Don Boscu

di Franco Melissano

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Ffiate me pija comu nostargia

te quiddhi tiempi te cusì luntani

quandu piccinnu a lli Salessiani

scjocava finca lluce se vitìa.

Mpena me nchiana quiddha fantasia

me ttacca core, mente, peti e mani,

e fuscju all’Oratoriu: simu strani!

Ddhai me sentu sempre a ccasa mia.

E quandu torna quiddhu tiempu ddhai?

Senza pinzieri, chinu te llusioni,

comu acqua te lu mare senza bbentu;

la nfanzia me vulau comu jentu,

nu sonnu duce, leggiu, te vagnoni,

staggione beddha ca nun scordu mai.

Don Bosco. A volte mi prende una specie di nostalgia/di quei tempi così lontani/quando da piccolo ai Salesiani/ giocavo finchè luce si vedeva.// Appena mi viene quella fantasia/ mi lega cuore, mente, piedi e mani,/ e corro all’Oratorio: siamo strani!/ Lì mi sento sempre a casa mia.// E quando torna quel tempo di una volta?/ Spensierato, pieno di illusioni,/ mai fermo come l’acqua del mare;// l’infanzia mi volò via come il vento,/ un sogno dolce, leggero, da bambini,/ stagione bella che non scordo mai. 

[in A ccore pertu (2012-2013), Poesie, Ed. Del Grifo, Lecce 2013]

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Quei libri (forse già letti) da non perdere durante l’estate

di Antonio Errico

Se fosse estate com’è estate adesso, e avessi finito un anno della superiore, in certi pomeriggi di calura rapinosa com’è in questi pomeriggi la calura, mi metterei a leggere qualcosa.

Tanto per esempio, “La morte di Virgilio” di Hermann Broch.

Certo, non si può dire che sia una lettura d’evasione; è piuttosto un intrico di boscaglia, un fondale marino, un labirinto di specchi, un sentiero di montagna al limite del precipizio, un fuoco d’artificio sparato all’improvviso nel corso della festa. E’ una lettura che richiede sacrificio. Ma poi s’incontrano certe pagine, si incontrano certi passi, che ripagano il sacrificio che si fa. Si fa esperienza di un linguaggio, di un lessico, una sintassi, che sono la sintesi suprema del congiungimento di armonia e disarmonia, liricità e frammentazione, possanzae fragilità, impetuosità e pacatezza, arroganza e umiltà concettuale, linguistica, semantica.

La morte di Virgilio” si legge una sola volta nella vita, come solo una volta nella vita si legge la “Recherche”di Prousto l’ “Ulysses”di Joyce.Non solo perché uno a leggerli una seconda volta non ce la può fare, ma anche, soprattutto, perché c’è un particolare di essi che si inchioda nella memoria, si attacca sulla pelle, diventa parte della tua esperienza di vivere, della tua storia intima, profonda, e può bastare.

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Il mare assediato

di Ferdinando Boero

Ogni anno otto milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani, e probabilmente è una sottostima: si prevede che a breve il numero aumenterà di venti volte. Noi vediamo la macro-plastica, poi ci sono le micro-plastiche: derivano dallo sfaldamento delle macroplastiche, ma molte sono prodotte già in minuscole dimensioni, e si trovano nei tessuti, nei cosmetici. Poi, con le fognature, finiscono in mare. Il problema è ben definito. Sappiamo che non è possibile togliere le microplastiche, e che la rimozione delle macroplastiche galleggianti può dare problemi: come separarle dagli animali che con esse condividono lo spazio marino? La soluzione del problema non è in mare, è a terra. Ed è la stessa che viene in mente quando qualcuno, vedendo una spiaggia sporca, dice: perché non puliscono? Si deve rispondere con un’altra domanda: perché sporcano? Certamente dobbiamo pulire, rimuovere, ma questo non cura la malattia, ne allevia solo i sintomi. Prima che Natta ponesse le premesse per la plastica, e donasse un Nobel al nostro paese, le cose erano di vetro, carta, legno, metallo, pelle. Dire che una cosa era di plastica, per un po’, significò che era fasulla, finta. Frank Zappa, che già aveva capito tutto, parlò di “gente di plastica”. La soluzione è semplice: come la plastica ha sostituito molti materiali, ora deve essere sostituita con materiali che non abbiano le sue controindicazioni. Magari tornando a quelli di prima, o inventandone di nuovi, tenendo conto delle possibili implicazioni negative. Non possiamo continuare a risolvere problemi con soluzioni che alla fine sono peggiori dei problemi che hanno risolto! Se smetteremo di buttare la plastica in mare (smettendo di utilizzarla) quella che c’è affonderà, sarà inglobata nei sedimenti, e i geologi del futuro la troveranno in un sottile strato che marcherà l’età breve della plastica. È proprio questa la logica della sostenibilità: pensare alle conseguenze ambientali di ogni nostra impresa. Non è sostenibile usare un bicchiere di plastica nel tempo di bere un bicchier d’acqua e poi imporlo all’ambiente, e a nostri discendenti, per l’eternità. Prima come macroplastica e poi come microplastica. 

