Opus tessellatum 11. L’asino di Apuleio

di Antonio Devicienti

(Parla l’asino che ha per metà fattezze umane)

«Viandante, in me tu vedi le incessanti metamorfosi del reale, il trascorrere delle forme, la varietà multicolore del mondo (dei mondi).

Viandante, se dicono che curiositas è stato il mio peccato, tu non credere loro: era voluttà di stare nel tutto – animale, essere umano, pianta, pietra.

Viandante, se per qualche minuto sospendi il giudizio, scoprirai che le mie forme asinine rivelano il me (il noi) animale, forma necessaria del tutto che vive.

Se ti sposti un poco vedrai il gatto calzato, anche lui sogno dell’immaginazione.

Viandante, i gatti e gli asini posseggono, in Terra d’Otranto, una sapienza che non sospetti – e forse non lo sai, ma la notte te Natale parla ‘ngrecu ogne animale.

Così la luce della stella porta sapienza e parlare è illuminare».

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La sublime utilità delle cose inutili

di Antonio  Errico

Mentre sto leggendo qualcosa, così, tanto per leggere qualcosa, incontro una pagina in cui la filosofa ungherese Agnes Heller dice se qualcuno dovesse chiederle, come filosofa, che cosa si dovrebbe imparare al liceo, risponderebbe: prima di tutto, solo cose “inutili”, greco antico, latino, matematica pura e filosofia. Tutto quello che è inutile nella vita. Il bello è che così, all’età di diciotto anni, si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si può fare tutto. Mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose.

Questo pensiero della Heller mi riporta alla memoria un libro di Nuccio Ordine che s’intitola L’utilità dell’inutile, nel quale si dimostra con documentate argomentazioni che non è affatto vero, neanche in tempo di crisi, che l’utilità è determinata solo dalla produzione di un profitto ma che esistono saperi cosiddetti inutili che si rivelano di straordinaria utilità.  Forse si potrebbe anche considerare che l’utile consista non tanto in quello che produce avere ma in quello che consente una realizzazione dell’essere. Avere o essere, si chiedeva Erich Fromm. La risposta potrebbe essere questa: “Un “Avere” deve possedere un fiore, lo coglie, lo fa suo. Un “Essere” ne contempla la bellezza, godendo di questo, percependolo per immaginare altri orizzonti”.

Ecco. La bellezza. Probabilmente il nucleo della questione è tutto qui: nel senso della bellezza.

Certo, poi ciascuno di noi ha la possibilità di scegliere tra avere o essere, tra la presunta utilità del brutto o dell’indifferente e la presunta inutilità del bello o dell’appassionante.

Leggere un libro è assolutamente inutile, lo dicono in tanti. Non si è mai visto né sentito dire che la lettura di un libro porti un guadagno. Ma ci sono libri belli, a volte molto belli, che ti fanno essere diverso, migliore, da quello che sei. Se questo sia un guadagno oppure no, lo decide colui che lo legge.

Allora, fermo restando che sul tema della differenza tra conoscenze utili e conoscenze inutili – soprattutto nei processi, nei percorsi e nelle finalità della formazione-  ciascuno ha le proprie idee e nessuna idea è da sottovalutare o da non tenere rispettosamente in  conto, forse si potrebbe cercare una mediazione, forse si potrebbe  trovare un equilibrio, armonizzare, ma con la condizione indispensabile di precisare il  concetto di cose utili e inutili e di dimostrare  che le cose inutili siano proprio tali. Poi sarebbe anche opportuno contemperare il concetto di utile e inutile con quello di bellezza. Perché esiste una utile bellezza delle cose inutili. Anzi, forse, probabilmente, spesso sono proprio le cose inutili a possedere una bellezza. Le altre cose sono utili, pratiche, convenienti, redditizie, vantaggiose, ma molto spesso non sono belle.

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Antonio Stanca, Composizione astratta


Antonio Stanca, Composizione astratta08-05-2001, olio su MDF, cm 99,8 X 119,2.
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Taccuino estivo 3. Salento

di Antonio Prete

Quinto Ennio, il poeta latino che primo usò il verso esametro, diceva di possedere tre anime (“tria corda”): una greca, una romana, una osca. Il poeta degli Annales era nato a Rudiae, oggi parco archeologico a tre chilometri da Lecce: costeggiavo la zona degli scavi ogni volta che dal mio paese raggiungevo la città percorrendo la vecchia strada; accadeva anche, in anni lontani, che andassi talvolta in bicicletta, affrontando la salita che proprio all’altezza delle rovine di Rudiae chiedeva al ciclista più di uno scatto.

