Versi sul pentagramma: Udire il canto delle due Sirene

La rassegna “Versi su pentagramma” organizzata dalla Delegazione AICC di Nardò e dall’Associazione musicale Seraphicus, approda all’incontro con il limpido canto delle Sirene, simbolo di conoscenza o di presunzione di sapere, incarnazione del piacere sensuale o di volontà di autoannientamento. Tra versi, immagini e fluttuanti sonorità, la voce seducente delle Sirene omeriche percorre i secoli e diventa mito contemporaneo. Relaziona la prof.ssa Alessandra Manieri; i Maestri Christian Greco, Sara Metafune, Chiara Rucco eseguiranno musiche di Debussy, Ravel, Reinecke.

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Manco p’a capa 39. “Ah, lui sì che sa”!

di Ferdinando Boero

Se il rischio di riaprire è calcolato, possiamo sapere quale è la probabilità che vada tutto bene rispetto a quella che vada tutto male, e le probabilità intermedie? Quante vite si rischiano a seconda delle opzioni? Quanti costi economici si rischierebbero se le cose dovessero andar male e fossimo costretti ad adottare misure drastiche, tipo Sardegna? Quali sono le misure previste per le varie eventualità? Nessuna misura se tutto dovesse andar bene. Ma, in caso contrario, quali sono i piani per affrontare circostanze avverse? Se il rischio è calcolato i calcoli dovrebbero essere stati fatti, o è solo un modo di dire? Il nuovo Comitato Tecnico Scientifico ha consigliato l’assunzione di questo rischio “calcolato”. Altri scienziati continuano a consigliare molta prudenza, mostrano i numeri dei contagiati e dei morti, le tendenze, mettono in guardia dagli errori che già abbiamo commesso. Chi decide di riaprire dice che andrà tutto bene, che il rischio c’è… ma è calcolato. Solo che non mostra i calcoli. A chi dare retta? Gli psicologi mi perdoneranno se ricorro ad un umorista per spiegare il nostro atteggiamento in queste circostanze. 

In Tre Uomini in Barca, Jerome K. Jerome racconta: “Il profeta che ci piace è quel vecchio che, la mattina d’un giorno particolarmente fosco, che noi vorremmo bello, guarda in giro l’orizzonte con lo sguardo di uno che ne sa, e dice: “Ah, no, signore, io credo che si rischiarerà, e sarà abbastanza bello”. “Ah, lui sì che sa”, diciamo, e gli auguriamo buon giorno. “É meraviglioso come questi vecchi signori ne sappiano!” E per quell’uomo proviamo affetto, che non è diminuito dal fatto che il tempo non si rischiara, ma continua a piovere tutto il giorno. “Ah, bene, — diciamo — lui ha fatto del suo meglio”. Per l’uomo che prevede il brutto tempo, al contrario, proviamo sentimenti di rancore e vendetta. “Credete che si rischiarerà?”  gridiamo allegramente, passando. “Eh, no, signore; temo che durerà così tutto il giorno” risponde scuotendo il capo. “Stupido vecchio scemo! — mormoriamo. — Che ne sai poi?” E, se la sua predizione risulta esatta, torniamo a casa ancora più arrabbiati con lui, e con una vaga idea che, in un modo o nell’altro, lui abbia avuto un ruolo nella faccenda.” 