Passiamo al benaltrismo, il mare ha ben altri problemi: riscaldamento globale, distruzione delle popolazioni naturali con i prelievi industriali, distruzione degli habitat, inquinamento. La plastica è molto visibile: la vediamo e ci preoccupa. Ma ci sono minacce invisibili ben più gravi. Quanti pesticidi usati in agricoltura arrivano in mare? Non lo sappiamo e non li vediamo. Il rischio è che si pensi che la plastica sia il problema numero uno, e che non ci sia il problema numero due. Mentre la plastica è solo un pezzo del problema inquinamento, ed è il più facile da risolvere: basta smettere di usarla. Come abbiamo fatto con l’amianto!

[“Il Secolo XIX” di domenica 23 giugno 2019]

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I giorni e i versi di Franco Melissano

di Paolo Vincenti

I giorni ed i versi. Poesie (2017), con il patrocinio della Società di Storia Patria per la Puglia, Sezione del Basso Salento, è la terza raccolta poetica di Franco Melissano. L’autore, apprezzato avvocato, vive ed opera a Corigliano d’Otranto ed è un appassionato cultore di memorie antiche. Dotato di una solida formazione umanistica, riesce a spaziare fra la storia e la letteratura, come dimostra la sua collaborazione con la rivista miscellanea “Note di storia e Cultura Salentina”.

La prima raccolta di poesie, A ccore pertu (2012-2013). Poesie, del 2013, costituisce l’esordio letterario di Melissano. Un esordio fortunato, dal momento che il libro si presenta, oltre che con una elegante copertina, opera di Gigi Specchia, anche impreziosito da una dotta Prefazione di Pino Mariano e da una prestigiosa Postfazione di Giuseppe Orlando D’Urso.  Quest’opera è divisa in quattro sezioni, ciascuna recante un’epigrafe che apre i canti: la prima sezione, Corianu e llu Salentu, con un’epigrafe di Pino Mariano; la seconda, che dà il titolo al libro, con un’epigrafe di Giuseppe Ungaretti; la terza, intitolata Risu maru, come il famoso film di De Santis con Silvana Mangano, con un’epigrafe di Jean de Santeuil, ovvero Castigat ridendo mores; la quarta sezione, Finca ca libertà cerca lu core, con un’epigrafe di Pablo Neruda, tratta da “Confesso che ho vissuto”. Della silloge, forse per consonanza d’intenti, mi colpì molto la terza sezione, quella dedicata alla satira, nella quale Melissano traccia da par suo una galleria di tipi umani, prendendo spunto dall’ordinario vissuto della sua comunità di appartenenza. Ma i vari personaggi messi alla berlina, come Lu leccaculi, Lu tirchiu, Lu ciucciu sapiente, Lu cane de chiazza, in realtà rappresentano altrettante maschere della commedia umana, sono personaggi fortemente connotati, che diventano perciò stesso universali.

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I Salesiani di Corigliano d’Otranto

di Gianluca Virgilio

Qualche giorno fa sono andato a trovare mio zio, che abita a Corigliano d’Otranto. Non lo vedevo da molto tempo, e quando stavo per congedarmi da lui, mi ha regalato un libro, – il libro dei Salesiani, ha detto -, raccomandandomene la lettura. Mi ha mostrato, sfogliandolo, una delle molte fotografie che corredano il volume, in cui è ritratto anche lui in gioventù, all’incirca verso il millenovecentocinquanta, mentre posa come calciatore della squadra di don Bosco. L’ho ringraziato e gli ho risposto che l’avrei letto volentieri, anche perché l’argomento mi riportava indietro di tanti anni, quando accompagnavo mia madre a Corigliano dai nonni e, siccome in casa mi annoiavo, i parenti mi spingevano ad andare all’Oratorio dei Salesiani, dove c’era sempre qualcosa da fare: una partita di biliardo, di calcio e cose di questo genere. Per la verità, all’Oratorio di Corigliano mi sentivo un po’ a disagio, perché, provenendo di Galatina, non conoscevo nessuno e nessuno mi considerava; allora preferivo andarmene al cinema pubblico – Cinema Italia o Supercinema, non ricordo più -, pagavo il biglietto, un po’ più costoso di quello che facevano pagare i Salesiani, e me ne stavo da solo, per un paio d’ore, nel buio della sala affumicata a guardare le immagini luminose che mi scorrevano davanti. Ma l’edificio monumentale dei Salesiani, scurito dal tempo, mi era familiare, perché vi lavorava mia zia, e io e mia sorella immancabilmente correvamo a trovarla quando si andava a Corigliano in orario di lavoro. Mia zia, immersa tra montagne di lenzuola fresche di bucato, da stirare e rammendare, senza smettere di lavorare, ci raccontava di tutto il ben di Dio che c’era nelle stalle e nei magazzini e nei campi, orti e frutteti dei Salesiani, tutta roba che il barone religiosissimo aveva donato tanto tempo prima, che lei non era ancora nata. Ancor oggi, se ci penso, l’edificio monumentale e scuro dei salesiani occupa il mio immaginario, come quel luogo dietro il quale si aprono giardini incantati, popolati di uccelli e altri animali domestici chiusi in ampie gabbie, galline e anatre e oche e conigli, cui era possibile dar da mangiare un ciuffo d’erba strappato da un’aiola di rose, di gladioli e di bocche di leone. Erano i primi anni settanta ed io avevo all’incirca una decina d’anni: ora non saprei dire se queste cose le ho viste davvero oppure le ho immaginate sulla scorta dei racconti di mia zia.