Anche se non era certissimo che fosse proprio quella la Rudiae di Ennio, l’espressione “tria corda”, riferita a tre lingue, a tre culture, che convivono in una sola esperienza di vita e di scrittura, mi veniva spesso in mente quando sfioravo quell’area archeologica, che ora si è arricchita di un bell’anfiteatro romano portato alla luce di recente dall’amico Francesco D’Andria. L’estate scorsa m’è accaduto una sera di leggere miei versi in quell’anfiteatro: è sempre sorprendente l’annodarsi destinale dei fili in un’esistenza. 

Tria corda, ovvero compresenza di culture diverse: mediterraneità modulata per lingue e miti e saperi. Relazione costante tra la radice e l’altrove. Una coralità che il Salento ha sempre alimentato: anche nei rapporti tra la molteplicità dei dialetti romanzi e la koiné linguistica dei paesi che intorno a Calimera fanno parte della Grecìa.

L’articolatissima mappa dei dialetti parlati nella penisola salentina, ordinata e definita dal lungo lavoro di ricerca del filologo tedesco Gerhard Rohlfs, autore di un poderoso Dizionario dei dialetti salentini, disegna il terreno, in un’area geografica ristretta, di reti comuni e insieme di molte differenze: differenze di fonesi, di morfologia, di strutture espressive.

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Rury Marra, Massa e potere – Marina di S. Giovanni, Ugento (Le), 11 agosto 2022

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E.T., 40 anni d’amicizia senza confini né paura

di Adele Errico

“Mi pare impossibile che quando c’è la luna noi si dorma nelle nostre case. (…) Quando c’è la luna fuori della finestra chiusa succedono cose strane, e meravigliose (…) ci sono cose che corrono e navigano per conto loro mentre noi dormiamo. Non è strano questo? Non è strano anche che si possa dormire mentre la luna attraversa il cielo?” Così vagheggiava Gurù, la fanciulla dai piedi di capra e dai capelli “corti lisci e un po’ gonfi” ne La pietra lunare di Landolfi, nell’intento di spiegare al protagonista misteri e segreti incomprensibili agli esseri umani che si aggirano per la vita con gli occhi piantati per terra. Scorgere le “cose che corrono e navigano” in cielo è il privilegio degli insonni, di coloro che, dapprima contorcendosi nel tumulto delle lenzuola, decidono di accartocciarsi con gli occhi gonfi di sonno nell’angolo accanto alla finestra e guardare in alto. E mentre, annebbiati dal sonno, rabbiosamente pregano di addormentarsi, si meravigliano di qualche apparizione nel cielo, chiedendosi se non si tratti di un’allucinazione. Ma se non si è parte del popolo degli insonni, si potrà comunque assistere ad un miracolo celeste avvenuto per la prima volta in una notte di dicembre del 1982: nell’arco della circonferenza di una luna gigantesca apparve qualcosa che correva e l’attraversava, la sagoma nera di una bicicletta pedalata da un bambino che trasportava, nel cestello, un fagotto. Quel corpo diafano e tralucente, apparve, però, su uno schermo cinematografico al Festival di Cannes. Sono trascorsi quarant’anni e quell’essere infagottato nel cestello di una bici ha commosso e continua a commuovere intere generazioni.

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“Tradurre / è prestare parola al desiderio”: su Tutto è sempre ora di Antonio Prete

di Antonio Devicienti

(…) c’è qualcosa che passando

tra le lingue in ogni epoca rimane

lucente, una moneta che non perde

valore, essendo del vuoto la forma,

mai si consuma perché è già mancanza,

voglio dire il desiderio. Tradurre

è prestare parola al desiderio (in Traducendo Louise Labé)

Tutto è sempre ora (Torino, Einaudi, 2019) è una precisa visione della poesia, una postura della parola, un ritmo della scrittura. Questo libro è luminosa regione di un continente composito e affascinante, ricco e complesso, costituito da saggi scientifici, traduzioni, racconti, scritture al confine tra il journal intime e il carnet de voyage, memoria e descrizione, cui occorre aggiungere i numerosi interventi radiofonici (su Radio3) e nella “rete” (su Doppiozero), oltre che la direzione e la redazione di riviste come Il gallo silvestre, ma non dimenticherei neanche il lungo insegnamento universitario né le numerose conferenze nelle più prestigiose sedi accademiche del mondo.

