Vittorio Bodini, “Allargare il gioco”. Scritti critici (1941-1970)

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L’altra Calabria

di Paolo Vincenti

Su LACtv.it, web tv calabrese, mi sono imbattuto in una puntata della trasmissione E venne il giorno della Calabria, dedicata all’archeo-vino. Il conduttore è andato a San Demetrio Corone, piccolo paese in provincia di Cosenza, nell’alta valle del Crati, a visitare questa speciale azienda vinicola.

Gabriele Bafaro è un giovane archeologo, laureato a Matera, il quale ha deciso di scommettere sul proprio territorio. Per le sue ricerche scientifiche, egli si occupa delle antiche tecniche di coltivazione, ed essendo anche un appassionato viticultore, ha deciso di applicare le proprie competenze specifiche alla coltivazione della vigna, creando così l’“archeovino”,  un vino prodotto esattamente con il metodo degli antichi greci e romani. A seguito delle ricerche paleobotaniche, Gabriele ha approfondito col tempo le proprie conoscenze ed ha iniziato a produrre il succo di Bacco con un progetto fortemente innovativo, nel quale hanno creduto anche dei partner istituzionali, come l’Università di Matera. La raccolta non è meccanica ma esclusivamente manuale. Si tratta di un vino artigianale e biologico che, per forza di cose, non può dare grandi quantitativi. È una produzione di nicchia che punta esclusivamente sull’alta qualità e che viene distribuita in un circuito circoscritto, quello degli addetti ai lavori, ristoratori, chef e amatori.  “Acroneo” si chiama, ossia “senza tempo”, dal greco a-kronos, e anche da Acra, “sommità”, come omaggio al territorio nel quale viene prodotto.  Il vino è cultura, ripete Gabriele Bafaro, perché esso permette di interagire con la cucina, con la musica, con l’arte e comporta necessariamente il rispetto della natura, in sinergia con le peculiarità del territorio calabrese.  Le bottiglie sono tutte numerate ed anche oggetto per collezionisti.

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La lanterna di Diogene e la lampada di Aladino. Filosofie film narrazioni 1. Diogene, Aladino e una Sciarada. Premessa

di Giovanni Invitto

1. Quando la scrittura di questo libro si è conclusa, è sorta spontanea nella mente una parola poco consueta: sciarada. Sciarada è termine familiare soprattutto ai cultori di enigmistica e, in misura più ridotta, ai cinefili. Nel più noto e diffuso vocabolario italiano, la definizione di sciarada è quella di un gioco enigmistico consistente nell’indovinare una parola della quale sono state indicate le parti in cui essa può venire scomposta. L’esempio apportato è indovino/indo-vino. Per gli amanti e studiosi del cinema, Sciarada è, invece, il titolo di un film di Stanley Donen, del 1963, con Cary Grant, Audrey Hepburn e Walter Matthau. La trama, che per alcuni critici e spettatori comuni richiama atmosfere hitchcockiane, consiste nella ricostruzione, tramite vari indizi, di un percorso che deve condurre a scoprire dove è depositata un’ingente somma che, alla fine, risulta investita in alcuni francobolli di altissimo valore economico. Il film ha meritato un remake nel 2002.

In questo volume e nei testi in esso presentati si vuole far vedere come linguaggi, forme culturali e voci apparentemente diverse, nel momento in cui si incrociano e si giustappongono, formulino, alla fine, una nuova “parola” o, se si vuole, un nuovo senso a parole antiche. Da questo punto di vista, tra le cosiddette arti, tra le varie forme di circolazione di ciò che la poiesi materializza, è una circolazione sotterranea, un influsso reciproco che modifica modelli e introduce prospettive inattese. Un esempio oramai paradigmatico è la rielaborazione fatta da Warhol delle foto con il volto di Marylin Monroe: quella “sciarada” tra due arti dà un evento nuovo, inatteso che modifica le categorie della produzione e della fruizione  nonché della “cultura” estetica intesa quasi in senso antropologico.

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La narrativa di Antonio Tabucchi: Tristano muore

di Antonio Lucio Giannone  

Nel mio intervento cercherò di delineare brevemente alcune caratteristiche della narrativa di Antonio Tabucchi, anche per permettere agli spettatori dei cinque film tratti da sue opere una visione più informata. In effetti questo compito non è facile perché Tabucchi ha alle spalle ormai una produzione di romanzi, racconti, saggi, ecc, oltre che assai varia, anche piuttosto ampia, dal momento che essa copre l’arco di un trentennio, dal 1975, anno della pubblicazione del suo primo romanzo Piazza d’Italia fino al 2004, in cui è uscita l’ultima sua, per ora, opera, Tristano muore. Perciò mi limiterò a dare qualche indicazione soffermandomi su alcuni momenti della sua opera, anche in rapporto ai film proiettati. Intanto  fornisco alcuni dati, che forse possono essere utili per conoscerlo meglio, anche se Tabucchi non ha bisogno di eccessive presentazioni essendo uno degli scrittori più noti di questo periodo.

