Ital(i)eni 10. Decadenza

di Paolo Vincenti

“I funzionari dello stato italiano

Si fanno prendere spesso la mano

Inizian bene e finiscono male

Capita spesso che li trovi a rubare

E fanno cose che stan bene solo a loro

A usufruire di vantaggi esagerati

Così abbandonano ogni tipo di decoro

E si comportano come degli impuniti

Questa è la cumbia

La cumbia di chi cambia

La cumbia di chi cambia”

( “La cumbia di chi cambia” – Jovanotti- Adriano Celentano )

“In questa decadenza
Le persone non hanno chance
C’est la décadence
C’est la décadence”

(“La decadenza” – Ivano Fossati)

L’osceno del villaggio è a piede libero. Si aggira fra di noi, è il concentrato dei vizi e delle dissolutezze degli italiani, è il fenomeno da baraccone nel gran Circo Barnum della nostra nazione. È una maschera tragica e comica di quest’italietta lunga lunga e stretta stretta, è il mostro che aspetta al varco della nostra addomesticata e borghese serenità. L’osceno è lo “scemo più scemo” del villaggio globale degli anni Duemila. Per Nonciclopedia (contraltare online satirico ed irriverente della più nota Wikipedia), “Lo scemo del villaggio è un individuo che rallegra la vita dei concittadini urlando e urinando per strada. Vive nelle piazze e dorme sulle panchine, ma a differenza del barbone non chiede soldi, ha una casa che non occupa mai e le gote di un acceso colore rossastro. Potrebbe sembrare che sia perennemente ubriaco, infatti è così.” Continua a leggere

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Serge Boularot. Opacité et Transparence

di Annie Gamet

La recherche d’une illustration pour la couverture du livre La vie nue, qui soit belle, chargée de sens et susceptible d’entraîner le lecteur dans l’univers de l’auteur, Gianluca Virgilio, crée l’occasion d’une nouvelle rencontre avec l’œuvre de Serge Boularot.

En 2014, le choix de la sculpture Alter ego pour la couverture du livre Résonances Salentines s’était déjà imposé comme une évidence. Je ne reviens pas sur le contenu du recueil, ni sur les circonstances de sa parution expliquées dans l’introduction du livre. Je dirai seulement que lorsque Walter et moi avions proposé à Gianluca de regarder les photos des dernières créations de Serge, représentations de corps ou morceaux de corps sculptés dans une terre durcie, noircie par la cuisson raku, l’écrivain avait d’emblée ressenti cette sorte d’affinité rare entre sa propre voix et celle d’un artiste pourtant très éloigné de lui par la géographie et par le moyen d’expression. La grande image d’homme debout fièrement dressé sur son socle à la géométrie froide et rigoureuse, comme sur une marche d’appui pour affronter le monde, lui résister, le dominer peut-être, ne rien lui céder, mais si fragile dans son émouvante nudité mutilée, invite à une profonde méditation sur le temps et la mémoire, dans l’intimité de la confidence. Elle enrichit notre perception de la statuaire gréco-romaine telle que les fouilles archéologiques nous l’ont transmise, figures humaines en morceaux, sans bras, sans visage et dont chaque vestige isolé, rendu à son unité essentielle, peuple d’autant plus intensément notre monde intérieur. Le Temps, ce grand Sculpteur, écrivait Marguerite Yourcenar, il est là à l’œuvre dans l’imaginaire de l’artiste qui parvient à nous le faire éprouver. Le contraste entre la matière lisse, solide, intacte, comme incorruptible qui compose la partie inférieure du corps et semble avoir traversé les siècles sans dommage, ou être prête à le faire encore, rend d’autant plus touchant le torse à la surface rongée, tourmentée, la peau écorchée, jusqu’à la blessure rouge qui creuse la poitrine, mon cœur mis à nu tel que le voulait Baudelaire abîmé dans la création poétique à la recherche de ses ténèbres intérieures, là où bat la vie, désirée, toujours mystérieuse même sous la carapace rompue. Continua a leggere

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Perché Baricco ha ucciso gli dei

di Gianluca Virgilio

Un monologo il cui contenuto si riduce a una sfilata di oggetti – questo è il romanzo contemporaneo.

M. Cioran, Quaderni 1957-1972.

Il libro di Alessandro Baricco dal titolo Omero, Iliade, Feltrinelli 2004, ha la grande ambizione di riproporre in forma attualizzata il poema omerico della guerra di Troia. Come dice lo stesso Baricco nelle pagine introduttive, il suo scopo è di “recuperare quella storia riportandola nell’orbita delle narrazioni a noi contemporanee” (p. 8).

