Dodici lune

di Antonio Prete


Lo zodiaco, particolare del pavimento della cattedrale di Otranto

                                  1

Profondare ondulato di colline

sopra nastri di autostrade. Gennaio

passeggia col piviale bianco, guarda

una stella che dalla sua galassia

dolce sorride al gatto delle nevi,

al laghetto gelato, al focolare,

guarda quella bellezza senza tempo,

incantato dalla sua incandescenza.   

.

2

I frammenti di ghiaccio nello stagno

un effimero blu li rassicura.

Di notte si congiungono in mantello:

vi pattinano tacite le stelle.

Di là dalle finestre dove veglia

il dolore nessun angelo appare.

.

Gli angeli restano, ostinati,

nelle loro nebulose.

.

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Saggi di critica della politica economica – Anno 2010

di Guglielmo Forges Davanzati


John Maynard Keynes

La comunicazione delle teorie economiche come luogo di conflitto fra visioni ‘pre-analitiche’ alternative

[Pubblicato col titolo La comunicazione delle teorie economiche, in “YOD Rivista di Filosofia”, 2010, pp.150-158]

“Se tutti gli economisti si stendessero uno in fila all’altro non raggiungerebbero una conclusione” (J.B.Shaw).

“Un economista è qualcuno che conosce il prezzo di ogni cosa e il valore di nulla” (Oscar Wilde).

“Un economista è un esperto che saprà domani perché le cose che ha predetto ieri non si sono avverate oggi” (L.J.Peter).

“Le idee degli economisti e dei filosofi politici, quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si pensa. In realtà il mondo è governato da poche cose all’infuori di quelle… Pazzi al potere, i quali odono voci nell’aria, distillano le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro” (John Maynard Keynes).

1 – Introduzione

Con estrema schematizzazione, si può affermare che esistono due modi di concepire la teoria economica e, conseguentemente, due modi per comunicarne i contenuti. Secondo un primo orientamento, che, seguendo Sen (2002, cap.1) definiremo ingegneristico, e che ha le sue radici nella tradizione neoclassico-liberista[1], l’economia è una scienza senza aggettivi, che si dà uno statuto epistemologico analogo alle scienze hard e alla fisica teorica in particolare[2]. Affinché sia possibile costruire in modo scientifico il discorso economico, occorre sostanzialmente concordare su due assunti: a) l’agire economico è un agire ‘razionale’, secondo un criterio di razionalità strumentale in base al quale ciascun operatore massimizza una funzione-obiettivo dati i vincoli di moneta e tempo[3]b) i presupposti e le conseguenze di queste azioni prescindono da condizionamenti di natura storica, sociale, istituzionale. Sul piano epistemologico, ciò porta a ritenere scientifica una teoria economica se, oltre a soddisfare il requisito della coerenza interna, soddisfa anche la condizione di falsificabilità[4]. A ciò si aggiunge una visione cumulativa della conoscenza, stando alla quale le idee di oggi sono superiori alle idee di ieri o, detto diversamente, la scienza economica procede per progressiva eliminazione di errori e dunque per progressiva approssimazione alla realtà. Letta in quest’ottica, vi è ben poco spazio per la comunicazione in ambito economico e, se vi è, è per così dire ristretto alla mera informazione delle più recenti scoperte degli economisti; dal momento che non è dato costruire un dibattito intorno a una verità scientifica utilizzando le medesime categorie che hanno portato a questa verità. Il secondo orientamento, che è prassi definire lato sensu ‘critico’ e che è comunque fin qui minoritario in ambito accademico, si può costruire a contrario rispetto al primo.  Esso si fonda sul rifiuto del duplice assioma della sovranità del consumatore e della scarsità delle risorse, a favore di un approccio ‘olistico’ o di ‘macrofondazioni della microeconomia’, stando al quale il comportamento economico dei singoli operatori è condizionato dalla storia individuale e collettiva, dall’assetto istituzionale nel quale tale comportamento si esercita e, non da ultimo, dall’affiliazione a gruppi (o classi) sociali.

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La memoria e il segreto della parola ritrovata

di Ketti Martino

Ci sono libri che “ti arrivano”, “ti arrivano” subito perché sembrano proiettare al di fuori di sé quel segreto (Maria Zambrano) a cui si approda solo grazie al faticoso processo di svelamento che la parola scritta consente. Così accade che il libro di Carmen Gasparotto, “Chiavi di riserva” (ed. Kappa Vu), non a caso scelga in epigrafe proprio un passaggio della Zambrano e che in ogni pagina, in ogni frase, quasi in ogni parola, dispieghi quell’imprescindibile, seducente, segno di “verità” e di quell’universalità che sempre si richiede all’Arte.

