Avanti (o) pop 6. Pop hoolista

di Paolo Vincenti

Quando, leggendo i miei articoli, qualcuno mi taccia di populismo, io mi incazzo davvero. Non c’è nessuno più lontano di me dal concetto di populismo, almeno nella distorsione negativa che oggi si dà al termine. Non potrei mai esserlo, populista, perché io disprezzo il popolo quando questo è correo di certe anomalie, discrasie, tipiche del nostro Paese. Nessuno meno consentaneo di me alla becera demagogia utilizzata da buona parte dei politici e degli anchor men televisivi.  Del pari, disprezzo le élites, quelle che ritengono di farsi carico del pensiero comune e di indicare la via, tracciare la rotta, come se fosse, la loro, una chiamata, una predestinazione, quasi fossero “in missione per conto di Dio”, come i Blues Brothers.  Se per populismo, come sostiene il professor Richard Baldwin dell’Università Bocconi di Milano, si intende l’idea che il popolo sia puro e le élites corrotte, allora io non sono affatto un populista perché ritengo, in linea con Riccardo Ruggeri su “La Verità” del 17 marzo 2017, che anche il popolo sia abbastanza corrotto, anzi intimamente corrotto. E come Ruggeri, non credo in nessun uomo della provvidenza, sono convinto che non esiste nessun Mandrake che ci possa salvare, semmai dobbiamo accontentarci di qualche Lothar.

Marzo 2017

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Per la crescita di un Paese servono i buoni maestri

di Antonio Errico

Un Paese può crescere, svilupparsi, progredire, soltanto se ha buoni maestri. Ma non maestri d’arte, di scienza, di letteratura. Un Paese ha innanzitutto un bisogno essenziale di buoni maestri di scuola. Perché, poi, da quelli dipende l’esistenza dei maestri d’arte, di scienza, di letteratura.

Non c’è genio di numeri o  parole, né di figure dipinte su una tela, non c’è genio di note, di tecniche, di tecnologie, che non abbia avuto, una volta, in un’aula, qualcuno che gli abbia insegnato a comporre una parola, a mettere insieme i numeri, a riconoscere mari e monti e fiumi su una cartina appesa alla parete.

Si diceva in altri tempi che il maestro dovesse insegnare a leggere, a scrivere e a far di conto.

Poi vennero tempi differenti, qualche volta anche tempestosi; vennero nuove idee, altri scenari di società, altri costumi; venne il Sessantotto e gli anni Settanta, e sembrò che tutto potesse e dovesse cambiare, o che fosse tutto già cambiato. Così leggere, scrivere e far di conto, si caricò del significato di formula vecchia, espressione di una figura di maestro superata, inadeguata ai tempi e alla temperie culturale.

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Marc Ronet a Roubaix, 19 novembre 2019

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Di mestiere faccio il linguista 21. La sindrome dei pesci rossi

di Rosario Coluccia

Mi stupisce (un po’) e mi colpisce (positivamente) una notizia che leggo su «Nuovo Quotidiano» di domenica 27 ottobre, p. 7. Un gruppo di giovani ricercatori di Unisalento ha vinto la dodicesima edizione di «Start cup Puglia 2019» con una applicazione denominata «9 seconds», che si propone di regolare il rapporto che gli utenti hanno con il proprio cellulare. La start up si indirizza a tutti coloro che usano il cellulare, indipendentemente dall’età, dalla condizione sociale, dal livello culturale. L’etichetta «9 secondi» richiama provocatoriamente il tempo massimo, la soglia di attenzione che i pesci rossi, esseri animati che non brillano per quoziente intellettivo né per livello di acume particolarmente elevati, dedicano a qualsiasi fenomeno che rientri nella loro sfera di osservazione. C’è il rischio, suggeriscono non troppo implicitamente gli arguti ricercatori salentini, che coloro che utilizzano il proprio cellulare in maniera compulsiva (nelle occasioni e con le finalità più diverse) abbassino il proprio livello di attenzione al di sotto della soglia propria dei pesci rossi.
In effetti esistono statistiche impressionanti sull’uso del cellulare o del tablet: in media lo strumento viene controllato centocinquanta volte al giorno (sette volte ogni ora), sei persone su dieci non se ne staccano mai, due persone su tre non lo disattivano neanche al momento di andare a letto. Un sondaggio assicura che il 75% degli intervistati si collega abitualmente ad internet, il 57% frequenta uno o più social, l’85% utilizza il proprio dispositivo mobile per le finalità varie. In parallelo diminuisce la soglia di attenzione a qualsiasi fenomeno osservato: pare che in molti casi negli utilizzatori spasmodici di cellulare sia di davvero di otto secondi. E quindi al disotto di quella del pesce rosso. Insomma: siamo impegnati a guardare mille cose, ma prestiamo ad esse pochissima attenzione (e non riflettiamo). L’uso parossistico del cellulare influisce sulla persona in maniera molto pesante.