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Luigi Crudo e la musica

di Paolo Vincenti

Prefazione di Giuseppe Pascali

Non esiste luogo al mondo che non celebri un figlio illustre. Una sorta di «corrispondenza d’amorosi sensi» che si viene a stabilire, quasi in maniera naturale, tra la terra che gli ha dato i natali e colui che, con la propria opera, ha saputo «ricambiarla». Un amore che si esalta soprattutto in quei borghi dell’entroterra del Sud, dove ogni pietra è testimone silente di vizi e virtù delle genti del posto. E allora un uomo diventa eminente per consenso di popolo, del suo popolo, per aver celebrato la propria terra, per averne esaltato le bellezze, per aver cantato di altri uomini, per aver avuto un cuore talmente grande da contenere ogni anima del suo paese. Tutto questo è Luigi Crudo, uomo dalle molteplici capacità, poliedrico, impegnato nel sociale, prestato alla politica, uomo di cultura «a tutto tondo» potremmo definirlo, senza avere il benché minimo timore di essere smentiti, figura romantica del maestro di un tempo che con la scuola si identificava. L’ anelito di ricerca e di sapere e l’ampiezza di intellettuale lo hanno portato a spaziare dalla poesia alla filosofia del Vanini fino alla musica. Ed è proprio questo il tema della presente pubblicazione: la musica.  La “sua” Taurisano, più volte e in più occasioni lo ha celebrato, e diverse sono state le pubblicazioni delle sue opere. A dieci anni dalla scomparsa (2007), Paolo Vincenti firma «Luigi Crudo e la musica», un omaggio che l’autore, scrittore dalla penna finissima, tributa a Crudo pur non avendolo mai conosciuto in vita. Non un atto dovuto nei confronti dei figli Massimiliano e Carlo, seppur sia a loro legato da fraterna amicizia, e forse neanche motivato dalla richiesta esplicita della signora Maria Sabato, che lo ha invitato ad occuparsene, ma piuttosto il favore di celebrare Crudo attraverso quella produzione di «paroliere». La musica dunque, che per Crudo, dice Vincenti, non fu affatto occasione velleitaria o inutile passatempo ma passione vissuta e applicazione. In questa pubblicazione Vincenti legittima il valore della ricerca su una fonte molto cara alla famiglia Crudo, ovvero «una voluminosa cartella piena di appunti scritti a mano, a volte a macchina” che la signora Sabato gli ha affidato. Con acume da ricercatore, l’amico Paolo Vincenti «racconta» il Crudo paroliere non solo attraverso i suoi componimenti ma analizzando il felice sodalizio Crudo-Sabato, ovvero la collaborazione musicale con il maestro Aldo Sabato. Lo fa attraverso un documento, che Vincenti definisce «prezioso per analizzare la produzione musicale di Crudo», ovvero il manoscritto La mia collaborazione col prof. Aldo Sabato. Appunti e ricordi”.

            Grati, dunque, a Paolo Vincenti per aver così minuziosamente saputo narrare quel Luigi Crudo appassionato della melodia, facendo volare le parole di questa pubblicazione sulle quelle ali di chiarezza e di spontaneità che caratterizzano il suo stile.                                                                                                                                                                         

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Zibaldone salentino (extrait 6)

di Gianluca Virgilio

Pablo Picasso, Il sogno, 1932, 130 x 97 cm. Collezione privata di Setven A. Cohen, New York.

Un baiser. « Je sens que je te mangerais dit l’Anglais en baisant son enfant ; et il dit la vérité. Le baiser n’est autre chose qu’une expression de l’envie de manger l’objet qu’on baise ». Histoire de ma vie, Giacomo Casanova, éd. Robert Laffont, 1993, t. III, vol. 10, chap. I, p. 307.*

La propriété privée d’après Jean-Jacques Rousseau. Dans son Discours sur l’origine de l’inégalité parmi les hommes, éd. Garnier, 1961, seconde partie, p. 66, Jean-Jacques Rousseau a tout dit sur le sujet : « Le premier qui ayant enclos un terrain s’avisa de dire : Ceci est à moi, et trouva des gens assez simples pour le croire, fut le vrai fondateur de la société civile. Que de crimes, de guerres, de meurtres, que de misères et d’horreurs n’eût point épargnés au genre humain celui qui, arrachant les pieux ou comblant le fossé, eût crié à ses semblables : ‘Gardez-vous d’écouter cet imposteur ; vous êtes perdus si vous oubliez que les fruits sont à tous, et que la terre n’est à personne !’ »

Et pourtant nul n’a écouté sa voix, les clôtures se sont élevées, souvent jusqu’à revêtir l’aspect de hauts murs. C’est donc cela le début de la civilisation ?

Ce que signifie dire nous selon Maurizio Ferraris. Les pronoms sont toujours révélateurs. Pour comprendre ce que nous signifie, lisons Le retour du nous de Maurizio Ferraris, publié dans « La Repubblica » mercredi 29 mai 2013, p. 35 : « Le point essentiel est que, contrairement aux apparences, l’usage du ‘nous’ se réfère moins à une identification qu’à une exclusion. Du ‘nous les esprits libres’ de Nietzsche au ‘nous les habitants de Padanie’ ou ‘nous les modernes’, le but principal du ‘nous’ est certes de construire un agglomérat dans lequel un individu s’autoproclame représentant d’une classe, mais plus encore de générer le fantasme du ‘eux’, les autres, ceux qui ne sont pas ‘nous’ (…) Voilà pourquoi, à mon avis, un des buts centraux de la philosophie en tant que critique de l’idéologie doit être précisément une condamnation de la fiction universalisante du ‘nous’. Ce ‘nous’ est un nous exclusif, justement dans le sens où il exclut. »

Snobisme. L’abus de la langue anglaise est un signe de snobisme chez les soi-disant intellectuels. L’actuel système capitaliste requiert la connaissance d’une langue globale, l’anglais ; alors le soi-disant intellectuel n’a aucun doute : sa langue est l’anglais, même quand il doit expliquer Dante et la Divine Comédie.