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Un libro per l’estate 8. Storia di Gordon Pym di Poe e “i gorghi del destino”

di Adele Errico

Un dipinto di Renè Magritte raffigura un uomo che, specchiandosi, non vede il proprio volto ma la propria nuca. All’angolo della specchiera è posato un libro, il cui titolo, con i caratteri ovviamente capovolti, è leggibile nell’immagine raddoppiata dello specchio: “Les adventures d’Arthur Gordon Pym”. Magritte sceglie il solo romanzo (tra una miriade di racconti) scritto da Edgar Allan Poe per inserirlo in questo dipinto – intitolato “La reproduction interdite”, letteralmente “La riproduzione vietata” – in cui il soggetto non riesce a vedere nello specchio il proprio volto. E quanto può essere orrido guardarsi allo specchio e vedere, non la propria faccia, ma la propria nuca? Quanto può essere orrido che il solo oggetto in grado di ridarci il riflesso della nostra immagine, che ci racconta come siamo fatti, come siano i nostri occhi, i solchi della fronte, la forma della nostre labbra, rifletta invece la parte di dietro della nostra testa, quella più insignificante, che in fondo non racconta nulla di noi perché, certo, una persona che amiamo (o semplicemente conosciamo) sappiamo riconoscerla anche se girata di spalle, ma solo perché immediatamente ci sovviene come sarà quando si volterà a guardarci?  Ecco. Tanto orrido è “Storia di Gordon Pym”. Orrido nella sua capacità di pungolare le corde del brivido, di rappresentare l’orrore puro senza la necessità di ricorrere ad elementi fantascientifici: i personaggi di Poe sono vittime delle allucinazioni della propria mente, soffocati dal terrore che sbatte tra le pareti del loro stesso cranio, intrappolati in un incubo che inizia e finisce nella loro immaginazione. Così, “Storia di Gordon Pym” assume, nelle prime pagine, le fattezze di una classica avventura marinaresca: tempeste, isole misteriose, selvaggi, naufragi, digressioni di tecnica nautica. 

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Formazione universitaria per i Beni Archeologici del Salento. Nella prospettiva europea

di Francesco D’Andria

L’esteso incendio delle sterpaglie nel Parco Archeologico di Cavallino, il blocco delle attività di visita e di animazione culturale all’anfiteatro di Rudiae, lo stato di abbandono del Parco dei Guerrieri a Vaste e la persistente chiusura del suo Museo Archeologico, la cronica mancanza di fondi per la prosecuzione degli scavi archeologici a Castro, possibile soltanto grazie all’intervento di privati lungimiranti come Francesco De Sio Lazzari e di Associazioni come l’Inner Wheel di Tricase, sono solo alcune delle realtà nel Salento che attestano, di fatto, l’abbandono e la mancanza di attenzione verso il Patrimonio Archeologico da parte delle Istituzioni pubbliche. Una situazione critica, in singolare contrasto con quanto avveniva circa vent’anni fa, quando, grazie ai fondi europei, la Regione Puglia aveva dato avvio ad un ambizioso progetto di valorizzazione del suo patrimonio archeologico, con la creazione di Parchi archeologici e di musei. A questa realtà fa riferimento un breve articolo pubblicato nella rivista dell’Università di Lecce (Unile, n. 1, marzo 2003, pp. 19-20), che può essere utile rileggere; chi scrive, come direttore della Scuola di Specializzazione in Archeologia, tracciava un quadro ottimistico, ricco di prospettive di ricerca e di lavoro per i giovani iscritti ai corsi nel settore dei Beni Culturali.

Formazione universitaria per i Beni Archeologici del Salento. Nella prospettiva europea

Con l’istituzione della Società Patrimonio dello Stato Spa, da parte del Governo Berlusconi, si è aperto in Italia un dibattito che riguarda in particolare quei beni del demanio che rivestano un valore storico e culturale. Salvatore Settis, archeologo e direttore della Scuola Normale di Pisa, ha tempestivamente pubblicato, nella collana Gli Struzzi di Einaudi, un volumetto dal titolo significativo “Italia S.p.A. L’assalto al Patrimonio Culturale”. Nel denunciare i rischi della “privatizzazione selvaggia”, Settis ha messo al centro del suo ragionamento una grande tradizione italiana che, pur in modo contraddittorio dal punto di visto legislativo e istituzionale, si è identificata con lo storia del nostro Paese sino a distinguerlo dagli altri Stati europei per quella “cultura della conservazione” che ha permesso di tramandare un patrimonio di arte e di storia unico al mondo.

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Manco p’a capa 102. ll Pianeta Mare Film Festival di Napoli

di Ferdinando Boero

Centocinquant’anni fa Anton Dohrn, un tedesco, scelse Napoli per fondare un istituto privato che diventò la prima moderna stazione di biologia marina: la Stazione Zoologica di Napoli che, oggi, porta il suo nome. Nello stesso periodo, sempre a Napoli, questa volta un francese, il fisiologo Etienne Jules Marey (https://it.wikipedia.org/wiki/%C3%89tienne-Jules_Marey), pose le premesse per l’affermazione del cinema e inventò un fucile fotografico che “spara” fotografie a raffica per documentare il movimento. Marey visse per decenni a Villa Maria, a Posillipo, e fu amico di Anton Dohrn. Due stranieri a Napoli danno vita a cinema e biologia marina, nello stesso periodo.

