Romanzi dimenticati

di Gianluca Virgilio

Vecchi romanzi dimenticati, scritti da autori un tempo famosi, libri mai più ristampati e che capita di comprare per un euro cadauno in qualche mercato dell’usato. Li ricerchi in una scatola di cartone a bordo della strada nei mercatini ambulanti oppure alla periferia della città nei magazzini del rigattiere; e quando ti capita di trovarne uno tra cento libri umidi e polverosi, ti sembra di esumare un defunto. È lì, tra manuali scolastici inservibili e codici di leggi abrogate e ancora sotto un’ammuffita enciclopedia, che un tempo faceva bella mostra di sé in un salotto borghese, oppure tra vecchi libri di medicina ormai superati; ti si rivela come il residuo d’una professione, un concentrato di tempo libero che uno sconosciuto – una fanciulla di buona famiglia, un amante deluso, una vecchia zitella, un uomo à la page – molti anni fa gli ha dedicato a margine della sua attività: il libro d’evasione e d’amore d’un Virgilio Brocchi, d’un Luciano Zuccoli, d’un Guido da Verona, d’una Milli Dandolo… Nel frontespizio ingiallito qualcuno ha scritto il suo nome come per una presa di possesso che in quel momento gli appariva definitiva – questo libro è mio! – , ma che ora non ha più alcun senso: è il nome sconosciuto di un lettore defunto. Muoiono gli uomini e le loro biblioteche si disperdono, piccole o grandi che siano. Gli eredi non hanno pietà né riguardo a svendere un libro che un loro avo forse amò o almeno volle possedere scrivendovi il suo nome con quella studiata calligrafia d’una volta che sembra quasi fiorita. E tu che lo acquisti per un euro sai d’essere lo sciacallo che si approfitta della preda inerme e vi s’avventa con brama bibliofila; senza darlo troppo a vedere al rivendugliolo – che intanto ti scruta -, perché non alzi il prezzo del defunto romanzo.

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Abazia

di Salvatore Carachino

Giacomo Silva era partito con la valigia di cartone per studiare chimica a Milano. Sposato con la figlia di un ricco produttore di vernici ha aumentato vertiginosamente il patrimonio della famiglia ed oggi, tra gli uomini più ricchi del paese, ha fatto costruire nella immediata periferia orientale di Lecce, sua città natale, un grande edificio che ha voluto chiamare Abazia Nuova. Esso presenta struttura e servizi di un grande albergo e come tale sarà gestito nei primi tempi, ma è destinato a casa madre di una Compagnia detta del Buon Ritiro. Se questa istituenda fondazione avrà successo con un primo significativo numero di membri, l’immobile sarà donato dal Silva allo stato e messo sotto la tutela dei Beni Culturali.  

   Un ritiro in Abazia che potrà essere chiesto da qualsiasi persona negli anni prossimi alla conclusione della carriera lavorativa e comunque dopo aver compiuto i sessanta. Una nuova vita in comunità quando, raggiunto il massimo livello di competenza professionale, si desidera essere ancora utili alla società ma ci si figura il sopravvenire di inabilità e si spera in un passaggio non traumatico a strutture di assistenza collegate. Persone sole o con figli lontani potranno chiedere di entrare nella Compagnia e domiciliarsi nella sua sede o in sue dipendenze. Verserebbero una retta secondo possibilità e potrebbero aggiungere donazioni. I figli, quando ci sono, non si lamenterebbero della distrazione di una fetta di eredità avendo il vantaggio di liberarsi del peso di accudimento. I membri di tale comunità, seniores o più semplicemente silvestrini con diritto di voto in assemblea “capitolare”, favorirebbero un sistema centralizzato di influenza culturale sulle amministrazioni locali al fine di un civile sviluppo del territorio. Giovani e meno giovani delle varie professioni potrebbero stabilire rapporti di collaborazione e di amicizia al fine di implementare una realtà che tornerebbe a loro vantaggio e potrebbe alleviare anche a loro il male della solitudine.