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Di mestiere faccio il linguista 13. Dove nascono le nuove idee: le biblioteche

di Rosario Coluccia

Biblioteca Nicola Bernardini, Convitto Palmieri, Sala-Lettura (Lecce).

Di mestiere faccio il linguista. Di conseguenza, mi interessa ogni iniziativa dedicata alla lingua italiana. Oggi ne presento una, piuttosto importante. Dal 2007, ogni anno,  l’Accademia della Crusca organizza una manifestazione che si intitola «La Piazza delle lingue». Il titolo è trasparente: allude alla volontà  di allargare a un pubblico vasto («La Piazza», appunto) i temi apparentemente ostici o lontani della riflessione linguistica, comunicare e acquisire esperienze. «La Piazza delle lingue» rappresenta un luogo simbolico di apertura, di incontro tra soggetti diversi, tutti variamente interessati. La Crusca esce all’esterno perché la lingua non è di pochi specialisti, appartiene a tutti. Occupandoci in modo serio ma non pedante della nostra lingua, di come parliamo e come scriviamo, ci interessiamo a noi, alla nostra storia e al nostro presente, progettiamo il futuro.

La prima edizione, quella del 2007, si intitolava «Le lingue d’Europa patrimonio comune dei cittadini europei». Alludeva al grande ideale di un’Europa multilingue, abitata da cittadini animati dalla voglia di comunicare e di capirsi reciprocamente. Un’idea quasi profetica, se consideriamo le sciagurate vicende dei nostri giorni, nei quali molti innalzano barriere e muri, con l’illusione  di salvarsi rinchiudendosi nel proprio egoismo nazionale. Di fronte alle terribili difficoltà che oggi il mondo vive, sicuramente noi italiani ci comportiamo bene, diciamolo per una volta senza iattanza. Ci misuriamo con la migrazione biblica che viene dal Mediterraneo richiamando gli altri stati alla collaborazione, senza rinunziare al sogno meraviglioso di un’Europa unita, libera e plurilingue. Lo facciamo, forse con qualche insufficienza ma anche con i nostri meriti: mi auguro che molti abbiano visto Fuocammare (l’hanno dato in televisione pochi giorni fa), il film di Gianfranco Rosi candidato all’Oscar, che ha per oggetto l’isola di Lampedusa e gli sbarchi dei migranti.

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Ora

di Antonio Prete             

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Qui, un asfodelo che sbianca  nella sera,

un meteorite, laggiù, che vortica,

piange, il blu intorno

delle notti senza notte,

e il ronzio implacabile

dell’infinito, 

acceso di scavalcati confini.   

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E’ nell’ora la culla dell’estremo.

[in Menhir, Donzelli 2007]

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Sic rebus stantibus

di Paolo Maria Mariano

Nell’ultimo numero de “Il Galatino”, prima della pausa estiva di questo 2014, Gianluca Virgilio si chiedeva se fosse il caso o meno, alla ripresa settembrina delle pubblicazioni, di continuare la sua rubrica “Come stanno le cose”, i cui interventi sono ora insieme a testi del 2007 e del 2008 nella raccolta “Così stanno le cose”, stampata da Santoro e disponibile nelle librerie e nelle edicole galatinesi. Non si trattava di mancanza di argomenti: la rubrica raccoglieva opinioni, spigolature, vagabondaggi analoghi alle passeggiate di Walter Benjamin, di cui il nostro è appassionato lettore; una materia potenzialmente infinita. Quello che lo frenava era il timore che il discutere in quelle pagine delle cose minime della propria esperienza potesse essere e/o essere giudicato come una forma di narcisismo di cui non importava nulla a nessuno. Implicitamente, quel timore solleva una questione letteraria e una psicologica.

