Le quattro stagioni

di Gianluca Virgilio

Le tue parole hanno il sapore

delle onde del mare che ribattono la rena

nei giorni che si perdono d’estate,

quando il cielo s’incupisce

e annuncia che autunno verrà;

e sono segni inseguiti come foglie

dal vento che ghiaccia nell’animo

ogni attesa. Anche primavera

verrà, com’è venuta.

[1994]

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Manco p’a capa 19. Uomini che uccidono le donne

di Ferdinando Boero

Jimi Hendrix, in Hey Joe, parla con Joe, che uccide con un’arma da fuoco la donna che lo tradisce. Tom Jones uccide a coltellate Delilah che, anche lei, tradisce. Frank Zappa in Bamboozled by love racconta di una donna che tradisce e che finisce sotto al prato davanti casa. In Your Mouth, sempre di Zappa, alla fedifraga sono fatti saltare i denti, e poi le si parla a fucilate. Prima Shakespeare e poi Verdi cantano Otello che uccide Desdemona soffocandola con un cuscino. Sempre per gelosia.

Le canzoni sugli uomini che uccidono le donne sono innumerevoli. Poche donne ricambiano pan per focaccia. Mi viene in mente Chrissie Hynde (Pretenders) che manda all’ospedale l’uomo che la tratta come una cosa, e la tradisce, in Thin line between love and hate. D’altronde, fino a non molto tempo fa, in Italia, la legge puniva blandamente il delitto d’onore. L’onore del maschio, ovviamente. E, secondo i giudici, un po’ di violenza si poteva esercitare per vincere la “naturale ritrosia femminile”. Vien da pensare a “Travolti da un insolito destino…” in cui Giannini prende a schiaffoni Melato, e lei lo ama.

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Il sermone di Pino Spagnolo

di Paolo Vincenti

L’ora della messa, l’immagine raffigurata nella copertina del libro, acquerellata dal disegnatore Piero Pascali, rende icasticamente il senso di questo romanzo uscito dalla penna di Pino Spagnolo e forbitamente intitolato Il sermone. Il racconto è ambientato in un Sud immaginario, copia carbone del nostro Meridione d’Italia, in un piccolo paese che diventa metafora del mondo: un mondo di violenze e soprusi, di sommovimenti carsici e di scoperte angherie, di cinismo e corruzione. Strumentale alla narrazione è l’epifania di questo mondo ostile, popolato da disperati, derelitti, spregiudicati affaristi, poveri Cristi degli anni Duemila; di un Sud dove, nonostante secoli di storia e di lotte civili, continua a dominare la legge del più forte, una sottocultura vischiosa che tutti involve nella sua fatale pania. Nel romanzo, tema di fondo è il motto primum vivere, che polarizza tutti i personaggi in campo, nemmeno mai sfiorati dal deinde philosophari che completa l’assioma latino di antica memoria, perché troppo presi a gestire un hic et nunc di quanto mai precaria quotidianità.

Pino Spagnolo, dotato di una buona cultura di base, è evidentemente tributario ai grandi autori dell’Ottocento e del Novecento, soprattutto i siciliani, come Pirandello, Sciascia, Consolo, che hanno costituito le sue letture privilegiate, e si accosta, dal punto di vista del modo letterario, a quel metodo di “mimetica inferiore” teorizzato da Northrop Frye che consiste nel creare un “effetto di reale”, per dirla con Roland Barthes (nella sua argomentata pretesa di scardinare il realismo del romanzo), che produce sicuro rispecchiamento nel lettore medio (inteso in una accezione puramente connotativa del termine), nel quale lo stesso autore si riconosce. Vanno ascritti a suo merito l’assenza di qualsiasi ridondanza o barocchismo e la scarsa tendenza ad abbandonarsi alla contemplazione estatica del paesaggio, che, anzi, non compare, se non ridotto negli intermezzi della testura narrativa, fra le varie scene. Così la trama, sapientemente orchestrata, si dipana in uno “stile di cose”, diremmo, se non sapessimo di abusare di una definizione data da Pirandello alla scrittura di Verga, in contrapposizione allo “stile di parole” di quella di D’Annunzio, comunque lontana da qualsiasi psicologismo di sveviana memoria.

