L’ora azzurra

di Antonio Prete


Claude Monet, 1872, Olio su tela, 48 x 63 cm, Musée Marmottan Monet – Parigi.

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Da questo punto ch’è dolcezza certa,        

carne che nella carne si profonda,

ha inizio il mondo.

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Il tuo sorriso è quarzo che scintilla.

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Un’alga chiara veleggia

nel mare del mattino.

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Svapora il corpo.

Fiore notturno che incanta il dolore.

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Il profumo dell’ora azzurra

ti naviga intorno,

ora che il tempo ha perduto il suo battito.

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Nella stanza veglia

l’angelo bianco che respinge il vuoto.

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Manco p’a capa 44. Denatalità: il tramonto dell’Italia

di Ferdinando Boero

Allarme per la denatalità in Italia. Siamo 60.317.000, ma ogni anno perdiamo individui; quest’anno pare che siamo diminuiti di 116.000 unità. Si grida al tramonto dell’Italia. Ci sono altri numeri che lo confermano: in dieci anni il nostro paese ha visto l’emigrazione di 250.000 giovani. Nel 2020 sono stati 131.000 ad andarsene. La disoccupazione giovanile è al 30%, per chi rimane. Significa che c’è un 30% di giovani in più rispetto alla possibilità di assorbimento del mercato del lavoro: l’Italia non sa che farsene dei suoi giovani. I pochi che si laureano, rispetto agli altri paesi avanzati, non sono “utilizzati”. Si parla di divario tra le richieste del mercato del lavoro e la qualità dell’offerta, ma negli altri paesi i nostri laureati trovano lavoro, da noi no. Sono molto ricercati i manovali, gli operatori agricoli. Ovviamente pagati una miseria. È l’immigrazione a soddisfare questa fascia di mercato. Nel frattempo le fabbriche chiudono e si trasferiscono nei paesi dove si pagano salari che, da noi, sono da fame. 

Adesso mettiamo assieme le due cose: denatalità e emigrazione-disoccupazione giovanile. Se gli italiani avessero prodotto centinaia di migliaia di figli oltre a quelli già prodotti è ragionevole pensare che avrebbero trovato lavoro? Quale ragionamento porta a questa conclusione?Forse lo stesso che ha spinto per il numero chiuso a medicina, per realizzare poi che l’ondata di pensionamenti di medici non troverà rimpiazzi? Nel nostro paese si scoraggia l’istruzione superiore (numero chiuso) ma poi ci si lamenta che non ci sono laureati. Quelli che ci sono, però, sono sottopagati, disoccupati, o emigrati.

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Saggi e testimonianze per Nicola G. De Donno

di Paolo Vincenti

Il volume fa parte della collana Contemporanea, diretta da Antonio Lucio Giannone, curatore del libro, che raccoglie gli Atti della Giornata di Studi dal titolo La poesia dialettale di Nicola G. De Donno, celebrata a Maglie presso il Museo Civico L’Alca e il Liceo Classico Capece, il 18 aprile 2015. Si tratta di un approfondimento su una delle personalità più illustri che abbia prodotto la nostra cultura salentina e uno dei più apprezzati poeti dialettali del Novecento, appunto Nicola De Donno (1920-2004), del quale nel volume viene tracciato un esauriente profilo bio-bibliografico, attraverso una serie di saggi ottimamente prodotti. Dopo la Prefazione di Antonio Lucio Giannone, trovano spazio i Saluti di Antonio Fitto, all’epoca Sindaco di Maglie, dell’allora Presidente della Provincia di Lecce Antonio Gabellone, di Antonio Del Vino, Presidente del CUIS, e di Gabriella Margiotta, Dirigente scolastico del Liceo classico statale “F. Capece” di Maglie. Seguono quindi gli interventi di studio nell’ordine in cui si sono svolti nella giornata del Convegno. Nel saggio La ‘parabola’ di De Donno: una lettura sinottica, Giovanni Tesio delinea una definizione di poesia ‘neodialettale’, intendendola, da un lato, come una endofasia, ovvero come “un linguaggio altro’” meno ritmico e più realistico, e, dall’altro, come poesia rivolta ad un pubblico similare a quello che fruisce della poesia in lingua nazionale, e ciò per la capacità evocativa, “mobile, plurima, pluridirezionata” presente al suo interno. Tesio non vede distinzioni valoriali tra lingua nazionale e lingua dialettale. Quello che caratterizzava lo stile poetico di De Donno era, a suo giudizio, l’interrogare il reale con un fare filosofico, per ritrovare attraverso la poesia parziali verità mai complete. Il poeta De Donno transitò, inoltre, da una poesia, negli anni ‘50-’60, rivolta alla descrizione della sua comunità in termini di scontentezza, rifiuto ed indignazione, dunque con un più avvertito rigore civile, ad una poesia, negli anni ‘70, “da Spoon River”, sia con una maggiore consapevolezza della metrica poetica, sia con un più ponderato percorso di ricerca stilistica in forma dialettale. Approdò infine, negli anni ‘80-’90, ad una poesia particolareggiata di verità esistenziali, filosofiche, accostandosi a derive pessimistiche e nichilistiche.