Nessun dubbio filologico, dunque, nessuna pretesa storicistica. L’Iliade è un racconto privo, ormai da gran tempo, di copyright, e Baricco ha tutto il diritto di manipolarlo a suo modo facendone una “narrazione a noi contemporanea”. Il filologo e lo storico la smettano di storcere il naso, e se non hanno voglia di fare un tuffo nella “contemporaneità”, ritornino pure ai loro studi ammuffiti. Questo libro è fatto per il lettore comune, non per quella strana genìa.

Sennonché, il lettore comune si convince ben presto che è proprio lui il destinatario dell’opera e che tutta la fatica di Baricco è volta a raggiungerlo direttamente con la proposizione di un racconto che, essendo “contemporaneo”, nel mentre narra la storia di Ettore e Achille, proprio di lui parla, di un lettore talmente “contemporaneo” che potrebbe figurare tra i protagonisti della storia! Si sa, in limine ha buona ragion d’essere una captatio. Del resto, a riprova di ciò, basti leggere a p. 8 la definizione dell’Iliade come di una “umanissima storia”, ovvero storia di tutti gli uomini, antichi moderni e “contemporanei”, senza troppe filologiche sottigliezze.

La premessa, dunque, è questa: lettore, l’opera parla di te!

Leggo dalle avvertenze iniziali: “Se quindi si tolgono gli dei da quel testo [l’Iliade], quel che resta non è tanto un mondo orfano e inspiegabile, quanto un’umanissima storia in cui gli uomini vivono il loro destino come potrebbero leggere un linguaggio cifrato di cui conoscono, quasi integralmente, il codice.” (p. 8) Continua a leggere

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Camminare

di Paolo Maria Mariano

Il cervello umano è una macchina lenta. Non reagisce bene all’accumulo frenetico e compulsivo d’informazioni. Ha necessità che le nozioni macerino e decantino, che creino un humus, il substrato della comprensione e dell’invenzione. Per questo ha bisogno di tempo.

Oltre a essere un esercizio fisico, quello che è per tutti indispensabile, per taluni un desiderio ossessivo, camminare è un modo di appropriarsi di quel tempo che ogni riflessione richiede (o almeno ci pare che così faccia) per non essere destinata all’insieme degli orpelli fugaci. Certo, le informazioni acquisite possono decantare mentre siamo in poltrona o tra le coltri del letto disponibile più vicino; tuttavia, il camminare unisce alla riflessione la dinamica del corpo fisico, sviluppata nei limiti del corpo stesso, senza l’aiuto decisivo di strumenti esterni, scarpe e calze a parte, senza frenesia, e in questo la riflessione stessa può essere stimolata.

Camminare è un modo d’apprendere anche lasciando che i ricordi affiorino, portati dagli stimoli della luce, del terreno, del vento, forse uno di quei quattro che Nick Hunt si è sforzato d’incontrare camminando per l’Europa, per poi scrivere il suo Dove soffiano i venti selvaggi. Un viaggio all’inseguimento di Helm, Bora, Föhn e Mistral (Neri Pozza, 2018), ma forse anche altri refoli d’aria che, aspirati (perché il vento non soffia ma è aspirato), ci attendono furtivi dietro l’angolo o c’investono violenti e indifferenti o quasi ci accarezzano. Per cercare Helm, Hunt ha camminato da Penrith a Kirkland, passando per la cresta dei monti Pennini settentrionali, la “spina dorsale” d’Inghilterra. Per la Bora i suoi passi l’hanno portato da Trieste al monte Mosor, oltre Split, lungo un percorso che costeggia le Alpi Dinariche sul fronte est del mare Adriatico, un cammino verso il meridione balcanico compiuto per un pezzo in nave. La ricerca di Föhn, il vento caldo del sud, aspirato sulle Alpi, l’ha spinto attraverso la Svizzera, da Zurigo a Ginevra, passando per Chur. Infine Mistral, il vento meridionale francese: Hunt l’ha inseguito da Valence alla pianura desolata della Crau, l’unica steppa dell’Europa occidentale. Il racconto che ne è emerso è costellato di paesaggi, di ritratti di persone incontrate, di narrazioni che la tradizione tramanda, di eventi storici. Lo stile di Hunt non indulge all’enfasi: ha il ritmo dei passi e una solida concretezza che ha accompagnato il suo progetto romantico. Continua a leggere

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Il mistero del mondo che scienza e poesia vorrebbero svelare

di Antonio Errico

Il mondo è pieno di mistero, dice il fisico Carlo Rovelli. “È pieno di emozioni di cui non riusciamo a parlare, di fenomeni complessi che non sappiamo spiegare, di galassie lontane in cui non sappiamo che cosa ci sia. Poeti e scienziati esplorano pezzetti del mistero e creano linguaggi per cercare di afferrarne dei pezzi. Poi i mezzi sono quanto di più diverso ovviamente, e soprattutto è diverso il modo di verificare l’efficacia di quanto si costruisce. Un poeta è efficace quando le sue parole ci toccano, ci emozionano, ci parlano. Uno scienziato è efficace quando le sue teorie permettono di prevedere il futuro, di costruire cose che prima non c’erano, eccetera. Ma la spinta è la stessa: andare verso il mistero”.