L’Autrice si confronta in maniera lucida, quasi spietata, con l’archetipo del Padre offrendo con generosità scorci della propria storia personale e, senza crogiolarsi nell’autobiografismo piangente bensì riproducendo un affascinante universo arcaico dove, come in una sorta di viaggio nel tempo e nel sé, affonda le mani nel rapporto dolente col genitore: si assiste a un “confronto”, un innocuo “corpo a corpo”, come osserva Antonio Errico nella postfazione, condotto con uno stile preciso, compatto, una scrittura che vola spesso per immagini rarefatte e illuminanti e che utilizza metafore dal sapore poetico.

La lettura stimola immediatamente empatia, scuote nel profondo, e ci conferma quanto e come possa risultare interessante riportare sulla pagina i pezzi più reconditi, delicati e scomodi della propria esistenza non tanto per esorcizzarli, quanto per illuminare e tenere viva la memoria nostra di persona.

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L’inattualità in cui il reale si fa presente

di Antonio Errico

Sul frontespizio del libro c’era scritto così: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”. Il libro era “Dialoghi con Leuco”. Un capolavoro. Il libro che lui ebbe più caro. Le parole erano le stesse che scrisse Majakovskij. Letteratura fino all’ultimo istante. Letteratura a qualsiasi costo.

Cesare Pavese se ne andava in questo modo, settant’anni fa, la notte fra il ventisei e il ventisette di agosto, nella camera numero 346 dell’albergo Roma in Piazza Carlo Felice a Torino. Sessantatré giorni prima aveva vinto il premio Strega per “La bella estate”. Tredici giorni dopo avrebbe compiuto quarantadue anni.

Cesare Pavese se ne andò così, a quell’età. Per imprudenza. Aveva scritto: “Gente come noi innamorata della vita, dell’imprevisto, del piacere di raccontarla, non può arrivare al suicidio se non per imprudenza”.

Cesare Pavese se ne andò così: per imprudenza.

Accade spesso che ci si ponga domande sull’attualità dell’opera di uno scrittore. Accade che si leggano i suoi libri con la sola intenzione di trovare un riferimento al presente, con il risultato appagante di trovarlo (o di inventarlo) o con quello inappagante di non trovarlo ( o di non riuscire ad inventarlo).  Accade quasi sempre nelle ricorrenze. Quasi che si avesse bisogno di quel riferimento all’attualità per poterne parlare.  Accade anche per Cesare Pavese. Accade che ci si chieda se i suoi romanzi, le sue poesie siano attuali. Ma la domanda che ci si pone per Pavese e per qualsiasi altro forse non ha nessun significato e sarebbe più corretto domandarsi in che cosa consista l’attualità di un’opera letteraria, anzi di un’opera di qualsiasi arte.

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La crudele dolcezza della memoria

di Antonio Errico

Più indietro di così, non poteva andare. Più dentro, più in fondo di così. Più che arrivare all’origine, al suo corpo, alla sua ombra, alla sua fantasima, alla sua dolcezza, alla sua paura, Carmen Gasparotto non poteva. Più che mettere l’angoscia e la bellezza sopra il foglio, più che sprofondare dentro gli antri di memoria, più che compiere il miracolo del veni foras, della resurrezione dei morti, Carmen Gasparotto non poteva.

Non è un confronto con l’origine, il suo racconto. E’ un corpo a corpo, un duello sull’argine franante del ricordo.

La sua scrittura squarcia il tempo, spalanca e disarticola ogni spazio, poi ricompone il tempo, ricostituisce la dimensione dello spazio.

La sua scrittura è un vortice, una vertigine; è angoscia e sapienza; è delirio e pacatezza; è sensazione e passione, emozione. Lancinante. E’ memoria: eppure vorrebbe essere oblio. E’ sentimento: eppure vorrebbe essere ragione: nuda ragione. La memoria come grumo ribollente di senso. Come motivo, come movente, come ossessione. ( Ma non si può scrivere senza un’ossessione). Ma poi, in qualche istante, in qualche riga, è anche dolcezza: infinita, sublime. Entusiasmante.

