27 maggio 2019: Centenario della nascita di Andrzej Nowicki

di Gigi Montonato


Andrzej Nowicki

Avrebbe compiuto cento anni Andrzej Nowicki questo 27 maggio. Purtroppo ci lasciò il 1° di dicembre del 2011 all’età di 92 anni. Era nato a Varsavia il 27 maggio del 1919.

Vantava ascendenze nobili, diceva di discendere dalla stirpe dei Sarmati, un popolo iranico, fiero e bellicoso, insediato nelle terre dell’attuale Ucraina al confine con l’Iran. Sarmata – tenne a precisare in una lettera – significa “polacco fedele alla tradizione”. Un suo omonimo arcavolo era stato deputato alla Dieta del 1697 ed elettore del re Augusto II.

Era un uomo di vasta cultura e di solidi principi ma di non poche contraddizioni. Doveva pur convivere con una dittatura! Ben lo sapeva, ma non voleva che per questo fosse in dubbio l’autenticità delle sue scelte.

Professore universitario di filosofia a Lublino e a Varsavia, editore. Fondò e diresse “Euhemer”, una rivista di storia delle religioni. Autore di numerosissime pubblicazioni, conferenziere poliglotta. Aveva intrecciato amicizie con gran parte dell’universo filosofico italiano del Novecento, raccogliendone le testimonianze in un’ipotesi di libro, “L’Italia pensante”, mai pubblicato, che appare da anni a puntate su questo giornale.

Era comunista convinto, materialista e massone. Era stato anche Gran Maestro della Massoneria Polacca. Era contro ogni forma di totalitarismo, sotto qualunque forma si presentasse e perciò anche e soprattutto contro quello della chiesa cattolica. Non si entusiasmò mai per Papa Woityla.

Era un internazionalista e negava le gerarchie in qualunque campo queste si proponessero. Per lui non c’erano paesi importanti e meno importanti, ma paesi e basta, abitati da uomini con eguali diritti ed eguali doveri. Non c’erano autori maggiori ed autori minori, ma autori e basta, tutti da rispettare.

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L’odore della guerra

di Paolo Maria Mariano

L’Esposizione Universale, EXPO 2015, è stata inaugurata a Milano ed è stata pubblicizzata in maniere molteplici da eventi fausti e infausti, i primi spesso di non trascurabile garbo, gli altri emersi forse dal senso di potere che dà la devastazione e la fuga dalla responsabilità su di essa. Servizi televisivi sui vari padiglioni sono frequenti. Tutti cercano di evidenziare i modi con cui i vari paesi hanno inteso il tema dell’esposizione: la distribuzione e la tutela delle risorse alimentari. Quando mi capita di intravederne qualcuno mi soffermo con sincera curiosità. La visione genera interesse e motivi di riflessione. Una volta, però, ha provocato (almeno in me e per quello che può valere) un qualche sussulto, improvviso, lieve, un aggrottare di ciglia. La telecamera stringeva su un’immagine non particolarmente estesa nello spazio: un muro incompleto, costruito con pietrisco inserito tra due reti metalliche, un modo di interpretare con le conoscenze di oggi l’idea dell’opus incertum dell’architettura imperiale romana. Una signora animata da sincero entusiasmo, convinta del proprio lavoro, illustrava quella piccola porzione di padiglione evidenziando la versatilità di quella tecnica costruttiva utile per interventi d’emergenza, per così dire, nei paesi in via di sviluppo. A un tratto, forse pensando d’aumentare l’interesse degli spettatori per quell’istallazione, la signora, gradevole nell’eloquio fin lì, chiese d’un tratto all’intervistatrice se riuscisse a percepire quello strano odore che c’era in quel luogo. “Sa! Si tratta dell’odore della guerra. L’abbiamo inserito per far percepire la situazione ai visitatori.” Cosa?! Che cosa, di grazia, voleva intendere quella signora fin lì apparentemente consapevole?

Mi chiedo, cioè, che cosa intendesse per “odore della guerra”. Che sia l’odore della salsedine a Salamina, o quello del sudore dei cavalli e dei soldati in armatura di un tempo, o quello dell’olio bollente che cadeva dagli spalti, o l’odore del sangue, delle viscere e degli escrementi nelle città d’Europa durante la guerra dei trent’anni?

