, perché ha cinque obiettivi, come le braccia delle stelle di mare: riempire le lacune emotive e conoscitive riguardo al mare; zero inquinamento; migliorare la gestione; rigenerare gli ecosistemi marini e d’acqua dolce; decarbonizzare gli oceani, i mari e le acque dolci.  

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La poesia La mia stella di E r c o l e U g o D ’ A n d r e a

di Viator

Ormai sono come un vento che si tace,

come un frutto che si spicca e si ripone,

come un mare increspato d’ironia,

sono solo futura rimembranza,

a tal punto mi consuma una dolcezza

d’essere vivo e di sentirmi mortale

che ne piange l’anima mia che non conosco.

.

S’annida l’essere mio profondo in un celeste

con un battito d’ali

e resto immobile a scrutare se mai un segno

sia la mia stella fissa,

la mia stella fredda,

la mia stella morta.

Ercole Ugo D’Andrea (Galatone, 1937-2002) è una delle voci più delicate del Novecento poetico salentino, una voce che giunge lontano fino a farsi apprezzare da poeti come Mario Luzi e Carlo Betocchi, oltre che da critici nazionali e locali, da Silvio Ramat a Oreste Macrì, a Donato Valli, a Mario Marti, a Gino Pisanò. Fine e colto. Echi rilkiani e hölderliniani s’espandono fra i suoi versi di un crepuscolare lirismo, ora più nobilmente letterario ora più intimistico, la Madre, le Nonne, e domestico, con le piccole cose di casa e dell’orto, coi fiori e i frutti del giardino. La sua non fu una formazione tranquilla e spensierata. La guerra e la malattia, con le loro traversie.

In questa poesia, compresa nella raccolta La confettiera di Sèvres (1989), si coglie un momento di sconforto. Egli è ripiegato in se stesso in una riflessione didascalica della sua condizione. Quando la compone, 7 maggio 1982, ha 45 anni. Pensa di essere giunto ad un punto nodale della sua esistenza di uomo e di poeta e s’interroga su un futuro di cui non riesce a vedere nulla di significativo. È malato da quando era giovane. La malattia gli avrebbe condizionato la vita, gli avrebbe procurato incertezze esistenziali. Avverte dentro di sé un’energia che volge allo spegnimento: “sono come un vento che si tace” e in variazione di metafore: “come un frutto che si spicca e si ripone”.  Ma lo stato d’animo non è di disperante sofferenza – “vento” e “frutto” sono metafore di vitalità – bensì di vigile ironica consapevolezza, “come un mare increspato d’ironia”. Vive il presente, che avverte come vuoto, solo come sterile “futura rimembranza”. Tuttavia gli è così dolce sentirsi ancora “vivo” e “mortale” che, straniandosi dalla sua stessa “anima”, si profonde “con un battito d’ali” nel “celeste” e scruta per vedere se ancora c’è qualche segno nel suo destino. Ma non c’è speranza alcuna. Il poeta percorre per intero il succedersi di stati d’animo come a dimostrare a se stesso di non essersi arreso subito. Ma per il momento non può che constatare: “la mia stella fredda, / la mia stella morta”.

[“Presenza Taurisanese”, Anno XXXIX n. 328 – maggio-giugno 2021, n. 328, p. 7]

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Il teatro domestico in Revolutionary road di Richard Yates

di Adele Errico

La felicità è la “salita di asfalto nero tutta tornanti di Revolutionary road”. Questo è quello che sembra ad April e Frank Wheeler mentre la percorrono a bordo della giardinetta della signora Givings in direzione della loro nuova casa. Ma è una felicità che dura solo il tempo di quel tragitto, per poi dissolversi in disgusto reciproco vomitato da bocche distorte e lampi d’odio baluginanti in sguardi allucinati nel contesto di un teatro domestico.

Nel capolavoro americano di Richard Yates, Frank e April sono due pupazzi in un teatrino inconsapevolmente montato tra le quattro mura della loro casa in Revolutionary road. Pupazzi sofferenti, impantanati in convenzioni sociali dalle quali non esiste scampo, con intelligenze e passioni costrette in figure di marito e di moglie, in parvenze di padre e di madre che, venendo a contatto tra loro proprio in quella casa che dovrebbe essere dimora di affetto familiare, provano ad incontrarsi ma l’incontro provoca stridore e dolore fino a sfociare nella più brutale tragedia. Eppure:

Il complesso residenziale di Revolutionary Hill non era stato progettato in funzione di una tragedia. Anche di notte, come di proposito, le sue costruzioni non presentavano ombre confuse né sagome spettrali, era invincibilmente allegro.

E apparentemente i Wheeler sono proprio come tutti gli altri abitanti di Revolutionary Road, con i loro divertimenti e i loro crucci, le cene, i placidi spostamenti di Frank sul treno dei pendolari, le recite nel teatro locale di April.

