Gli equivoci di Giorgia Meloni sull’euro

di Guglielmo Forges Davanzati

La Destra Italiana a guida Fratelli d’Italia conserva il suo tradizionale scetticismo nei confronti dell’Unione europea. Avvicinandosi questa formazione politica al governo dell’Italia, è opportuno chiarire i termini della questione, a partire dalla constatazione per la quale la sua fondazione per così dire ideologica – Trattato di Maastricht (1991) e Patto di Stabilità, innanzitutto – è di orientamento decisamente ordo-liberista, basata sulla convinzione che un’economia di mercato produce la migliore allocazione delle risorse, che l’inflazione (non la disoccupazione) è il principale problema da risolvere e che l’intervento pubblico è sempre fattore di spreco e fonte di inefficienza. Non a caso, negli ultimi decenni, in Europa, si è registrata una significativa inversione di tendenza della dinamica della spesa pubblica: fra il 1969 e il 1982 la spesa pubblica è passata dal 32 al 42% del Pil nell’intera area OCSE e dal 37% al 50% in Europa, con forte accelerazione, in riduzione, dagli anni Novanta. La crescita europea è stata fortemente squilibrata e accentrata intorno alla Germania, che ha goduto dei vantaggi di una strategia neo-mercantilista: “svalutazione interna”, nell’impossibilità di deprezzare unilateralmente l’euro, tramite riforme del mercato del lavoro e austerità, con aumenti pressoché costanti delle esportazioni nette.

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Edicola votiva a Santa Maria al Bagno, Nardò (Le)

Foto di Ornella Barone.
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Giornate di studio sul razzismo – Lecce, 3-4 ottobre 2022

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Manco p’a capa 110. Un’opinione etologica sulla politica italiana

di Ferdinando Boero

Non sono un politologo, sono uno zoologo-ecologo. Ma l’uomo è una bestia, come diceva Bracardi, e questo mi consente di esprimere un’opinione etologica.
Considerazione preliminare: la legge elettorale è un’obbrobrio e le forze politiche avrebbero dovuto cambiarla. Non lo hanno fatto. Peccato che abbiano perso quelli che l’avrebbero potuta cambiare, avendo i numeri. Comportamento inspiegabile.
L’altra sera un giornalista, tale Senaldi, ha detto una cosa furba: ma il PD l’ha letta la legge elettorale? Verrebbe da dire sì, visto che l’ha fatta il PD! La destra l’ha letta e si compatta. La sinistra, invece, si frammenta. Nella sinistra ci metto sia il PD (mi scappa da ridere a scriverlo) sia il M5S (perché è l’unico ad aver promosso leggi per i più deboli e contro i corrotti). Se si sommano i voti di un teorico polo di sinistra non ci sarebbe stata la disfatta della sinistra. Ma “noi” non siamo mica scemi, no?
Letta ha rotto coi 5S perché vuole l’Agenda Draghi, che altro non è che l’Agenda Conte, visto che si prefigge di realizzare il PNRR di Conte (come ha ben spiegato Crozza, un comico). Conte ha realizzato grandi opere, tipo il Ponte di Genova, alleandosi con l’ottimo sindaco leghista di Genova, senza guardare alle etichette politiche. Il Ponte lo hanno fatto Bucci e Toninelli. Se ci sono grandi opere da realizzare, ci hanno fatto vedere come si fa. Letta, invece, ha portato a termine la missione di Renzi: distruggere la sinistra nel PD. Resterebbe da capire se lo ha fatto scientemente oppure se proprio non capisce. Se lo ha fatto scientemente è un genio. Altrimenti torniamo all’inspiegabilità etologica, oppure si tira in ballo la scemenza.

