Enfance salentine 6. Vacances à Leuca 3

di Gianluca Virgilio

Interruption temporaire des vacances

Peu après la mi-août, nous retournions à Galatina, comme pour nous assurer que le lieu que nous avions quitté était toujours là, en attente de notre retour définitif à la fin du mois. En réalité, c’étaient les tâches quotidiennes qui nous rappelaient à Galatina, au moins une fois dans le mois, juste le temps d’expédier les plus urgentes, le paiement de quelques factures, l’ouverture du courrier qu’un aimable voisin à qui nous avions confié la clef de la boîte à lettres s’était chargé de relever, la crainte que des orages, habituellement violents après le quinze août, ou encore un voleur informé de notre absence, n’eussent causé des dommages chez nous. Mais déjà ce voyage anticipait le retour définitif à la maison et la fin des vacances, portant en soi la tristesse du temps désormais écoulé et la crainte de voir les jours restants passer trop vite. Ma mère imposait le réveil à six heures du matin, parce qu’à cette heure-là, disait-elle, nous éviterions le soleil brûlant du mois d’août ; et c’est ainsi qu’à sept heures, tandis que les vacanciers dormaient encore, nous étions déjà dans la voiture ; Gigi, Antonio et Nino étaient sûrement sur le ponton en train de pêcher, quant à Silvana encore au lit chez l’amie qui l’avait invitée, elle descendrait d’ici peu à la plage, sans m’y trouver. Continua a leggere

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Un gelato dopo Ferragosto

di Luigi Scorrano

Ferragosto è passato, le vacanze sono finite. Come abbiamo impiegato il nostro tempo? La frenesia della vacanza è talmente assorbente da non preparare spazi a postumi esami di coscienza, ad analisi sui nostri sentimenti e sui nostri comportamenti. Siamo d’accordo che abbiamo bisogno un po’ tutti di un periodo di riposo; l’idea della vacanza (cioè quella di un vuoto salutare che aiuti a riprendere energie) forse non ci assilla più come un tempo dovendo fare i conti con le strettezze economiche, ma nemmeno ci attira l’idea di trascorrere un po’ di tempo immersi in complicate indagini sulla vita e sui suoi aspetti più contraddittori. Vacanza significa vuoto, e la mente, talvolta, un po’ di vuoto lo richiede. Vuoto come sosta, vuoto come pausa nel ritmo incalzante e stressante della quotidianità. Un tempo per riflettere, per rimodulare progetti, per confrontarsi serenamente con gli altri e con quello che la vita giorno per giorno ci offre generosamente o ci sottrae astutamente.

Dalla vacanza vorremmo ricevere un pieno di disimpegno, la realizzazione di un’occasione mancata in tempi più tranquilli; esaminiamo perciò quelli che crediamo d’aver atteso con ansia e che abbiamo visto liquefarsi davanti ai nostri occhi come un bel cono di gelato che perda rapidamente la sua consistenza in un ambiente troppo caldo. Continua a leggere

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La cosa pubblica è una cosa bellissima!

di Ferdinando Boero

Quando iniziarono le privatizzazioni delle imprese pubbliche feci una domanda a chi “se ne intende”: se un privato compra una cosa pubblica allora pensa di guadagnarci, no? Perché, invece, non ci guadagna il pubblico? La risposta era: le cose pubbliche sono gestite male, le assunzioni sono clientelari, sono dei carrozzoni. La mia replica era: ma se il privato le compra significa che pensa che sia possibile risanarle e farle funzionare, perché allora non lo fa il pubblico? La risposta era: eh, ma bisogna licenziare un sacco di gente e il pubblico mica può farlo, ci sono leggi che lo impediscono! Ah, rispondevo io, e allora cambiamole no? Anche perché i licenziati, poi, sono di solito sostenuti dallo stato, con soldi pubblici. Come minimo sono mandati in pensione (e poi crolla il sistema pensionistico). Mi dicevano che la facevo troppo semplice. Non sei preparato su questo, mi dicevano. In effetti non lo ero. Però lavoro in un’Università pubblica e cerco di gestire il mio laboratorio come se fosse un’impresa privata: assumo solo gente molto qualificata, non ci sono raccomandazioni. Facciamo progetti, di solito europei, e con quei soldi finanziamo le nostre ricerche, paghiamo persone. Certo, il mio stipendio sarebbe identico se mi limitassi a fare lezione e non facessi altro. In altri paesi lo stipendio è legato ai risultati ottenuti e i dipendenti pubblici sono chiamati “civil servants” e sono orgogliosi di esserlo. Lo sono anche io, e penso che le cose pubbliche debbano funzionare meglio di quelle private e i guadagni debbano andare al pubblico, ed essere reinvestiti in modo che la “macchina” pubblica sia sempre più efficiente e che il servizio offerto migliori sempre. Continua a leggere