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Sabatino de Ursis, un salentino in Cina

di Mario Spedicato

Il Salento è stato vicino alla Cina molto più di quanto oggi si possa immaginare. Soprattutto dal basso Medioevo ha esercitato strategicamente un ruolo di raccordo commerciale tra Mediterraneo ed estremo Oriente, consentendo ai veneziani (e non solo) di gestire proficuamente la via di Marco Polo, inizialmente alimentata dalle spezie e dalla seta. Crocevia e passaggio obbligato di quei traffici, il Salento è stato colonizzato dalle grandi etnie mercantili dell’epoca, interessate anche a non perdere il controllo dell’olio lampante, un prodotto unico ed insostituibile della zona, considerato di primaria importanza per l’industria europea. Si sono scatenate guerre (tra cui basti ricordare, a titolo esemplificativo, il barbaro saccheggio e l’occupazione militare di Gallipoli nel 1484) per conservare il monopolio commerciale, messo a dura prova dalle resistenze indigene e dalla accresciuta concorrenza delle altre etnie italiche (genovesi in primis), ben attrezzate per allargare la loro influenza con l’acquisizione di fette di mercato, prima, se non negate, fortemente contrastate.

Lo scenario tende gradualmente a mutare con la circumnavigazione dell’Africa, quando appunto i commerci si spostano sugli oceani e il Mediterraneo diventa un grande lago, che finisce per perdere la sua centralità mercantile. Un contraccolpo negativo che si abbatte anche sul Salento, che da allora diventa marginale e periferico, perdendo il controllo di prodotti orientali come le spezie e la seta che raggiungono l’Europa attraverso Lisbona, poi Anversa e Amsterdam e, infine, Londra. Il declino economico-commerciale del Salento si accompagna a quello del Mediterraneo, ormai non più in grado di intercettare massivamente i prodotti dell’estremo Oriente in quanto isolato e chiuso ai grandi traffici mondiali.

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L’Idomeneo N. 30 (2020) – La via dei libri. Sabatino de Ursis [熊 三 拔] e le contaminazioni culturali tra Salento e Cina nei secc. XVI-XVII

L’Idomeneo nasce nel 1998 come organo della sezione di Lecce della Società di Storia Patria per la Puglia, caratterizzandosi in modo preciso nel settore degli studi storici dal punto di vista dei contenuti, e proponendosi nello stesso tempo quale strumento di raccordo tra l’impostazione accademica della ricerca e il fertilissimo impegno degli studiosi che operano sostanzialmente in ambito locale.
Idomeneo, il mitico re di Creta, dopo la guerra di Troia e altre vicissitudini, riparò nella Puglia meridionale e fondò la città di Lecce: è il simbolo di un territorio frequentato, abitato, attraversato, nel corso del tempo da gruppi e persone dalla più varia provenienza, che deve a questo una estrema ricchezza di vicissitudini, materia di indagine e di interesse costantemente rinnovati. Da qui la scelta del titolo della rivista, che ha il pregio di collocarla in un contesto storico-geografico e sociale ben definito, espressione di un territorio tuttavia aperto alle dinamiche e ai processi globali.
Con il tempo, grazie anche al contributo di numerosi docenti universitari esperti in vari settori della ricerca, oltre che dei collaboratori più fedeli, i contenuti si sono ulteriormente ampliati, si è perseguito un aggiornamento delle questioni da affrontare e della metodologia; la natura stessa dei temi si è diversificata, riguardando, spesso e volentieri, l’attualità più vicina, i modi e i mezzi per analizzarla e i campi, per fare qualche esempio, della linguistica, dell’antropologia, della biologia, della museografia.
Ora “L’Idomeneo” si presenta in doppia veste, cartacea ed elettronica: è una scelta dettata dalle opportunità che i mezzi della comunicazione scientifica oggi offrono, con l’obiettivo di collocare la rivista in un consesso allargato di contatti e di fruitori possibili; essa rientra inoltre, a partire dal numero 14, rimanendo espressione della Società di Storia Patria (sezione di Lecce), tra le pubblicazioni periodiche del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento, opzione che ne conferma a maggior ragione la dimensione istituzionale e la vocazione scientifica.