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Di mestiere faccio il linguista 25. Gerhard Rohlfs e i dialetti salentini

di Rosario Coluccia

I lettori spesso scrivono, propongono questioni interessanti. Questa settimana e la prossima rispondiamo a due lettere da poco recapitate alla segreteria di Nuovo Quotidiano..

Il prof. Antonio Schiavano scrive: «Buon pomeriggio. Se fosse possibile, chiederei al Prof. il significato dell’espressione dialettale sud salento “te fazzu a ciommu”… Mi interesserebbe saperne di più, se, come credo, per esempio, venga dall’espressione evangelica: ti faccio come l’“Ecce Homo”, cioè come Gesù quando, dopo la fustigazione, fu presentato al popolo e ai Sommi Sacerdoti e Pilato disse: “Ecco l’uomo”. Quindi, come per dire “te spriculu te mazzate” 🙂 È così???».

Il prof. Schiavano scrive in forma vivace, arricchisce la sua prosa con i tratti che simboleggiano il linguaggio muto delle emoticon e con ripetuti punti interrogativi finali. Glossa l’espressione dialettale “te fazzu a ciommu” con una di significato abbastanza vicino “te spriculu te mazzate” (cioè, traducendo per i lettori non salentini, ‘ti riempio di botte’, ‘ti riduco in frantumi a forza di botte’, più o meno). La consultazione dei vocabolari giusti può aiutare a rispondere al quesito del prof. Schiavano. In questo il Salento si trova in una condizione fortunata, possiede fin dagli anni Sessanta del Novecento un’opera di assoluto rilievo scientifico, il «Vocabolario dei Dialetti Salentini» (VDS) di Gerhard Rohlfs, pubblicato in tre volumi a Monaco nel 1956-1961, poi ristampato dall’editore Congedo di Galatina nel 1976. 

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Dopo la sconfitta di Trump

di Guglielmo Forges Davanzati

Vi è un ampio dibattito su quali sono le cause della sconfitta di Donald Trump e sui prevedibili effetti per l’Europa e l’Italia. Fra le altre, è bene tener presente quella economica. Ci si riferisce al fatto che l’amministrazione USA uscente ha dato, l’anno scorso, un significativo impulso fiscale, via aumenti della spesa pubblica, all’economia statunitense, riducendo il tasso di disoccupazione ma generando conseguenze non desiderate sul piano dei rapporti di forza sovranazionali.

Occorre partire da un dato. La crisi generata dalla pandemia e successivamente esacerbatasi con il lockdown ha sensibilmente modificato le abitudini di consumo. Ciò fondamentalmente sotto due aspetti:

  1. Si è ridotta la domanda di servizi prodotti all’interno ed è aumentata la domanda di beni e servizi provenienti dall’estero. Ciò negli USA si è verificato soprattutto per un effetto di sostituzione dei beni interni con materiale sanitario e apparecchiature elettromedicali provenienti dalla Cina;
  2. Il lockdown, le misure di distanziamento sociale e lo smart working hanno contribuito ad accrescere alcune spese prima non contemplate nel paniere medio dei consumatori statunitensi (si pensi, ad esempio, ad abitazioni più grandi).

In quest’ottica, si può affermare che la gestione della pandemia negli USA ha di fatto favorito la Cina, attraverso l’aumento dei flussi di importazione da quel Paese. Il quale – come è noto – è riuscito a far fronte, al momento, al COVID con maggiore efficienza limitando il numero di decessi a percentuali mediamente inferiori rispetto alla media di molti altri Paesi industrializzati.

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Già l’autunno

di Antonio Prete



Kandinsky, Fiume d’autunno, Museo di Stato Russo di San Pietroburgo.
.

Già l’autunno, con la sua spenta gloria,

l’abbrunirsi delle foglie e dei pensieri,

lo specchio d’acqua nel giardino,

i fiori reclinati nel riflesso,

e la luce che abbraccia il rimpianto

carezzandogli le guance.

.

Già l’autunno, con la sua tenue lingua

e i trionfi della fuggitiva stagione 

composti, quieti, in un’allegoria.