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In Italia non ci sarà futuro integrale senza le donne

di Cosimo Scarcella

In Italia la popolazione femminile costituisce più della metà dei cittadini. Ogni cittadino italiano – secondo l’esplicito dettato della Carta Costituzionale – contribuisce attivamente alla vita della Nazione mediante “L’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2). Questo dovere fondamentale e inderogabile non ammette eccezioni o deroghe per alcun motivo, in quanto la Repubblica  proclama la pari dignità dei suoi cittadini e riconosce loro indistintamente i medesimi diritti, ma esige da ciascuno l’assolvimento dei rispettivi doveri: “Tutti i cittadini – è sancito solennemente nell’articolo 3 – hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Il cittadino italiano, quindi, che legittimamente usufruisce – indipendentemente dalle diversità personali e sociali –  dei diritti garantitigli, non può non adempiere – secondo le sue possibilità e nel rispetto delle le diversità personali e sociali – ai doveri richiestigli, poiché sarebbe un fatto, oltre che contrario al dettato costituzionale, anche gravemente lesivo della integralità della persona umana, in quanto depriverebbe i propri concittadini del contributo dovuto e, pertanto, depaupererebbe tutta la Nazione economicamente e soprattutto moralmente e culturalmente. Analizzando la situazione reale  in Italia, sembra che le donne – che sono, appunto, oltre la metà della popolazione – non sono messe nella possibilità concreta di offrire totalmente e liberamente il proprio contributo adeguato alle loro capacità, determinando, così, uno spreco ingiustificato e dannoso di energie collaborative e costruttive.

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Prose e poesie di Paolo Vincenti

di Paola Bray

Brevi note di lettura su “Piazza Italia” e “L’una e tre”

Come un abile giocoliere, Paolo Vincenti in “Piazza Italia” attira l’attenzione del lettore muovendosi con destrezza tra vizi, molti, e virtù, poche, di un’umanità alla deriva. Novello Giovenale è pronto a cogliere e denunciare gli aspetti più degradati di una società marcia, passando dalla parodia all’amaro sarcasmo. I toni ironici che serpeggiano nella sua scrittura rivelano un profondo disincanto, la consapevolezza della perdita delle illusioni. Sono tanti gli spunti di riflessione che le pagine di Paolo offrono. Originale l’accostamento di testimonianze documentate a brani di canzoni dai toni lirici. Colpisce nella Satura 15 l’incisività con cui è trattato il tema dell’incomunicabilità: “La situazione non è buona” di Adriano Celentano, il rapporto Eurispes, brani di articoli di nera, in una sorta di mélange, creano un’atmosfera da brivido. Dure anche le pagine de “Il ballo del bullo”, in cui “il brulicare nel ventre molle del Paese, di iniziative insane, di vieto ribellismo, nell’assenza di idee, nel sottovuoto spinto di egolatria e narcisismo che permeano un’intera generazione” è simbolo di un pessimismo totale. Altrettanto cupi i toni sulla tossicodipendenza da social, come quelli sul voyerismo delle tragedie. “E la morte non suscita pietà, chiama soccorsi, pronto intervento, ma like, condivisioni, empatia con l’operatore che la filma”. Superfluo ogni commento, vista l’efficace incisività espressiva…

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Il nuovo libro di Antonio Errico: Salvo casi imprevisti. Saggi casuali e leggeri di un narratore

di Carmen Gasparotto

Come in un raccordo tra i diversi piani di un quadro lo sguardo traccia il percorso. Osserva nel segno di un sentimento profondo e a volte inquieto, avvertito dei misteri della vita, segnato dai dubbi e dalle incertezze, da un paesaggio indistinto e confuso, dai vuoti – forse invisibili, forse incolmabili – che il mare di nebbia nasconde. La figura del Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich piantata sullo sperone di una roccia, lo sguardo puntato all’orizzonte a cercare l’orientamento, accompagna il passaggio tra un saggio e l’altro del nuovo libro di Antonio Errico “Salvo casi imprevisti” (Kurumuny).

Come una guida – mai come istruttore – il Viandante ci aiuta a recuperare la nostra presenza nel mondo. Ci sprona ad affacciarci sul bordo di paesaggi interiori senza mai fornirci risposte se non quelle che alimentano domande ulteriori. Ci aiuta a risvegliare la pigrizia del nostro pensiero e la quiete delle nostre idee perché è la nostra vita che vuole e chiede che si curino le idee e i pensieri, gli stessi con cui la interpretiamo.

Antonio Errico è narratore nel saggio. Il sottotitolo definisce “leggeri e casuali” i sei saggi di cui si compone il libro. Non è semplice scrivere in leggerezza. Non lo è quando si affrontano, per esempio, argomenti come la scienza. Quando il dialogo si fa serrato, quando l’esaltazione e lo stupore davanti al mistero e alla vastità dell’infinito ci pongono davanti i nostri limiti. Più che mai la storia di questo tempo è fatta di affronti e di azzardi verso l’incertezza. Non è facile essere leggeri quando si tratta di scegliere la direzione. Eppure Antonio Errico scrive saggi leggeri e casuali.