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Antonio Prete, Il pensiero poetante

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Manco p’a capa 43. La ludopatia finanziaria incombe…

di Ferdinando Boero

Darwin non usò la parola ecologia nei suoi scritti, usò “economia della natura”: il suo pensiero fu influenzato dall’economista Malthus che, data la finitezza delle risorse disponibili, comprese l’impossibilità della crescita infinita dei sistemi economici. Darwin ne dedusse la lotta per l’esistenza tra gli esseri viventi e, a sua volta, influenzò il concetto di lotta di classe di Karl Marx. Ecologia ed economia, quindi, si basano sugli stessi principi. L’economia, però, valuta le risorse in termini monetari e traduce in “soldi” il loro valore.

Ora faccio un passo indietro: quando ero bambino, negli anni Cinquanta, si celebrava la cultura del “risparmio”: i soldi vanno messi da parte, per affrontare possibili spese future. Ci raccontavano la favola della formichina che risparmia e della cicala che sperpera. Questi sani principi preoccupano gli economisti: ci sono troppi soldi nei conti correnti! Dobbiamo spendere, solo così l’economia “gira”: da formiche dobbiamo diventare cicale.

Molte ricette “miracolose”, proposte da chi “ne capisce”, tipo le privatizzazioni per ovviare all’inefficienza del pubblico, o la delocalizzazione delle industrie dove la manodopera è a basso costo, non hanno dato i frutti sperati. Questo mi conforta nell’avanzare perplessità sul ruolo attuale delle banche, che dovrebbero raccogliere i soldi dei risparmiatori, e li dovrebbero amministrare saggiamente, iniettandoli nei sistemi produttivi per finanziare iniziative che dovrebbero portare a ulteriori guadagni. È il costo del denaro prestato a portare introiti alle banche e ai risparmiatori che mettono a disposizione i loro fondi. Le enormi quantità di denaro nei conti correnti dei cittadini, a rigor di logica, dovrebbero essere iniettate dalle banche nei sistemi produttivi per far girare l’economia. Invece le banche preferiscono intermediazioni per gestire il flusso di risorse monetarie verso i sistemi produttivi: le azioni. La banca non presta i soldi agli imprenditori, ma vende ai suoi clienti dei pezzi virtuali dell’azienda. Se il valore dell’azienda aumenta, le azioni valgono di più: gli investitori guadagnano. Se il valore dell’azienda diminuisce, le azioni perdono valore: resta il proverbiale pugno di mosche. La banca che vende le azioni guadagna sempre, che le azioni salgano o scendano. I rischi sono scaricati sugli investitori che, in effetti, “giocano in borsa”. E quando si gioca vince il banco (in questo caso la banca).

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Zibaldone salentino (extrait 7)

di Gianluca Virgilio


Sortie du tunnel (Foto di Annie Gamet)

Volonté. « Il faut laisser les choses suivre leur cours », voilà une phrase rarement évaluée à sa juste mesure. Le fait est que les choses suivent toujours leur cours, malgré toute volonté contraire ; et même quand une volonté contraire se met en travers, elle ne fait jamais que le jeu « des choses qui suivent leur cours ».

« Souvent j’ai rencontré le mal de vivre : c’était le ruisseau étranglé qui bouillonne, », écrivait Eugenio Montale (1925). Plus la volonté est forte, plus elle fait mal.

