Il tuo nome

di Antonio Prete


Piet Mondrian, L’albero grigio, 1911, olio su tela, Gemeentemuseum Den Haag, L’Aia.

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Una sillaba del tuo nome

si disfa, è cenere, un’altra

è un rivolo di latte nero,

un’altra è ombra impalpabile.

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Un’antifona o lamentazione

nella liturgia dell’assenza

il tuo nome, che ha stirpi e popoli

nel vuoto del suo senso,

che ha stelle e animali

nell’increspatura del suo suono.

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Un nome che riluce come l’agata

o il topazio, come l’ametista,

ma è d’aria, di persa trasparenza

nell’aria, e alla morte di un bambino

è solo gelido vento che viene

dal nord del nulla, gridando senza voce

la sua innocenza, perdendosi poi

sulla riva bianca dove nessuna preghiera

giunge dalla terra, nessun pianto.

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Zibaldone galatinese (Pensieri all’alba) XXVI

di Gianluca Virgilio

Pensare e vivere. Perché un maestro di pensiero, uno che ti insegna a pensare alle cose del mondo, non dovrebbe anche essere un maestro di vita? Esiste cioè un nesso causale tra pensiero e vita? E’ possibile vivere nel modo in cui si pensa oppure c’è qualcosa, un tertium, che interferisce e impedisce questa corrispondenza? Il pensiero non dovrebbe essere unicamente volto ad assicurare all’uomo una vita serena? O forse è vero il contrario, ovvero che il pensiero è esterno alla vita, fuori di essa, estraneo ad essa? In tal caso, il pensiero non va pensato come uno strumento utile alla vita, ma solo come un modo per comprendere la vita; la quale, in ogni caso, va da sé, a prescindere da ogni pensiero. Ma se è così, che senso ha pensare? Forse pensare è il nostro sesto senso. Degli altri sensi ci serviamo per vivere nel mondo, del sesto senso (un sovrasenso, un meta senso) per capire come viviamo nel mondo. Nulla di più.

***

Monstar. Celebre per il suo ponte distrutto durante la guerra dei primi anni novanta, Mostar si mette in mostra con un percorso turistico che si snoda dal parcheggio dei pullman al ponte, alla moschea, fino alla lunga strada dello shopping (il bazar). La serie delle case che si affacciano su questo percorso da mille e una notte nasconde come le quinte d’un teatro i numerosi edifici bombardati o incendiati che non sono stati ristrutturati e rimangono fatiscenti e disabitati. I turisti non li vedono. La nostra guida, Adì, ci ha detto che oggi la società bosniaca è più che mai divisa in etnie (serbi, croati, bosniaci), che vivono separatamente, come non era mai accaduto prima della guerra: scuole e ospedali per ciascuna etnia, pochissimi matrimoni misti, grande diffidenza reciproca. Perciò molti vanno via.

I numerosi turisti amano vedere i tuffatori di Monstar. Sul ponte vecchio (stari Monst), giovani tuffatori sono pronti a buttarsi di giù (più di venti metri) per trenta euro che i turisti raccolgono, facendo tra loro una colletta: vogliono assistere allo spettacolo e provare qualche emozione.

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Acciaio e ghisa

di Evgenij Permjak   

Si riversò con un flusso fiammante dal caldissimo altoforno il bollente Acciaio. Brillò in stelle d’oro, si freddò in costosi lingotti e cominciò a darsi delle arie. Si mise a vantarsi davanti alla grigia Ghisa, che, poveretta, per poco non si corrose e non arrugginì dalla vergogna.