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Manco p’a capa 37-38. Seri dubbi sulla transizione ecologica

di Ferdinando Boero

Continuo a sentire e leggere, nei dibattiti televisivi e sui giornali, seri dubbi sulla transizione ecologica, che diversi commentatori definiscono una supercazzola. La supercazzola, per chi non lo sapesse, è un espediente retorico utilizzato da Ugo Tognazzi in Amici Miei per intimidire interlocutori ingenui con una sequela di parole senza senso pronunciate con fare assertivo. Gli sprovveduti non osano dire di non capirle, per non apparire ignoranti, e cadono nella trappola dialettica di Tognazzi. Dire che la transizione ecologica sia una supercazzola, quindi, significa ritenere che non abbia senso. In effetti, è priva di senso per chi non ha la cultura per capirla e che, invece di ammettere la propria inadeguatezza, etichetta come corbelleria quel che non riesce a comprendere. Temo che siano in pochi, tra i non fisici, ad aver capito davvero l’importanza del bosone di Higgs. Ma nessuno si permette di dire che si tratti di una supercazzola. Si accetta l’autorità di chi, in certi campi, è più preparato di noi. Dato che tutti si sentono esperti di ambiente, magari per aver visto qualche documentario in televisione, questa inadeguatezza culturale non viene percepita. Le parole chiave per la transizione ecologica sono biodiversità ed ecosistemi. Sono i pilastri concettuali dell’Enciclica Laudato Si’. Quando Francesco la pubblicò, i frati francescani del Salento mi invitarono a Jaddico, un santuario vicino a Brindisi, perché la spiegassi. I frati sono persone profonde, e si resero conto di non avere sufficiente conoscenza per comprendere il messaggio di Francesco. Non dissero che era una supercazzola perché non lo capivano, e cercarono di mettersi in condizione di comprenderlo. Pur non avendo grandi inclinazioni religiose, avevo un carissimo amico che, di mestiere, faceva il frate. Fu lui a suggerire il mio nome: la storia è raccontata qui (https://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/Cultura_senza_natura.html). Francesco, con Laudato Si’, chiede la conversione ecologica, un concetto non molto differente dalla transizione ecologica. Un post non può ovviamente fornire tutte le spiegazioni necessarie per capire cosa sia la transizione ecologica. Per sopperire alla bisogna, in questi giorni è uscito “Affrontare la Complessità. Per governare la transizione ecologica”, di Federico M. Butera. Lo raccomando.

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La gelida semente

di Antonio Prete


Vincent van Gogh, Seminatore al tramonto, 1888, olio su tela, 64×80,5 cm, Museo Kröller-Müller, Otterlo.

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Vedi, diceva, quel confine d’ombra

che degrada sul muro e fa lucente

il muschio. È tempo, figura di tempo.

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Come il passo dell’antilope in corsa

all’alba verso il fiume. Come il grano

di sabbia che nell’ostrica s’imperla.

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Il frangersi dell’onda sugli scogli

è tempo, come il solco della luna

nel cielo e il volo nuziale dell’ape.

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Nella quieta armonia dell’accadere

tremar di foglia e moto delle stelle

sono sillabe di una stessa lingua.

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Il grido della pernice ferita

anch’esso è suono di quell’alfabeto.

Ma il dolore del vivente, diceva,

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mostra del tempo la gelida semente.

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Graziano Gala, “Sangue di Giuda”. Nel nome disumano del Padre

di Adele Errico

Sangue di Giuda

Lui è Giuda. Solo Giuda e nient’altro.

A volte Giudariello, Giudariè, ma sempre Giuda. Con tutto il peso che questo nome si porta dietro, un nome infame che gli è impresso addosso come il marchio di una bestia pronta per il macello. È Giuda perché un altro nome non ce l’ha, il suo nome di battesimo è finito chissà dove, perduto in un passato squallido, in cui l’identità gli è stata cancellata da una valanga di botte e tutto quello che di lui è rimasto è quel nome che nasce dall’imprecazione urlata da una bocca distorta dalla rabbia. Quella di suo padre che lo insegue per frantumargli le ossa e lo vuole sporcare, gli vuole sporcare l’anima già da bambino, stordendolo di botte e infangandogli le mani dell’orrore di un mondo che Giuda è troppo piccolo per conoscere.