Ecco, sì, la dolcezza della memoria. Dolceamara, acre, saporosa.

La crudele dolcezza  della memoria.

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Presentazione de L’una e tre di Paolo Vincenti, Galatina, 10 agosto 2020, h. 21:00

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Di mestiere faccio il linguista 11. «Dante è la lingua italiana»

di Rosario Coluccia

Quando a Ignazio Baldelli, uno dei maggiori storici della lingua italiana del secondo Novecento, fu affidato il compito di aprire un convegno internazionale con una relazione intitolata «Dante e la lingua italiana», a lui venne in mente un’alternativa al titolo proposto. Trasformando la congiunzione (“e”) in copula (“è”) il titolo diventava «Dante è la lingua italiana», formula che descrive appieno la realtà plurisecolare della nostra storia. La diffusa espressione che indica in Dante il padre della lingua italiana corrisponde alla verità. L’aggettivo “italiano” che qualifica la nostra identità nazionale manca nella Commedia. Vi ricorre invece il sostantivo corrispondente, che individua la terra carissima a Dante, idolatrata e spesso osservata con dolore per le condizioni in cui è ridotta, molti secoli prima che prendesse corpo la realtà politica così denominata: «a Pola. presso del Carnaro, / ch’Italia chiude e i suoi termini bagna» (Inferno 9 113-114), «Suso in Italia bella giace un laco» (Inferno 20 61), «Ahi serva Italia di dolore ostello» (Purgatorio 6 76).

Molti ricordano una frase (spesso riportata dai libri di testo delle nostre scuole) scritta nell’agosto 1847 da Klemens von Metternich, diplomatico e politico austriaco, all’epoca cancelliere di stato: «La parola “Italia” è un’espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle». Utilizzata in chiave patriottica dai liberali italiani per risvegliare sentimenti antiaustriaci, la frase è importantissima perché allude ad un’unità linguistica nazionale che precede quella politica (non ancora raggiunta in quell’anno e anzi considerata irrealistica); ed evoca implicitamente una fervida tradizione letteraria che, inaugurata da Dante, si continua con l’accorato lamento sulla frammentazione politica dell’Italia del Trecento (divisa in piccoli stati perennemente in guerra tra loro) della canzone «Italia mia, benché’l parlar sia indarno» di Petrarca («Canzoniere», 128, inverno 1344-1345), prosegue con le opere di molti autori dei secoli successivi, approda fino alla canzone «All’Italia» di Leopardi ventenne (1818, lo stato unitario è di là da venire).

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Perché sono necessari maggiori investimenti pubblici

di Guglielmo Forges Davanzati

Il Presidente di Condindustria, Carlo Bonomi, si è recentemente espresso a favore di misure di ulteriore ‘flessbilità del lavoro’, argomentando che – attribuendo all’impresa maggiore discrezionalità in ordine alle decisioni di assunzione e licenziamento – tali misure avrebbero un impatto positivo sull’occcupazione. La posizione di Bonomi è estrema e non tiene conto di alcuni dati di fatto. Innanzitutto, l’Italia è, fra i Paesi OCSE, quello che ha proceduto con la massima intensità a deregolamentare il mercato del lavoro e il contratto di lavoro. Non si sono registrati, come conseguenza, significativi aumenti dell’occupazione e autorevoli fonti ufficiali hanno da anni decretato che l’occupazione non si crea mediante ‘riforme’ del mercato del lavoro. In secondo luogo, Bonomi non tiene conto del fatto che la crisi italiana del 2020 è essenzialmente una crisi da caduta della domanda interna e che la precarizzazione del lavoro – associandosi a basso potere contrattuale dei lavoratori – comprime i salari e i consumi. Anche per questa ragione queste misure sono sconsigliabili.