            Tabucchi nasce a Pisa nel 1943 ma viene allevato nella casa dei nonni materni a Vecchiano, una piccola cittadina in provincia di Pisa. Nel 1969 si laurea in Lettere moderne con una tesi sul “Surrealismo in Portogallo”, che a noi salentini richiama lo studio e l’antologia di Vittorio Bodini sui Poeti surrealisti spagnoli. Si perfeziona alla Scuola Normale Superiore di Pisa e nel ‘73 viene chiamato a insegnare Lingua e letteratura portoghese a Bologna. Successivamente insegna la stessa disciplina a Genova e attualmente a Siena. Già prima di laurearsi scopre lo scrittore portoghese di cui diventa il maggiore studioso e traduttore italiano, Fernando Pessoa, che è anche il suo principale modello in campo narrativo, anche se numerosi sono i suoi ispiratori, da Pirandello a Borges, dagli scrittori inglesi e americani a Baudelaire, Montale, ecc.

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Zibaldone galatinese (Pensieri all’alba) XXXVIII

di Gianluca Virgilio

Le serie TV e Leopardi. Credo che, mutatis mutandis, si possa applicare alle serie TV, che imperversano sullo schermo televisivo, quanto Leopardi, Zibaldone 2313-2314 (Edizione Damiani, pp. 1499-1500), dice a proposito dei “grandi intrecci in un’azione drammatica” molto diffusi nell’Ottocento: “Il grande intreccio in un’azione drammatica, la complicazione dei nodi ec. distoglie affatto l’animo dell’uditore o lettore dalla considerazione della naturalezza, verità, forza della imitazione, del dialogo, delle passioni ec., e di tutte quelle bellezze di dettaglio nelle quali principalmente consiste il pregio di ogni genere di poesia …(…)… l’unico o certo principale effetto ed affetto ed interesse che i drammi di grande intreccio producono, si è la curiosità; e questa sola spinge l’uditorio a interessarsi e fare attenzione a ciò che si rappresenta, questa sola trova pascolo, e questa sola è soddisfatta nello scioglimento. (…)”.

La curiosità di vedere come evolve una storia, come va a finire (ma andrà a finire una buona volta?), questa è la ragione per la quale gli uomini dell’Ottocento andavano a teatro ed è la stessa ragione che tiene incollati al televisore milioni (ma forse non è sbagliato dire miliardi) di persone nel mondo (il fenomeno infatti è globale).

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Alle origini della modernità


Come negli anni precedenti, il corso “Italiano” del Polo Pugliese (giunto alla sua nona edizione) punta ad accrescere le competenze linguistiche e letterarie dei corsisti e a favorirne il trasferimento nelle scuole, a beneficio degli studenti. Ogni incontro si apre con una parte introduttiva, a cui segue una parte laboratoriale in cui vengono discussi collettivamente gli argomenti trattati nella parte introduttiva e proposti esercizi da applicare in classe. A conclusione del corso, ogni corsista potrà liberamente decidere (se lo riterrà opportuno) di allestire una relazione sulla propria esperienza didattica. Nell’incontro finale i risultati del corso saranno oggetto di discussione e di valutazione collettiva.
Proff. Rosario Coluccia e Pasquale Guaragnella

Tutte le informazioni sono al sito:
https://www.linceiscuola.it/pugliese > italiano
In allegato il programma del corso.
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Notturno*

di Antonio Prete

In mezzo a polveri d’oscura nube

la Chioma, col suo ventaglio di luce.

Galassie in fuga tra nodi di stelle.

Biancoazzurra la Vergine solleva

il viso verso il Leone, superba

nella notte di primavera. Un rombo

dalla strada e il rumore che fa il vento

nel ginepro  e il ronzio dell’insetto

alla finestra : un cadere di tempo,

di goccetempo nel vuoto.

                                         Uno stesso

respiro in questi suoni della notte

e in quelle luci di perduti mondi?

[*L’asterisco intende rimandare alla poesia omonima in Menhir e pubblicata in questo sito]

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Manco p’a capa 77. A scuola, di ecologia, neanche a parlarne!

di Ferdinando Boero

Confesso di non ricordare quante volte, nel mio percorso di formazione, ho dovuto studiare i sette re di Roma, di cui ricordo ancora i nomi in sequenza, e le Guerre Puniche. Non credo di avere una “buona cultura” perché so queste cose. Ricordo che al liceo, nel periodo della contestazione, criticai, nel giornalino di classe (si chiamava “Tu che ne pensi?”), il modo in cui ci veniva presentata la “cultura”. Sapevamo tutto della “cultura occidentale” e niente di quello che era avvenuto in Asia, in America, e non parliamo dell’Africa o dell’Oceania. Scrissi che questa impostazione generava una sensazione di superiorità da parte nostra: noi abbiamo costruito la cultura, “loro” no. Non mi pare che mi abbiano raccontato quando, in Europa, abbiamo adottato la numerazione araba (che poi era indiana), abbandonando quella romana. Una svolta epocale, che cambiò la nostra rappresentazione del mondo. Le svolte erano la fondazione di Roma, la nascita di Cristo, la caduta dell’impero romano, la scoperta dell’America, la rivoluzione Francese, l’Unità d’Italia. Una rappresentazione che non mi convinceva: a casa c’erano libri che raccontavano altre storie. A me piaceva la storia naturale, assieme a quella dei sette re di Roma.

