Il cane selvatico

di Gianluca Virgilio

Ai piedi dell’ontano gli parve all’improvviso di risentire il suo stesso odore tra le foglie, come se il tempo non fosse passato, e la terra gli restituisse la prova ingannevole che nulla fosse accaduto realmente.

Era giunto nel luogo conosciuto, per caso, trascinando una zampa insanguinata, sfinito, dopo un lungo vagare alla ricerca di un riparo, mentre una fitta nebbia avvolgeva rupi, alberi e cespugli sulle montagne desolate. La nevicata sarebbe stata abbondante. Il cane avvertì la stretta del gelo incipiente, che sembrava trattenere e fermare tutte le cose. Rivedeva la mano del padrone, nella quale allora non aveva potuto discernere un’intenzione né un ordine, priva della gestualità consueta, che era solita renderlo triste o felice. Due mesi prima lo aveva scaricato dall’auto, abbandonandolo disteso per terra, legato come un capretto destinato al macello.

L’aveva scaricato sotto l’ontano ancora frondoso al principio di ottobre, semilegato, perché potesse liberarsi solo quando lui fosse già stato lontano con la sua auto, oltre il monte e la boscaglia. Così il cane si era sciolto troppo tardi dai legacci, ma aveva ugualmente tentato una corsa attraversi frassini e sorbi, faggi e roverelle, carpini e betulle ancora verdeggianti nel pomeriggio assolato di ottobre. Ben presto aveva perso la traccia, confuso da odori nuovi e sconosciuti di erbe mai prima annusate. Poi, sopraggiunta la notte, si era fermato sotto una rupe, sfinito per l’inutile corsa, in attesa di qualcuno che non sarebbe venuto.

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Avanti (o) pop! 14. La morte in diretta

di Paolo Vincenti

“Miserabili saltimbanchi, 
guitti degli ascolti, 
accattoni del consenso, 
non avete specchi in casa 
ai quali fare assaggiare la vostra saliva?”          

(“Superbia” –  Enrico Ruggeri)

La televisione si alimenta di sé stessa ed ha bisogno di procurare emozioni sempre più forti per catalizzare interesse e gradimento del pubblico, frammentati nei mille canali tv e web. L’avvento dei “reality show” ha segnato una nuova frontiera dell’intertainment. Da quel momento, è stata tutta una corsa al rialzo, o al ribasso, per guadagnare nuovo pubblico, non certo facile da imbecherare dopo avergli propinato di tutto. Mettere in vetrina le più sordide pulsioni degli svalvolati protagonisti dei reality si è rivelata una strategia vincente in termini di audience;  puntare sulle più incontrollate reazioni dei mentecatti concorrenti, sulla loro ignoranza, le loro più inconfessabili perversioni, i tic nervosi, le paranoie, le manie ricorrenti, è stata la geniale trovata degli autori dei vari “Grande Fratello” (antesignano di tutti i reality),  “L’isola dei famosi”,  “La Fattoria”, “La Talpa”, “Pechino Express”, e via dicendo. E quando le persone comuni hanno smesso di fare audience, si è pensato di ricorrere ai “vip”, perché capaci di suscitare maggiore attrazione. Così, fuori  il meccanico di Bitritto e la parrucchiera di Rapallo, e dentro i personaggi famosi, mediamente falliti o semi falliti, nelle loro carriere di cantanti, attori, presentatrici, showgirl, ormai usciti dal giro e quindi  in cerca di un rilancio.

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Mario De Marco: per la storia della massoneria a Taranto

di Gigi Montonato

Col volume Per la storia della massoneria a Taranto (Lecce, Edizioni FdM, 2019) Mario De Marco completa il quadro della massoneria di Terra d’Otranto, intendendo le tre provincie di Lecce, Brindisi e Taranto. Va detto, riprendendo le avvertenze dell’autore, che la storia della massoneria jonico-salentina è di difficile ricostruzione per via delle tante falle che s’incontrano nella ricerca dei documenti. “Molte carte documentarie – scrive De Marco – sono state distrutte dalle famiglie che non poche volte hanno ignorato l’appartenenza dei loro cari alla Libera Muratoria, spesso addirittura vergognandosene per i noti pregiudizi ancora in voga”.