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Girolamo Comi torna a Casamassella, 24 novembre 2019

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Primo Convegno Nazionale di Studio su Luigi Corvaglia, Melissano, Lucugnao, Santa Maria di Leuca, 21-22-23 novembre 2019

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I vent’anni dell’euro

di Guglielmo Forges Davanzati

Nel 1999 fu introdotto l’euro, soli venti anni fa. L’Italia fu ammessa nel club dei Paesi fondatori nel 1998, a seguito di pesanti misure di restrizione della spesa pubblica e di aumento della pressione fiscale, ma comunque superò l’esame, sebbene non rispettasse il parametro del 60% del rapporto fra debito pubblico e prodotto interno lordo imposto dal Trattato di Maastricht. Da allora, dopo una prima fase sostanzialmente positiva, caratterizzata da riduzioni dei tassi di interesse e da crescita economica dei Paesi dell’Eurozona, a seguito della prima crisi del 2007-2008 è cresciuto lo scetticismo nei confronti del progetto di unificazione europeo. A ben vedere, lo scetticismo avrebbe dovuto sedimentarsi negli anni novanta, anni nei quali doveva essere chiaro (e fu chiaro a soli pochissimi economisti italiani) che l’adozione di una moneta unica, in assenza di un coordinamento delle politiche fiscali, avrebbe determinato crescenti squilibri regionali e non avrebbe resistito a shock esogeni. E, nel caso italiano, ci sarebbero state ottime ragioni per non entrare subito nel club: se non altro perché l’Italia non era (e tantomeno lo è oggi, dopo decenni di tendenze recessive) sufficientemente robusta sul piano industriale per accettare la sfida della competizione all’interno dell’Unione. L’Unione era infatti costruita su basi competitive al suo interno e con la condizione implicita che la sua crescita economica fosse demandata alla crescita della sua locomotiva – la Germania in fase di unificazione – secondo la tesi per la quale “la marea alza tutte le barche”: sarebbe cioè stato sufficiente lo sviluppo dei Paesi del Nord del continente per trascinare le aree economicamente più deboli. Alcuni economisti italiani nutrivano all’epoca molta diffidenza a riguardo, ma la loro voce rimase sostanzialmente inascoltata. Si fece osservare, in quegli anni, che i vincoli europei – proprio a partire dall’adozione di una moneta comune – avrebbero dovuto associarsi alla modernizzazione dell’apparato industriale del Paese.

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La rotta di Enea, Lecce-Brindisi, 22/23 novembre 2019

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Il tempio dorico di Taranto e la sinagoga di Cafarnao

di Francesco D’Andria

Passato il mercoledì santo nei preparativi dei taralli “chidde cu u pepe e chidde senza pepe” e poi delle “scarceddhe” a forma di bambole o di agnelli, modellate sui canoni dell’arte naif delle nostre nonne, il giovedì iniziava, con l’uscita della prima posta, il pellegrinaggio ai Sepolcri. Gesti, profumi, suoni di quegli anni cinquanta restano indelebili nella memoria: si usciva nel tardo pomeriggio, la famiglia al completo, con mia sorella Anna e mio fratello Emanuele… S. Francesco, il Carmine, S. Pasquale, quindi il rito di passaggio sul ponte, per entrare in un’altra dimensione, nella città vecchia, dove tutte le sensazioni si tingevano di tinte più forti. La prima tappa era la SS. Trinità e quella chiesa così particolare, col passare degli anni, acuiva la mia curiosità, avvolta in un alone di mistero, come nei riti dell’Antichità. Bisognava salire una scala stretta, nelle due file di ingresso e di uscita, a contatto con gli altri fedeli, poi la sosta su un ballatoio ornato di vasi di fiori, come nei balconi delle case di pescatori alla Marina.

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Paesaggio

di Antonio Prete

Dove il celeste svapora nel bianco, 

sopra la macchia e le scogliere grigie, 

corrono nubi che fanno figure 

di caprioli leggeri, di perduti

pensieri. Nella sera si disfano

pallide forme,

sguscia il gheriglio al colpo della pietra

sopra il tufo rosato, voci  corrono

tra gli alberi, giungendo a questa duna,

in mezzo ai giunchi della lontananza.

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