«Io» – disse l’Acciaio, – «sono inossidabile, sono l’ottimo prodotto di una fusione molto ingegnosa, non scurisco mai, rimango per sempre lucido e brillante! Sono duro e resistente come un diamante, pur avendo la flessibilità di una serpe! Sono tanto temprato da non spaccarmi mai. Tagliare, forare, limare, tutto posso fare, sono ottimo per qualsiasi utilizzo. Se vuoi divento una spada, se vuoi, un ago! Se voglio mi distendo a ponte. Se voglio corro in binari. Lavoro in una macchina, non mi spezzo. Ma se voglio mi piego, mi curvo tutto in una molla. Non sono come te, Ghisa grigia! Che servi soltanto per fare le piastre e le padelle da cucina, e, semmai, per far costruire dei bancali di seconda scelta per le macchine e per i pignoni delle trebbiatrici! Non sei forgiabile, né adatta per essere lavorata, sei friabile come il ghiaccio. Tu non sei un metallo all’ultimo grido!»

L’Acciaio parlava e parlava in questa maniera, per tutto il reparto di una fonderia, per glorificare soltanto se stesso. Dicendo che avrebbe volato sotto forma di un aereo, avrebbe navigato sotto le sembianze di una nave, elencò ogni oggetto che sarebbe potuto divenire in futuro… Non trascurò nulla, si ricordò persino che presto sarebbe diventato il pennino di una penna stilografica. Sarebbe divenuto la piccolissima lancetta di un orologio. Non si dimenticò nulla. Disse di sé una marea di cose stupende. Non appropriandosi affatto di quel che a lui non apparteneva. C’era nel suo suono d’acciaio la verità vera.

Si sa che l’Acciaio supera di gran lunga la Ghisa. Proprio per questo fatto non si sarebbe dovuto dimenticare che altro non era se non un figlio naturale della Ghisa e che, pertanto, le sarebbe dovuto essere molto riconoscente…

Ma per il resto, è tutto giusto, se non si prende in considerazione la coscienza!

[Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti]

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Saggi di critica della politica economica – Anno 2015

di Guglielmo Forges Davanzati

 Il declino economico italiano e le politiche industriali: una nota

[Questo testo è la trascrizione della relazione tenuta in occasione della presentazione del libro di G.Viesti e D. Di Vico (Cacciavite, robot e tablet. Come far ripartire le imprese) alla libreria Gilgamesh di Taranto – Associazione “Siderlandia” – il 9.1.2015. Leggilo anche in www.siderlandia.it]

Con la massima schematizzazione, si può rilevare che, nel dibattito sulle cause del c.d. declino economico italiano, le due tesi più accreditate sono le seguenti. Da un lato, vi è chi sostiene che esso dipende dall’eccessivo debito pubblico e dall’esistenza di un settore pubblico ipertrofico e poco produttivo; dall’altro vi è chi ritiene che esso sia imputabile, in ultima analisi, all’ingresso nell’Unione Monetaria Europea e alla conseguente adozione dell’euro, che, impedendo la svalutazione, avrebbe ridotto la domanda interna a causa della contrazione delle esportazioni. Ciò che accomuna queste posizioni è il ritenere che la recessione italiana trovi le sue cause in vicende che si sono determinate in un passato relativamente breve, e il ritenere che il declino italiano abbia una radice monocasuale.

In quanto segue, si proverà a mostrare, per contro, che il declino economico italiano è semmai da imputare a una dinamica di lungo periodo e che si è manifestato con la massima intensità in questi ultimi anni a seguito di un shock esogeno (l’esplosione della bolla dei mutui subprime negli USA come esito dell’accelerazione dei processi di finanziarizzazione) innestatosi su una struttura produttiva la cui fragilità era palese già da almeno un ventennio.