Qual è, di grazia, l’odore della guerra? Può essere l’odore del fango del sangue e della neve sulla frontiera del Piave, quello del vomito dopo un assalto alla baionetta, quello della nafta dei carri armati nel deserto ai tempi di Rommel e di Montgomery o a quelli dell’Iraq? Che sia l’odore dei forni a gas dei campi nazisti? Ma quel gas aveva odore? E se non l’aveva c’era l’odore della paura. E che odore ha la paura?

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Parco Colletta, Torino, maggio 2019

Parco Colletta, Torino, maggio 2019 (Foto di Giulia Maria Virgilio).
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Una lunga fedeltà

di Gianluca Virgilio

Ci sono scrittori che accompagnano la nostra vita, divenendo tacite guide dei nostri giudizi e comportamenti, a cui rimaniamo fedeli non per assuefazione, bensì per un desiderio di conoscenza che sembra continuamente alimentato dal rapporto con loro. Se non aprissimo più le pagine di certi libri, non tradiremmo questi scrittori-guida, tradiremmo noi stessi, dimenticheremmo quello che siamo e non sapremmo più orientarci nella vita. Questi scrittori sono i grandi scrittori, Dante, Proust, Musil, Leopardi, Gadda, ma sono anche quelli che ci hanno insegnato a leggerli, sono alcuni critici-mediatori, senza l’opera dei quali noi faremmo fatica a capire tante cose. Antonio Prete ha avuto questa funzione nei miei confronti, mi ha insegnato a leggere Leopardi (e non solo) in un certo modo.

Frequentavo l’ultimo anno di liceo quando, nel 1980, vide la luce Il pensiero poetante di Antonio Prete. Naturalmente non ne sentii parlare al liceo dove, quando va bene, le cose arrivano dieci anni dopo. Ma quando di lì a poco cominciarono i miei studi universitari, Il pensiero poetante fu il libro attraverso il quale approdai alla lettura dello Zibaldone, “l’immenso volume”, “quel mio smisurato scartafaccio” (Lettera 1021 dell’Epistolario), che nella mia giovanile immaginazione doveva contenere, come di fatto potei constatare durante un’intera estate, meraviglie più numerose che nelle Mille e una notte. Capivo per la prima volta che non v’è questa gran differenza tra poesia e prosa, tra pensiero e tecniche in cui esso si esprime, capivo Leopardi quando diceva che “uno che per far versi si nutrisse solamente di versi sarebbe come chi si cibasse di solo grasso per ingrassare, quando il grasso degli animali è la cosa meno atta a formare il nostro…” (Zibaldone, 29); soprattutto capivo ciò che rendeva così vive le pagine leopardiane: questo “incontro tra “poesia pensante” e “pensare poetante”, che non dava origine né a una nuova filosofia né a una nuova poesia, ma semplicemente a una terza soluzione, tanto più incompresa in quanto fuoriusciva dal “recinto disciplinato delle discipline” che “non sopporta contaminazioni, scambio di strumenti, mescolanze di procedimenti conoscitivi”: questa terza soluzione era appunto il pensiero poetante (Il pensiero poetante, pp. 87-88).

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Di mestiere faccio il linguista 11. Se la cultura fa audience grazie a Dante

di Rosario Coluccia

Il 17 settembre ero a Ravenna, partecipavo a una manifestazione intitolata «Dante 2021» (www.Dante2021.it). Ormai da vari anni, la terza settimana di settembre, Ravenna ospita questo bel festival internazionale interamente dedicato  alla vita e all’opera del poeta fiorentino. Alla rassegna partecipano ospiti vari, italiani e stranieri, e molto pubblico attento e interessato: siamo ormai alla sesta edizione, il successo è crescente.

L’iniziativa scientifica si deve dell’Accademia della Crusca, che sempre più spesso, accanto alle attività consuete che si svolgono nella sua sede, la fiorentina Villa medicea di Castello (ricerche di vario tipo, pubblicazioni, biblioteca, ricevimento e visite guidate per scolaresche [da concordare in anticipo, naturalmente]) si proietta in azioni esterne, nei luoghi e negli ambienti più vari; ma la manifestazione non potrebbe svolgersi senza il sostegno fondamentale della Fondazione «Cassa di Risparmio di Ravenna». La collaborazione strategica tra un’importante Istituzione scientifica e una lungimirante Fondazione bancaria produce risultati straordinari, che consentono a un pubblico vasto di accostarsi all’affascinante e multiforme universo dantesco.

