Navigando sui muri

di Francesco D’Andria

 Fra piacer tanti, ovunque un arbor dritto
vedesse ombrare o fonte o rivo puro,
v’avea spillo o coltel subito fitto;
così, se v’era alcun sasso men duro:
ed era fuori in mille luoghi scritto,
e così in casa in altritanti il muro,
Angelica e Medoro, in vari modi
legati insieme di diversi nodi. 

La stanza XIX, 36 dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto presenta due personaggi centrali nel poema, colti nell’esplodere della loro passione amorosa, causa, per Orlando, della perdita di senno. Angelica e Medoro vivono intensamente questa indissolubile attrazione; in una sequenza di abbracci e di baci, per più di un mese “stero a diletto// i due tranquilli amanti a ricrearsi”. Vagano per i boschi e su ogni albero o su una morbida pietra, in preda al furor amoris, vanno incidendo i loro nomi, intrecciati nei modi più diversi.

La lettura del libro di Angelo Cossa, Navigando sui muri. I graffiti navali nel Salento (XII-XVIII secolo), Editrice Botanica ornamentale, mi ha riportato con la memoria ai versi in cui lo scrivere graffiti, una delle manifestazioni considerate spesso marginali dalla cultura ufficiale, viene evocato in un testo tra i più alti della nostra letteratura.

Così è accaduto anche per i “graffiti” che spesso imbrattano i muri delle nostre città, ma che tuttavia sono diventati una forma d’arte di frontiera, attraverso l’opera di artisti come Keith Haring, nel vivacissimo panorama culturale di New York. Come si vede, il termine graffiti abbraccia oggi una vastissima area semantica ed indica forme diverse di espressione e di comunicazione, in cui convergono istanze sociali, estetiche, psicologiche. Continua a leggere

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Enfance salentine 3. Scènes de vie dominicale en province

Oh, comme je me consumais. Si seulement je savais encore pour quoi.

Robert Walser, Les Rédactions de Fritz Kocher.

 

Le bain hebdomadaire

Le dimanche matin, dès le réveil, c’était le moment du bain hebdomadaire. Dans la maison où nous habitions, il n’y avait pas de baignoire et je crois que la construction de la salle de bain pourvue des principaux équipements est advenue de nombreuses années après celle de la maison, avec l’adjonction d’un cagibi plutôt exigu aménagé dans la cour intérieure et accessible par la cuisine. Ma mère, à cette époque, avait acheté une grande bassine en plastique de couleur verte, elle la remplissait d’eau qu’elle chauffait dans de grandes marmites sur la plaque de la cuisinière : c’est ainsi qu’étaient réduits en cendres tous les journaux de mon père, ils servaient enfin à quelque chose. Nous prenions donc le bain dominical dans la cuisine, la pièce la plus chaude de la maison, l’absence de chauffage central moderne nous contraignant à utiliser des braises et des poêles.

En hiver, la seule idée de me dévêtir et de rester nu pour prendre un bain me donnait la chair de poule, de sorte que le souvenir que je garde du bain dominical n’est pas celui d’un bon moment dans la semaine. J’aurais voulu rester plus longtemps dans la chaleur du lit, sans me soucier de l’appel des cloches qui annonçaient les premières messes de la matinée, sommeiller encore un peu en pensant à la jeune fille qui m’était immédiatement revenue à l’esprit au moment du réveil – je savais que je ne la verrais pas ce jour-là car elle passait les dimanches avec ses parents dans une autre ville ; au lieu de cela, ma mère venait me tirer du lit, prétendant que je devais la remercier de m’avoir concédé une demi-heure supplémentaire de repos par rapport aux autres jours : il était sept heures et demie au lieu de sept, heure à laquelle elle avait l’habitude de nous réveiller les jours d’école. L’eau était déjà chaude dans la bassine verte, il n’y avait pas moyen d’échapper séance tenante au bain purificateur. Ma sœur était la première à se laver pendant que je prenais le petit-déjeuner dans la salle à manger, puis c’était à moi d’aller dans la bassine, tandis que la cuisine se remplissait de vapeur et que crépitait le feu dans la cheminée. Le bain durait un peu moins de dix minutes, il suffisait de se savonner de la tête aux pieds, ma mère se chargeait ensuite de me frotter comme du linge sale. Tout de suite après, on s’habillait dans la petite salle à manger contiguë, la chaleur de la cuisine s’y répandait en nuées de vapeur qui flottaient dans l’air. En une demi-heure, nous étions tous prêts pour la messe dominicale. À dire vrai, si nous devions nous lever aussi tôt, c’était justement à cause de la messe de neuf heures que, par décret familial, il nous fallait suivre car celle de onze heures aurait décalé toutes les opérations de la journée ; ainsi, après la messe, ma mère et ma sœur retournaient à la maison faire la cuisine tandis que mon père et moi attendions l’heure du déjeuner au bar Ascalone. Puis, le repas terminé, nous allions à Corigliano d’Otrante rendre la visite hebdomadaire aux parents de ma mère. Continua a leggere

