Flat tax, una riforma regressiva

di Guglielmo Forges Davanzati

L’economia italiana, come confermato da tutti i dati macroeconomici disponibili su fonti ufficiali, con esclusione della Grecia, è l’economia che cresce meno nel confronto con gli altri Paesi dell’Eurozona. La commissione europea stima un tasso di crescita nell’ordine del 2.3% per il 2018 e del 2.0% per il 2019, per l’intera Eurozona. Per l’Italia, l’incremento previsto del prodotto interno lordo è dell’1.5% del 2018 e dell’1.2% del 2019. Dallo scoppio della crisi, sempre con eccezione della Grecia, l’economia italiana è tendenzialmente cresciuta meno della media dell’Eurozona. A ciò va aggiunto un tasso di crescita delle regioni meridionali ulteriormente inferiore a quello medio europeo e sistematicamente inferiore a quello italiano.

I fattori che ne sono alla base sono molteplici, ampiamente discussi in letteratura e non riconducibili al recente passato. Fra questi, un fattore sul quale è scarsa l’attenzione è l’elevata tassazione e soprattutto la sua ripartizione fra gruppi sociali. La tassazione in Italia è sempre stata molto alta e superiore alla media OCSE (inferiore solo a quella dei Paesi scandinavi) ed è aumentata in modo significativo negli anni della crisi, soprattutto a danno della piccola impresa e del lavoro dipendente. L’incidenza dell’imposizione fiscale sul Pil si attesta, in Italia, intorno al 45% a fronte di una media europea di circa il 30%. Su fonte OCSE, si rileva che la distribuzione dell’onere fiscale in Italia è meno progressiva di quella vigente nei principali Paesi industrializzati, con una notevole incidenza dell’imposizione indiretta (le imposte sui consumi: tipicamente l’IVA). Imposizione regressiva è tale quando, in termini percentuali, i più ricchi pagano meno di quanto pagano i più poveri. Anche al netto della possibilità – per i primi – di allocare le proprie risorse nei c.d. paradisi fiscali; possibilità preclusa ai più poveri. Continua a leggere

Pubblicato in Economia | Contrassegnato | Lascia un commento

La solitudine del letterato

di Gianluca Virgilio

Nella recensione di una raccolta di racconti il compito del critico è di individuarne il leitmotiv, saggiando qua e là i testi che la compongono. È la fase osservativa, nella quale conviene sospendere il giudizio, cui segue quella interpretativa, nella quale si cerca di dedurre un senso da quanto si è letto. Così mi sono accostato ai racconti di Luigi Scorrano raccolti in Con un piede nel nulla, con sottotitolo e altre narrazioni, Edizioni Grifo, Lecce 2017,  e tra gli appunti, già dopo una prima lettura, ecco risultare il motivo dominante: la solitudine della senilità. In molti racconti, infatti, Scorrano nette in scena  questa condizione umana, incarnandola in personaggi che sembrano corteggiare la morte; e la corteggiano a tal punto che la fine del racconto segna spesso la morte del protagonista; a cominciare dal racconto eponimo Con un piede nel nulla, nel quale il protagonista, sperimentato il nulla durante l’anestesia di un intervento chirurgico, incapace di sopportare il peso della solitudine, non desidera altro che rientrare nel nulla: “Rientrare in quel nulla perfetto, in quell’assenza dove tutto è possibile. Ma questa volta non per ritornare ad affannarsi ricercando un senso a quel vuoto. Sapendo che quel vuoto è quel che attende: certo, la sua pace. Ecco: sapendo.” (p. 19). Di qui il suicidio finale.  Ne I rimasti siamo in un ospizio nel giorno di Natale, ambientazione molto cara a Scorrano, come si evince dai racconti contenuti ne L’uomo che guarda le stelle e altri racconti di Natale, del 2010 e del 2013; in primo piano è la solitudine dei vecchi, e la conclusione coincide con la morte di uno di loro. Ma si veda anche l’esito de L’importuno e di Notturna voce. Si tratta sempre di personaggi anziani, soli, abbandonati, privi d’ogni conforto, che vanno verso la morte come verso la suprema liberazione. Sfugge a questa conclusione, ma non al leitmotiv della solitudine dell’anziano, il racconto Il serpente, in cui la vita coniugale mostra il suo lato oscuro, opprimente, psicologicamente devastante. Continua a leggere