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Una camminata a Galatina

di Gianluca Virgilio 

Ripenso al racconto di mia madre della sua prima memorabile giornata lontano da casa. Lei, di Corigliano d’Otranto, insieme alle sue amiche, sulla strada ancora non asfaltata per Galatina, a quindici, sedici anni, quindi nei primissimi anni cinquanta (essendo mia madre del ’34), cammina e cammina per giungere quanto prima a Santu Petru, il patrono di Galatina, la festa più grande del Salento. Partenza all’alba, col permesso – s’intende – dei genitori, devoti al Santo, a piedi nudi e con le scarpe in mano, per risparmiare le suole; le avrebbero calzate solo alle porte di Galatina, dopo aver lavato i piedi alla prima fontana. Per strada, sull’acciottolato polveroso, pochi gruppi di fedeli di Corigliano, distanti un chilometro l’uno dall’altro, mentre in senso contrario solo qualche viandante messosi in cammino verso Corigliano per chissà quale affare. Di tanto in tanto passa uno char à bancs, e non si capisce che cosa trasporti: le sponde sono alte e dietro c’è di sicuro qualcosa o qualcuno che non si vuol far vedere. Tra le ragazze di Corigliano qualcuna dice che dentro di sicuro c’è una tarantata.

Ecco un albero carico di fioroni proprio sulla strada. Impossibile non avvicinarsi, la strada fa venire fame: mangia tu che mangio io. Cammina, cammina, alla fine dall’alto della strada appare San Pietro in Galatina, con la sua gran fabbrica elevata sulle altre: città grande per le ragazze coriglianesi, ventimila abitanti non sono i tremila di Corigliano. Contentezza di mia madre per essere finalmente libera un’intera giornata, lontana dai genitori, con le amiche, e chissà quanti bei giovani a Galatina. Certo le amiche non si nascondevano un po’ di paura, per via di tutte quelle cose che si sentivano sui galatinesi, che erano delinquenti, e bisognava stare attenti a chi si dava la confidenza. Quanto ci avranno messo per arrivare fino a Galatina? Dieci chilometri a piedi, ridendo e scherzando, si percorrono in tre ore, quattro al massimo, considerando un paio di soste. Sono partite alle tre di notte, al massimo alle sei stavano a Galatina, col sole già alto e cocente in quella stagione. Il ventinove giugno del 1951 ci sarà stato un gran caldo, sebbene dicano che a San Pietro piova sempre, ma lo dicono con la speranza che il cielo dia un po’ di refrigerio alla gente che va alla festa.

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Inchiostri 8: i sentieri di Dimitris Pikionis sull’Acropoli di Atene

di Antonio Devicienti

… anche se, lo si ricordi, questi sentieri bellissimi e armoniosi inventati dal genio di Dimitris Pikionis non esisterebbero senza la competenza e la bravura delle maestranze che hanno tagliato, sagomato, posato le migliaia di tasselli che luminosi uniscono l’Acropoli al nostro tempo di viandanti.

Escludo volutamente da questo discorso moltissimi dei turisti che si aggirano tra gli spazi dell’Acropoli perché incapaci di vedere.

Ma i viandanti che ancora conoscono l’arte antichissima dell’andare sanno guardare anche davanti ai propri piedi e riconoscono in Pikionis uno di loro: lastricati di linee e geometrie che assorbono e restituiscono la luce di Atene, frammenti di pietre, di marmi, di vasellame che accolgono i passi e lo sguardo assecondandone il bisogno di bellezza. Avanzi e scarti che si fanno armonia e si fanno andare.

Attraverso i luminosi boschi di olivastri e oleandri i sentieri di Pikionis si sono posati come a disegnare un andare, scrittura di direzioni e soste. Ogni viandante riscrive per sé e per i suoi eventuali compagni questi tracciati che, esattamente come i righi delle pagine dei libri, resterebbero muti se non ci fosse qualcuno che li percorre (li legge), li ricorda, li segue sentendo con i piedi le irregolarità della pavimentazione, vedendo con gli occhi gli addensamenti di ombra o di luce tra le intermessure e nelle scalfitture.

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Torre sveva 2. Estate, prima di sera

di Antonio Prete

Di là dal muro, il cielo che due uccelli

solcano, neri, in compagnia.

                                        E la luna,

bianca, che attende d’accendersi.

Voci di cani, suoni dalla strada.

