Le basse calosce

di Evgenij Permjak

Ahi!.. Non non avrei mai voluto raccontarvi questa bruttissima storia delle basse calosce, successa soltanto pochi giorni fa nell’anticamera del nostro grande appartamento, in cui abitano tante brave persone e cose. Sono costernato che ciò sia potuto davvero accadere proprio nella nostra anticamera.

La storia ebbe inizio da cose futili. Un’inquilina del nostro appartamento, chiamata da tutti noi zia Luša, aveva portato dal mercato una borsa piena di patate. Arrivata a casa, la aveva messo per terra nell’anticamera, vicino all’attaccapanni, ed era andata via.

Prima di andarsene, zia Luša lasciò la borsa della spesa vicino alle calosce. Ad un tratto si udì un saluto gioioso: «Buongiorno, care sorelline!»

Secondo voi chi e chi aveva salutato in questa maniera?

No, no… Non lambiccatevi il cervello, tanto non indovinereste lo stesso. Era il saluto delle grosse Patate rosa alle nuove Calosce di gomma.

«Come siamo felici di incontrarvi di nuovo, care sorelline!» – gridavano, interrompendosi l’un l’altra, le Patate dalle facce tonde.

«Come siete belle! Ma quanto siete brillanti e lucenti!»

Le Calosce, dando un’occhiata sprezzante alle Patate, brillando con superbia per lo smalto, risposero alquanto rudemente: «Primo, non siamo affatto vostre sorelle. Noi siamo fatte di gomma e lacca. Secondo, abbiamo in comune con voi, semmai, solo qualche vocale nei nomi. Terzo, non abbiamo alcun desiderio di conoscervi e di parlarvi!»

Le Patate, sconvolte dall’altezzosità delle Calosce, tacquero. A questo punto al posto loro si mise a parlare un Bastone.

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La fleur violée

di Rita El Khayat

J’ai appris ta mort,

Amina,

Ce matin, en buvant mon café froid…

Le juge t’a mariée

A celui qui t’a violée,

Ton sexe, déchiqueté comme une fleur écrasée,

A été saigné, encore,

Le jour des épousailles ordonnées par des jurisconsultes

Au cerveau rempli de fèces et de détritus…

A été saigné,

La flamme de la haine dans le cœur de ton violeur,

Devenu, par des lois folles, ton mari !

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Ideologia neoliberista e covid 19

di Giuseppe Spedicato

Gaël Giraud, economista e gesuita francese, il 4 aprile di quest’anno ha pubblicato  un interessante articolo sulla rivista Civiltà cattolica[1], “per ripartire dopo l’emergenza COVID-19”.

Giraud tratta dell’attuale pandemia, delle sue cause e dei suoi effetti.

Cerco di riassumere i concetti più importanti esposti nell’articolo.

  1. Dobbiamo prendere atto che l’Occidente, dal punto di vista sanitario, non ha strutture e risorse pubbliche adeguate a far fronte a questa pandemia;
  2. la posizione di molti specialisti di salute pubblica è coerente su un punto: la pandemia Covid-19 sarebbe dovuta rimanere una epidemia più virale e letale dell’influenza stagionale, con effetti lievi sulla grande maggioranza della popolazione, e molto seri solo su una piccola frazione di essa. Invece – se consideriamo in particolare alcuni Paesi europei e gli Stati Uniti – lo smantellamento del sistema sanitario pubblico ha trasformato questo virus in una catastrofe senza precedenti nella storia dell’umanità e in una minaccia per l’insieme dei nostri sistemi economici;
  3. sarebbe stato relativamente facile frenare la pandemia praticando lo screening sistematico delle persone infette sin dall’inizio dei primi casi; monitorando i loro movimenti; ponendo in quarantena mirata le persone coinvolte; distribuendo in modo massiccio mascherine all’intera popolazione a rischio di contaminazione, per rallentare ulteriormente la diffusione;
  4. abbiamo avuto questa catastrofe perché i sistemi sanitari pubblici sono stati trasformati in industrie mediche in fase di privatizzazione.

Dalle osservazioni di Giraud, si deduce che se i sistemi sanitari sono sempre più delle industrie e per di più in fase di privatizzazione, non possono che avere come primo obiettivo quello di fare profitti. Se ne deduce inoltre, che prevenire eventi come una pandemia non è redditizio, pertanto è normale non premunirsi di mascherine, di test da eseguire massicciamente e di ventilatori.