Stanno a sera gli ulivi pensosi dei loro frutti,

gonfie le nubi corrono intorno alla luna,

mentre Andromeda dallo zenit veglia

sul notturno vorticare dei mondi.

.

E occorre apprendere come ospitare

nel solco della notte la veglia,

come trattenere il vigore nella tenerezza,

per quando appariranno laggiù

le cupole lucenti dell’antica città.

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Un inedito profilo autobiografico di Italo Calvino in una lettera dello scrittore al filosofo polacco Andrzej Nowicki

di Luigi Marrella

La lettera inedita dello scrittore Italo Calvino (1923-1985) che qui viene pubblicata, datata «Torino, 15 dicembre 1949», su carta intestata della casa editrice Einaudi di cui egli era collaboratore, è indirizzata al filosofo polacco Andrzej Nowicki (Varsavia, 1919-2011), che i lettori di questa rivista ben conoscono. Infatti, ancora in vita, ne era stato uno dei più assidui collaboratori; ricordo almeno, oltre ai contributi su G.C. Vanini, i suoi interventi denominati Italia pensante: una sorta di galleria, a puntate, dei numerosi incontri da lui avuti nel corso degli anni con intellettuali italiani dai vari interessi: filosofi naturalmente, ma anche musicisti, scrittori, storici, ecc. Dopo la morte, egli continua ancora a parlarci dalle pagine della medesima rivista grazie al meritorio impegno del suo direttore che – di tanto in tanto – pubblica alcuni testi inediti di Andrzej.

“Andrea”, sempre manoscritta, era la firma con cui siglava, nella corrispondenza, la conclusione di una lettera, generalmente dattiloscritta. Negli anni 1996-2007 abbiamo avuto occasione di scambiare una corrispondenza piuttosto regolare; per la precisione, conservo 28 lettere e numerose cartoline. Il nostro primo incontro è del 9 maggio 1996, presso il Liceo Scientifico di Casarano, in occasione dell’inaugurazione del busto di Vanini (opera di Donato Minonni), il filosofo scelto per l’intitolazione della scuola. Prima della conferenza di Nowicki, in compagnia del preside F.P. Raimondi, avemmo modo di conoscerci e – su sua richiesta – di accennare ai miei ambiti di studio. Si mostrò molto interessato, per cui gli donai una copia de I luoghi urbani (1990) e I quaderni del duce (1995), gli unici lavori in volume fino a quel momento da me pubblicati; nel ringraziarmi, promise che mi avrebbe fatto pervenire le sue osservazioni. Cosa che puntualmente avvenne già a partire dal 28 dello stesso mese di maggio ’96, per poi svilupparsi per ben 11 anni.

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Solo i giovani possono creare nuova bellezza

di Antonio  Errico

Qualche giorno fa, in un articolo su “Robinson” di  “Repubblica”, Renzo Piano scriveva che esiste una bellezza più profonda di ogni altra, che è quella umana fatta di energia, solidarietà, passioni e desideri. Quella bellezza fatta da giovani carichi di speranza e voglia di un futuro migliore, che hanno un lungo cammino davanti e il compito di salvare la Terra. E’ una bellezza proveniente dall’invisibile che raggiunge il mondo visibile.

Tutto l’argomentare di Renzo Piano, si riferiva a una condizione di bellezza che riguarda il futuro. Non diceva della bellezza che si è avuta in eredità dai secoli, ma di quella che ciascuno ha il dovere e il diritto di immaginare, progettare, costruire: per i luoghi che saranno abitati, ma soprattutto per le storie che accadrà di vivere. Diceva di una bellezza del futuro. Di una bellezza del tempo e delle storie che verranno. Di una bellezza delle creature che vivranno quel tempo e quelle storie. Diceva di prospettive. Di futuro.  Però futuro è la conoscenza impossibile. Futuro è tutto quello che non sappiamo, che possiamo soltanto prefigurare, immaginare, sognare. Eppure è con il pensiero costante del futuro e per il futuro che giorno dopo giorno percorriamo i territori della nostra esistenza. Giorno dopo giorno andiamo verso un modo di essere diverso. Forse non c’è un solo istante in cui ciascuno di noi non pensi al futuro. Non c’è gesto che si compia senza l’idea di una conseguenza, e la conseguenza è qualcosa di futuro. Non c’è apprendimento che non si proietti nel futuro, e non c’è insegnamento. Ecco, in tutti questi pensieri e prospettive e gesti, si dovrebbe tener conto della possibilità di configurare una bellezza per il futuro. Ma per questo c’è bisogno di un nuovo pensiero, di una nuovo concetto di creatività, per esempio, di una sua nuova prassi. Si dovrebbero saltare gli ostacoli di idee consolidate e consumate, di schematismi che in quanto tali costituiscono impedimenti.