Pubblicato in Recensione | Contrassegnato | Lascia un commento

Per Rocco Coronese

di Paolo Vincenti

Forse il più compiuto omaggio all’arte di Rocco Coronese, pittore e scultore parabitano, è stato reso con il libro Rocco Coronese, per opere, per luoghi, per parole, pubblicato dal Comitato “Gli amici di Rocco Coronese”, nel 2012 in occasione del decennale della scomparsa. In realtà, i tributi a Rocco Coronese iniziarono prima della pubblicazione del libro, già in giugno di quell’anno, quando il Centro di Cultura “Il Laboratorio” distribuì una elegante brochure, stampata da Officina, con un ricordo dell’artista scomparso da parte di alcuni amici e operatori culturali del luogo, i quali chiedevano in una lettera aperta all’Amministrazione Comunale parabitana una urgente riapertura del Museo del Manifesto, ossia la creatura più importante e forse adorata da Coronese. All’interno dell’agile opuscoletto, due interventi firmati da Aldo D’Antico ( “Rocco Coronese, il poeta della terra”  e “Un costante ricordo”) e uno da Paolo Vincenti ( “Rocco Coronese: manifesto all’arte”). Rocco Coronese era nato a Parabita, nel 1931. Aveva iniziato la sua attività come pittore, frequentando, negli anni Cinquanta, gli ambienti artistici romani. Dalla fine degli anni Sessanta, aveva iniziato l’attività di scultore che lo aveva portato ad esporre nelle maggiori città italiane. Sono numerose le manifestazioni organizzate da Coronese in spazi aperti, come a Roma, Lecce, Parabita, seguendo l’innovativo progetto di valorizzare, attraverso questi eventi artistici, anche i luoghi che li ospitavano e la loro storia. A Parabita, aveva realizzato, per il Parco Comunale, la grande Fontana centrale, i cancelli e la pavimentazione. Continua a leggere

Pubblicato in Arte, Necrologi e Ricordi, Recensione | Contrassegnato | Lascia un commento

Continuità e innovazione. Il conflitto delle idee con il tempo

di Antonio Errico

Le nuove idee, le vecchie idee. Le buone idee, le idee cattive. Quelle che servono a tutto, quelle che non servono a niente. Quelle che il mondo lo fanno migliore, quelle che invece lo cambiano in peggio. Le idee giuste, le idee sbagliate, quelle alla moda, quelle d’antan, le idee nostalgiche e le progressiste, le idee originali e le patacche. Le idee dei vecchi e quelle dei giovani, quelle superflue e quelle essenziali, le idee superate e le idee stravaganti, le idee autentiche e quelle false.

Le idee. Ogni tempo ha un’idea sulle idee. Ogni tempo le giudica, le assolve, le condanna, le innalza, le sotterra, le conferma, le cambia. Ogni tempo ne avverte la sovrabbondanza o la mancanza.

Avverte il desiderio ansioso di una idea nuova, che riesca a superare tutte le altre, a resistere all’assalto di quelle che verranno, alla corrosione dei secoli, al declino culturale. Ma mentre avverte questo desiderio, mentre coltiva questa bella ambizione, si tiene stretto alla vecchia idea, perché dà sicurezza, perché nei confronti di quell’ idea prova una consapevole o inconsapevole affezione.

Forse il tempo che attraversiamo è così: proteso verso una nuova idea di cui, oltre al desiderio, sente il bisogno, eppure legato sentimentalmente ad una vecchia idea, della quale conosce i limiti e le possibilità, dalla quale sa cosa aspettarsi e cosa no, che lo richiama, lo rassicura, lo conforta. Questo tempo conosce i vizi e le virtù delle sue idee, per cui sa come tenerle sotto controllo, come governarle e assecondarle; sa come non farle sconfinare, come impedirne le esagerazioni, come non farle degenerare. Con esse si confronta, si scontra, poi si riappacifica e continua a convivere alternando entusiasmi, noie, fastidi, amore e disamore. Continua a leggere

Pubblicato in Prosa | Contrassegnato | Lascia un commento

Di mestiere faccio il linguista 27. Maturità disastrosa

di Rosario Coluccia

Avevo promesso di dedicare la rubrica di oggi alla punteggiatura, ma decido di cambiare argomento, sollecitato dalla lettura dei giornali di questi giorni. Posticipo quindi di una settimana l’articolo sulla punteggiatura. Oggi parliamo delle risposte date dai ragazzi agli esami della maturità 2018. Non mi invento nulla, traggo le informazioni dal sito skuola.net, vi si raccolgono resoconti degli studenti che hanno assistito agli esami orali dei loro compagni.