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La letteratura italiana del Novecento secondo Cesare Segre

di Antonio Lucio Giannone

A poco più di un anno dalla fine del secolo (e del millennio), si cominciano a fare i primi bilanci e a tracciare panorami del Novecento nei più diversi settori. Queste operazioni comportano notevoli rischi, perché il tempo, come si sa, ribalta spesso i giudizi e sconvolge le prospettive, anche quelle più assodate. Sarà forse per questo che Cesare Segre, in un recente volumetto (La letteratura italiana del Novecento, Bari, Laterza, 1988), mette in un certo senso le mani avanti, dichiarando che il suo non vuole essere né un bilancio né una storia della letteratura novecentesca, ma soltanto un tentativo di fissare “alcuni punti chiave” di questo secolo, secondo la sua personale prospettiva.

Per chi conosceva, e apprezzava, Segre come un critico attento prevalentemente agli aspetti formali di un testo letterario, questo libro rappresenta senza dubbio una sorpresa. Qui l’elemento formale è solo uno dei criteri che guidano le scelte dell’autore. Accanto a quello, come egli stesso chiarisce, ci sono il criterio morale, che incide a volte pesantemente sulla valutazione (come nel caso del futurismo), e quello comparatistica, che implica il raffronto con gli scrittori contemporanei stranieri. Costante inoltre è il rapporto che egli stabilisce tra vicende letterarie e vicende storiche dell’Italia contemporanea. L’interesse maggiore del libro non sta tanto però, a nostro avviso, nel quadro d’assieme, che non si discosta molto dalla visione ampiamente consolidata del Novecento letterario, ma proprio nelle personali preferenze dell’autore, che emergono con chiarezza attraverso i giudizi e certe icastiche definizioni. Continua a leggere

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Nello Sisinni, l’uomo e l’artista, nei suoi “frammenti riscoperti”

di Gigi Montonato

Nello Sisinni continua alla non più verde età ad essere un irrequieto, uno che è sempre alla ricerca di se stesso. Continua a lavorar di colori e di creta, di linee rette e curve, in uno stile volutamente sinuoso, aggrovigliato, in cui la figura lascia al fruitore la libertà e la soddisfazione di essenzializzarla nella scoperta.

Da dove vengo io? Una domanda che ci poniamo tutti, specialmente quando le esperienze vissute ci obbligano ad interrogarci: perché siamo così? Che cosa ha contribuito a fare di noi quello che siamo o quello che siamo diventati? Che è poi lo stesso. Abbiamo forse trascurato qualcosa? Torniamo indietro, allora, a verificarlo.

E’ quello che ha fatto Sisinni, l’artista di Bagnolo trapiantato a Cursi, figlio d’arte e padre d’arte. E’ andato a ritroso nel tempo e ha riscoperto alcuni momenti nodali della sua esistenza, di formazione artistica, di professione, di passione politica, di tenuta etica, di affetti. E ha trovato il filo di Arianna della sua esistenza.

Undici paragrafi di una sorta di kurze Bildungsroman (breve romanzo di formazione) che ha intitolato “Frammenti riscoperti” (Galatina, Panico, 2018, pp. 69), un elegante libricino, illustrato in copertina dal nipote Federico.