“Tutto dipende dal caso”, dice citando un piccolo libro di Ottavio Cecchi che ha come titolo L’ornitologo. Tutto l’universo è una catena di causa ed effetto, però il caso esiste. Una scoperta scientifica nasce talvolta dal caso. Succede quando si esplorano universi sconosciuti, quelli di cui non abbiamo alcuna competenza. Forse è ciò che ancora non conosciamo che esercita su di noi il fascino e il richiamo del desiderio. È proprio la parola desiderio a portare nel suo etimo la dimensione della veglia e dell’attesa, dell’orizzonte aperto e stellare, di una mancanza che sospinge alla ricerca.

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“Alfredino”. Se la memoria è in un brivido

di Antonio Errico

Era una tempesta di calura umida, untuosa, quella sera di giugno di quarant’anni fa, e c’era un’ansia e poi c’era una paura che quella storia finisse come non poteva finire: come non doveva finire. La foto di un bambino con il sorriso grande quanto l’orizzonte che s’immaginava  alle sue spalle, andava e veniva dallo schermo del televisore. Ventuno milioni di persone avevano lo sguardo affondato in quello schermo. Forse ognuno pregava a modo suo. Ognuno sperava a modo suo. C’era un bambino incastrato in un pozzo a trentasei mesi di profondità. Aveva sei anni. Si chiamava Alfredino.  L’incidente di Vermicino era la notizia di chiusura del telegiornale delle 13.30 dell’undici di giugno.  Durante il servizio qualcuno disse che il bambino stava per essere salvato. Allora Emilio Fede, che dirigeva il tg, decise di andare avanti. La diretta durò per tre giorni. Quello che è accaduto dopo lo sanno tutti. Lo sanno tutti coloro che allora c’erano e lo sanno anche coloro che allora non c’erano. Perché la storia di Alfredino Rampi è memoria collettiva. E’ un simbolo delle tragedie del moderno. La rappresentazione di un dolore privato che si trasforma in dolore di tutti, in passione, sentimento, emozione di tutti.

Tante cose sono accadute nei quarant’anni che sono passati. Tragedie come quella di Alfredino. Ma molte di esse le abbiamo dimenticate proprio per il fatto che non sono diventate memoria collettiva, non si sono trasformate in simbolo e rappresentazione che si ripropongono attraverso la narrazione. Probabilmente la trasformazione in simbolo e rappresentazione è stata determinata proprio dalla narrazione di quella diretta di tre giorni, dal coinvolgimento  emotivo che si alimentava con l’alternarsi delle fasi, l’accendersi improvviso e l’improvviso spegnersi delle speranze, dalla tensione, dalla presenza di un personaggio come Sandro Pertini, lì, ai bordi del pozzo.

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Il regno della famiglia Imperiale

di Gianluca Virgilio

Poco dopo aver partecipato alla battaglia di Lepanto del 1571, decisiva per le sorti dell’epocale conflitto tra i Turchi e l’Occidente cristiano, un soldato e proprietario di galere, figlio di banchieri genovesi, Davide Imperiale, acquista il feudo di Francavilla con Oria e Casalnuovo (Manduria), cioè una fascia di territorio molto vasta compresa tra lo Ionio e l’Adriatico,  dando origine ad una svolta nel governo di quest’area della Terra d’Otranto; il governo di una famiglia, gli Imperiale appunto, che vi regnò con titolo principesco fino al 1782, data coincidente con la morte di Michele IV, ultimo discendente della dinastia. Si comprende bene come il dominio incontrastato o quasi (pare che ad Oria ci sia stato qualche problema col Vescovato e con l’Università, ragion per cui meno definito fu l’influsso degli Imperiale ad Oria) di due secoli e più di questa famiglia abbia determinato le sorti non solo delle tre città mentovate, ma anche del territorio rurale circostante e di non pochi borghi viciniori. E’ quanto si evince dalla lettura della tesi del dottorato di ricerca in Storia e critica dell’Architettura (Seconda Università di Napoli) di Vita Basile, approfondita nella pubblicazione in un volume ricchissimo di fotografie col titolo Gli Imperiali in Terra d’Otranto. Architettura e trasformazioni urbane a Manduria, Francavilla Fontana e Oria tra XVI e XVIII secolo, Mario Congedo Editore, Galatina 2008, pp. XVI-165, edito col n. 6 della Collana Architettura e Città diretta da Vincenzo Cazzato. Lo stesso Cazzato firma la Presentazione, dichiarando di considerare lo studio di Vita Basile come “un importante tassello dell’Atlante tematico delle residenza nobiliari nell’Italia meridionale, opera quest’ultima coordinata da Marcello Fagiolo” (p. VII). Segue la Prefazionedi Giosi Amirante che riassume il contenuto del volume, e mette in luce la correttezza metodologica di Vita Basile.

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