C’è di tutto, risposte sbagliate, a volte esilaranti, si affollano in tutte le discipline. Italiano, lingua e letteratura: «Dante è nato a Milano». No, era di Firenze, fu esiliato in città del Veneto e dell’Emilia, morì a Ravenna. L’esilio gli viene profetizzato nel famoso canto XVII del Paradiso: «Tu lascerai ogni cosa diletta più caramente […] Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui» (il pane di Firenze è senza sale, lo impastano così ancor oggi). Ancora. «D’Annunzio è un estetista». No, forse quel ragazzo voleva dire un esteta; la parola estetista in Italia si usa solo dal 1963, indica ‘chi è esperto in cosmesi, in cure o in prodotti di bellezza’ e D’Annunzio (morto nel 1938) non lavorava in un salone di bellezza. Ancora. «I Malavoglia furono scritti da Gabriele D’Annunzio». No, li ha scritti Giovanni Verga, quel libro è il capolavoro del verismo italiano, di cui Verga è il capofila. Ancora. Letteratura straniera: «Gente di Dublino», la famosa raccolta di racconti dello scrittore irlandese James Joyce «è ambientata a Londra». Ma il titolo stesso dell’opera parla di Dublino, non di Londra. Ancora. Storia: «la Seconda Guerra Mondiale è cominciata nel ’45»; «i partigiani combatterono al fianco di Mussolini»; «le Brigate rosse hanno agito durante il ventennio fascista». Ancora. Geografia: «Torino è il capoluogo della Toscana», «l’Umbria è una città vicina ad Assisi». Ancora. Storia dell’arte: «La Gioconda è stata dipinta da Giotto». Continua a leggere

Pubblicato in Di mestiere faccio il linguista (nuova serie), Linguistica, Scolastica | Contrassegnato | Lascia un commento

Zibaldone galatinese (Pensieri all’alba) VI

di Gianluca Virgilio

VI

Economia. Joseph Stiglitz, La grande frattura, Mondadori, Milano 2016, p. 39 ci parla di economia: “Oggi, la sola Cina detiene più di mille miliardi di dollari in cambiali americane pubbliche e private. L’indebitamento estero complessivo dei sei anni dell’amministrazione Bush ammonta a circa 5000 miliardi di dollari. Molto probabilmente questi creditori non chiederanno indietro i loro soldi: se mai lo facessero, si scatenerebbe una crisi finanziaria globale. Ma c’è qualcosa di preoccupante nel fatto che il paese più ricco del mondo non sia in grado neanche lontanamente di vivere con i propri mezzi.” (L’articolo apparve per la prima volta in “Vanity fair” nel dicembre 2007).

Non solo gli americani non sono in grado di vivere con i propri mezzi, ma anche tutti gli europei, italiani in primis. Il nostro tenore di vita è di gran lunga superiore ai nostri mezzi. Ora, la domanda è la seguente: fino a quando? Ricordo solo che Stiglitz, nel libro citato, p. 65, con termini molto comprensibili, ci dice qual sia “la prima legge dell’economia e cioè che nessuno ti regala niente”.

***

L’aneddoto dello zi’ Tonio soprannominato Beverone, raccontatomi da Antonio Prete. Si diceva dello zi’ Tonio Beverone che durante la sua vita non avesse mai bevuto l’acqua ma solo il vino delle sue vigne, in una quantità tale che, riunita nei vagoni cisterna che venivano utilizzati per il trasporto del vino al Nord, avrebbe coperto la distanza tra Lecce e Milano: migliaia e migliaia di vagoni! Eppure, mai nessuno lo vide ubriaco!