Quasi nessuno, a Napoli, sa cosa sia la Stazione Zoologica. Tutti conoscono l’Acquario, o Aquarium: la percezione è che si tratti di un posto dove portare i bambini a vedere i pesci. Pochi sanno della ricerca realizzata nel resto dell’edificio, anche se la statura scientifica della Stazione Zoologica è riconosciuta in tutto il mondo. E quasi nessuno sa di Marey. I napoletani lo vedevano girare col fucile fotografico e si sorprendevano che non sparasse. Puntava agli uccelli con un fucile e poi non sparava: guadagnandosi il soprannome di “scemo di Posillipo”. Oggi, proprio come Dohrn, è semplicemente dimenticato dai più e non riceve l’onore che merita.

E non va bene. Napoli ha ispirato persone geniali che, grazie all’atmosfera napoletana, hanno realizzato i loro sogni. Avrebbero potuto farlo altrove, forse… ma lo hanno fatto a Napoli!

Con Max Mizzau Perczel, incaricato di progettare e realizzare eventi per le celebrazioni del centocinquantesimo della Stazione Zoologica, abbiamo pensato a un festival: Il Pianeta Mare Film Festival (https://pianetamarefilmfestival.it/). Cinema e mare. Abbiamo trovato l’archivio che custodisce i filmati originali di Marey e di un altro pioniere del cinema marino, Jean Painlevé ( https://jeanpainleve.org/) che partecipò attivamente al movimento d’avanguardia cinematografica dedicandosi poi alla cinematografia scientifica. Fondatore e direttore dell’Institut du cinéma scientifique, realizzò documentari divulgativi caratterizzati da notevole contrappunto fra immagini e suoni. Il festival si aprirà proprio con l’illustrazione della loro storia e la proiezione delle loro opere. Il primo film mai realizzato documenta le onde che si frangono sugli scogli di Posillipo!

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A proposito del romanzo I nomi di Melba di Sara Notaristefano

di Massimo Galiotta

È giovane, anagraficamente parlando, l’autrice del volume «I nomi di Melba», lo è molto di meno se consideriamo la già lunga esperienza come scrittrice. Nata a Taranto Sara Notaristefano si è laureata in lettere moderne presso l’Università di Bari; docente del Liceo Gandhi di Merano, è un’insegnante con il vizio della scrittura. L’autrice, infatti, collabora ormai da tempo con il semestrale di critica letteraria “Incroci”, diretto da Raffaele Nigro, Lino Angiuli e Daniele Maria Pegorari.

I nomi di Melba, pubblicato lo scorso maggio per i tipi della casa editrice Manni di San Cesario di Lecce, tratta le vicende di una giovane donna: «Gli affetti e i rancori, i sensi di colpa e i tradimenti, la rabbia, la disperazione, la gioia e il dolore (che) attraversano la vita di Melba, terzogenita di una ricca famiglia pugliese. Dapprima con indolenza e poi con caparbietà la giovane donna costruisce una carriera professionale, una storia d’amore, l’esistenza in un’altra città, Milano, lontana da una casa opprimente che, però, resta sempre casa».

Notaristefano da forma a tutta la parte sommersa dell’iceberg che si nasconde nella vita di ogni donna, tutto il buono ma anche lo “schifo” che a volte si cela sotto il mare apparentemente calmo della quotidianità. È il caso del racconto Breve storia di ordinari alibi familiari, tra i vincitori del Premio Velletri Libris, la storia di una donna, di una madre di famiglia, che vive il dolore e la normalità (ormai divenuta tale) dell’abuso sessuale consumato nella presunta “legalità” della vita di coppia: un viaggio verso il mare, verso il desiderio di libertà, che si trasforma in un incubo da nascondere agli occhi dei propri figli.

Che si tratti di romanzi o di racconti brevi, Sara Notaristefano mette al sole, come fossero panni stesi ad asciugare nei torridi pomeriggi estivi, tutto quello che in molti casi la vita di una donna nata a Sud tiene nascosto: per un’antica vergogna di “paese”, per proteggere la sua prole, la sua stessa vita o molto verosimilmente per un’innata attitudine ad amare anche chi l’amore non lo meriti veramente.