Giuda traditore, Giuda dei trenta denari. Ma lui non è un traditore, è un Giuda senza denti che vive con un gatto che si chiama Ammonio perché il nome richiama il puzzo del piscio che gli lascia in giro per casa. Nella vita di Giuda si entra passando per un televisore: “L’altra sera s’hann arrubbato ‘o televisore” è l’incipit del romanzo di Graziano Gala, edito da “Minimum fax”, che introduce al racconto che l’apostolo traditore inizia a fare con le parole più vere di cui dispone. Il racconto inizia come una deposizione in un commissariato “che è ‘stu teatro ‘e marionette senza voce e senza interprete”. Ma la deposizione sembra trasformarsi in confessione, come quando si va dal prete o, forse, ancor di più, come quando si parla da soli di fronte allo specchio e la denuncia del furto diviene, per Giuda, pretesto per affrontare il proprio inferno e narrarlo ad alta voce, per raccontarsi come scarto di un’umanità reietta e disperata. E lo fa nel modo più semplice che ha, stando al mondo come può, a volte provando vergogna, a volte accartocciandosi su se stesso, usando l’ironia per rendere la sua disperazione più lieve.  Ma per farlo, per raccontarsi, Giuda si serve della lingua della rabbia, del dolore, della vergogna, la lingua dei sentimenti che si infiammano, quelli che accecano e non c’è tempo per pensare a come tradurli in parole: Giuda parla in dialetto. Ma questo suo dialetto – il dialetto di Giuda, il dialetto di Gala – è una lingua nuova. Inizi a leggerlo ed è come se quel dialetto diventasse il tuo, fosse il tuo, la lingua della culla, la lingua della madre, la lingua del ribollire del sangue e del palpitare del cuore. Giuda parla a te. Proprio a te. E racconta a te, nel tuo orecchio, tutte le sue sventure, e i suoi pensieri e le sue paure, con un dialetto che diventa simbolo di tutti i dialetti del Sud, che racconta un Meridione che non è sulle mappe, ma un Meridione che solo chi ci è nato può conoscere, è un luogo che è nella pelle e negli occhi, è un Sud dell’anima.

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L’estate della conoscenza

di Gianluca Virgilio

Innanzitutto vorrei chiarire il senso del titolo del romanzo di Roberto Pazzi, Dopo primavera, Frassinelli (collana Narrativa), Milano, 2008. A p. 10 Emma dice al suo amante Aldo Mercalli: “… tu non reggi dopo primavera, nell’estate fiuteresti subito l’odore della fine…”. A p. 26, riflettendo su quanto gli aveva detto l’amante, Aldo capisce che Emma “aveva scolpito con le sue parole quella metà [cioè l’essere vivente di cui innamorarsi], che svaniva subito “dopo primavera”, appena si accende l’estate della conoscenza”. La primavera della giovinezza, della salute, dell’amore sono viste in contrapposizione all’ “estate della conoscenza” che preannuncia la vecchiaia, la decadenza fisica, la morte. Tutto il romanzo, in effetti, descrive questa fase della vita, in cui la maturità sta lasciando il posto alla vecchiaia, un’età connotata da una forte crisi esistenziale, quando l’uomo sente battere contro i vetri delle finestre di casa i volti delle tante persone conosciute ed amate “che parevano premere per entrare, in un frullo d’ali … Tutto il loro corpo era ridotto al viso, cui si congiungevano le piccole ali, come cherubini” (p. 17). Leggendo queste parole mi sono venuti in mente i versi di Nevicata nelle Odi Barbare di Giosue Carducci:

Picchiano uccelli raminghi a’ vetri appannati: gli amici

Spiriti reduci son, guardano e chiamano a me.

Nasce qui lo sdoppiamento, la divisione dell’io, il conflitto, la lacerazione interiore e, dunque, il viaggio alla ricerca di una possibile ricomposizione.

