Corso abilitante

di Gianluca Virgilio

Da quale contrada provengono

gli occhi tuoi geminati,

i tuoi poliptotici capelli,

i seni iperbolici che s’innalzano

sulla callidissima iunctura

delle tue omoteleutiche gambe?

Oh, i tuoi fianchi iperbatici!

L’ipotiposi del tuo corpo rimarrà

sempre con me, amica mia,

e nessuna recusatio potrà convincermi

delle tue timide litoti.

Di nuovo, di nuovo ci siamo

incontrati, compagna di scuola,

figura! Se avessi vent’anni

di meno e un’ambizione di più,

di te m’innamorerei, eterna

femminina metafora, ma ho

vent’anni di più e una sola ambizione:

prendere, prendere l’abilitazione!

(1999)

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A chi serve regionalizzare l’istruzione

di Guglielmo Forges Davanzati

Sul sito della Lega si legge “ogni laurea presa in qualsiasi università italiana ha lo stesso identico valore, ma sappiamo bene che diversi atenei, soprattutto meridionali, offrono un servizio nettamente peggiore della media”. Non è chiarito chi “sa bene” che gli atenei meridionali sono mediamente peggiori di quelli del Nord, ma da questa convinzione – sebbene non sostenuta da alcuna evidenza – scaturisce questa proposta: “La Lega Nord propone … di abolire il valore legale del titolo di studio”.

Non si tratta di una proposta nuova e non si tratta neppure di una proposta troppo sorprendente, se solo si considera la spinta alla ‘regionalizzazione’ dell’istruzione data dal Ministro leghista Marco Bussetti.

Sarebbe difficile comprendere queste scelte leggendole esclusivamente con la lente dell’antimeridionalismo leghista. Vi è di più. In linea generale, le politiche formative seguono le fasi di trasformazione del capitalismo e queste fasi non sono omogenee su scala globale, implicando incessanti cambiamenti della divisione internazionale del lavoro, guidati anche dalla capacità di alcuni Paesi di arrivare prima alla realizzazione di rivoluzioni tecnologiche. In tal senso, l’Italia è un Paese late comer e le sue politiche formative risentono di questa sua collocazione. La riarticolazione dei processi formativi, oggi, è imputabile alla necessità di intercettare i cambiamenti tecnologici innestati dalla cosiddetta quarta rivoluzione industriale (anche denominata Industria 4.0) Industria 4.0 ha a che fare con i processi di digitalizzazione e computerizzazione, con l’automazione dei processi produttivi e, dunque, con una profonda trasformazione del mercato del lavoro su scala globale e sulla tipologia di domanda di lavoro espressa dalle imprese. Continua a leggere

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Previsioni, esigenze

di Luigi Scorrano

Il nostro è un tempo che ancor più di tanti momenti del passato ci richiede di coltivare idee chiare e di esprimere scelte direzionali che possano aiutare i nostri orientamenti. A chi potremmo chiedere aiuto o sostegno nella scelta? Al nostro mestiere, se è quello di ‘trafficare’ con le carte: quelle della poesia, le più inutili, s’intende! Confortati da questo pensierino semiserio proviamo a riaprire dei libri oggi inesorabilmente lasciati a impolverarsi sugli scaffali del Novecento: di un vecchio signore che esigerebbe qualche sberleffo in meno e qualche rispettosa attenzione in più. Andiamo a caso, naturalmente; affidiamoci a un giocoso azzardo: ne verrà, crediamo, una risposta grave o una risposta spiritosa: prendiamo per buono ciò che viene ma senza affidarci del tutto al registro dell’indifferenza.

Numero uno. Il caso si apre sulle pagine di un’opera che oggi non sappiamo quanti ancora leggano. Si tratta de L’avventura novecentista di Massimo Bontempelli. Un’opera ricca di contrasti, suggeritrice di comportamenti chiari anche talvolta di una chiarezza che poteva apparire incertezza di scelte mai però ragione di opportunismo. L’avventura bontempelliana si apre nel segno di una considerazione sull’uomo, sui compiti che egli si assegna e pensa di realizzare. Il primo dei quattro preamboli che lo scrittore presenta tocca una sorta di bilancio degli esiti conseguiti, ad esempio, in uno spazio estremamente importante, quello dell’arte al quale ha assegnato l’arduo compito di trasferire la vita quotidiana dalla dimensione fantastica (arte) in quella più agevole e necessaria della quotidianità. Quale, dunque, il compito in questo ambito? Scriveva Bontempelli: “Il mondo immaginario si verserà in perpetuo a fecondare e arricchire il mondo reale. Perché non per niente l’arte del Novecento avrà fatto lo sforzo di ricostruire e mettere in fase un mondo reale esterno all’uomo.” In questo reale esterno le aspirazioni di chi vuole operare nella compagine ipotizzata dallo scrittore, deve ricostruire in modo diverso la sfera della realtà affermando esigenze nuove, rinnovamenti che rifiutano un fantastico elementare e improduttivo. Ancora Bontempelli: “Piuttosto che di fiaba, abbiamo sete di avventura. La vita più quotidiana e normale, vogliamo vederla come un avventuroso miracolo: rischio continuo, e continuo sforzo di eroismi o di trappolerie per scamparne”. Continua a leggere

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Mi dovrai perdonare di Giovanna Scaramella Barone

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Storie vere di donne salentine

di Pietro Giannini

Il compito della scrittura è sempre lo stesso: sottrarre le vicende e le persone alla distruzione del tempo e conservarne a lungo (possibilmente per sempre) il ricordo.