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Zibaldone salentino (extrait)

di Gianluca Virgilio

Ce qu’il y a derrière notre vie pacifique. Se soustraire à la logique violente qui domine les actions humaines n’est pas chose facile. Notre standard de vie est fondé sur la violence. Si nous n’étions pas protégés par un système de guerre des plus coûteux (avions, missiles, bateaux, armes de toutes sortes jusqu’à la bombe atomique), nous ne pourrions pas mener la vie pacifique que nous croyons mener chaque jour, notre bien-être serait mis à mal. La paix dont nous jouissons dans l’opulent occident se paie au prix fort : celui de la guerre que subissent des populations misérables bien en peine de savoir comment y résister. De temps à autre des cercueils nous reviennent en grande pompe à bord d’un avion militaire, mais cela ne suffit pas pour nous inquiéter. La Rome antique aussi s’est sentie en sécurité pendant des siècles, elle ne se souciait pas d’élever des murs défensifs quand ses légions conquéraient les peuples.

Certains n’y pensent absolument pas ; d’autres au contraire profitent de circonstances que certes ils désapprouvent, mais sans prendre leurs distances, car de fait ils en tirent des avantages. Nous vivons comme les Allemands au temps de la dernière guerre, qui menaient sereinement leur vie quotidienne autour des camps de concentration, beaucoup collaboraient et en retiraient un gain, vivant des activités induites ; ils n’avaient tué personne et peut-être même ne savaient-ils pas exactement ce qui se passait dans ces « camps de travail » ; ils fermaient les yeux et mettaient ainsi leur conscience en sommeil. Apathiques, ils n’en étaient pas moins complices du chef qui les gouvernait et qu’eux-mêmes avaient élu.

En réalité, tout ce qu’il nous est permis de faire, c’est d’écrire, c’est-à-dire de faire valoir au moins dans l’espace de l’écriture un point de vue étranger aux logiques de pouvoir actuellement en jeu. Personne ne nous fusillera, au pire nous ne serons pas pris en considération, car un point de vue n’est qu’une idée, et une idée, surtout de nos jours, c’est moins que rien.

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“Scrivere a mano”

di Rosario Coluccia

Alcune settimane fa è circolata in rete una petizione, indirizzata alla ministra Azzolina in occasione dei rientro in classe, che tocca un argomento a prima vista marginale: “Promuoviamo la bellezza della scrittura a mano“, si intitola la petizione. I promotori partono da una considerazione pratica, quella della configurazione dei nuovi banchi monoposto di cui le scuole si sono dotate quest’anno. I nuovi banchi sono di dimensioni ridotte per occupare meno spazio e anche per favorire l’utilizzo di pc e di tablet. Qui può annidarsi un rischio. “Pur ritenendo che il processo di digitalizzazione della Scuola italiana, e più in generale del Paese, sia indispensabile, siamo assolutamente convinti che la scrittura a mano dei nostri studenti debba essere, nella sua straordinaria bellezza, stimolata il più possibile.È scientificamente provato, infatti, che la scrittura a mano, soprattutto in corsivo, produca enormi benefici per lo sviluppo cognitivo nell’età dell’infanzia perché accende nel bambino aree del cervello deputate al pensiero, al linguaggio, alla manualità e alla memoria”. Per concludere: “Chiediamo per questo al Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina e agli insegnanti di ogni ordine e grado della Scuola pubblica e privata italiana il massimo impegno affinché l’utilizzo della scrittura a mano sia promosso, favorito e incoraggiato”.

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