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Presentazione di Girolamo Comi, Poesie, 6 giugno 2020, h. 18:00


 La presentazione del libro G. Comi, PoesieSpirito d’armoniaCanto per EvaFra lacrime e preghiere, a cura di A. L. Giannone e S. Giorgino, Neviano (Lecce), Musicaos, 2020, si terrà sabato 6 giugno 2020, alle ore 18.00, su piattaforma Zoom e sarà trasmesso in diretta streaming su canale youtube.
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Étudiants

di Giorgio Agamben

Il y a cent ans, dans un essai mémorable, Benjamin dénonçait la misère spirituelle de la vie des étudiants berlinois, et cela fait exactement un demi-siècle qu’un libelle anonyme diffusé à l’université de Strasbourg énonçait son sujet dans le titre De la misère dans l’environnement étudiant, considérée sous ses aspects économiques, politiques, psychologiques, sexuels et en particulier intellectuels. Depuis, non seulement le diagnostic impitoyable n’a rien perdu de son actualité, mais on peut dire sans crainte d’exagérer que la misère – aussi bien économique que spirituelle – de la condition étudiante a augmenté d’une façon incontrôlable. Et pour un observateur avisé, cette dégradation est d’autant plus évidente qu’on cherche à la cacher à travers l’élaboration d’un vocabulaire ad hoc, qui se situe entre le jargon de l’entreprise et la nomenclature du laboratoire scientifique.

Utiliser dans tous les domaines le mot « recherche » au lieu d’« étude » qui paraît évidemment moins prestigieux, est un indice de cette imposture terminologique. Et la substitution est si générale qu’on peut se demander si ce mot, pratiquement disparu des documents académiques, ne finira pas par être également supprimé de la formule qui sonne désormais comme un résidu historique « Université des études ». Nous chercherons plutôt à démontrer que l’étude est un paradigme cognitif en tous points supérieur à la recherche, et qu’en outre, concernant les sciences humaines, le statut épistémologique lié à leur compétence est bien moins contradictoire que celui de la didactique et de la recherche. C’est justement pour le terme « recherche » que deviennent particulièrement évidents les inconvénients qui découlent de l’imprudent transfert d’un concept de la sphère des sciences de la nature à celle des sciences humaines.

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Cambieranno il racconto e la visione del mondo

di Antonio Errico

Cambieranno le narrazioni. Se non sono già cambiate, cambieranno in un  breve tempo. Se una narrazione è la rappresentazione del mondo o almeno la rappresentazione della percezione e della visione del mondo, allora tutte le nostre narrazioni cambieranno: nella struttura, nelle forme, nella stessa idea di narrazione. Sarà così, inevitabilmente, per la semplice, o complicata, ragione che sono cambiate le percezioni, le visioni, le idee del mondo. Quello che non è accaduto per secoli, si è verificato in tre mesi, forse anche di meno. A volte e per certi aspetti consapevolmente; altre volte e per aspetti diversi inconsapevolmente. Però è cambiata la nostra relazione con il mondo e con le creature che lo abitano.

Di conseguenza cambieranno le forme, le espressioni, i contenuti dei racconti. Solo per esempio: cambieranno i racconti di viaggio. Ma siccome non esiste racconto che non dica di un viaggio nello spazio e nel tempo, tutti i racconti cambieranno.

Se per caso una narrazione dovesse riproporre senza varianti forme ed espressioni adottate nel tempo venuto prima di questo, sarà un esito nei confronti del quale qualsiasi lettore resterà indifferente, e forse resterà indifferente anche il suo stesso autore.

Ecco, allora, che, probabilmente, quella che con una formula impropria o comunque inadeguata si potrebbe definire qualità della narrazione, sarà determinata dalla differenza o dalla indifferenza che provocherà in colui che con quella narrazione stabilirà una qualche relazione, anche solo superficialmente. Ma, forse, in fondo, è sempre stato così. La qualità di una narrazione si misura con il grado di trasformazione che produce nel lettore.