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Di mestiere faccio il linguista 19. Spazzatura e trash

di Rosario Coluccia

I vocabolari sono importanti, fotografano la lingua, spiegano come nasce e come cambia nel tempo. Ecco la definizione di una parola che tutti conosciamo, documentata fin dal Trecento: spazzatura. «A. s.f.: 1. Attività dello spazzare. 2. Ciò che si spazza, immondizia, rifiuti: cassetta della spazzatura, buttare qualcosa nella spazzatura. 3. In senso figurato, ciò che è da rifiutare perché volgare, scadente, di pessimo gusto: questo film è solo spazzatura. Trattare qualcuno o qualcosa come spazzatura con disprezzo. B. in funzione di aggettivo invariabile (posposto a un sostantivo) volgare, di nessun pregio: cinema spazzatura, tv spazzatura. Sin. Trash».

Riassumendo. Il vocabolo ha due funzioni fondamentali, potremmo dire spazzaturaA e spazzaturaB. La prima, il sostantivo, è antica e tradizionale. L’altra, più recente, quella aggettivale, vale a qualificare cose volgari e senza pregio. Quest’ uso entra nella lingua una quarantina di anni fa, negli anni ottanta del secolo scorso. Lo documenta un’opera straordinaria, il Grande Dizionario della Lingua Italiana (GDLI), fondato da Salvatore Battaglia e poi diretto da Giorgio Barberi Squarotti, entrambi scomparsi. In ventuno volumi di grande formato sono registrate, con ampie citazioni, le parole che ricorrono nei documenti scritti, dai più antichi fino ai nostri giorni. In letteratura e in testi di vario tipo: giornali, trattati artistici, scritti scientifici, la Costituzione della Repubblica Italiana, i Quattro Codici, il Codice della Strada, lo Statuto Albertino, i Contratti collettivi nazionali di lavoro, ecc. Diretto dai due studiosi che abbiamo ricordato con il contributo di molti redattori, è un vero monumento alla nostra lingua, iniziato e completato in un quarantennio, dal 1961 al 2002, che è un tempo breve per un’opera di questa portata. Tempi ragionevoli e impegno collettivo caratterizzano le imprese magnifiche dell’ingegno umano, i grandi vocabolari come le cattedrali, gli anfiteatri, i ponti, gli acquedotti e le autostrade. Al contrario, quando mancano le qualità, tutto è lentissimo o non si realizza mai, come tante opere pubbliche mal fatte o incompiute che vediamo in giro, testimonianza di ruberie e di spreco da parte di alcuni del denaro di tutti. Continua a leggere

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La catastrofe dell’Università italiana

di Guglielmo Forges Davanzati

“Meglio una cattiva riforma che nessuna riforma; chi si oppone alle riforme è sempre conservatore. Due affermazioni diffuse, ma assai discutibili”. E’ da questa considerazione che parte Gianfranco Viesti, nel suo ultimo libro – La laurea negata. Le politiche contro l’istruzione universitaria (Laterza, 2018, pp. 150) – per strutturare una critica assai informata, puntuale e del tutto condivisibile al processo di vera e propria distruzione dell’Università pubblica italiana avviato con i tagli del Ministro Tremonti del 2008 e con la c.d. Riforma Gelmini del 2010.

A partire dal 2008, l’Università italiana subisce decurtazioni di fondi senza precedenti, che, come rileva Viesti, la portano “per la prima volta nella sua storia … a diventare più piccola: di circa un quinto” (p.13). Viesti rileva che i tagli operati nell’ultimo decennio al sistema formativo italiano sono maggiori di quelli somministrati ad altri comparti del settore pubblico e che non hanno paragoni rispetto agli altri Paesi colpiti dalla crisi. Il fondo di finanziamento ordinario delle Università statali è stato ridotto, in termini reali, del 20%. I docenti sono diminuiti di quasi quindicimila unità, così come sono diminuiti gli amministrativi. Il blocco del turnover ha creato un esercito di “precari della ricerca” senza prospettive di carriera, se non trasferendosi in sedi estere. La diminuzione dei finanziamenti ha generato un aumento delle tasse di iscrizione, con conseguente riduzione del numero di immatricolati. E si potrebbe continuare (e l’autore continua nella sua impietosa diagnosi – non contestabile su nessuna fonte ufficiale).