Si racconta, inoltre, che una sera lo zi’ Tonio Beverone si recava dai parenti di un paese vicino per festeggiare una qualche ricorrenza, portando con sé un orciuolo contenente cinque litri di vino. All’ingresso del paese, lo fermano alcuni doganieri, intimandogli di pagare la tassa come condizione per il suo ingresso nel paese col vino.  Ma lo zi’ Tonio Beverone si rifiuta di pagare l’ingiusta gabella, anche quando i doganieri insistono nel dire che non sarebbe passato senza pagare. Allora lo zi’ Tonio fa un passo indietro, porta l’orciuolo alla bocca e, d’un fiato, davanti ai doganieri esterrefatti, beve tutto il vino fino all’ultima goccia. A quel punto le guardie si fanno da parte e lo fanno passare senza fargli pagare la tassa, con grande contentezza dello zi’ Tonio Beverone.

Si tramanda che lo zi’ Tonio facesse bere il vino anche ai figli e nipoti poco più che neonati, poiché diceva che bisognasse abituarli fin dall’infanzia a bere questa bevanda, come era accaduto a lui, che già da piccolo il padre lo aveva tirato su col vino. Le donne di casa, che la pensavano diversamente, dovevano sempre sorvegliare perché i bambini non bevessero il vino, che, come si sa, fa male, secondo il detto “caffè e vino sono veleno per il bambino”. Continua a leggere

Pubblicato in Zibaldone galatinese di Gianluca Virgilio | Contrassegnato | Lascia un commento

Andando con Verri per un Salento di pietre

di Maurizio Nocera

Certe volte, di notte, oggigiorno, d’inverno, più verso la mattina ormai, un piccolo rumore, un sospiro in più, il battere di ali di una civetta cornuta, il tonfo di una goccia di rubinetto che per formarsi ha impiegato tutta la notte, il cincischìo di due lumache che non riescono a raggiungere la foglia alta della begonia “pinta”, il richiamo dell’uomo dei curli che come te ora non dorme, mettici poi il bagnato del breve sogno di una betissa sinuosa che tuttagambe poco prima ti ha camminato davanti come cavalla murgese dall’ampio bacino, aggiungici ancora un po’ di disperazione urbana che ti sei portato appresso nel letto ieri dopo aver fatto i tuoi bravi compitini del giorno innanzi, ed ecco che sei bell e pronto sulla sponda del letto, alla ricerca del calzino, che come sempre, ogni notte, si va a ficcare tra la pila di libri non letti e la colonnetta e che ora per tirarlo fuori ti tocca spostare, togliere, far rumore, trattenere il sospiro, trattenere l’acqua che ti sta dentro e trattenere anche la voglia di soffiarti il naso e di stiracchiarti un po’. Il nostro primo caffè, al mattino prima delle quattro, è di solito amaro, perché spesso non è dolce la vita. Allora per omogeneità, si comincia così. Poi il solito colpetto di tosse, la bardatura del corpo come si conviene in questi casi d’inverno, il controllo dei documenti in tasca, il controllo delle tumefazioni al viso, il conteggio delle rughe agli angoli degli occhi, un altro vigile controllo alla “pendaia” sotto il mento, e poi via verso l’ignoto, il misterico, verso l’amore che ha atteso lì aggrappata alla roccia per tutta la notte.

Che strano! Mi accorgo solo ora che per me ed Antonio, questo ignoto, questo misterico, questo vento aggrappato alla roccia è sempre stato andare verso sud, sempre a sud del sud, sud Salento. In 18 anni della nostra disperazione urbana non una volta ci è capitato di andare al nord, di oltrepassare le nostre colonne di Ercole, i nostri confini segnati dalle sgangherate porte e muraglie del nostro Castello di Munot, o a chi piace altrimenti, il luogo Belloluogo di Maria d’Enghien, appena poco fuori le mura di Lecce. Quindi sud, giù, verso il basso, il basso del basso, basso Salento. La strada è ormai sufficientemente conosciuta, cioè quella di sempre; però, inspiegabilmente, tutte le mattine, ci appare diversa da quella del giorno o settimana o mese precedente. Eppure i muretti a secco, le cui pietre cominciamo francescanamente a contare, sono quelli; poi controlliamo i colori delle pietre, anche essi sono quelli; poi controlliamo se vi è stato spostamento di pietra piccola sovrastante la pietra grande, niente, tutto è a posto; come al posto vediamo stare le pietre delle “pajare-nido”, dentro cui abbiamo nascosto certe cose che ora non possiamo dire; poi cominciamo a contare i nostri fratelli dalle foglie rivoltate d’argento – Verri è espertissimo in questo tipo di conteggio, ne Il pane sotto la neve ne ha dato brillante prova -, anche essi nel numero giusto, al posto giusto, che ci parlano di come è andata la notte. Capiamo che qualche problema c’è stato anche per essi. Antonio fa qualche tentativo per capire cosa, ma il vento porta via le parole. Procediamo verso l’ignoto, il misterico, verso l’amore aggrappata alla roccia dei nostri mari del sud. Continua a leggere