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Itinerario di Girolamo Comi (Seconda parte)

di Antonio Lucio Giannone

  • La seconda fase della poesia di Comi

Nei primi anni Trenta, nelle edizioni “Al Tempo della Fortuna”,  Comi pubblica anche alcuni libri di poesia: Cantico del tempo e del seme (1930), Nel grembo dei mattini (1931), Cantico dell’argilla e del sangue (1933), Adamo-Eva (1935), nei quali, a giudizio di Arnaldo Bocelli, si assiste a una umanizzazione della sua visione, perché egli comincia a trovare i rapporti tra sé e quel mondo minerale e vegetale che prima aveva contemplato dall’esterno. “Quell’immaginismo, ‒ sostiene il critico ‒ e quel tanto di ermetico che è nel suo simbolismo, cedono via via ad una fondamentale nitidezza e precisione di impressioni, di sentimenti, di espressione: la parola, il ritmo, il verso cominciano ad acquistare una forza e un’armonia nuove”[1]. Queste raccolte verranno nuovamente antologizzate da lui nel volume Poesia (1918-1938), che esce nel 1939 con la casa editrice “Modernissima”.  Il libro, in realtà,  comprende liriche pubblicate dal 1931, oltre a 16 nuove, e rappresenta la seconda fase della poesia di Comi secondo una indicazione che dà lui stesso nella nota all’antologia del ’39. Qui egli scrive, infatti, che considerava la sua produzione precedente, quella dal 1918 al 1930,  “più come espressione e frutto di una ricerca e come la consumazione di un’esperienza della poesia, che come un vero e proprio ‘corpo poetico’ organico e costruttivo esente d’influenze e di ripetizioni”[2]. In effetti nella poesia di questi anni Comi passa, come scrive Raffaello Prati nella Prefazione al volume del ’39,   “da un senso di spiritualità cosmica al sentimento universale ma anche paterno e personale, quello di Dio Padre, percorso che è la traiettoria di tutta la sua poesia”[3].

Questo passaggio da una concezione immanentistica a una trascendente, ma di tipo ancora magico e antroposofico e infine a una integrale visione cristiana, è evidente in alcune liriche che fanno parte di Cantico dell’argilla e del sangue. Qui il verbo diventa veramente Verbo divino, come nella lirica intitolata appunto Il Verbo:

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La lettura

di Antonio Prete

Diego Pettinelli,, Uomo che legge, pittura a olio,
Palazzo Comunale di Matelica (MC).

La tovaglia a losanghe blu e rosa

copre il tavolo della cucina,

la lampada a petrolio oscilla

al vento che entra dalla finestra,

che entra con la voce dei grilli,

“vieni a dormire”, dall’altra stanza

la voce di mia madre è il filo

che scende dalla luna,

si fa ombra sulla parete bianca di calce,

sto leggendo Lorca o forse Jimenez,

una lucertola sotto la volta a stella

sta per saltare sull’insetto,

il Guadalquivir scorre

di là dal filare della vite

                   di là dagli ulivi che cingono il campo,

                   le ragazze vanno al fiume

                   saltando come cerbiatte sopra i cespugli

“che cosa dimentico, madre,

che cosa dimentico?” il vento negli eucalipti

fa l’ubriaco, laggiù si apre la piana di Cordoba,

lontana e sola, la notte abbraccia la casa rossa,

abbraccia i pensieri tenendoli stretti

in un tempo che ha il respiro delle piante,

poi li chiude, i pensieri, nella stanza bianca

di calce, dove s’addormentano

mentre nel mondo corrono corrono gli anni.

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Segnalazioni bibliografiche III