La misura standard per catturare il grado di flessibilità del lavoro è l’employment protection legislation, che in Italia ha assunto valori costantemente decrescenti nell’ultimo decennio assestandosi a punteggi inferiori alla media OCSE: in altri termini, il nostro mercato del lavoro è già ampiamente flessibile. Ulteriori riduzioni dell’EPL avrebbero almeno due effetti macroeconomici di segno negativo:

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Anfiteatri di Puglia

di Francesco D’Andria

Che a Brindisi, la città più importante della Puglia dopo la conquista romana, colonia latina già dal 244 a.C., e porto di collegamento con il Mediterraneo orientale, ci fosse un anfiteatro, non ci possono essere dubbi. Di tanto in tanto qualche appassionato di storia locale annuncia la notizia del suo ritrovamento, basandosi su testimonianze di anziani o su improvvisate letture di foto aeree, ma in realtà non ne rimane alcuna traccia. Deve aver subito la sorte di altri simili monumenti, potenziali cave di pietra, come la grande arena a Milano, i cui blocchi furono utilizzati nella costruzione delle vicine Basiliche cristiane. Probabilmente, a Brindisi, l’edificio per i ludi gladiatorî si trovava nel punto di arrivo della via Appia, immediatamente fuori dell’antico perimetro urbano, vicino Porta Mesagne, e soltanto le indagini geofisiche potrebbero identificarne la forma, sepolta sotto case e strade di una informe periferia. Sorte di poco migliore è toccata a Taranto dove il ricordo del monumento è affidata al nome della grande strada, via Anfiteatro appunto, che taglia la città nuova; ma solo brevi tratti di muri antichi, costruiti in opera reticolata, sono oggi visibili all’interno del Mercato Coperto. Come a Canosa, che pure costituiva l’edificio più grande della nostra regione, con un asse maggiore di 137 metri, secondo solo all’anfiteatro di Capua, che arrivava a 165 metri, ed era secondo soltanto al Colosseo. Nel nord della Puglia unico anfiteatro ben conservato in tutta la sua estensione è quello di Lucera di cui si conserva anche l’iscrizione con la dedica all’imperatore Augusto da parte di un magistrato, Marco Vecilio Campo, che aveva ricoperto la carica di duoviro e che ne aveva sostenuto i costi della costruzione. Anche se i restauri eccessivamente ricostruttivi ne hanno in parte modificato la struttura antica, si tratta di un edificio notevole, con l’asse maggiore di 126 metri, che poteva contenere circa 16000 spettatori.

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I resti di babele 10. Poche righe, come spiccioli

di Antonio Errico

Mattino di maggio. Una piazza di paese. Rondini che si inseguono, che accerchiano il campanile. Seduto al tavolino di un bar, l’uomo pensa che gli piacerebbe scrivere lì. Ma non lo fa. L’uomo pensa che la scrittura abbia un suo pudore, che probabilmente lo prenderebbero per un eccentrico. Poi pensa che però potrà scrivere  a casa e, in casa, da solo, potrà immaginare di trovarsi lì, in piazza, sotto il cielo attraversato dalle rondini. La scrittura gli consente questa dislocazione, questo collocarsi altrove.

L’uomo si chiama Gianluca Virgilio, e la descrizione si ritrova nella pagina di un libro intitolato “Zibaldone salentino”, impreziosito da una prefazione di Antonio Prete. Come un diario, il libro di Virgilio. Frammenti di giorni, di tempo. Scaglie di esistenza. Occasioni. Percezioni. Suggestioni. Panorami scrutati dalla finestra di una pagina. Spiccioli essenziali tintinnanti nella tasca. Perché, forse, la scrittura è così. Spiccioli essenziali con i quali puoi pagare il poco che ti serve, di cui non puoi fare a meno. Sì, quello che ti serve è poco, ma di quel poco non puoi fare a meno. Pochi spiccioli. Poche righe. Di poche righe per ogni circostanza di scrittura  è fatto il libro di Gianluca. Poche righe che sono, come gli spiccioli, essenziali. Che servono a non dimenticare, a non farsi passare i giorni addosso, vanamente, senza lasciare una traccia dentro, senza dimostrare che dentro una stagione, un giorno, un’ora, ci sei passato. Che hai vissuto. Ci sono innumerevoli modi per farlo. Per esempio: puoi donare qualcosa a qualcuno. Ci sono quelli che il dono lo fanno con le parole. Prima le rivolgono a se stessi. Poi le donano a qualcuno. Un libro è un dono di parole fatto a qualcuno e quel qualcuno qualche volta può essere un se stesso, un dono con il quale si può avere la possibilità di scoprire se stessi. Così dice Gianluca Virgilio: che a volte, scrivendo, gli capita di scoprire il se stesso che non c’è più, quello che è stato un tempo e che ora è, senza sapere di esserlo, il se stesso che non conosceva, quello che non è mai stato e che all’improvviso si affaccia sulla pagina e lo sorprende e lo stupisce.

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