La luce richiude il suo ventaglio

già inombrato.

.

L’impeto del mare, laggiù.

Lucente, tra altri mondi, fa la terra

il suo cammino, cerchiata di rossi

bagliori.

.

Scuri, si affacciano gli anni

dal balcone. Come la luna, guardano

il terrazzo, la sdraio a strisce, il libro

richiuso, l’onda nera degli ulivi.

Guardano, a oriente,

il viso d’ombra della sera.

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Une bonne nouvelle

di Giorgio Agamben

Dans la triste situation où nous sommes il y a parfois de bonnes nouvelles. Pour moi, l’une d’elles est la décision de la presse dite mainstream de s’abstenir de toute recension de mes livres et de toute mention de mon nom de quelque façon que ce soit. Je serais très embarrassé de voir paraître mon nom dans les pages qui ont mis en lumière la servilité des journalistes au cours des deux dernières années, je ne puis que leur être reconnaissant de leur décision. Le fait est que l’attitude des médias durant ces deux années restera l’une des pages les plus honteuses de l’histoire de notre pays. Plus tard, quand les historiens chercheront à comprendre ce qui s’est passé, les médias figureront en première ligne parmi les complices de crimes politiques dont seulement alors il sera peut-être possible d’évaluer pleinement l’importance. Alors apparaîtra, sans excuses possibles, la responsabilité des journalistes qui, comme cela s’est déjà produit pendant les deux décennies du fascisme, savaient et ont pourtant obéi aux ordres de leur direction sans se poser de questions. Pourquoi se sont-ils tus ? Pourquoi ont-ils obéi ?

12 septembre 2022

[Traduzione di Annie Gamet di Giorgio Agamben, Una buona notizia, in Una voce. Rubrica di Giorgio Agamben, Quodlibet]

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Antonio Stanca, Universum C-16


Antonio Stanca, Universum C-16, 31-06-2014, olio su MDF, cm 45 X 45.
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Letteratura e futurismo in Puglia

di Antonio Lucio Giannone

Fino a qualche tempo fa, “Puglia” e “futurismo” sembravano due termini antitetici, inconciliabili tra loro. Troppo lontana geograficamente e troppo diversa da un punto di vista sociale, economico e culturale era la nostra regione dalla città dove il movimento d’avanguardia era sorto e si era sviluppato all’inizio, la «grande Milano tradizionale e futurista» – come la definiva Marinetti –  che era la più moderna ed europea delle città italiane. Sembrava impossibile che una regione con una struttura economica arretrata, basata prevalentemente sull’agricoltura, come la Puglia, potesse in qualche modo recepire le novità futuriste legate al mondo della macchina, dell’industria, del progresso scientifico e tecnologico. Tutt’al più si riteneva che essa fosse stata solo sfiorata, e anche piuttosto in ritardo, da questa vicenda, attraverso la partecipazione di qualche suo isolato rappresentante.

 Con l’avanzare degli studi sulle realtà territoriali locali del futurismo, che, com’è noto, si diffuse gradualmente un po’ in tutta Italia, si è scoperto invece che la Puglia non solo non è rimasta estranea  al movimento marinettiano, ma ha offerto un contributo per certi aspetti sorprendente che spicca nel panorama delle regioni meridionali. Ma quali sono, in sintesi, i dati caratterizzanti dell’ “avventura” futurista pugliese, che è stata da noi già ricostruita in un recente volume?[1]

Innanzitutto, la precocità della ricezione, se è vero che già nel 1909, l’anno di fondazione, esattamente un secolo fa, il futurismo, in Puglia, oltre ad essere ben conosciuto, aveva i primi adepti, alcuni dei quali erano anche in rapporto con Marinetti. In secondo luogo, l’estensione temporale della vicenda che arriva, sia pure a intervalli, fino al 1943 e coincide quindi quasi con l’intero arco cronologico del movimento, così come viene inteso oggi dalla storiografia più innovativa. Inoltre, l’ampiezza dei settori coltivati dagli esponenti pugliesi, che spaziano dalla letteratura alla pittura, dalla scultura alla musica, dall’architettura alla scenografia, dal teatro al cinema, dal giornalismo alla politica, secondo lo spirito più autentico del futurismo che aveva appunto una dimensione totalizzante.