di Gianluca Virgilio

Agesilao Flora. Mio padre mi raccontava che durante la sua giovinezza un uomo già piuttosto anziano, ma ancora pienotto e rubizzo, spesso si aggirava per le strade di Galatina, un uomo originario di Latiano, dalla sicura fede socialista, che in questa città, come pure in non poche altre di Terra d’Otranto, Lecce, Gallipoli, Grottaglie, Casarano, ecc. era di casa sin da tempi remoti. Era ospite delle famiglie più in vista della città, perché il suo lavoro era quello di decoratore-pittore delle loro dimore. Pensate: un decoratore delle case padronali di fede socialista. Ma si sa, le vie dell’arte, come quelle della politica, sono infinite! Quest’uomo si chiamava Agesilao Flora (Latiano, 1863 – Lecce, 1952). Aveva lavorato e studiato a Roma con maestri di chiara fama, l’architetto Gaetano Kock, Girolamo Savorelli, Eugenio Maccagnani, Domenico Bruschi e altri, e poi, ritornato in Terra d’Otranto, l’aveva percorsa in lungo e in largo, decorando palazzi gentilizi, chiese, municipi, acquistando così grande fama. Socialista della prima ora, presente a Galatina in casa di Paolo Vernaleone il 29 giugno 1893, insieme a Carlo Mauro e ad altri, come fondatore della prima sezione del Partito Socialista di Terra d’Otranto, aveva stretto rapporti con i rappresentanti più in vista di quel periodo: Antonio Vallone,  Antonio De Viti De Marco, Cosimo Rubino, Vito Mario Stampacchia; poi col più giovane Tommaso Fiore. Insomma, un personaggio certo di secondo piano nella vita politica e in quella artistica del periodo a cavallo tra Otto e Novecento, ma non per questo meno interessante. Chi voglia saperne di più dovrà leggere A. Flora (1863-1952) “Pittore e idealista”. Novecento salentino da scoprire: Agesilao Flora tra cultura artistica e impegno politico, a cura di Massimo Guastella e Rita Caforio, Latiano (BR), Locorotondo Editore 2008, pp. 286. Il lettore vi troverà saggi, oltre che dei curatori, di Massimo Faccioli Pintozzi, Daria De Donno, Antonio Cassiano, Rosamaria Dell’Erba, Elio Pindinelli, Daniela De Vincentis, Fernando Guido, Salvatore Pietro Polito e Letizia Molfetta. Il volume si segnala non solo per la qualità della stampa e la ricchezza e qualità delle illustrazioni, ma anche perché fa capire molte cose della nostra vita in provincia di tanti anni fa.

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Presentazione di Sara Notaristefano, I nomi di Melba – Galatina, 9 agosto 2022

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Scritti su Giacomo Leopardi 6. Virtù stoica e progressismo nel Bruto minore

di Giuseppe Virgilio

Vincenzo Camuccini, La morte di Cesare,
(particolare) 1804-1805, GNAM Roma .

Il personaggio leopardiano di Bruto non presenta il motivo tragico della paternità cesariana, come in Voltaire, o la volontà di persuadere il tiranno a rinunciare al regno già adombrata in Shakespeare e poi nell’Alfieri. Bruto del Leopardi è la nobilissima guida ideale di pochi isolati aristocratici, difensori della libertà antica, quella più radicata e più giusta, consapevole che la vera città di Roma, libera ed equa, è là dove molti cittadini romani sono stati esiliati durante la dittatura di Cesare. Gli anni della libertà e dell’èra repubblicana sono finiti nel 44 a.C. sul campo di Filippi, dove con la vittoria dei triunviri hanno avuto inizio le sciagure della patria.

Per parte sua Cicerone loda la dignità del carattere, l’integrità dei costumi, la serietà dei princìpi di Bruto, ed è significativo che gli dedichi, fra le altre opere, l’Orator, modello di studio della parola che, nato in Grecia dove ha trovato terreno propizio dopo i grandi periodi creativi, solo tardi e lentamente si è potuto divulgare e affermare in Roma per la naturale ripugnanza del vecchio spirito romano contro le dottrine astratte. Anche per Bruto, come per gli stoici, il linguaggio che agisce sul pensiero e lo guida è parte costitutiva della nostra esistenza spirituale.

La critica leopardiana ha fin qui valutato in modo piuttosto generico la genesi stoica del Bruto minore che ha ispirato l’animus agonistico, il titanismo e lo spirito prometeico dell’autore; e non c’è dubbio che queste prerogative sono presenti nel canto. Su tutte però sovrasta una multiforme etica di origine intellettualistica, maturata nel Leopardi attraverso lo studio dello sviluppo storico dello stoicismo. Il Manuale di Epitteto è stato tradotto da Leopardi fra il 22 novembre e il 16 dicembre 1825, vale a dire quattro anni dopo la composizione del Bruto minore che è opera di venti giorni nel dicembre 1821. Anche se la cronologia postula il contrario (tutti i riferimenti a Epitteto nello Zibaldone sono successivi al 1921), è necessario ammettere la conoscenza delle coordinate essenziali della filosofia di Epitteto da parte di Leopardi al momento della composizione del canto medesimo.

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Superficiali per profondità. Così la vita trova un senso

 di Antonio  Errico

Qualche giorno fa è scomparso Pietro Citati.

A Giovanni Minoli che nel corso di un’intervista gli ricordava  che taluni  insinuavano una sua certa superficialità nell’approccio critico ai testi e agli autori,  Citati rispondeva così: “Amo molto i superficiali. Adoro la superficialità. La superficialità è leggerezza, eleganza, mobilità di pensiero”. Nella sua meravigliosa lezione americana sulla leggerezza, Italo Calvino sosteneva che la leggerezza si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso. Poi riprendeva quello che diceva Paul Valéry: bisogna essere leggeri con l’uccello, e  non come la piuma.