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Anticlericalismo

di Gianluca Virgilio

Lo storico Mario Casella ha raccolto tre articoli già apparsi tra il 1987 e il 2000 negli “Itinerari di Ricerca Storica”, rivista del Dipartimento di Scienze Storiche dal Medioevo all’Età Contemporanea dell’Università del Salento, diretta da Bruno Pellegrino, pubblicandoli sotto il titolo Chiesa e società in Italia tra fascismo e democrazia, con sottotitolo Il conflitto sulla laicità dello Stato (1943-1948), Congedo Editore, Galatina, 2008, pp. 410. Come si comprende subito da titolo e sottotitolo, si tratta di un tema spinoso, anzi spinosissimo, poiché tocca argomenti di grandissima attualità (si pensi al caso Englaro e al testamento biologico, e alle dichiarazioni di Benedetto XVI sull’uso del profilattico). La disposizione dello storico, che sempre dovrebbe essere sine ira ac studio, rischia di essere turbata dagli eventi dell’attualità che suscitano in ognuno di noi inestricabili e dannose passioni partigiane. In effetti, Casella non fa nulla, già nella Introduzione (pp. 5-11), per sganciare l’oggetto del suo studio dalla per così dire politica militante, subito invitando il lettore a paragonare “i contenuti e l’asprezza dei toni”, che contraddistinsero la polemica tra la Chiesa cattolica e una parte del mondo politico negli anni quaranta del Novecento, alle recenti vicende della “Sapienza”, dove “nel gennaio 2008, alcuni professori e studenti (sedicenti “laici”, ma in realtà “laicisti”) hanno costretto Papa Benedetto XVI ad annullare la sua prevista visita all’Ateneo romano per l’inaugurazione dell’anno accademico” (p. 5). Nella nota n. 1 della stessa pagina d’apertura, Casella precisa quale sia l’intelaiatura ideologica del suo pensiero, tutta fondata sulla distinzione tra “laico” e “laicista”: “A mio avviso, è necessario distinguere tra “laico” e “laicista”: il primo mostra con i fatti di non avere pregiudizi nei confronti di chi non la pensa come lui, di essere sinceramente disposto a rispettare i “diversi” e a confrontarsi con loro; il secondo, ritenendo di essere sempre nel vero e nel giusto, non ama mettersi in discussione ed essere contraddetto, e soprattutto dimostra disprezzo e intolleranza verso chi dissente da lui”. Per essere più precisi, giacché Casella avverte l’esigenza, prima di ogni discorso, di chiarire il suo punto di vista, riporto anche quello che l’autore aggiunge nella nota n. 3 della stessa pagina: “A mio modo di vedere, del mondo “laico” fanno parte non solo non credenti variamente ispirati, ma anche quei credenti, sacerdoti compresi, che si mostrano sinceramente rispettosi della distinzione (non separazione!) tra Chiesa e Stato, tra religione e politica, tra la sfera di Dio e quella di Cesare”.

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I funerali di Kobe Bryant

di Pietro Giannini

Per chi le lacrime – sotto le cupole del Center?

Per chi le parole – davanti ai microfoni sensibili?

Per chi i canti – accompagnati da balli

di majorettes fiorite?

Forse per Kobe Bryant e per Gianna?

No. Kobe e Gianna sono nel cimitero

e non osiamo nemmeno immaginare

che cosa travaglia i loro corpi.

La vita di Kobe e Gianna

(e degli altri che appena ricordiamo)

si è spenta nel terrore della caduta

nel dolore dell’impatto

nella resa dello schianto.

Essi non sono più

o sono in qualche terra benedetta

dove vagano immemori di tutto

danzando portati dal vento

come vele sospinte dal soffio

d’una inspiegabile felicità.

E allora: perché si piange, si parla, si canta

nel Center?

Si piange per noi che restiamo

per il nostro dolore,

si parla per sentirsi vivi

per dire che ci siamo,

si canta per lenire l’amarezza

per l’esorcismo della paura.

Insomma, è per noi

che piangiamo, parliamo, cantiamo,

perché sappiamo che la morte

ora di Kobe e Gianna

sarà la nostra morte

e non potremo sfuggire;

cadremo anche noi dall’elicottero

e saremo anche noi soli.