Come tutti i giovani esemplari della nostra specie ero attirato dalle cose di natura. Edward O. Wilson la chiama Biofilia. Conoscevo molti animali ancor prima di aver imparato a leggere, e ho imparato a leggere decifrando i nomi sotto le illustrazioni che li raffiguravano. Li sapevo tutti: oritteropo, ornitorinco, fennec, aye aye, galagone, squalo bianco, verdesca, balena, balenottera, capodoglio, e infiniti altri. Non facevo alcuna fatica ad impararli, e associavo quei nomi al loro comportamento e ruolo ecologico. Che io sapessi quelle cose non aveva alcuna utilità nelle valutazioni del mio apprendimento a scuola. I sette re di Roma sì, la biodiversità no. Sapevo anche il continente in cui vivono i vari animali, e quindi la biogeografia. Sapevo che lo struzzo è in Africa, il casuario in Oceania e il nandù in Sud America. Il giaguaro in sud America, il leopardo in Africa e Asia. E poi le barriere coralline, sempre sul lato orientale dei continenti.

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La cultura superficiale stancherà anche i giovani

di Antonio Errico


Gyunghee Joh, Cercatori dell’oblio, 2014.

Accade sempre più frequentemente, come condizione strutturale della nostra esistenza e quindi come conseguenza naturale della relazione che si stabilisce con la conoscenza, che con i fatti e i fenomeni della cultura si stabilisca un rapporto superficiale, frettoloso, concitato, sbrigativo, anche effimero. Non abbiamo tempo per soffermarci, per riflettere. Non abbiamo tempo per elaborare considerazioni, comparazioni, confronti. Non abbiamo tempo, possibilità e forse neppure competenza per annodare le esperienze di conoscenza del presente con quelle del passato e le proiezioni nel futuro.  Non abbiamo tempo, forse non abbiamo neppure interesse, forse non abbiamo neppure desiderio. Accade con un libro, con un film, con le opere in un museo, con una cripta bizantina, con un’opera di teatro. Accade con le esperienze con cui ci confrontiamo quotidianamente. Passa tutto con la stessa rapidità con cui arriva. I fatti e le cose della cultura non hanno  il tempo, la possibilità, la sistematicità che consentono di trasformarsi in sistema, di organizzarsi in categoria, di costituirsi come riferimento. Molto spesso di essi non rimane nessuna sostanza. Le forme e le espressioni culturali non acquisiscono nessuna condizione di storicità e quindi non producono memoria. Senza memoria non c’è comparazione e quindi non c’è possibilità di scelta. Forse si potrebbe anche dire che, senza memoria, tutte le cose, e quindi anche le cose della cultura,  si svuotano di essenza, di significato sostanziale. Allora tutto si riduce ad un gesto di consumo.  Prendiamo quello che ci viene da sollecitazioni estemporanee, lo consumiamo in fretta, lo dimentichiamo.

La marea dell’oblio dilaga e sommerge. Possiamo dirci: non c’è stato mai un tempo in cui l’uomo abbia avuto tanta informazione. E’ vero ed è bello. Possiamo anche dirci che non c’è stato mai un tempo in cui l’informazione abbia avuto una durata così breve. E’ vero anche questo, ma questo non è bello.

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Leggere racconti per raccontarsi. Prendendo spunto dalla scrittura di Lina Iannuzzi

di Giovanni Invitto

Il Duomo barocco di Pescia. In alto sullo sfondo il borgo di Uzzano.
Copyright Marco Ramerini.

Il volume di Lina Iannuzzi, Sulle tracce di Pitagora. Storie brevi (Ibiskos, Empoli 2005, pp. 128) mi ha riproposto memorie, riflessioni, progetti. Da tempo per motivi istituzionali – prima nel Consorzio Universitario Salentino poi nel Centro di Studi Salentini – seguo dei progetti sulla scrittura femminile salentina, progetti ideati e curati da Rosanna Basso e Marisa Forcina.

Nella ricerca del Centro sono stati previsti anche alcuni “medaglioni” dedicati a scrittici salentine, cioè dell’area leccese, brindisina e tarantina. Su mia sollecitazione uno di quei profili, arricchito da un’intervista, era dedicato a Lina. Dico “era”, perché non so se quello scritto sarà mai pubblicato in quanto la giovane curatrice l’ha abbandonato, presa da altri impegni di lavoro. Cose che capitano (ma che non dovrebbero capitare).

Ho conosciuto Lina Iannuzzi come collega universitaria, discreta nelle relazioni umane, come discreto e “antico” è il suo stile di scrittura. Importanti le sue opere di critica letteraria di cui ricordo soprattutto quelle dedicate a Verga, uno degli autori da me più amati, e D’Annunzio che inserisco tra quelli meno amati, pur essendo io un ricorrente lettore, forse demodé,della poesia decadentistica e, addirittura, crepuscolare.

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