Pubblicato in I mille e un racconto, Memorie | Contrassegnato | Lascia un commento

Da Europa all’’Europa

di Paolo Vincenti 

Davvero suggestivo, questo viaggio nel mito di Europa, fra arte e letteratura, che ci propone Pompea Vergaro con questa piccola ma pregevole pubblicazione dal titolo Il ratto di Europa tra arte e letteratura, L’officina delle parole, Lecce 2017. Il lavoro trova ragione fondante nella richiesta fatta all’autrice da parte di Simona Ciullo, qui presente con un breve scritto, di illustrare il mito di Europa in un breve ciclo di incontri organizzato a Lecce qualche tempo fa  dal Movimento Federalista Europeo, fondato nel 1943 da Altieri Spinelli. Ci si domanda che cosa è rimasto dello spirito di Spinelli ed Ernesto Rossi e dei principi contenuti nel Manifesto di Ventotene, oggi che l’Unione Europea sta vivendo forse la sua fase di più bassa popolarità. La risposta sarebbe facile, persino scontata: l’Unione Europea ci ha permesso di vivere in pace da ben 71 anni e ha unito popoli diversi, dando maggiore coesione identitaria proprio nelle differenze. Sarebbe scontata, questa risposta, se una simile evidenza non fosse smentita dalle torme di euroscettici che vanno predicando ogni giorno l’uscita dall’euro e dalla Ue. Sarebbe scontata, questa risposta, se la pace e la stabilità non fossero messe a repentaglio dal rischio dell’Isis e dagli attentati ad opera del terrorismo internazionale. Sarebbe scontata, questa risposta, se l’unione di popoli, tradizioni, lingue e culture, secondo il sogno degli europeisti, non fosse contraddetta e aspramente contestata da una crescente ondata xenofoba e nazionalista che si manifesta in tutti i Paesi e dai politici che questo malcontento cavalcano.  A marzo, la Ue festeggerà i 60 anni dai Trattati di Roma; l’obbiettivo dei padri fondatori, nell’unione di 28 Stati che è oggi l’Europa, sarebbe stato raggiunto, se una burocrazia allucinante e una eccessiva centralità dei poteri forti, la cosiddetta Troika, non avessero impastoiato i governi dei Paesi più deboli e le loro economie in un deficit di rappresentatività e in un ritardo di crescita, o quanto meno in una crescita a velocità variabili.

Continua a leggere

Pubblicato in Recensione | Contrassegnato | Lascia un commento

Achille Starace, il caporale del Duce

di Augusto Benemeglio

L’uomo che inventò lo stile fascista

In quella fredda primavera milanese del 1945 (l’inverno non sembrava mai finire e non c’erano più merli a fischiare sugli alberi), un uomo non più giovane (aveva cinquantasei anni), ma ancora integro, agile e affilato come un pugnale, era disciplinatamente in coda alla fila delle “mense di guerra”, i tavoli collettivi istituiti dal comune di Milano. La fila era, come sempre, molto lunga, ma lui aspettava il suo turno con infinita pazienza. Pensava che forse non era inutile tanta fatica, tanta umiliazione, tanta tristezza, tanta solitudine, tanto dolore. Qualcosa sarebbe pur accaduto, prima o poi. Ma in quella situazione gravissima di crisi alimentare, e di assoluta deficienza di viveri, solo con le rumorose mense di guerra, molta gente poteva in città evitare la fame. Tra questa folla di persone sconosciute, tra questa massa di gente affamata, c’era anche lui, che era stato l’uomo più potente d’Italia, dopo Mussolini: Achille Starace, il segretario del Partito Nazionale Fascista, l’ombra del duce, il “mastino” e insieme il “regista” del regime, “l’uomo che inventò lo stile fascista”, – scrive, nella sua biografia, Antonio Spinosa, ma anche l’uomo più odiato e criticato d’Italia, ribatte Renzo De Felice.