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Rainer Maria Rilke. Incerta, dolce, priva d’impazienza

Unsicher, sanft und ohne Ungeduld

di Antonio Prete



Ermes, Euridice e Orfeo. Bassorilievo in marmo di epoca romana, copia di originale greco del 410 a.C., conservato presso il Museo archeologico di Napoli.

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.

È il verso che chiude la poesia di Rilke dal titolo Orfeo, Euridice, Hermes. Novantacinque versi che, con un andamento insieme drammaturgico e meditativo, con rilievi fortemente figurativi, rivisitano e interpretano il mito di Orfeo che scende nell’Ade per tentare di riportare tra i viventi la donna amata, sorgente e vita del suo canto: il cantore, a un certo punto del sotterraneo cammino, infrange il divieto di voltarsi, condizione imposta dagli dei, così Euridice è ripresa nel regno dell’oscuro.

Scritto nel 1904, molto prima, dunque, della grande stagione delle Elegie duinesi e dei Sonetti a Orfeo, il testo poetico muove da un bassorilievo presente nel Museo Archeologico di Napoli che raffigura i tre personaggi del mito. Come nel verso qui scelto, così in tutto il testo poetico, Euridice appare avvolta in una sua lontananza, che è lontananza dal desiderio stesso.

Figura d’ombra: tuttavia abitata da un sentire che è come un’increspatura astratta di quel che è stato. Un dopo-la-vita che è percezione, ancora, della vita, ma da una soglia di sopravvenuta imperturbabile quiete. Un oltretempo che fa venire alla mente la domanda gelida ed estrema del leopardiano Coro dei morti: “Che fu quel punto acerbo /che di vita ebbe nome?”. Il verso che chiude la poesia era già riapparso nel corso della composizione quando il poeta descriveva Euridice, con il passo “costretto in funebri bende”, la mano nella mano del dio, “chiusa in sé come alta speranza”. Ecco la strofe, in una mia traduzione (raccolta nel quaderno L’ospitalità della lingua):

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Dialogando con Aldo Vallone 3. Dante Alighieri

di Augusto Benemeglio

1. Al Bar Italia

“Dante  aveva dentro di sé il poema essenziale delle cose, una memoria prodigiosa che non teme confronti neanche coi computer di oggi, e il senso profetico del mistero”, -così mi dice uno dei massimi studiosi di Dante, il prof. Aldo Vallone, ordinario di letteratura italiana all’università Federico II di Napoli e direttore de “L’Alighieri” e “Casa di Dante”, mentre passeggiamo per il Corso, a Gallipoli, in una sera di fine Giugno del 2001, col cielo che è un’incudine dalla fronte rosa, come capita  spesso di questa stagione. Ci fermiamo al Bar Italia e prendiamo un caffè in ghiaccio. Il professore ammicca con quel suo sguardo buono e profondo, sorride, “Oggi parliamo del degrado etico politico morale dei nostri tempi, ma ci si dimentica del passato; è stato sempre così. Dante scrive anche  per individuare le cause generali che avevano condotto al progressivo intollerabile degrado della situazione politica d’allora; mette sotto accusa la decadenza e corruzione dell’intera società del suo tempo, dove  si commettevano nefandezze e atrocità  d’ogni tipo. Pochi signorotti erano  padroni della vita e della morte di migliaia di esseri umani, erano al di sopra di qualsiasi legge, altro che immunità parlamentare! Quei  mali non avrebbero potuto essere eliminati se non attraverso situazioni politiche al di sopra dei particolarismi municipali e attraverso una palingenesi di valori etici e umani. Per dire tutto ciò, e altre milioni di cose che gli affastellano la mente, gli irrompono da ogni dove e lo tengono sveglio inquieto ossessionato giorno e notte, Dante sperimenta  altre forme di espressione e comunicazione letteraria. Cerca un lessico più vario, un linguaggio che abbia la forza dirompente di un laser e che sia fatto di immagini; ogni  immagine deve essere  tesa, fulminante,  concentrata, tale da permettere di riassumere il concetto, o il  personaggio  trattato, in una sola battuta. E’ qualcosa di unico, pazzesco, un  vero e proprio miracolo che non potrà mai più ripetersi in tutta la storia della letteratura. Leggere Dante è come scoprire un  pianeta affascinante e irresistibile, non c’è momento dell’esperienza esistenziale di cui la Commedia non rechi testimonianza; non c’è aspetto del sapere e quasi direi del lavoro umano che non sia in qualche modo evocato; non c’è potenzialità della lingua che non vi trovi una messa in atto,  Dante è una miniera inesauribile, un’enciclopedia sempre da scoprire, la poesia più alta che io conosca. Ci si passa una vita intera, come ho fatto io, nel pianeta Dante, e non basta. Leggerlo, studiarlo è anche una fatica interminabile in cui ogni successo ci allontana sempre più dalla meta. Io ancora lo studio e scopro sempre cose nuove, scopro ad esempio che i letterati di oggi sono ancora dietro Dante in  quanto a modernità lessicali…figurati!