L’operazione venne giustificata in due modi. Innanzitutto, si disse, poiché in tempo di crisi occorre fare sacrifici, è giusto che i sacrifici li facciano anche i docenti universitari (e indirettamente gli studenti e le loro famiglie). In secondo luogo, si avviò una campagna mediatica volta a presentare i professori universitari esclusivamente come nullafacenti e appunto corrotti, giustificando, anche per questa via, la sottrazione di risorse. E proprio a ragione del loro scarso rendimento (più presunto che effettivo, dal momento che in quegli anni la ricerca scientifica prodotta in Italia non era assolutamente inferiore – per quantità e qualità – alla media europea) si disse che i professori universitari italiani dovevano essere valutati. Per i non addetti ai lavori, può sembrare cosa ovvia, magari buona e giusta. Non è così, e il libro di Gianfranco Viesti lo mostra in modo inequivocabile. Continua a leggere

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The Right to the city by Henry Lefebvre and tendencies to the anti-coercion of its exchange value. Reading hypothesis and analysis

di Luca Benvenga

Introduction

I believe that it is possible to carry on Lefebvre’s thought trying to fix the coordinates of a possible political economy of the metropolitan space, where there are some contrasting subjective regularities that restore the difference between isotopy and heteropia in the contemporaneous metropolitan paradigm. From this basic assumption, the path of the speech is turned to the synoptic observation of the control and exclusion systems of specific social classes (voluntary and spontaneous isolation, H. Lefebvre, or. 1967, tr. it. 1968); finally, assumptions can be made on how some fragments of the territory can be transformed by fractions of population, whose desires, turned into patterns, originally, conflicting with the normative-symbolic order, must be found in a series of initiatives aimed at the re-appropriation of a physical space, with an increase in subjectivity that redefines the role of space in the metropolis.

Although the Right to the city takes its place between a Keynesian, Taylorist, Fordist system and the advance of a Toyotist paradigm, Lefebvre catches the origins of the socio-urban changes in conformity with the fast ratio (space compression, reduction of time with the automation of the production processes combined with the new communication and transport technologies), where several systemic strategies are simultaneously carried out to eliminate the topographic city differences; therefore, Lefebvre establishes new urban development needs in the reconversion of the capitalist pattern, with procedural effects on the territorial planning and on life in a broad sense.

With the more and more new cybernetic systems and outsourcing services, the factory, the production as a theatre of struggle and social aggregator, at least in the late-capitalist West, gives way to a conflict that is increasingly centred on the space category and not on the reduction of time to the owner’s authority. In a “two-dimensional decomposition of the everyday life”, (cf. G. Cersosimo 2017, 15,) focusing on a socially organized time and a relatively free time, which is always related to the capitalist organization of production and work, the key to conflict is, nowadays, the re-appropriation of means and resources to enjoy the spare time in a society with no producers recording a clear decrease in employment, with flexible working hours and moments where it is possible to record a higher involvement of the lower classes. Continua a leggere

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Il Salento nella storia e nel tempo: l’ulivo e la croce

 

di Augusto Benemeglio

L’ Ulivo è presente sia nel Corano che nella Bibbia, è la luce che illumina i profeti, l’ulivo è Gesù nell’orto che suda sangue prima del sacrificio estremo di sé stesso per la redenzione dell’Umanità . E  Cristo, con la sua croce, non è arrivato per l’umanità intera – scriveva Paul Valery,  con impertinenza, – ma solo per il Mediterraneo, per i popoli del Mediterraneo , giacché si fermò a consumare pane e vino. Se Cristo avesse voluto tè e riso  sarebbe stato cinese”.