Dovendo immediatamente escludere, dunque, che per Citati superficialità fosse sinonimo di  scarsa profondità, genericità, approssimazione, imprecisione, trascuratezza, banalità, ovvietà, mediocrità, insipienza,   bisogna cercare di capire che cosa intendesse attribuendo a questa parola  il significato di leggerezza, eleganza, mobilità.

Forse intendeva qualcosa che si potrebbe definire con il titolo di un suo libro: una “mente colorata”. Forse intendeva un’intelligenza che si sostanzia di intuizione, discontinuità di ragionamento, trasversalità nell’ argomentazione, uno sguardo complessivo sui fenomeni e sulle cose, rigore senza rigidità, flessibilità, intuizione e creatività che a loro volta significano disponibilità alla rimodulazione del pensiero, alla riformulazione dei concetti, rifiuto della definitività delle conclusioni,  delle certezze assolute, delle decisioni irrevocabili.

Ma si potrebbe anche pensare che dietro – dentro – la parola superficialità ci sia la profondità di una consapevolezza: quella che tutto si disgrega, si sfarina, che lo scandaglio dei fondali non rivela altro che relitti, che il mare si può comprendere di più, meglio, oltre, guardando l’onda che s’increspa. Si potrebbe anche pensare che così si può comprendere meglio anche il tempo e che proprio con la superficialità del tempo si sia confrontato Leonardo quando ha scritto: “ L’acqua che tocchi de’ fiumi è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene: così il tempo presente”.

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Itinerario di Girolamo Comi (Prima parte)

di Antonio Lucio Giannone

  1. L’inattuale attualità di Comi

Girolamo Comi occupa una posizione a sé stante nel panorama della letteratura italiana del Novecento. Estraneo a tutte le correnti e le tendenze poetiche del secolo scorso, ha condotto per tutta la vita una coerente, solitaria, ardua ricerca di tipo spirituale, rifiutando il mestiere del letterato, incurante della notorietà e del successo.  Ha pubblicato le sue opere in autoedizioni, quasi sempre  in numero assai ridotto di esemplari, che hanno avuto perciò scarsissima diffusione non solo tra i lettori ma anche tra gli addetti ai lavori. Peraltro, dopo la pubblicazione dell’Opera poetica, curata da Donato Valli nel 1977, da tempo esaurita, non esistono edizioni recenti del suoi libri che risultano irreperibili nelle librerie e presenti soltanto in poche biblioteche pubbliche[1]. Per di più, ancora, nell’ultimo periodo della sua esistenza, Comi si trasferì, in una sorta di esilio volontario, nella sua terra d’origine, vivendo e operando a Lucugnano, un paesino lontanissimo dai centri principali della nazione, e rendendosi perciò quasi invisibile alla società letteraria nazionale. Anche per questi motivi egli è, ancora oggi, poco conosciuto dalla critica che non gli ha mai riservato  un’eccessiva attenzione e lo ha escluso dal canone poetico novecentesco. Non a caso il suo nome non compare (o compare solo raramente) nelle storie letterarie, nei manuali scolastici, nelle antologie. E per questo, purtroppo, è poco noto anche nella sua terra alla quale pure è stato così profondamente legato. Eppure egli è, senza dubbio, uno dei poeti italiani contemporanei più originali e, a cinquant’anni dalla sua scomparsa, merita di essere riscoperto e riletto attentamente. Certo  – sia ben chiaro ‒ Comi non è un poeta affatto facile, anzi è uno degli autori  più impervi del Novecento anche a causa dei suoi imprescindibili riferimenti letterari, filosofici, religiosi e finanche esoterici, che costringono i lettori a uno sforzo ulteriore per la comprensione dei suoi testi, ma forse sta  proprio qui il suo fascino, la sua inattuale attualità.

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Un libro per l’estate 7. Il buio oltre la siepe di Harper Lee e la purezza della giustizia