Probabilmente scienza e poesia cominciano sempre sulla soglia dell’incognita, scagliano il pensiero verso paesaggi sconosciuti, a volte soltanto immaginati, altre volte neppure immaginati, sognano di proiettarsi oltre la siepe, di giungere ad altezze dalle quali neanche la vertigine è più possibile, di perlustrare la profondità senza misura degli abissi, di spingersi fino al confine di impossibili deserti.

Al principio c’è sempre l’attrazione del mistero.

La Luna è sempre quella stessa Luna, in natura. Lontana e presente, ad un tempo solo. Sconosciuta e famigliare. Oggetto dello stesso desiderio, delle stesse interrogazioni, protetta dall’identico mistero.

Poi, una notte di gennaio del Milleseicentodieci, Galileo riesce ad approssimare lo sguardo alla Luna; con il suo cannocchiale riesce a vedere cose che senza quello strumento non avrebbe mai potuto vedere. Continua a leggere

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Carlo Levi: “M’avete fatto umano”

di Augusto Benemeglio

1. I contadini della Lucania

Ho rivisto in questi giorni il vecchio film (1979) “Cristo si è fermato a Eboli” di Salvatore Rosi, una fotografia quasi fiamminga, un eccellente introspettivo Giammaria Volonté, (forse il più grande attore italiano), un  film ammirevole per intensità emotiva, delicatezza  e sapiente ricostruzione dei luoghi molto neo-realistica, ma anche con una “sordina alla dimensione antropologica e magica del libro di  Carlo Levi, e un accentuazione su quella sociale e politica”, com’è nello stile dei film-denuncia  di Rosi. Quei volti dei contadini della Lucania, spesso in primo piano, sarebbero  piaciuti molto allo scrittore torinese, scomparso pochi anni prima del film, nel 1975. “Noi non siamo cristiani, essi dicono, Cristo si è fermato a Eboli”. E anche Carlo Levi  si è fermato lì, per sempre, seppellito in quelle terre impregnate di sudore, fatica e dolore.

Durante gli ultimi vent’anni della sua vita, il suo studio romano fu una sorta di ambasciata  dei contadini meridionali, o meglio ancora, un avamposto del mondo contadino… ”Le notizie che arrivano al suo studio – scrive il suo grande amico Italo Calvino, –  non si trovano sui giornali… Sono notizie di paesi dove prima dell’alba gli uomini sono in marcia per raggiungere i campi lontani, notizie di lutti, di arresti, di occupazioni di terre, ma anche notizie di filtri d’amore, di incantesimi, di spiriti notturni. Alla sua ambasciata si possono trovare tesori appena giunti da questi lontani re, i formaggi caprini, i vini mielati, i santini di gesso. Talvolta vi si possono incontrare messaggeri: donne nerovestite, giovani dalle scarpe polverose, come se una strada segreta collegasse quei campi  e quei villaggi lontani alla casa del loro ambasciatore. E allora ci prende come una vertigine d’un mondo diverso che ruota nel suo tempo diverso, in un’altra dimensione dal nostro, da noi che seguiamo il tempo dei contachilometri e delle rotative dei quotidiani.” Continua a leggere

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Uscite di sicurezza (parte seconda)

di Edmond Jabès

Ci sono delle parole come “Ahimè!” che, stanche di uccidere, hanno scelto la solitudine.

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Quando gli uomini saranno d’accordo sul senso di ogni parola, la poesia non avrà più la sua ragione d’essere.

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Un’amicizia può essere soltanto uno scambio di lessico.

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Leggenda. I versi sono il frutto che Eva (la poesia) ha offerto un giorno a Adamo. (Per rinascere in eterno da lui).

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Memoria delle parole. Le parole scompongono la memoria.

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Dalla notte alla notte. La mia ambizione è tracciare con segni leggeri l’itinerario della poesia. Ma la linea di partenza si confonde in modo strano con quella di arrivo. Solo una linea di gesso come un colpo di scimitarra nel vuoto. Spiato, sono soltanto occhi dalle enormi braccia : due pupille di follia.