La motivazione che spinge alla scrittura è, anch’essa, sempre la stessa: le vicende e le persone sono, per chi scrive, particolarmente significative ed emblematiche e perciò degne di essere salvate.

Le considerazioni appena fatte possono spiegare perché Giovanna Scaramella abbia scelto di raccontare le storie di cinque donne, Lucia, Antonietta, Addolorata e Bianca, Clelia: perché, come ella stessa dice nel risvolto di copertina, esse sono esempi “di dolore, di coraggio, di fragilità e di determinazione”. Il lettore, che è in definitiva il destinatario implicito della scrittura, ne coglierà i singoli tratti percorrendo direttamente l’itinerario del teso. Ad accompagnarlo si premettono qui alcune considerazioni, da lettore a lettore.

Le storie sono, anzitutto, vere. Esse cioè sono realmente accadute. Tutte rientrano nell’esperienza personale, diretta o indiretta, dell’Autrice.

Le storie sono, anche, locali. Si svolgono tutte nel Salento e nel caso di Clelia se ne danno delle coordinate più precise: Lecce, nei pressi di Porta Napoli, Monteroni e Galatina. Della provincia salentina esse condividono non solo i luoghi, ma anche i costumi ed i pregiudizi: il terrore del disonore familiare per un figlio nato al di fuori del matrimonio (Lucia), la persistenza di valutazioni legate alle umili origini (Antonietta, anche se è laureata,  è sempre “la figghia te lu mulaforbici”), l’uso di nomignoli o di diminutivi, talvolta con intento eufemistico (ad es. Ndata per Addolorata, ma anche Cia per Lucia e Tonetta per Antonietta), la prassi di affidare a parenti prossimi l’allevamento dei figli (Mjriam nella storia di Bianca).

Sono, infine, storie dolorose. Le protagoniste attraversano difficoltà, malattie, lutti, che però sono le condizioni in cui si manifestano le loro doti di coraggio e di determinazione, e concludono tragicamente la loro vita. Solo nel caso di Clelia le vicende, pur drammatiche, hanno un esito positivo. Continua a leggere

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Viaggiare

di Gianluca Virgilio

Ma i veri viaggiatori partono per partire:

cuori leggeri, come palloni in alto vanno,

il loro corso mai vorrebbero smarrire,

dicono sempre “andiamo!” ed il perché non sanno.

Charles Baudelaire, Il viaggio, tradotto da Antonio Prete

Un viaggio può essere motivato da un desiderio di evasione. Per tutto l’anno siamo costretti a risiedere nel luogo in cui lavoriamo e quindi appare del tutto naturale sentire l’esigenza di partire appena se ne ha l’occasione. Il desiderio di evasione è indotto da un’insoddisfazione della vita di tutti i giorni, una vita che ha in sé un elemento di alienazione: noi non facciamo mai quello che davvero desidereremmo fare, ma quello che siamo costretti a fare. Così anche il luogo dove risiediamo non ci appartiene interamente, se non altro perché il nostro lavoro ci costringe ad essere sedentari.  Di qui il desiderio di andare via appena si può, nomadi, verso un tempo ed uno spazio sottratti ad ogni costrizione.  Ma bisogna stare molto attenti: il turista è soggetto a pene peggiori. Per es., tornato da Londra, un amico o un familiare potrebbe rimproverarlo in questo modo: “Ma come, sei stato a Londra e non hai visto Buckingham Palace?”.

Durante un viaggio, essere presi dalla frenesia di vedere tutto senza trascurare nulla può diventare fonte di ansia e di qualche malumore, perché è naturale che non si possa vedere tutto. Pertanto, sarebbe meglio smetterla con queste pretese e vivere, nel luogo dove siamo giunti, partecipando di sguincio della vita degli altri, quella di tutti i giorni. Solo così si riesce ad apprezzare fino in fondo il luogo che ci capita di visitare. Ed è importante che ci rimanga il desiderio di ritornare, il che può accadere solo se non abbiamo esaurito la conoscenza con la nostra smania di vedere (consumare) tutto. Continua a leggere

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La comunicazione frivola e maleducata del nostro tempo

di Antonio Errico

Io non lo conosco. È uno dei tanti viaggiatori sconosciuti che per qualche ora abitano la carrozza del treno. Però conosco le sue storie. So come si chiamano la moglie e i figli, che cosa fanno. So che cosa vorrebbe mangiare quando arriverà dove deve arrivare. So per quale squadra tifa, la sua depressione per le sconfitte, la sua felicità senza misura per le vittorie.