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Presentazione di Francesco Perez Mogavero e Sabatino De Ursis, gesuiti di Ruffano tra Giappone e Cina – Ruffano, 6 febbraio 2023

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Metodo e passione. Studi sulla modernità letteraria in onore di Antonio Lucio Giannone

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Inchiostri 31. Corda e nodi

di Antonio Devicienti

Appesa a una parete dello studio c’era una corda con dei nodi; Giorgio Morandi se ne serviva per misurare e per fissare le distanze tra gli oggetti delle sue composizioni.

Colpisce questa pratica all’apparenza rudimentale, ma che riconduce, invece, a una semplicità di spoglia efficiacia e di elegante evidenza. Ogni oggetto è nodo all’interno della composizione, ogni prossimità o distanza tra gli oggetti è tratto di corda invisibile sì, ma determinante a che possa esistere lo spazio il quale solo si dà a vedere se gli elementi (vasi, ciotole, bottiglie) – posando nel silenzio loro proprio – cadenzano intervalli, ombre, vuoti.

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Conferenza di Paolo Vincenti, “Angeli e demoni” – Alezio, 4 febbraio 2023

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Tramonto a Fregene

Foto di Letizia Lombardo.
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Memorie di Galatina. Mezzosecolo di storia meridionalistica e d’Italia 2. Il patto Gentiloni e l’Interdetto del 1913

di Giuseppe Virgilio

Leggiamo ne “La Civiltà cattolica” dell’11 febbraio 1930 il seguente brano tratto dall’Enciclica sull’educazione di Pio XI: “Tre sono le società necessarie, distinte e pur così armoniosamente congiunte da Dio, in seno alle quali nasce l’uomo: due società di ordine naturale, quali sono la famiglia e la società civile; la terza, la Chiesa, di ordine soprannaturale […]”. E’ l’estremo momento evolutivo della dottrina della Chiesa a partire dal patto Gentiloni del 1913, allorché il rapporto tra Chiesa e Stato fu codificato dall’accordo tra Giolitti e l’Unione elettorale cattolica che, avvalendosi dell’elettorato rurale, ha in quegli anni esteso la sua influenza, condizionando su questioni decisive di politica interna ed ecclesiastica l’intera classe dirigente liberale. I contraenti del patto si sono impegnati a rispettare sette punti, tutti tendenti a far maggior posto alla Chiesa nella società civile ed a spostare su una piattaforma conservatrice-nazionale la linea del partito liberale contro la massoneria, il laicismo e l’anticlericalismo.

C’era tuttavia una riserva: l’alleanza elettorale dei candidati liberali coi cattolici poteva anche non essere pubblicamente rivelata e l’appoggio dei cattolici organizzati poteva essere dato anche a candidati che non menzionassero i sette punti del patto che quei medesimi candidati con dichiarazione scritta e segreta si erano impegnati a sostenere una volta eletti.

Rispetto alla concezione hegeliana della società civile come contenuto etico dello Stato, e cioè come egemonia politica e culturale di un gruppo sociale sull’intera società, per i cattolici la società civile medesima, che tuttavia è puramente storica e contingente, è società perfetta, perché ha in sé tutti i mezzi per raggiungere il proprio fine, che è il bene comune temporale, e quindi essa ha la preminenza sulla famiglia, che è società imperfetta perché non ha in sé tutti i mezzi per il proprio perfezionamento. La società veramente perfetta perciò è la Chiesa, di ordine soprannaturale ed universale, suprema nel suo ordinamento e nel suo fine, che è la salvezza eterna degli uomini. Il lettore si avvede che teoricamente la concezione medioevale è riattualizzata in pieno.

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La scuola meridionale ha bisogno di più finanziamenti, non della propaganda di Valditara

di Guglielmo Forges Davanzati

La proposta del Ministro Valditara di differenziare i salari degli insegnanti su scala regionale è completamente inutile e riflette uno scarso approfondimento circa le reali motivazioni dei flussi migratori (peraltro, in costante aumento) dal Sud al Nord del Paese. Secondo Valditara, la differenziazione degli stipendi fra Nord e Sud avrebbe come effetto l’aumento delle assunzioni a Nord, dove gli insegnanti sono pochi, e la riduzione dell’offerta di insegnanti al Sud, dove sono molti, al fine di un tendenziale riequilibrio della forza-lavoro docente. Si aggiunge che la misura è giusta, dal momento che il livello dei prezzi nel Mezzogiorno sarebbe di gran lunga più basso rispetto al Nord e, dunque, i salari reali dei docenti meridionali sarebbero oggi ingiustamente più alti dei loro colleghi del Nord. Il differenziale di stipendio sarebbe pagato non a carico del bilancio pubblico, ma a carico di enti privati disponibili a finanziare l’istruzione. La posizione del Ministro è criticabile per due ordini di argomenti.