*

In prossimità della poesia, aurora e crepuscolo sono di nuovo la notte, il cominciare e il finire della notte. Il poeta vi getta allora la sua lenza, come il pescatore nel mare, per prendere tutto quel che danza nell’invisibile, miriadi di esseri incolori, senza respiro e senza peso, che popolano il silenzio. Egli s’impadronirà, di sorpresa, di un mondo protetto, di cui ignora i confini e la potenza; soprattutto, dopo averlo conquistato, impedirà a quel mondo di morire; poiché gli esseri che lo formano, come i pesci, preferiscono la morte alla perdita del proprio regno. Continua a leggere

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La poesia: pensare contro l’oblio

di Antonio Prete

“Ogni libro si scrive nella trasparenza d’un addio”, diceva.

Come replicare all’addio di Jabès  -addio alla scrittura, alla vita, ma non alla vita che è nella scrittura-, come replicare a quell’ “adieu” che chiude Le livre de l’hospitalité?

Forse l’eco di quell’ “adieu” è già raccolto dal suono di un’altra parola: “encore”. Ancora, qui, sulla soglia delle parole che i libri di Jabès hanno disposto nel bianco della pagina, dove quelle parole mostrano il vuoto che le sostiene, il vento del  nulla che le scuote, ma anche l’assidua scherma con un’impossibile verità che le  circonda e insidia e seduce.

A quell’ “adieu” si può replicare, dieci anni dopo, raccogliendo le parole di un dialogo sotterraneo e silenzioso che non è mai stato interrotto. Poiché, come Jabès amava sostenere, il dialogo ha inizio dopo il dialogo: si dischiude, in quello che lui chiamava dopodialogo, una conversazione che è risonanza interiore; si accende, nella notte della mancanza, una costellazione di parole nella cui luce quel che è assente risplende di una nuova, trasparente, presenza. Anche nella privazione di un volto -di un volto amico- la  parola del libro è esperienza di una condivisione. Questo dire che nasce dal silenzio, questa prossimità che prende figura nella lontananza  -nell’addio che annuncia e dispiega l’irrimediabile lontananza- hanno il timbro di una necessità che la parola della presenza non ha. Era proprio l’energia della presenza che distingueva Jabès da Char, anche se  una forte amicizia e una contiguità di pensieri e, talvolta, di forme poetiche, avvicinava i due. Continua a leggere

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Uscite di sicurezza (parte prima)

di Edmond Jabès

Cerco, con le parole, di afferrare la poesia;

ma ecco che già s’è rifugiata in esse.

E’ soltanto me stesso, allora, che tormento,

inseguendo la poesia là dove è diventata

la mia voce.

Ogni porta ha come custode una parola. ( Parola lasciapassare, parola magica.)

*

Rendere la parola visibile, cioè nera.

*

La città  emerge dalla pagina bianca. Nella mia strada, credo di tenere la parola al guinzaglio: non è mai un cane che io porto a passeggio.

*

Parole estranee all’uomo, come la qualità del pelo è estranea al gatto, sono comodamente installate nella nostra memoria, parole che ci danno la caccia, parole tiranne. Ma c’è anche una parola che ci salva. E sempre per una parola ci si suicida.

*

Quando non dormi, sei una scatola. Ti muovi davanti ad altre scatole sempre chiuse. La tua voce è una nemica ( o un’amica ? ). La voce è una chiave. Chiunque può raccoglierla. Allora sarai nelle  sue mani. Continua a leggere

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La lanterna di Diogene III

di Giovanni Invitto

La Chiesa conceda il matrimonio ai divorziati

Sono stato pochi giorni fa ad un matrimonio svoltosi in una chiesa del Salento. Tutto era irreprensibile e curato dalla Parrocchia nei minimi particolari della prassi che le compete.  All’uscita, un amico, che è divorziato e vive con una compagna a sua volta separata, mi ha detto: “Se mi si desse la possibilità di risposarmi in chiesa lo farei subito e ne sarai immensamente felice”. È un tema che su questa testata è stato trattato un po’ di tempo fa anche da me, avendo un contraddittore di estrema sensibilità e competenza. Il problema non è semplice. I motivi per i quali una coppia si separa sono molteplici e ogni caso è un caso a sé. Da quello che so, nella nostra realtà una persona separata non è discriminata dalla Chiesa che, anzi, credo abbia ed eserciti il compito di essere vicina anche a chi ha subìto o, addirittura, prodotto la ferita della separazione. Però, contemporaneamente, credo che nessuno si separi a cuor leggero, soprattutto quando la coppia ha dei figli che sono le prime vittime della fine dell’unità genitoriale. Il problema, quindi, non è quello di ignorare che la condizione importante del matrimonio, cioè di uno dei sette sacramenti della Chiesa, non possa essere come un elastico che assume dimensioni e funzioni diverse, ma che rimane sempre e solo quell’elastico. Si tratta di non far sentire estraneo alla comunità ecclesiale chi ha avuto un percorso esistenziale sbagliato ma anche di non far pesare come discriminazione una scelta di per sé non gioiosa né ludica e comunque dolorosa.

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