di Adele Errico

“Prima di tutto,” disse, “voglio insegnarti un semplice trucco, Scout, e se lo imparerai andrai molto più d’accordo con tutti: se vuoi capire una persona, devi cercare di considerare le cose dal suo punto di vista…”. Con queste parole Atticus Finch si rivolge alla figlia Scout, la piccola e curiosa protagonista del romanzo di Harper Lee, la quale “non ha nemmeno nove anni” e con occhi sgranati guarda il mondo e gli uomini e impara a conoscerli e a comprenderli. E a darle una mano nell’osservare questi bizzarri e, talvolta, indecifrabili esseri umani, che sono gli adulti, entra in scena, se necessario, il suo adulto preferito, quello che mai la delude e mai la tradisce, che non le parla come si parla a una bambina ma come si parla a una pari, servendosi della sua esperienza solo per rendere il suo cammino più luminoso. Questo adulto è Atticus, brillante avvocato e tenero padre della piccola Scout, sua guida infallibile nell’accettare e capire l’universo di Maycomb, l’immaginaria cittadina dell’Alabama in cui è ambientato il romanzo che – un po’ come la contea di Yoknapatawpha dei romanzi di Faulkner o la Macondo di “Cent’anni di solitudine” – è microcosmo essenziale, è l’unico universo che conta e al di fuori di esso tutto perde senso. Ma quello che Scout osserva e impara a Maycomb è qualcosa che vale lì come in qualunque altro luogo della Terra, che sia un immaginario Sud degli Stati Uniti o il posto in cui ora voi vi trovate: nelle roventi giornate dell’estate di Maycomb, Scout scopre il senso di giustizia. Il pretesto della sensazionale scoperta è un processo nei confronti di Thomas Robinson, un nero accusato ingiustamente di stupro e sottoposto al verdetto di una giuria di soli bianchi. In quell’esatta riga del romanzo in cui Atticus, nello stupore generale, si assume l’incarico di difenderlo, “Il buio oltre la siepe” diventa storia universale, storia di giustizia, una giustizia scarna, pura, limpida e bellissima come può essere solo negli occhi e nel cuore di un bambino. E mentre Atticus pronuncia un’arringa mozzafiato – davanti al giudice e alla giuria e a Scout e al fratello Jem nascosti tra il pubblico, stupiti e affascinati, increduli nel vedere per la prima volta il loro padre sudare di agitazione ed emozione –  il suo cuore è come quello di un bambino e in quel suo cuore prende forma il senso di giustizia, che Atticus ha il desiderio di esercitare attraverso “un’istituzione umana che fa di un povero l’uguale di Rockefeller, di uno stupido l’eguale di Einstein, e di un ignorante l’eguale di un rettore di università”: il tribunale.

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La scomparsa di Luca Serianni

di Rosario Coluccia

La scomparsa di Luca Serianni, morto a 74 anni all’Ospedale San Camillo di Roma, dove era stato ricoverato dopo essere stato investito da un’auto mentre attraversava a piedi la strada, sulle strisce pedonali, ha generato un fenomeno di cui non ricordo precedenti, per lo meno negli ultimi decenni.

Serianni è stato linguista e filologo di fama internazionale, tra i grandi del secondo Novecento e di questo primo ventennio del Duemila. Naturale quindi che la sua morte sia stata ricordata, a volte con toni commossi che vanno al di là delle formule ripetitive dei comunicati ufficiali, da istituzioni e associazioni scientifiche illustri.

Accademia della Crusca: “Luca Serianni è il più autorevole linguista italiano che abbiamo avuto negli ultimi decenni. Piangiamo un maestro unico, che ha avuto rapporti strettissimi con i suoi colleghi ed allievi, ha formato un cospicuo gruppo di studiosi, alcuni dei quali occupano posizioni di rilievo nel mondo degli studi”.

Accademia dei Lincei: “La sua attività di ricerca ha spaziato in quasi tutti i settori della storia linguistica italiana: i dialetti toscani medievali, la grammatica storica e descrittiva, Dante, la lingua letteraria in generale e quella poetica in particolare, la lingua della medicina e quella dei libretti d’opera, l’affermazione dell’italiano come lingua nazionale, il suo insegnamento (e quello del latino e del greco) nella scuola”.

 ASLI. Associazione per la Storia della Lingua Italiana: “Un destino crudele ci ha privati anzitempo della grande umanità e del prezioso magistero di Luca Serianni, ma non della lezione limpida e profonda che l’amico e collega ha saputo trasmettere con la sua opera. Il ricordo dell’illustre studioso resterà vivo in tutti noi, attraverso le generazioni. Direttamente o indirettamente, tutti siamo stati in qualche modo suoi allievi”.

Società Dante Alighieri: “Con la scomparsa di Luca Serianni  si chiude una delle pagine più illustri della storia della lingua italiana. Serianni ha rappresentato ai massimi livelli lo studio e l’evoluzione della lingua di Dante sino ai giorni nostri e la sua scomparsa segna un vuoto incolmabile”.

Accademia dell’Arcadia: “La scomparsa improvvisa di Luca Serianni sottrae all’Arcadia e alla comunità scientifica italiana e internazionale un maestro, rispettato e amato, degli studi di storia della lingua italiana”.

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