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Antonio Stanca: Universi paralleli A-1


Antonio Stanca: Universi paralleli A-1, 19-03-2008, olio su MDF, cm 98 X 98
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Buzzati. Album di vita tra immagini e parole

di Adele Errico

In un cielo serale limpido, screziato solo da filamenti di nubi su uno sfondo azzurro purissimo, una ragazza comincia a precipitare da un grattacielo d’argento e, mentre precipita, dialoga di passaggio con gli inquilini del palazzo. Il suo sguardo indugia su istanti di quotidianità di uomini e di donne che restano indifferenti al suo precipitare. Marta (è questo il nome della ragazza) continua a cadere rovinosamente da una finestra all’altra nel suo vestitino svolazzante e, quando arriva a schiantarsi al suolo, è ormai una “vecchia decrepita”. “Ragazza che precipita” è solo una delle storie di Dino Buzzati che indagano il mistero e la tragicità dell’esistenza umana, scovando il fantastico nel quotidiano, investigando l’arcano nel visibile. Buzzati era cronista di professione. Dunque osservatore della realtà, del fatto, dell’evento nella sua oggettività. Ma Buzzati non si limitava a osservare l’evento: narrava quello che agli occhi dei più era invisibile. Narrava gli sguardi, narrava i silenzi, i fantasmi passati e quelli futuri. Da cronista del reale, comprendeva il mistero. Da osservatore del fattuale, coglieva il nascosto. Un veggente, un testimone dell’oscuro, dell’incomprensibile. Di un nemico atteso che non arriva; di una figura che impaziente attende fuori da un cancelletto che un ragazzo appena tornato dalla guerra saluti la madre per l’ultima volta, prima di portarlo via per sempre; di una goccia d’acqua che, paziente e invisibile, scava nei muri di un palazzo e spia le squallide esistenze dei suoi inquilini; di un uomo che, in una clinica di sette piani, muore senza sapere fino alla fine quale sia la sua malattia; del tormento di uno scarafaggio morente nel cui dolore agonizza il mondo intero.

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La cultura è soprattutto sensibilità nei confronti di questo pianeta

di Antonio Errico

Cultura vuol dire tante cose. Tra le tante cose, vuol dire anche sensibilità. Nei confronti dell’altro, degli altri, delle cose che appartengono agli altri, che appartengono a noi stessi, delle storie che corrono per il mondo, quelle che ci coinvolgono e anche quelle che non lo fanno esplicitamente, direttamente. Vuol dire sensibilità nei confronti della diversità, della differenza, nei confronti della natura, dell’arte, della bellezza, nei confronti della storia, del tempo passato presente futuro, della ingenuità delle creature,   della loro scienza. Insomma vuol dire sensibilità verso tutto quello che abita la Terra e a volte anche verso chi abita l’Altrove.

Ho letto da qualche arte, ma non ricordo esattamente dove, un pensiero di Massimo Capaccioli, professore emerito di astronomia. Dice, pressappoco,  che noi viviamo sul fondo di uno sconfinato oceano d’aria, che la nostra atmosfera avrebbe potuto essere opaca alla radiazione elettromagnetica, come accade su altri pianeti, che sono avvolti da nubi così intense da nascondere perfino il sole. Noi siamo stati fortunati. Ecco: bisogna essere sensibili a questa fortuna, per esempio. Per difendere questa fortuna.   

Spesso gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo si sono chiesti se ci fosse qualcosa che potesse salvare il mondo. Noi, in questo tempo ce lo chiediamo in un modo certamente più ansioso.   Spesso ripetiamo, chiamando a testimone Dostoevskij, che la bellezza salverà il mondo. Ma la bellezza, per essere compresa, per essere assimilata, ha bisogno di sensibilità. Allora, forse, è la sensibilità che potrà – potrebbe- salvare il mondo.