Perché «Dante 2021» e perché Ravenna? Nel 2021 ricorrerà il settimo centenario della morte del più grande poeta della nostra storia, avvenuta nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321, nell’esilio di Ravenna. Ravenna è una città non molto più grande di Lecce, con straordinari monumenti della civiltà bizantina (San Vitale, Galla Placidia, il Battistero), bella. Bella è anche la nostra Lecce, ricca del barocco e di altre tracce del suo passato. Città storiche e turistiche entrambe, cercate dai visitatori; entrambe, e non è un caso, sono state candidate a Capitale europea della Cultura per il 2019. Ma Ravenna è pulita e ordinata, gestisce bene il turismo. Lecce è spesso sporca (specie nelle periferie), il suo bellissimo centro storico a volte è caotico. Malinconie di un uomo del sud che non si rassegna, che vorrebbe vedere la propria terra rifulgere: si potrebbe, non è detto che al sud «le cose vanno per forza così» (come si sente ripetere). Preciso. Non riesco a individuare differenze reali tra le forze politiche, né tra amministratori e amministrati, se guardo ai comportamenti concreti. Per cambiare, occorrerebbe un cambio generale di mentalità. Il basolato sconnesso del centro storico leccese non è fatalità piovuta dal cielo, indica che le ditte appaltatrici hanno lavorato male o hanno usato materiali scadenti. Di fronte a questo tutti tacciono, disinteressati. E avrei mille altri esempi da aggiungere.

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La semplicità, ovvero l’arte di saper vivere

di Antonio Errico

Così, semplicemente. Forse non esiste più nulla che possa dirsi semplice o che accada così, semplicemente.

I fatti, le storie, le cose, i fenomeni, gli eventi, i rapporti con gli altri e anche quelli con se stessi, sono tutti sempre più complicati, sempre più un groviglio, un intrico, una tortuosità, un labirinto, una confusione. Ma non vale cercare una motivazione nelle teorie, e nelle realtà, della società complessa. Non vale. La complessità è una condizione diversa da quella della complicazione: soprattutto è diversa dalla complicazione artificiosamente determinata.

Non c’è alcun dubbio che il tempo che attraversiamo generi situazioni probabilmente complesse nella forma e nella sostanza, e comunque più complesse rispetto a quelle generate dai tempi precedenti. Non si può nutrire neanche dubbio sul fatto che con la complessità del tutto sia indispensabile stabilire un confronto propositivo, produttivo, creativo.

Però, diventa necessario anche considerare che alle volte noi facciamo sforzi disumani per riuscire a complicare la semplicità, per trasformare in tortuoso quello che è lineare, in difficile ogni cosa facile. Fino al punto da sentirsi sopraffatti, dispersi negli intrichi delle complessità che noi stessi elaboriamo e con cui facciamo ogni giorno i conti.

Così, nel tempo delle più o meno inevitabili complessità, probabilmente risulta ormai indispensabile intraprendere un processo di ricerca della semplicità, nei modi e nelle forme che per questa ricerca sono possibili, praticabili, propositivi, produttivi, necessari e funzionali ad una attribuzione di valore esistenziale alle cose che si fanno. Certo, si potrebbero usare i termini in voga di efficienza, efficacia, economicità. Ma ora, qui, noi vogliamo dire valore esistenziale, cioè dell’esistenza, cioè del vivere ogni giorno. E’ diverso. Probabilmente meno impersonale. Probabilmente meno indifferente. Riduce, o azzera, il livello di pretestuosa complessità.

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Antonio Mellone, Sceneggiate banconapoletane