L’état d’esprit adéquat pour écrire un livre, c’est-à-dire ce qu’il convient de savoir préalablement, Marcel Proust nous le dit : « Sans doute mes livres, eux aussi, comme mon être de chair, finiraient un jour par mourir. Mais il faut se résigner à mourir. On accepte la pensée que dans dix ans soi-même, dans cent ans ses livres, ne seront plus. La durée éternelle n’est pas plus promise aux œuvres qu’aux hommes ». À la recherche du temps perdu, Vol. III, Le temps retrouvé, Coll. Bouquins, Robert Laffont 1987, p. 838.

Colonisation. À propos des États-Unis, dans Comprendre le pouvoir, (2002) Noam Chomsky note que l’Europe a été culturellement colonisée par les États-Unis à un niveau invraisemblable. «  Les Européens n’ont pas l’air de s’en apercevoir, mais si vous allez dans leurs pays, vous ne trouvez qu’une mauvaise copie des États-Unis, et c’est d’autant plus tragique qu’ils ont l’impression d’être très indépendants. Les intellectuels d’Europe occidentale se voient volontiers comme des gens très subtils que ces grands bêtas d’Américains font rire aux éclats, ils ont pourtant subi un lavage de cerveau complet de la part des États-Unis. Vision du monde, distorsions et autres, tout est vu à travers le prisme des films, des téléfilms et des journaux américains, seulement désormais ils ne s’en rendent plus compte ». Qui pourrait dire le contraire ? Uniquement ceux qui ne s’en rendent pas compte.

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L’incapacità di dimenticare. La condanna della memoria

  di Antonio Errico

Quando si dice che questa civiltà ha quasi del tutto rinunciato alla memoria, forse si dice qualcosa di inesatto. Forse sarebbe meno inesatto se si dicesse che la memoria è coerente con le forme di questa civiltà: molteplici, spesso frammentate, continuamente,  vertiginosamente mutanti, spesso realmente o apparentemente incoerenti, certamente fluide, provvisorie, certamente complesse. Tutto ha inizio e si conclude molto rapidamente. Si fa appena in tempo ad apprendere qualcosa, che dopo poco tempo è già superato. Si ricorda disordinatamente, senza un ordine sequenziale.

Fino a un certo punto la memoria ha avuto una struttura e una modalità di trasmissione culturalmente definite. Fino ad un certo punto è stata memoria lunga, che non si interrompeva, che passava tra le generazioni senza fratture, senza stravolgimenti. Perché durevoli erano le forme con cui la civiltà si rappresentava e i cambiamenti avevano passi lenti. La memoria aveva il tempo di adattarsi, la possibilità di modellarsi alle nuove forme che si definivano gradualmente. Poi “c’è stato in primo luogo il mutamento epocale che ha allontanato vertiginosamente il presente dal recente passato”, sostiene Adriano Prosperi nel suo recente saggio intitolato Un tempo senza storia: la rivoluzione informatica o più in generale “il trionfo di una cultura del mutamento e del progresso tecnico e scientifico che ha accelerato ogni oltre precedente la velocità della trasformazione del mondo”. 

Così adesso si ha l’impressione che la memoria non abbia il tempo di adattarsi e modellarsi, che la sua presenza e la sua incidenza nel contesto dei fenomeni sociali e culturali sia quasi ininfluente. Ma forse si tratta di una impressione falsa. La memoria di questa civiltà ha l’identica fisionomia della civiltà. Instabile, fluttuante, sempre destinata al breve temine, sempre assediata dalle incertezze, suggestionata da espressioni diverse, attratta dalle superfici, sedotta dall’usa e getta. Come sono scomparse le grandi narrazioni, allo stesso modo è scomparsa la grande memoria. Le grandi narrazioni sono state sostituite dai frammenti; la grande memoria è stata sostituita da una memoria frammentaria. Però non è vero che non esista memoria. Forse è vero che si tratta di una memoria che si ritrova davanti una immensa e informe valanga di cose da ricordare e non può distinguere, selezionare quello si deve necessariamente ricordare, quello che si può anche dimenticare; non può perché la valanga immensa ed informe non permette di distinguere, di selezionare.

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Le canal de Tourcoing à Roubaix

Le canal de Tourcoing à Roubaix (Foto di Annie Gamet).
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