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Nuove segnalazioni bibliografiche 9. Memoria e storia

di Gianluca Virgilio

In una lezione di qualche anno fa tenuta agli studenti di un liceo (seguila in YouTube digitando “Storia e memoria”), l’ottimo storico e divulgatore Alessandro Barbero ha chiarito la differenza tra memoria e storia, una differenza che sarà bene sempre tenere a mente quando si giunge in prossimità di alcune ricorrenze come la Giornata della Memoria (27 gennaio) o la Giornata delle Foibe (19 febbraio). Diciamolo chiaramente: i ragazzi che giungono al liceo ne hanno già sentito parlare tutti gli anni, sin dalle elementari, ed ora sono stufi della continua riproposizione di quegli eventi accaduti tanto tempo fa. Cosa c’è che non va in questa estenuante riproposizione delle stesse immagini – cumuli di cadaveri nei campi di concentramento nazisti, estrazione di corpi dalle cavità carsiche della Dalmazia – accompagnate dagli stessi commenti di qualche ormai raro e immancabile sopravvissuto e dalla solita sfilata dei politici e di storici compiacenti che invitano a non dimenticare?  Per capirlo occorre tenere a mente che la memoria è ben diversa dalla storia, essendo quella sempre individuale e parziale, questa, al contrario, una continua ricerca, secondo l’etimologia greco-latina; una ricerca che si nutre di tutti i punti di vista, scavalca la memoria e la valuta secondo i criteri di verità che essa persegue. Ai giovani bisognerebbe insegnare la storia e non imporre per legge la memoria di un evento particolare, di cui inevitabilmente sfuggono le cause e il contesto.

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Le complice et le souverain

Intervention à la commission DU.PRE du 28-11-2022

di Giorgio Agamben

Je voudrais partager avec vous quelques réflexions sur la situation politique extrême que nous venons de vivre, dont il serait naïf de nous croire sortis, ou même seulement susceptibles de sortir. Je ne suis même pas sûr que nous-mêmes ici nous ayons tous eu conscience d’être ni plus ni moins face à un abus de pouvoir patent, ou, ce qui est aussi grave, face à un détournement des principes du droit et des institutions publiques. Je nous vois plutôt devant une ligne d’ombre que, à la différence de celle du roman de Conrad, aucune génération ne peut croire pouvoir franchir impunément. Et si un jour les historiens enquêtent sur ce qui s’est passé au nom de la pandémie, je crois qu’il en résultera que notre société n’avait sans doute jamais atteint un tel degré de cruauté, d’irresponsabilité et en même temps de décomposition. J’emploie à dessein ces trois termes reliés aujourd’hui en un nœud borroméen, c’est à dire un nœud dans lequel aucun élément ne peut être séparé des deux autres. Et si la gravité d’une situation se mesure au nombre de morts, comme certains l’affirment, non sans raison, à mon avis cet indice aussi se révélera beaucoup plus élevé que ce que l’on a cru ou feint de croire. Empruntant à Lévi-Strauss une expression qu’il avait employée à propos de l’Europe pendant la seconde guerre mondiale, on pourrait dire que notre société s’est vomie elle-même. Je pense donc que pour cette société il n’y a pas de porte de sortie à cette situation dans laquelle elle s’est plus ou moins consciemment enfermée, à moins que quelque chose ou quelqu’un ne la remette en question de fond en comble.

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Manco p’a capa 125. Il cappotto del Re d’Inghilterra