Parte dai luoghi della sua infanzia a Bagnolo, la casa, il giardino, la piazza, la chiesa, i palazzi, le persone e gli amici, il cortile della nonna, l’edificio della scuola elementare, e poi i genitori. I luoghi della sua giovinezza e della sua formazione. Gallipoli, dove ha “scherzato col fuoco capriccioso e pericoloso di una gioventù istintiva e volubile”. Napoli, il Liceo Artistico di via Costantinopoli, dove cercava “di vivere per quanto possibile appartato”, dove “disegnava dal vero le colleghe” e dove per esigenze economiche incominciò a fare soldi con lavori di riproduzione, retribuiti a millecinquecento lire l’uno. Parigi, dove Sisinni vive anni felici per la carriera: è in corrispondenza con Giulio Carlo Argan, riscopre gli impressionisti, conosce Sartre, e fa incontri e conoscenze importanti per la sua perfezione artistica e legge; legge molto. Al rientro nel Salento stringe rapporti d’amicizia con le personalità più in vista della cultura salentina: De Donno, Marti, Vallone, Macrì, Corti, Valli; ma anche con Vittore Fiore, Giovanni Raboni, Mario Luzi e molti altri. Continua a leggere

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Marina

David Cox, Rhyl Sands, 1854.

di Antonio Prete

Il tempo, sulla riva, è selce, è alga,

orlo d’anfora, scheggia di conchiglia,

frammento d’osso, polvere di vita,

vento d’onda che fruga nello scoglio,

è quieta ombra che plana sulla sabbia.

Lontano, il lampo d’una cresta in fuga.

 

L’apparenza è nel cuore dell’istante.

[Se la pietra fiorisce, Donzelli 2012]

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La Lecce che amavo saccheggiata dalla folla anonima

di Antonio Errico

Ho amato una città, per quarant’anni. L’ho amata fino a poco tempo fa, fino ai primi giorni di luglio che è passato, fino a quando una sera non l’ho vista invasa, saccheggiata da una folla senza meraviglia, ignara e strafottente della sua bellezza, inconsciamente irriverente e frivola, oleosa e ruttante.

Ho smesso di amare Lecce quella sera. Dopo averla amata quarant’anni. Da quando nel Settantanove incontrai “Un popolo di formiche”, una mattina di febbraio che finiva e il nevischio intirizziva gli uomini e i colombi.

Nel Settantanove Tommaso Fiore era morto da sei anni.

Cominciai a leggere a caso, nella biblioteca dell’Ateneo, a porta Napoli, e nel caso conobbi per la prima volta Lecce.

Leggevo e mi ritrovavo nello smarrimento che mi accerchiava passato il viale della stazione, fra viuzze brevi, tortuose, bitorzolute.

A distanza di molti anni ancora continuo a smarrirmi per le sue strade. Volutamente. Voluttuosamente.

Ogni volta che mi perdo per quelle strade che ho attraversato centinaia di volte, che ad un incrocio mi disoriento, mi viene in mente quel frammento dell’ “Infanzia berlinese” in cui Walter Benjamin dice che ci vuole una certa pratica per smarrirsi in una città come ci si smarrisce in una foresta.

Da provinciale a Lecce, ho sempre fatto pratica di smarrimento. Continua a leggere

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Di mestiere faccio il linguista 31. Le regole del congiuntivo

di Rosario Coluccia

 Partiamo da una voce del Disc. Dizionario Italiano Sabatini Coletti: modo congiuntivo agg. ‘esprime un’azione o uno stato non come reali ma come possibili, supposti, temuti, desiderati […]; s.m’. E ora quella omologa del Dizionario della lingua italiana di De Mauro: congiuntivo s.m. ‘modo verbale indicante un’azione o uno stato di possibilità, volontà o irrealtà, utilizzato spec. in proposizioni indipendenti per esprimere comando, augurio, preghiera, concessione; anche agg. modo congiuntivo’. Termine tecnico-specialistico (TS) di ambito grammaticale (gramm.). Nei dizionari si concentra la formulazione teorica di una pratica della lingua che, nelle attuazioni concrete, suscita forti dubbi e incertezze nei parlanti e negli scriventi, anche in quelli dotati di un buon corredo scolastico e grammaticale. Al punto che l’abilità di usare il congiuntivo in maniera appropriata al contesto, alla semantica e alla sintassi è considerata un indicatore fondamentale della capacità di usare adeguatamente l’italiano, una vera e propria spia della competenza linguistica del singolo individuo.