Invitato, ormai è qualche anno, a parlare alla cerimonia di assegnazione dei diplomi in una qualche scuola americana (vado a memoria), Jonathan Franzen cominciò chiedendosi se gli organizzatori si fossero resi conto che chiamare a parlare uno scrittore (in particolare un romanziere) voleva dire avere un relatore che alla fine chiacchierava solo della propria esperienza, sperando che gli altri ne potessero trarre vantaggio. Non credo che le cose stiano proprio così, ma l’indicazione di Franzen è un’ottima approssimazione. Ognuno di noi, infatti, quando scrive, lo fa attraverso la propria cultura, la propria psicologia, se stesso, in sintesi. Perfino la semplice lettura di un testo scritto da altri è filtrata attraverso la precomprensione che si esercita anche solo implicitamente per quello che siamo. Hans Georg Gadamer ha scritto pagine illuminanti in merito. D’altra parte, però, uno scrittore che sia tale, cosciente di attraversare la propria esperienza e quella di chi gli sta intorno, cerca di enucleare (consciamente o inconsciamente ha poca importanza) quegli aspetti che possono avere una natura universale e quindi trascendono il caso singolo: il suo. Questo mi sembra distingua uno scrittore da uno scrivente – la classificazione è di Roland Barthes. Una volta che si riconosce uno scrittore si può poi discutere del grado di qualità che è a lui/lei pertinente, non prima, altrimenti si tenderebbe a perdere tempo.

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Itali-e-ni 19. Super Matteo vs magistrati

di Paolo Vincenti

“Al gran ballo della Leopolda

nella foga della quadriga

e del tango figurato

ba ba ballo disperato

Pippo ci vado io

e parlo con un Matteo…”

(“Al gran ballo della Leopolda” – Edoardo Bennato)

Dopo che per vent’anni Berlusconi ha ammorbato il clima italiano con la sua solfa sulla magistratura politicizzata, con la sua guerra personale contro i giudici, ecco che il menestrello fiorentino, versione 2.0 del “Cavaliere mascarato”, il bischero Matteo, raccoglie il testimone, riprendendo la tiritera, e ci rifila il beverone già forzitaliota, correggendolo al “pd tonic”. Il Pinocchio Renzi non ci va nemmeno per il sottile, proprio come faceva il suo “padre spirituale”. Ma è un film dell’orrore? No, ancora peggio: “Le notti erotiche dei morti viventi”! E’ un porno horror di Joe D’Amato!  In un Paese che sguazza nella monnezza, quale può essere la similitudine più efficace per la narrazione ammannita dal suo governo e dal suo Premier, se non il trash più trash dei b-movies?  Questo potere pornografico, osceno, infatti, opera solo nell’hic et nunc della contingenza, non è quercia forte e tenace, come si illudeva di essere il partito da cui ha preso in consegna l’eredità (Pci-Pds-Ds), è un alberello rinsecchito che non ha radici in terra né rami verso il cielo, non trae insegnamenti dal passato né ha una prospettiva di futuro; ma la tradizione e il progresso, l’ieri e il domani, sono presentizzati nella sua omologante democrazia tecnicistica, nel suo confuso modello di modernizzazione del paese. La partita si gioca ora e non se ne giocherà un’altra. Questa è la convinzione dei players renziani, i quali cercano di portare a casa il risultato, con ogni mezzo. Si scapicollano da una parte all’altra del campo, per sgominare l’avversario e intascare una pronta vittoria, cercando di eludere il controllo dell’arbitro. L’emiciclo è il loro campo di gioco, il Parlamento, l’arena in cui i gladiatori piddini sfoderano i loro muscoli, ma anche la passerella sulla quale i belloni e le bellone del nuovo corso mostrano il loro sex appeal. Questi incantatori di serpenti suonano il piffero mentre si arrotolano su se stessi, e la loro seduzione è fatale. Sono veleno e contravveleno, malattia e cura al tempo stesso. “Riforme, riforme, riforme!” è il loro leit motiv. Ma mentre i governi Berlusconi, che pure le sbandieravano, non sono riusciti a realizzarle, stavolta Renzi vuole attuarle per davvero. È disposto a fare un patto con il diavolo per questo. E se la magistratura, che è eroica e benemerita quando arresta gli sporchi mafiosi berlusconiani, soprattutto se puzzolenti meridionali, ci si mette di traverso, allora son guai!

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Un volume per Gino Pisanò

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