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Franco Melissano favolista

di Luigi Scorrano

Ci ricorda Franco Melissano che l’essenza del fiabesco è una cascata di candore dell’animo talmente trasparente da produrre musica in forma di parole zampillanti da una sorgente sotterranea. Questa è l’impressione che ne portiamo immediatamente quando leggiamo una fiaba. Potremmo deliziare la nostra immaginazione tenendo conto che l’immaginazione ci consente, e lo vedremo alla conclusione, di essere partecipi della storia che abbiamo letto e che spetta a noi di concludere. Vedremo, e leggeremo e studieremo Propp e la sua Morfologia della fiaba, scopriremo i fratelli Grimm,né trascureremo un classico come il virgiliano Il ramo d’oro di Frazer e le fiabe di Italo Calvino e l’impareggiabile Lo Cunto de li cunti del gran Basile, e chiameremo a raccolta nelle loro pittoresche divise l’Orco, Cenerentola, la Bella e la Bestia o Pollicino e tanti altri: il mondo magico dell’infanzia. Ci capita, certo, di non trovarci proprio a nostro agio in quel mondo fantastico, per il fatto di immaginarlo tutto buono e ci accorgiamo, invece, che esso è esattamente come il nostro. Questo ci dice Franco Melissano nel suo delizioso libro di fiabe che respirano l’atemporalità in cui si collocano i fatti e si valgono di un linguaggio nel quale si può riversare una lingua antica e nuova, quella che ci vuole per fare credibile il meraviglioso che potrebbe lasciare dubbiosi su quello che un narratore trasmette costruendo la magia del suono. Tutto si svolge dentro una luce ferma, dentro un’atmosfera sospesa. Facciamo qualche esempio. Gli abitanti dei due paesi divisi da un ponte invalicabile finiranno per superare quel che li divide e vivranno d’amore e d’accordo quando si saranno reciprocamente riconosciuti: questo ha prodotto il confronto, questo ha prodotto il risultato di una benefica reciproca conoscenza; protagonisti in cerca di tesori (tema canonico) cercano un tesoro sul quale il diavolo ci mette la coda; una tenera storia d’amore s’intreccia tra un nibbio e una gattina… Insomma, un percorso fiabesco che attinge al repertorio noto della fiaba ma rinfrescando temi e motivi delle singole narrazioni. Però… ci sarà sempre un però, distintivo del quale non si può non tenere conto: ed è quello della felicità di un narrare come davanti ad un gruppo di bambini che immaginiamo con gli occhi sgranati sul narratore e l’attenzione tesa sulla vicenda che egli racconta ….

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La Giornata della Biodiversità

di Ferdinando Boero

Povera biodiversità: il 22 maggio è la giornata mondiale dedicata alla biodiversità. Ma non se ne parla molto, neppure nella sua giornata! Figuriamoci le altre. Forse il motivo è che le notizie sulla biodiversità sono deprimenti e allarmistiche. A rischio una specie su cinque, si legge da qualche parte. In altri posti trovo che si estinguono tantissime specie, tutti i giorni. Ora vi svelo un segreto: non è vero. O meglio, se sentite queste affermazioni provate a chiedere: ah, dimmene cinque, marine, che si siano estinte negli ultimi 20 anni. Cinque. Non minacciate… dimmi quelle estinte! Vedrete che non ve le sapranno dire. E quindi tutto a posto? Ma no, significa solo che, anche se ne parliamo tantissimo, e sempre con toni catastrofici (le estinzioni di massa), non ne sappiamo gran che. Fino ad ora abbiamo descritto circa due milioni di specie. Tenetevi forte: si calcola che il pianeta ne ospiti otto milioni. Significa che ci sono sei milioni di specie (più o meno: è una stima) che ancora non abbiamo scoperto. E sapete perché non le stiamo scoprendo? Perché lo sforzo (in termini di finanziamento alla ricerca) per rispondere alla domanda “quante specie ci sono sul pianeta?” è minimo. La scienza di base per esplorare la biodiversità è la tassonomia: sta scomparendo dalla comunità scientifica. Da una parte ci sono dichiarazioni altisonanti che denunciano il disastro della biodiversità, dall’altra non spendiamo quasi niente non dico per salvarla, ma almeno per fare l’inventario. Continua a leggere

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Fiabe 1. Il cane della principessa

di Franco Melissano

Il re malediceva il giorno, l’ora e il momento in cui aveva deciso di regalare un cagnolino a sua figlia.

Aveva creduto in tal modo di allietare le giornate della giovane principessa; invece quell’animale, dopo pochi mesi, era diventato un’inesauribile fonte di malumore e dispiaceri. Il cane non mangiava più e la principessa piangeva tutto il giorno.

Subito vennero convocati da ogni angolo del regno i più famosi medici, veterinari e sapienti.

Uno provò con la carne cruda; un altro tentò la via dei cibi grassi e speziati; un terzo giunse a far preparare dai cuochi reali le leccornie e gli intingoli più appetitosi.

Il cane mandava giù a malapena qualche boccone.

Allora il primo ministro propose di ricorrere ad un celebre luminare della moderna scienza psicologica, titolare di cattedra della più importante università del regno.

Costui, ponderato gravemente il caso, dopo attenta e minuziosa analisi del cane e della sua padrona, consigliò a quest’ultima di sedersi per terra accanto alla bestiola e di imboccarla pazientemente, accompagnando ai gesti dolci paroline e tenere carezze.

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