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Presentazione di “A maggior gloria di Dio”, a cura di Paolo Vincenti. Matino, 17 settembre 2020, h. 20:00

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In principio era… Montesardo

di Francesco D’Andria

Confesso che mi aveva lasciato interdetto la domanda rivoltami, a bruciapelo, da Paolo Torsello, in occasione di una visita nella sua Montesardo: “Ma dove inizia la Messapia? Da sud o da nord?”. Mi era sembrata una domanda oziosa e un po’ provocatoria e non avevo risposto. Poi abbiamo iniziato, insieme a Raimondo Massaro, il percorso nei punti in cui ancora si conservano le tracce di un abitato importante della Messapia antica, sfuggite ancora miracolosamente al disordine urbanistico attuale, che tende a cancellare lo straordinario paesaggio del Capo di Leuca. Siamo saliti all’acropoli, definita enfaticamente la “cima”, se non proprio la vetta, delle Serre salentine ed effettivamente, dall’alto dei suoi 184 metri di quota, si domina un vasto territorio, costellato di centri abitati; da questo punto lo sguardo raggiunge ad est il mare, all’ingresso dell’Adriatico, e, verso occidente, si può riconoscere il blu del mare Ionio e le alture che sovrastano il capo di Leuca. Ed ho compreso il senso di quella domanda, pensando che nel Medioevo questo era il Finis Terrae dell’Italia: così era indicato il Santuario di Santa Maria sulla punta estrema del Salento, la Vergine de finibus terrae appunto. Ma nell’Antichità questa terra costituiva il punto di inizio, quando le navi che provenivano dalla Grecia e dall’Anatolia, dirette verso l’Occidente, scorgevano le bianche scogliere di Leuca (in greco significa bianco) punto di riferimento nella navigazione. Era il secolo ottavo prima di Cristo e iniziava un capitolo nuovo nella storia della civiltà europea: il capo di Leuca era “Porta”, su ambedue i versanti costieri, quelli che guardavano a nord, verso la foce del Po, e quelli ad est, verso lo stretto di Messina ed il Golfo di Napoli.  Per gli antichi tutto questo era evidente se il Padre della Storia, Erodoto, dedica un’ampia narrazione alle origini del Salento dove erano giunti naufraghi, dopo una tempesta che aveva distrutto le loro navi, i Cretesi di ritorno da una spedizione in Sicilia. Si erano stabiliti in questa parte della penisola salentina e vi avevano fondato una città con il nome di Hyrie, che il geografo Strabone, nell’età di Augusto, collega a Vereto. Origini nobilissime, che meriterebbero una maggiore considerazione, anche perchè Montesardo costituisce il centro dominante di un vasto territorio, dove si potrebbe identificare proprio la città di Hyrie di cui parlano gli antichi scrittori.

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