Dallo studio di De Marco tuttavia emergono alcune linee di ricerca storiografica d’interesse locale ma anche nazionale. La storia della massoneria non è mai una storia settoriale, in quanto i suoi affiliati sono personaggi pubblici, a volte con incarichi importanti nel mondo della politica, dell’economia e della finanza. Si scoprono così nel libro di De Marco gli intrecci delle varie Logge con le vicende della Rivoluzione Napoletana del 1799, coi moti carbonari e mazziniani, col contributo dato dai massoni al processo risorgimentale italiano e in ultimo con le vicende golpiste, o tali presunte, della seconda metà del secolo scorso in Italia con la Loggia P2 di Licio Gelli.

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André Jacob (1933-2019), lo studioso del nostro Salento bizantino

di Salvatore Palese

Or è un anno che André Jacob, illustre bizantinista, è scomparso. Le amicizie, le frequentazioni, gli interessi culturali, le pubblicazioni scientifiche sulla nostra storia lo avevano reso noto negli ambienti alti della cultura e popolare in tutto il Salento e la Puglia. Le sue analisi e descrizioni di manufatti, di luoghi, di dipinti hanno reso leggibile anche al cittadino non particolarmente dotato la realtà della nostra storia. Jacob è un benemerito di queste nostre contrade. Lo vogliamo ricordare con questo necrologio che don Salvatore Palese, che qui ringraziamo per la concessione, gli fece alla morte e che ora esce sul numero 1/2019 (82) del “Bollettino Diocesano “Santa Maria de Finibus Terrae”. Atti ufficiali e attività pastorali della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca. [Gigi Montonato]

È morto a Roma, il 27 febbraio scorso, il prof. André Jacob di origine belga, grande studioso delle testimonianze storiche della civiltà bizantina del nostro Salento, alle cui contrade era molto legato anche per le ragioni famigliari. Da cinquant’anni circa siamo diventati amici, fino al mese scorso quando uscendo dall’ennesimo ricovero all’ospedale mi ha confidato il presagio del traguardo vicino.

Con la sua straordinaria competenza di filologo e di paleografo riconosciuta e ad apprezzata nel campo internazionale egli ha esplorato archivi e biblioteche di Italia e di Europa e ha conseguito risultati molto importanti, al punto che di chiese, monasteri, cripte rupestri, ci ha dato notizie fondamentali sulla presenza bizantina tra noi. Pertanto la sua copiosa produzione scientifica ha situato la nostra storia bizantina nel più ampio scenario della cultura religiosa e letteraria del Mediterraneo nei secoli VI-XV. È sufficiente consultare la sua bibliografia che ho pubblicato con l’aiuto datomi dall’alessanese Antonio Caloro, comune amico e collaboratore (Cfr. Bibliografia, in A. Jacob – A Caloro, Luoghi, Chiese e Chierici del Salento Meridionale in età Moderna. La visita apostolica della città e della diocesi di Alessano nel 1628, Congedo Editore, Galatina 1999, pp. VII-XII); a questi 70 titoli vanno aggiunti quelli degli ultimi 3 lustri.

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Arte e scienza sono creative quando producono benessere

di Antonio Errico

Quella scrittrice dall’identità sconosciuta che sostiene di chiamarsi Elena Ferrante, nel corso di un’intervista concessa a Simonetta Fiori, ha detto che considera “un rischio per la letteratura e per qualsiasi attività creativa muovere dall’idea che esistono caselle bell’e pronte  da cui si estrae ciò che è coerente con qualche canone più o meno trionfante”.