Al festival di Sanremo 2018, il tempio della musica italiana (come si diceva una volta), il cantautore Lorenzo Baglioni ha presentato una canzone intitolata Il congiuntivo. Eccone alcune frasi: «Il congiuntivo ha un ruolo distintivo e si usa per eventi che non sono reali. È relativo a ciò che è soggettivo a differenza di altri modi verbali. Nel caso che il periodo sia della tipologia dell’irrealtà (si sa) ci vuole il congiuntivo». Il video che promuove la canzone la mattina del 4 agosto 2018 riscuote 6.031.746 visualizzazioni, con 101.488 apprezzamenti (“like”, come è corrente nella lingua del web), simboleggiati dall’icona del pollice in alto, e 7.224 dissensi, simboleggiati dal pollice verso. È difficile immaginare che apprezzamenti e dissensi riguardino un giudizio sulle funzioni della lingua e su un uso corretto della stessa, andranno riferiti alla esibizione del cantautore. Continua a leggere

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Claudia Mesar-lì

di Maurizio Nocera

Soli siamo ora,
soli e soli terribilmente
nella rete del ragno che ci morde,
dentro l’orizzonte di sangue raggrumato
di un cielo a lutto vestito.
Nottule disperate la testa divorano.

Sorpresi e con gli occhi del mare
piogge d’autunno attendiamo
costretti nella morsa di orribili assassini,
soli e soli terribilmente 
alla luce del sole
che carne d’agosto brucia.

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«L’odio spezzato» di Simonetta D’Urso

di Gigi Montonato

Il racconto perfetto, se e quando esiste, si basa sull’equilibrio di scrittura e storia, posto che non c’è romanzo senza una storia. Non sembri pleonastico ricordarlo, oggi circolano tanti “romanzi” e così poche storie. Quando prevale la scrittura, l’andatura è lenta e appaga l’autore nel trasporto del racconto. Quando a prevalere è la storia, la rapidità coinvolge l’autore in un altro genere di compiacimento, la vicenda nell’ansia di parteciparla al lettore.

Nel romanzo di Simonetta D’Urso, L’odio spezzato (Galatina, Editrice Salentina, 2018, pp. 127, € 12,00), prevale la storia; la scrittura è di servizio, essenziale. La rapidità comprende e racchiude tre generazioni di personaggi in poche pagine, quasi in circolarità di eventi. Il romanzo si apre con un segreto e si chiude col suo svelamento.

Due cognate, Palmina e Teresa, abitano a Roma durante l’occupazione nazista del 1943-44. Atmosfere da “città aperta”. I bombardamenti hanno distrutto case e palazzi, devastato le strade, dappertutto regna la rovina. Ognuno cerca di mettersi in salvo. Una donna, per strada, supplica Teresa di prendere con sé un fagottino con dentro un bambino; poi si rivelerà una bambina. E’ un’ebrea disperata, che, conscia di non poter sfuggire alla caccia nazista, cerca di mettere in salvo la figlioletta. Teresa porta a casa quel fagottino, a cui si sente da subito indissolubilmente legata e vince le perplessità iniziali della cognata, preoccupata che ne scoprano la provenienza.

Da quel momento per Teresa e Palmina inizia un’esistenza diversa, hanno una ragione di vita in più per continuare a lottare. La chiamano Luisella, per una è figlia, per l’altra è nipote. Le due cognate trovano lavoro e rifugio in un convento, dove la madre superiora ha tanta comprensione. Lì sono raggiunte dalla notizia che Mario, marito di Teresa e fratello di Palmina, è caduto in combattimento. Arrivano gli Americani. Roma è liberata. Continua a leggere

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