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Carlo Prato e gli studi di Letteratura greca a Lecce

di Pietro Giannini

L’intitolazione della biblioteca di Filologia classica a Carlo Prato è un atto doveroso e opportuno perché riconosce il suo contributo in uno dei due settori che egli ha più tenacemente curato nel corso della sua attività didattica e scientifica: gli studenti ed, appunto, la biblioteca. Egli si rendeva conto che, se voleva dare solide basi alla nascente Università, bisognava curare la formazione degli studenti, che doveva essere ispirata a solide basi filologiche, e la biblioteca, che doveva costituire il fulcro delle ricerche scientifiche da avviare. Egli si dava così una prospettiva di lungo periodo, scommetteva sul fatto che l’Università di Lecce non fosse destinata solo a creare buoni insegnanti (non fosse solo, come si dice oggi, una teach-university), ma potesse intraprendere una seria attività di ricerca (cioè diventare una research-university), almeno in una fase preliminare, che poi doveva essere completata con la visita di biblioteche più attrezzate. Una scommessa che, alla luce dei risultati raggiunti, possiamo dire che è stata vinta grazie al suo impegno nel suo settore specifico (a cui va doverosamente aggiunto l’impegno di altri docenti in settori paralleli). Anche la cura degli studenti ha dato i suoi frutti, se grazie ad essa è stato possibile non soltanto avere una classe docente di ottimo livello nei licei e nelle scuole superiori della Provincia, ma anche una classe di docenti universitari che, credo meritatamente, hanno potuto portare avanti con forze locali (ma non provinciali né localistiche), e con personali attitudini, gli insegnamenti ricevuti nel campo della ricerca.

Di questo sforzo vorrei dare conto qui guardandolo dal mio particolare punto di vista, a partire dal momento in cui sono entrato nell’Università.

Ho iniziato a lavorare presso la cattedra di Letteratura greca il 1° dicembre 1969. Mi ero appena laureato nel mese di novembre e Carlo Prato volle nominarmi Assistente incaricato. L’insegnamento allora era allocato in una piccola stanza sul lato destro del corridoio al primo piano del Palazzo ex-G.I.L. (oggi Codacci-Pisanelli). I libri occupavano due scaffalature alte sino al soffitto, collocate lungo i lati maggiori della stanza. Accanto, in una stanza delle stesse dimensioni, era ospitato l’insegnamento di Letteratura latina; qui, oltre i libri specifici, si trovavano alcune Riviste di filologia classica. Altro materiale bibliografico (in particolare le edizioni Teubner, Les Belles Lettres e Oxford dei classici greci e latini) era nella Biblioteca Interfacoltà al pianterreno dello stesso edificio. Tutta qui la Filologia classica a Lecce. Ma un grande entusiasmo e la sensazione di iniziare una esaltante avventura nello studio degli autori greci e latini.

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I sogni di luce di Cosimo Sponziello

di Paolo Vincenti

Un ricordo non superficiale merita l’artista salentino ma milanese di adozione Cosimo Sponziello.  Nato a Tuglie nel 1915 da padre salentino e madre lombarda, dopo essersi dedicato per un certo periodo all’attività di fotografo in quel di Gallipoli, nel 1941 si trasferisce a Milano dove segue la sua vera vocazione, cioè la pittura, frequentando la Scuola degli Artefici ed entrando subito nel vivo e attivissimo mondo della pittura lombarda. Tornato nel Salento nel 1943, consegue da privatista il diploma di licenza della Scuola D’Arte “G.Pellegrino” di Lecce. Suoi maestri furono Gino Moro, a Milano, e Vincenzo Ciardo, nel Salento. Dalla pittura del Ciardo, Sponziello è fortemente influenzato nella prima parte della sua carriera, distaccandosene poi, man mano che conquistava una propria cifra stilistica e personale. Dei rapporti di Sponziello col maestro Ciardo si è occupato Luigi Scorrano nel suo Cosimo Sponziello salentino a Milano, del 1988.[1] Dei rapporti fra Sponziello ed i principali animatori di quell’importante stagione culturale fra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, ci ha dato testimonianza Antonio Lucio Giannone nel suo saggio L’itinerario pittorico di Cosimo Sponziello. La strada del timo e del pettirosso (il cui titolo è mutuato da una celebre opera dell’artista) del settembre 1992.[2] Oltre che con Ciardo, Giannone fa luce su rapporti del pittore con Paolo Lino Suppressa, testimoniati da un proficuo scambio di lettere fra i due, e con Vittorio Bodini che, nel 1950, tracciando un panorama delle arti e delle lettere pugliesi, lo cita come uno dei migliori paesaggisti pugliesi: “Due paesaggisti delicati ha la provincia, verso il Capo di Leuca: sono Cosimo Sponziello, un discepolo di Ciardo, con un suo esile filo di poesia, e Luigi Gabrieli”[3]. E con queste parole di Vittorio Bodini, nel 2006 , l’associazione culturale “Incontri”  apriva il  quadernetto dal titolo  Cosimo Sponziello. L’uomo, l’artista,  a cura di Luigi Scorrano, con il quale volle ricordare il fotografo e pittore tugliese.[4]

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