Così, in tre righe, ha rivelato una sintesi essenziale e sostanziale di quella dimensione che convenzionalmente viene definita con il termine di creatività e che sempre convenzionalmente viene confusa con tutto quello che in qualche modo si propone come uno scarto dal consueto.

Ma creatività è quello che dice Elena Ferrante. Si può dire creativo soltanto quello che non solo si colloca fuori dalle caselle, ma che addirittura ignora le caselle o che comunque le rifiuta. Si può dire creativo soltanto quello che scardina i canoni, li sovverte, li polverizza, oppure, anche in questo caso, li ignora o li rifiuta. Tutto il resto è rimaneggiamento, artificio.

Creativo è un esito che va oltre. Non oltre il prodotto già esistente, ma oltre il pensiero che ha realizzato il prodotto. La creatività si può valutare considerando l’innovazione rispetto alla sostanza, al senso profondo ed essenziale delle cose. Anche rispetto alla forma, indubbiamente. Ma se è solo rispetto alla forma non basta. Il significante non è sufficiente. E’ indispensabile che il nuovo si riferisca soprattutto alla sostanza. Per decenni, nel corso del Novecento, in molti territori dell’arte si è fatta esperienza di sperimentalismi finalizzati soltanto a mostrare forme diverse, a battere e ribattere il mazzo delle carte di espressioni e formule. Ma più si rifletteva sul senso di quella sperimentazione e più si doveva ribadire che il più grande sperimentatore rimaneva l’Alighieri, per la semplice ragione che nella sua opera era riuscito ad integrare e a far interagire, perfettamente, la forma e la sostanza.  

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Dolce cominciamento…

di Gianluca Virgilio

Dolce cominciamento della sera

sospeso in un momento inessenziale,

lirico, vago, altrimenti terreno,

l’artificio del tuo sogno svelami,

le parole di che tu ti nutri.

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Rosario Coluccia, Dante e la lingua italiana, Nardò, 18 febbraio 2020, h. 18:00

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Cartolina da Friaucourt

Friaucourt (Piccardia): giardino, spiaggia, mare (Canale della Manica), cielo, nel mese di giugno – Foto di Annie Gamet
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Intervista a Ferdinando Boero

Domanda 1: Salve professore Boero, lei è esperto di Ecologia e professore di Zoologia presso l’Università del Salento. Prima di addentrarci nel contenuto del suo libro [Economia senza natura. La grande truffa], può dirci quale è, a suo avviso, oggi la maggiore minaccia per gli ecosistemi naturali e quindi per la sopravvivenza dell’uomo su questo pianeta?

Risposta

La maggiore minaccia siamo ‘noi!’ Ma lo siamo soprattutto per noi stessi. Le specie tendono tutte ad aumentare, ma non tutte possono farlo, ci insegna Darwin, altrimenti il mondo non le potrebbe contenere. La nostra specie è aumentata moltissimo e lascia un’impronta ecologica che mina il funzionamento degli ecosistemi che ci sostengono. Quando avremo esagerato nel prendere quel che ci serve, la natura non sarà più in grado di darcelo. E senza il supporto della natura la nostra vita non esiste. O lo capiamo, o faremo la fine di molte altre specie di successo, nel passato: tipo i dinosauri. Le specie a maggior rischio sono quelle che hanno maggiore successo, perché il successo è la premessa del fallimento dovuto alla distruzione per consumo delle risorse che sostengono la specie, da parte della specie stessa.

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Metà della vita

di Antonio Prete

Alexander Koester (1864 – 1932), Cigni nei campi del castello di Ninfenburgo.

Di pere gialle colma

e di selvatiche rose

pende la terra sul lago.

.

I cigni, sazi di baci,

immergono il capo nell’acqua

quieta, nell’acqua senza increspature.

.

Ora che è inverno,

dove posso cercare i fiori,

dove la luce del sole,

e l’ombra della terra?

.

Muti i muri, e freddi.

Nel vento fremono bandiere.

(da Friedrich  Hölderlin)   

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