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Piazza Italia 1. Fattore Italia

di Paolo Vincenti

Il risultato elettorale italiano ha sovvertito le vecchie gerarchie politiche, ribaltato gli equilibri della Seconda Repubblica e forse porterà il Paese ad entrare nella Terza Repubblica, seppur lontana ancora all’orizzonte. Ma per ricostruire, bisogna prima demolire tutto. E le macerie sono quelle dell’ingovernabilità, delle secche in cui la nave Italia si è incagliata, senza nessun timoniere in grado di portarla fuori, per il momento. Dunque ci toccherà passare attraverso le forche caudine di un governo dei populisti, fumo negli occhi per i vertici europei. Passare, in altre parole, attraverso un governo Cinque Stelle o un governo Lega Nord, che sono le due forze piazzate in testa alle audizioni del “di tanto peggio Di tanto Maio”, ai bootcamp del “non so ma però”, ai live show del “si Salvi(ni) chi può”. Conosciamo tutti l’“ante Factor”: la rabbia ed il disgusto della gente e la crisi di rappresentanza dei partiti. Ma non sappiamo immaginare come sarà l’“extra Factor”. Il problema è che nessuna delle due forze di maggioranza relativa può comporre un Governo se non con l’appoggio di altri gruppi parlamentari, mancando i numeri per essere autosufficienti.

Più che mai centrale diventa il ruolo del Presidente Mattarella. Sergio il grigio dovrà prendersi una grossa responsabilità stavolta, non potrà nicchiare come fino ad ora ha fatto, assecondando la propria natura di becchino. Se non ci sarà l’accordo, come pare, fra una delle due forze in campo con un altro gruppo parlamentare, dovrà tentare un governo del Presidente, cosa che lo vedrà salire la scala reale del protagonismo, dalla quale se ne era controvoglia sceso il suo predecessore, King George Neapolitan.

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Di che cosa si occupano oggi gli economisti? Intervista a Guglielmo Forges Davanzati

Lo stato della teoria economica e del suo insegnamento: alcune riflessioni su mainstream e dintorni

a cura di Roberto Polidori

Puoi fotografare la situazione attuale della ricerca e dell’insegnamento nell’ambito della teoria economica nell’Università italiana?

Direi che non è un periodo particolarmente fecondo di nuove idee. E’ quello che Alessandro Roncaglia, nel suo testo La ricchezza delle idee, ha definito l’età della disgregazione. La ricerca in Economia, non solo in Italia, è sempre più frammentata e specialistica, e soprattutto sempre più ‘autistica’: gli economisti tendono a dialogare esclusivamente fra loro, spesso coprendo di sofisticati tecnicismi o montagne di matematica pure banalità, tautologie o, nella migliore delle ipotesi, teorie che non “spiegano” nulla, né hanno l’ambizione di farlo.

Continua, e si accentua, l’egemonia del mainstream neoclassico-liberista – termine che uso per comodità espositiva e che, per quello che dirò successivamente, considero piuttosto ambiguo – che tende sempre più a marginalizzare la tradizione di studi marxisti, neo-ricardiani e keynesiani che sono stati prodotti dai maggiori economisti italiani nella seconda metà del Novecento: una tradizione di ricerca che ha portato all’affermazione di teorie elaborate in Università italiane nel resto del mondo (da un po’ di anni l’Italia è importatore netto di teorie economiche). Se si considera mainstream la teoria economica liberista, come si tende a fare (ed è una buona prima approssimazione), si può capire di cosa si tratta facendo riferimento innanzitutto agli studi sul funzionamento del mercato del lavoro. E’ su questo campo d’indagine che le teorie liberiste esercitano maggiormente il loro dominio; il che si potrebbe spiegare considerando che dall’analisi del funzionamento del mercato del lavoro derivano le prescrizioni di politica economica probabilmente più rilevanti: si consideri, per esempio, la legittimazione “scientifica” che è stata data, e viene data, alle misure di deregolamentazione (o precarizzazione) del lavoro. Il più diffuso manuale di Economia del Lavoro, in Italia, si basa su questo approccio, comunicando l’idea che, in assenza di interventi esterni e di “imperfezioni”, un mercato del lavoro totalmente deregolamentato produce spontaneamente pieno impiego.