di Ferdinando Boero

Il cappotto del Re d’Inghilterra fa notizia: è lo stesso da 40 anni. Carlo III potrebbe metterlo in vendita e farci qualche soldo, come suggerisce una martellante pubblicità, ma preferisce tenerlo e metterselo. Ovviamente il suo cappotto (ma forse ne ha più di uno) non è all’ultima moda: taglio e tessuto sono classici. E chi potrebbe avere più classe di un Re inglese? Gli inglesi sono “strani” perché da una parte hanno i comportamenti più stravaganti e, dall’altra, sono detentori di stili intramontabili. Le mode più estreme nascono lì, come la minigonna di Mary Quant, o le mode dei vari movimenti rocker, mod, punk, e molti altri che si distinsero anche per il modo di vestire. A fianco a questi mode, però, rimane salda la sartoria di tradizione: ottimi tagli e ottimi tessuti. Genova, la mia città, è la più inglese d’Italia. Dall’Inghilterra abbiamo preso la passione per il pallone e la prima squadra italiana di calcio porta il nome della città, ma in inglese: Genoa. Da sempre, a Genova, ci sono negozi che vendono abbigliamento inglese.
Negli anni settanta un paio di scarpe, in media, costava tra le sette e le diecimila lire. Io vedevo le scarpe inglesi in questi negozi, quelle traforate. Costavano dieci volte il prezzo delle scarpe “normali”. Investii il mio primo stipendio da borsista CNR in un paio di scarpe marrone chiaro: centoventimila lire. Un’enormità per il 1978. Le ho ancora, dopo 45 anni. Le ho fatte risuolare una volta. Il tacco due volte. Tutte le scarpe che ho comprato ai prezzi correnti sono andate. Quelle scarpe inglesi mi piacciono come il primo giorno.

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Augusto Benemeglio, L’Isola e il Leone

Riedizione 2022 del libro già pubblicato nel 1984.
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Inchiostri 30. Brera (orto botanico)

di Antonio Devicienti

Qui venire, a ridosso del grande palazzo, ai piedi dell’osservaorio astronomico. Qui cercare un’altra Milano, qui dove lo spzio è raccolto e protetto contro ogni rumore. Lo si potrebbe definire un “fazzoletto” di terra lavorata e ordinata in aiuole e piccole serre di vetro e stretti, lindi vialetti oppure un “francobollo” appartato e quasi nascosto, ignoto a chi di Milano cerca ben altro.

Ma questa scrittura (che a sua volta si dispone in file ordinate per l’andirivieni del pensiero e dell’immaginazione) ama e cerca una Milano di silenzio dove lentissima la luce trascorre d’inclinazione in inclinazione lungo rami, tronchi, tiranti, tutori.

E l’esplicita impronta didattica dell’orto botanico ha una sua bellezza che scrive i nomi delle piante e che s’esprime in rigorosa tassonomia.

Qui accostarsi ai muri annosi dell’osservatorio astronomico, levare lo sguardo a seguire la torre il cui vertice s’iscrive in un quadrato di cielo e comprendere che anche spazi angusti, stretti tra muri, rampe di scale, vasche e spalliere per le piante rampicanti appartengono a un’architettura del pensiero che, raccogliendosi per studiare le leggi della natura, si prepara a spandersi pronunciando formule matematiche, mappe di rigorosa geometria, nomenclature ed elenchi il cui ritmo s’apparenta al movimento e al respiro.

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Verso il Sud

di Antonio Prete

Un’agave, superba, solitaria,

nel vento il suo morente stelo.

.

Le braccia degli ulivi stringono il cielo.

.

Nella piana, tra le stoppie bruciate,

la chiacchiera vespertina delle gazze.

.

Poi il barbaglio d’una strada bianca,

la macchia, il mare : il  grido dell’infanzia,

da un Sud che è incantamento ed è ferita.

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Allegra e le 96 tesi (Atto III)