 

Tutto possono perdonare gli italiani tranne…

Odiato da tutti: ad iniziare dai fascisti, in particolare i gerarchi che passavano gran tempo a grattarsi nel tessuto autarchico dell’orbace, la lana grezza sarda, e dovevano far ginnastica obbligatoria, nonostante le pancette e i muscoli flaccidi. Ma anche afascisti e antifascisti, anziani e giovani, donne e bambini, lo odiavano per averli molestati e perseguitati per un decennio col saluto al duce e quello fascista, l’abolizione del lei e il sabato fascista, la premilitare, le evoluzioni ginniche e i salti nei cerchi di fuoco, le adunate e le cartoline-precetto, le divise d’orbace e i capi-fabbricati spioni. “Tutto possono perdonare gli italiani , -scriverà Galeazzo Ciano sul suo Diario, – tranne chi rompe loro i coglioni”. Continua a leggere

Pubblicato in Ritratti di Augusto Benemeglio | Contrassegnato | Lascia un commento

Ippocrate e la Musa. Scritti per Rocco De Vitis

di Paolo Vincenti

Un titolo molto suggestivo, che coniuga in prodigiosa sintesi, i due interessi della vita di Rocco De Vitis:  la medicina e la poesia, ovverosia la cura del corpo e la cura della mente. Quando Ippocrate corteggia la Musa. A Rocco De Vitis medico umanista, a cura di Francesco De Paola e Maria Antonietta Bondanese, segna il n.31 della collana “Quaderni de L’Idomeneo”, della Società di Storia Patria-Sezione di Lecce, ed è edito da Grifo (2017). Il volume è stato realizzato con il contributo della Banca Popolare Pugliese, ed infatti, dopo la Presentazione di Mario Spedicato, troviamo un bel contributo di Vito Primiceri, “Semper honor, nomenque tuum, laudesque manebunt” ( versi tratti dall”Eneide”), carico di umanità nei confronti del medico, celebrato nell’opera, nell’affettuoso ricordo del Presidente della BPP.  Quando Ippocrate, nume tutelare della medicina, incontra Calliope, la musa della poesia, ecco che riemergono dal passato e si impongono alla nostra attenzione certe figure, vagamente romantiche, come De Vitis, che coniugano la pratica medica con l’amore per i classici, retaggio della loro formazione umanistica. E infatti, scrive il prof. Spedicato: “tutte le numerose testimonianze qui raccolte concordano nell’attestare come questi suoi interessi vitali siano da considerarsi come le due facce della stessa medaglia”.  Rocco De Vitis, “Don Rocco”, come lo chiamavano tutti, era nato nel 1911 a Supersano. Aveva frequentato il Liceo Pietro Colonna di Galatina e poi la facoltà di Medicina a Bologna, dove si era laureato, a pieni voti, nel 1937. Esercitò per una vita la professione di medico condotto nella piccola Supersano, sua patria dell’anima prima che luogo di residenza. Pubblicò, in prima battuta, una traduzione in versi liberi dell’ “Eneide” di Virgilio, nel 1982, con l’aiuto di vari collaboratori che curarono il commento ai dodici libri del poema. Successivamente, anche su suggerimento di Mario Marti, che era stato un suo caro amico nella giovinezza, quando frequentavano entrambi il Liceo Colonna di Galatina, pubblicò una seconda edizione dell’opera virgiliana, nel 1987, in endecasillabi puri. Pubblicò poi un nuovo volume contenente altri due capolavori virgiliani:  le Bucoliche e le Georgiche, con testo latino a fronte, tradotte e commentate dallo stesso autore. L’altro suo grande amore era quello per la campagna; amava rimanere ore e ore a coltivare la terra, ad accudire i suoi animali,  a meditare sul mondo e sulla vita, nel silenzio e nella pace che offriva la collinetta di Supersano, che  egli aveva eletto a proprio rifugio, locus amoenus. Continua a leggere

Pubblicato in Recensione | Contrassegnato | Lascia un commento