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Ordini religiosi e santità globale

di Gianluca Virgilio

Vedono la luce per le edizioni di Mario Congedo gli Atti del V Convegno Internazionale AISSCA (Associazione italiana per lo studio dei santi dei culti e dell’agiografia) tenutosi a Lecce dal 3 al 6 maggio 2003, col titolo Ordini religiosi, santi e culti tra Europa, Mediterraneo e Nuovo Mondo (secoli XV-XVII), a cura di Bruno Pellegrino, Presentazione di Gabriella Zarri, Postfazione di Raimondo Michetti, Congedo Editore, Galatina 2009, 2 tomi di pp. compl. 786. Si tratta di un’opera imponente per mole e vasta per contenuti, il cui oggetto di studio, gli ordini religiosi e la promozione di devozioni e culti, spazia nei quattro angoli del mondo, dal Mediterraneo al Brasile, dal Perù all’India. Un’opera di tale vastità non può essere il risultato della fatica di una sola mano. Ed infatti, circa una trentina di studiosi si avvicendano nelle pagine dei due tomi, ognuno col compito preciso di dare un contributo particolare al tema in questione. La mente che ha presieduto a una simile opera ha voluto dare un quadro globale della questione, e per far questo ha dovuto estendere quanto più possibile l’indagine in senso geografico, il che appare motivato dalla dimensione globale del fenomeno della santità nel periodo considerato (secc. XV-XVII). Gli ordini religiosi di quei secoli, Francescani, Domenicani, Agostiniani, Mercedari, e poi i nuovi ordini, i Gesuiti e i Teatini, seguivano da vicino i conquistadores alla Pizzarro e alla Cortes, mercenari, avventurieri, mercanti, portando la croce immancabilmente dov’era giunta la spada. In quest’opera di evangelizzazione, che non riguardava solo il Nuovo Mondo, ma anche le regioni periferiche del mondo cattolico europeo, soprattutto dopo il Concilio di Trento, si inserisce di diritto il tema della santità, a cui l’agiografia s’incarica di dare la forma compiuta del racconto. “E’ proprio perché ogni famiglia religiosa che si rispetti”, scrive Raimondo Michetti (Le raccolte di vite di santi come fonti per la storia degli ordini religiosi d’età moderna, pp. 21-38), “tende a dotarsi della sua raccolta agiografica che noi possiamo studiare in modo comparato, anche mediante le raccolte, la storia e le metamorfosi degli ordini stessi: sia gli antichi ordini monastici sia i vecchi ordini mendicanti sia i nuovi ordini moderni, sono infatti, tutti sincronicamente impegnati nella costruzione, nel rafforzamento, o addirittura nell’invenzione, di una fisionomia religiosa che si avvale, in prima istanza, dell’esaltazione dei propri santi” (pp. 27-28).

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Itali-e-ni 40. La sagra dei babbi

di Paolo Vincenti

“Perché papà
Papà perché
Il sangue non mi va in vino
Perché papà
Papà perché
Non ho uno spirito divino”

(“Papà perché” – Zucchero)

Nel film di Aldo Giovanni e Giacomo del 2010, “La banda dei babbi natale” è un gruppo di ladri che vestiti con i costumi di Santa Claus svaligiano gli appartamenti.  I più maliziosi potrebbero credere che io voglia fare una facile allusione ai babbi protagonisti delle cronache politiche e giudiziarie di questi ultimi mesi, forse ricordando la nota massima andreottiana secondo cui a pensar male si fa peccato ma quasi sempre si ha ragione. Delusi e fuoriusciti, sospettosi e malpancisti, cinici cuordipietra e scettici impenitenti, vi sbagliate. La saga dei babbi, invece, – babbo Renzi, babbo Lotti e babbo Boschi -, mi fa venire in mente la favola di Pinocchio. Solo che qui si ribalta l’opera collodiana: se nella celebre favola è babbo Geppetto che deve correre dietro al pestifero Pinocchio e finisce col ritrovarsi nei guai a causa delle intemperanze del figlio, nella saga dei babbi avviene il contrario: sono i figli, -Matteo, Luca e Maria Elena -, ragazzi seri e compunti, ad essere inguaiati dai loro birichini genitori. In particolare, babbo Renzi sembra proprio essere affezionato al suo passato da fricchettone e persino il suo look descamisado lo testimonia. Così stravagante, con quel pizzetto e il sigaro in bocca, così informale, così “personaggio”, che strano contrasto con il look compassato e regimental del figlio.

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