di Salvatore Carachino

CESARE. Solo. Sull’avvilito. Se ricordo bene le camere da letto qui devono essere tre. Speranza ultima dea. Belle ragazze un po’ pazzerelle, ma colte, intelligenti. Vanno a incastrarsi in un movimento che vuole far recuperare alla chiesa due secoli di ritardo. E a sentirle rischiano forte. Secondo me quella Allegra mollerebbe convento e rivoluzione per farsi sposare da Pietro. E me la Gioiosa mi fa impazzire. Mi ha dato del farabutto. Mi ha dato. Quando il mio desiderio per un soffio, per un nulla è già amore. Perfida. Ingelosirmi facendo finta di conquistarsi l’Alessandro. Lo guardava come un minus habens. Una così mi fa morire anche se non mi sarebbe dispiaciuta l’Allegra. Con quell’aria da dominatrice. Puff! Soffiata da Pietro. Io selvaggio. Ma va’! Proprio mi mancasse la convinzione di come è selvaggio il mondo intero. O sei padre o sei prete, o sei suora o sei moglie. Il sesso negato contro il sesso comandato. Ma cosa ti obbliga alla negazione e al comando? Ti obbliga la proprietà caro mio, proprietà della comunità, proprietà della famiglia. E la proprietà resta per sempre il fondamento della identità. La proprietà implica sacrificio, dedizione, ma non consegue un amore ricambiato. Cosa ne viene dalla proprietà? Follie. Sesso obbligato e spose riluttanti. Sesso negato e tentazioni demoniache. Mi viene da piangere. Quante anime nei secoli segregate nei conventi. Sesso libero nel mio stile. Ma io ho una vera identità? Ingegnere. Allora? Allegra e Gioiosa hanno studiato filosofia e teologia. Erano orgogliose della loro identità. Anche quella identità cade. Non è tanto il desiderio di sesso, non è il disgusto di pratiche esorcistiche che smantella quella identità. No. È la new economy, caro. Un movimento tellurico va a sconvolgere un territorio che appariva granitico. Versatilità, flessibilità si chiama la libera concorrenza a vantaggio di pochissimi e a tormento dei più. Così sei ingegnere e fai domanda per un posto di spazzino. Sei intellettuale di sinistra e non ti segue nessun operaio, sei storico delle religioni e fai il mago, sei filosofa e fai la puttana.

Campanello. Rumore di porte. Entrano Pietro, Allegra e una donna vestita da suora con velo che le copre metà della fronte. Indossa occhiali per solo mascheramento.

ALLEGRA. Eccovi suor Felicita.

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Memorie di Galatina. Mezzosecolo di storia meridionalistica e d’Italia 1. Per la storia di Galatina del XX secolo

di Giuseppe Virgilio

Dedico alla mia famiglia ed a te, Giulia, mia diletta nipote, queste memorie. Da grande scoprirai che altre memorie, tenere e dolci, restano custodite nel cuore del nonno, carne e sangue della vita affettiva e morale.

Il consorte, il papà ed il nonno

“Ahimé: il difficile non è avere “idee”, ma avere quell’una idea che domini e metta ai loro posti le altre tutte, e dia coerenza e saldezza all’opera della scienza e dell’azione. Un’idea è una vita intera di un uomo; e il tempo in cui essa faticosamente si conquista, si chiama la giovinezza; e l’altro, in cui si svolge ed attua, si chiama maturità; e quello in cui si viene compiendo ed esaurendo, si chiama la vecchiezza.”

Benedetto Croce, Pagine sparse, I, Laterza, Bari 19602, pp. 491-492.

Premessa

Spesso accade che il labirinto dei ricordi restituisca la vista interiore di cose, di idee e di persone già realmente vedute ed infievolitesi nel tempo, sicché lo spirito umano dalla sfera della fantasia entra in quella del pensiero e della riflessione.

Queste Memorie rifondono in forma unitaria alcuni scritti concernenti vicende svoltesi  nell’arco di più di cinquant’anni dall’inizio del secolo, e pubblicati perlopiù sul “Corriere” diretto con competenza e grande passione civile dall’avvocato Carlo Caggia negli anni Settanta e Ottanta del secolo XX. Esse mirano a conservare per il lettore l’attenzione a cose, idee e persone locali di un tempo ormai lontano, per una più approfondita conoscenza della città di Galatina, nonché per ristabilire i legami con il passato attraverso una lenta evoluzione che dà il senso della continuità tra antico e nuovo.

Dalle Memorie storiche della città di Galatina nella Japigia di Baldassar Papadia che ha “fatto servir l’istoria alle nostre picciolezze”, poiché, come recita l’incipit dell’opera, “E’ ben giusto, che ciaschedun cittadino amando, come deve, la patria, s’applichi ad illustrarne l’origine, o descriverne l’istoria”,  all’opera di Michele Montinari curata ed ampliata da A. Antonaci (1972) in un momento di crisi e di transizione della cultura nazionale, ed in particolare di quella meridionalistica, i legami con il passato, lungi dall’essersi spezzati, sono rimasti integri, e noi ci lusinghiamo di aggiungere col nostro lavoro il legame di un altro anello non meno saldo alla catena.

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