È seduto di fronte a me. Non so con chi parla al cellulare ma lo fa a voce alta, senza alcuna riservatezza, anche senza alcuna educazione. Io vorrei dirgli che non me ne frega assolutamente niente delle sue faccende, che anzi mi disturbano, mi infastidiscono, mi annoiano. Vorrei dirgli che tifo per la squadra che lui odia. Ma non lo faccio: sbagliando, forse. Avrei dovuto dire per favore mi faccia leggere questo giornale, oppure mi permetta appena appena di riposare. Non l’ho fatto. Ho sbagliato. Per educazione. Per delicatezza, forse. Magari aveva ragione quel ragazzo che si chiamava Arthur Rimbaud quando nella sua “Chanson de la plus haute tour” diceva “par délicatesse j’ai perdu ma vie”. Ma non è il caso di fare paragoni.

Quando lo sconosciuto che mi siede di fronte interrompe per un attimo la sua altisonante comunicazione, mette – sempre al cellulare – una musica che non è una musica ma lo sconquasso di un martello pneumatico, un’ossessione che fuoriesce dai suoi auricolari.

La carrozza di un treno può essere la metafora, la realistica rappresentazione di quello che è diventato l’universo della comunicazione. I suoi paradossi, le sue esasperazioni. Il suo chiacchiericcio, il cicaleccio, lo starnazzamento. Il suo vuoto clangore. Il parlare smodato, eccessivo, incontrollato, quello superfluo, quello che alla fine dei conti non è altro che un gioco, ma è un gioco che gradualmente risucchia il cervello, altera la relazione con lo spazio e con il tempo. Continua a leggere

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Quando il gioco si fa duro

di Paolo Vincenti

“Guarda i miei piedi che ballano lo swing 
al centro del ring 
al centro del ring 
Guarda i miei piedi che ballano lo swing 
al centro del ring 
al centro del ring 

Destro sinistro. 
Colpisci l’avversario. 
Non dargli respiro. 
Annientalo distruggilo…” 
(“Battiti di ali di farfalla”   – Jovanotti)

I cartoni animati dell’Uomo Tigre, che guardavamo da ragazzi, ci facevano sorridere con quel sangue che scorreva a fiotti inondando il ring e raggiungendo anche il pubblico in sala, che assisteva attonito a quelle carneficine. Si trattava di un’esagerazione e forse era eccessiva la componente splatter che gli autori profondevano nel manga giapponese. Certo, era garantito in questo modo l’effetto desiderato, ossia quello di tenere i piccoli telespettatori di Tigerman inchiodati alla sedia. Poi arrivò  il wrestling in tv. Era sensazionale vedere quei lottatori in carne ed ossa, non cartoni, ma persone vere, che se le davano di santa ragione negli incontri di Catch (come allora veniva chiamato questo sport, debitore dell’antica lotta greco- romana ma anche della arti marziali orientali come judo, karate e kung fu) . Eravamo a fine anni Ottanta. Memorabili quelle trasmissioni sul wrestling, commentate da un sulfureo Dan Peterson (col suo inconfondibile accento americano), già speaker delle partite del campionato di basket NBA,  nonché  testimonial del Te Lipton (chi può scordare il suo originalissimo tormentone : “Uhhhhuhu! Magico Lipton! Per me, numero uno!”). Continua a leggere

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Incontro con Maria Luisa Spaziani

di Augusto Benemeglio

Fu in uno di quei concorsi letterari, in cui ci sono premi in denaro, che ho avuto l’onore e il piacere di conoscere Maria Luisa Spaziani, ” la volpe”,  come la definì Montale, quasi sette lustri più vecchio, che fu suo “goffo amante e suo sponsor”, come scrisse malignamente Alda Merini in una poesia dedicata al premio Nobel: Maria Luisa fu il tuo gingillo felice / vi ci giocasti la senilità.

Era “incazzatissima” (parola sua) perché era stata trattata alla stregua di tutti gli altri misconosciuti poeti (quorum ego) e per il fatto che ancora non era arrivato il suo libro Mondadori, La traversata dell’Oasi, che le aveva fruttato il primo premio, (millecinquecento euro), di cui avrebbe potuto vendere qualche copia. Con quei suoi capelli rossi e radi e il suo scialle nero mi sembrava, più che una volpe, una di quelle vecchine che portano le cartate di avanzi ai gatti famelici del “Teatro Marcello” di Roma, in cui risiedeva come Presidente della “Fondazione Montale”, ma della volpe conservava comunque le sembianze del volto. Nel suo libro rincorre la parabola di un amore maturo e senza tempo. Palpiti, impennate emotive e altrettanti scoramenti eludono la monotonia della melodia fissa in doppie quartine che alternano endecasillabi, decasillabi e versi ipermetri. Certo – mi disse qualcuno – ci vuole del gran coraggio a mettere in rima, a ottant’anni, “i furori della passione amorosa, sfidando le insidie del romanticismo rosa e le secche dello scetticismo, se non le paludi del ridicolo”. E in effetti a vederla così nessuno avrebbe detto che quella vecchia signora potesse essere ancora soggetto di erotismo. Epperò… c’era l’ironia, anzi l’autoironia come scudo. Continua a leggere

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Torre saracena di Antonio Prete

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