L’ulivo è uno degli emblemi del Salento, in particolare, e delle campagne meridionali in genere. E uno dei più orrendi e sfrontati delitti di mafia era, un tempo, la distruzione di uliveti: li segavano di notte, per rappresaglia e per avvertimento. “E’ un delitto – scrive Guido Ceronetti – che, se si avesse un’idea giusta del rapporto uomo-terra-ulivo-cielo, dovrebbe essere spietatamente punito con la morte. Sappi, uomo vile, che per un ulivo tagliato cadrà la tua testa. Divina legge, la legge che parlasse di questo linguaggio forte”. Nell’Attica l’ulivo era sacro ad Atena, anzi l’ulivo era Atena. Niente di più degno, nel momento grave in cui gli alberi prendono congedo dalla terra, di quel coro dell’”Edipo a Colono”, congedo del vecchio immenso Sofocle dalla vecchiaia e dall’Attica, dove si canta  la vegetazione che fiorisce alle porte di Atene. E’ l’incantato inno all’ulivo di Sofocle, all’ulivo che protegge la città dalla distruzione: “…una pianta di cui non so se mai ne sia nata l’uguale, in terra d’Asia o nella grande isola dorica di Pelope, una pianta indomabile, che si rifà da sola… l’ulivo dalle foglie cerulee, che nutre i nostri figli, l’albero che nessuno, né giovane né vecchio, può brutalmente distruggere o saccheggiare”. Custodi dell’ulivo, – dice Sofocle -, sono Zeus e Atena, i cui sguardi non l’abbandonano”. In realtà, da molto tempo lo hanno abbandonato, e i nostri ulivi non rinascono il giorno dopo, come quelli dell’Eretteion bruciato dai persiani. Li avvolge la via mortis nei suoi lenti giri. Continua a leggere

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La vocazione del letterato. Intervista a Mario Marti

 

a cura di Gianluca Virgilio

Incontro il prof. Mario Marti nella sua casa di Lecce alle diciotto e trenta del 18 giugno scorso, previo accordo telefonico. Mi accompagna un amico, desideroso di conversare con lui. Il professore ci accoglie con la moglie Franca e ci fa accomodare nel salotto; ci spiega che fino a qualche tempo prima quel salotto era pieno zeppo di libri, come del resto tutta la casa – ed io penso alla casa del Carducci, a Bologna –, e che ora gli scaffali sono vuoti perché ha donato i libri, circa settemila e cinquecento, ma il trasferimento è ancora in corso, al convento dei Cistercensi di Martano (le lettere ricevute, in numero di quattromila, invece, sono custodite nella Biblioteca comunale di Mesagne). Cominciamo a parlare, e si va avanti per più di un’ora, senza pause, senza silenzi, con la naturalezza dell’autentica e ormai disusata conversazione. Rievochiamo i fatti della giovinezza, gli studi, le amicizie, la carriera accademica, i suoi libri. A novantacinque anni si hanno cose da raccontare, se si è vissuta una vita operosa. Alla fine, dico che avrei dovuto portare con me il registratore, perché nulla di quei discorsi andasse perduto. “Ma non sarebbe stata la stessa cosa”, dice la Signora Franca, servendoci un ottimo tè freddo, ed ha ragione. Allora, io tiro fuori una busta con le domande che avevo pensato a casa e la consegno al professore. Il professore la apre, legge, sorride talvolta, e dice: “Dammi tempo e avrai le risposte. Ma poi, che ne fai?”.

Ricevo le risposte il 9 luglio scorso, scritte a macchina, con correzioni autografe, e una lettera di accompagnamento datata 4 luglio 2009, in cui il professore mi scrive: “…appena ricevi, fammi un fischio”. Gli telefono, dunque, per avvisarlo; e lui ancora: “Che ne fai di queste risposte?”. “Le pubblico”, gli ho detto. E così è stato. Continua a leggere

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Cade tempo dal cielo

di Antonio Prete

Il cane fiuta l’effluvio delle zolle

che annuncia la sera.

Sull’onda rosagrigia delle crete

filari d’alberi scuri risalgono

verso i poggi. Dall’orizzonte dilagando

si versa sulle ultime colline

il giallo del tramonto.

Cade tempo dal cielo,

muore silenzioso nel fogliame.

Stanno,  animali e uomini, nel cuore

dell’ addio, nel suo battito che è in accordo

col soffio delle piante,

mentre la terra  cerca il sonno,

e la prima stella trapunge sovrana

il mantello della lontananza.

 

(da Se la pietra fiorisce, Donzelli, 2012)

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L’intelligenza delle emozioni può vincere la forze delle armi

di Antonio Errico

Ci sono Paesi che hanno sviluppato droni dotati di armamenti portentosi. Le industrie di una novantina di Paesi stanno producendo un’infinita varietà di armamenti potenzialmente indipendenti. Potrebbe accadere che algoritmi interagiscano in modo non previsto ordinando a robot di aprire il fuoco più rapidamente di qualsiasi umana possibilità di fermarli.

Non sono appunti per un romanzo di fantascienza. Sono le parole che Paul Sharre, direttore del programma di sicurezza al Center for a New American Securyty di Washington, ha detto in un’intervista rilasciata a Michele Neri per “Il Messaggero”. Ha appena pubblicato un libro che si intitola “ Army for None” : armi di nessuno. Sharre è uno che se ne intende e non è ottimista nei confronti della tecnologia. Diffida. Sospetta che possa sfuggire al controllo dell’uomo, che la velocità con cui evolve possa superare sia quella della politica che quella della indispensabile regolamentazione etica, che si possa arrivare ad un punto in cui una macchina sia in grado di decidere della vita e della morte senza alcun controllo umano. E’ un esperto, Paul Sharre, ed ha paura. L’uomo della strada ne ha più di lui. L’uomo della strada ignora molte cose che riguardano questi argomenti, ma ha una paura istintiva, viscerale, forse anche inconscia. Pensa che la tecnologia sia una condizione straordinaria quando viene impiegata per il progresso ma che possa essere estremamente pericolosa quando viene impiegata esclusivamente per lo sviluppo. Tra progresso e sviluppo forse c’è una differenza che è determinata dall’applicazione. L’uomo della strada ricorda quello che diceva in un libro Luigi Malerba, uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano. Diceva che si è confusa l’idea di progresso con quella di sviluppo, così come si è confusa la scienza con la tecnologia. In nome della scienza si è lasciata mano libera alla tecnologia e così è successo che la scienza ha realizzato la scissione dell’atomo e la tecnologia ha fabbricato la bomba atomica. Continua a leggere

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Di mestiere faccio il linguista 18. Il cellulare a scuola? No, grazie!

di Rosario Coluccia

Il tema dell’introduzione del cellulare a scuola appassiona, molti mi chiedono di discuterne ancora. Accetto la sfida, sapendo che è un compito difficile. Lo confesso, sono incerto. La tecnologia non va demonizzata, tenerla fuori dalle aule potrebbe (al di là delle intenzioni) cristallizzare la scuola in una realtà antiquata, sconnessa dal mondo in cui viviamo. Ma nello stesso tempo vanno considerate implicazioni e conseguenze delle scelte, non è saggio inseguire acriticamente la modernità, spesso solo presunta o limitata alla superficie. E inoltre bisogna distinguere, un conto sono computer, tablet e L.I.M. Lavagna Interattiva Multimediale (utili didatticamente), un conto è il cellulare (non serve a scuola e dovrebbe essere vietato in classe). Così mi scrive Nicoletta Maraschio, presidente onoraria dell’Accademia della Crusca, e io concordo in pieno.

Partiamo dai dati. Un numero crescente di insegnanti lamenta la perdita, da parte di molti allievi della scuola primaria e secondaria, della capacità di scrivere fluentemente a mano. I testi redatti dagli studenti sono fastidiosamente disordinati, con parole mal allineate sul rigo, con i tratti delle singole lettere a volte difficili da decifrare, con vacillanti legamenti tra una lettera e l’altra e con incongrui miscugli di stili e di caratteri nelle stesse parole o nella stessa sequenza di parole: corsivo e stampatello, maiuscolo e minuscolo. Il fenomeno si collega, a parere di molti, alla contrazione della scrittura manuale, spesso abbandonata a vantaggio della tastiera del pc e del telefonino. Non esistono statistiche che indicano a partire da quale età (in media) bambini e adolescenti familiarizzano con il digitale, ma molti collegano alla sempre maggiore familiarità con le diverse forme della scrittura digitale la progressiva diminuzione della abilità scrittoria manuale. Alla ridotta capacità di scrittura si accompagna una ridotta capacità manuale complessiva. I ragazzi sono in difficoltà anche se debbono fare operazioni semplici (tracciare cerchi e rettangoli con l’aiuto di compasso e di righello) o addirittura attività semplicissime (ridurre un foglio di carta in segmenti più piccoli tendenzialmente uguali). Poco per volta ci disabituiamo a usare le mani, attrezzi meravigliosi che hanno consentito al bipede uomo, insieme a un cervello particolarmente raffinato, di dominare il mondo. Se poi facciamo un uso coerente di questo primato, se non siamo noi stessi che incoscientemente stiamo preparando la rovina del nostro pianeta è questione diversa, che richiederebbe assai più che due o tre righe. Continua a leggere

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