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Presentazione di Benedetta Maggio, Relicta – Lecce, 29 settembre 2022

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Le persone e il cellulare. Così il mondo sfugge di mano

di Antonio Errico

Sera d’agosto torrida. Scirocco tramortente.  Un ristorante all’ora di cena. Per prendere posto si fa la fila ordinata e silente di un‘ora, poco più, poco meno. Ad un tavolo una famiglia: madre padre figlio adolescente.  La donna con  il suo smartphone tra le mani. L’uomo con  il suo smartphone tra le mani. Così anche il ragazzo. Ognuno con il suo smartphone tra le mani. Per tutto il tempo. Per un’ora, un’ora e mezza. Mangiano la pizza continuando a scrutare ciascuno il proprio smartphone, senza dire nemmeno una parola. Il mondo virtuale e impalpabile sbaraglia quello reale, concreto. Non c’è da rattristarsi, non c’è da gioire. Le cose vanno così. Ormai forse ineluttabilmente.  

Mi ritorna la scena quando poche ore prima di scrivere questo pezzo  incontro un libro di Derrick De Kerckhove e Dionisio Ciccarese, che si intitola “Siamo uomini o digitali?”. Ho cominciato a leggerlo, non ho fatto in tempo a finirlo. Intuisco che si parli di iperconnessione, iperglobalizzazione, ipercomunicazione, di un  coacervo   di informazione  che non si riesce a mettere insieme, che non si sa o non è possibile  selezionare, che non si sa o non si può organizzare in un tessuto organico, coeso, coerente. Dico approssimativamente adesso. Ma già soltanto il titolo richiama molte questioni, molti interrogativi, per i quali forse è ormai del tutto inutile tentare di darsi una risposta. Perché abbiamo quasi digitalizzato l’universo. Per quello che resta ci serve soltanto un po’ di tempo. Però gli interrogativi rimangono, insistenti.

Un altro libro. Quello di Manfred Spitzer che si intitola “Demenza digitale”. Secondo lo psicologo tedesco l’uso continuo di computer o  smartphone costituisce un ostacolo per lo sviluppo o il mantenimento delle capacità di memoria, di autocontrollo, di concentrazione, di relazione e di socialità, in quanto si tratta di facoltà che possono consolidarsi e svilupparsi soltanto attraverso l’interazione con il mondo reale.

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Enrica Mariano, La malattia è solo la punta dell’iceberg

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Diario del mio trasferimento (Giugno-settembre 2002)

di Gianluca Virgilio

Giugno. In questi giorni sto esaminando i miei ragazzi di quinta. È l’ultimo incarico al Nord. Il ministero, difatti, mi ha trasferito, su mia richiesta, in un istituto vicino a casa, a più di mille chilometri dalla sede in cui ora mi trovo: da Zogno in Val Brembana a Casarano nel Salento.

***

Luglio. Sono a Galatina ormai da diversi giorni, nella casa dei miei genitori, e spesso, insensatamente, mi capita di pensare alla mia prossima partenza per il Nord. In realtà non partirò più, perché la mia nuova sede di lavoro, come ho detto, è vicino casa, e quindi alla fine di agosto non dovrò più ripercorrere l’autostrada per prendere servizio il primo settembre, ma mi basterà fare circa venti chilometri per andare a lavorare. Mi sembra incredibile! Ho un solo rimpianto: mia madre non ha visto il mio ritorno a casa, essendo morta quattro mesi prima che si pubblicasse la notizia del mio trasferimento.

Ho deciso di prendere degli appunti, almeno per qualche tempo.

***

Nella casa dei miei genitori c’è un piccolo giardino piantato ad alberi da frutta: un limone, due mandarini, un caco, un pero, un albicocco; su tutti sovrasta una palma canariensis. Fino a qualche tempo fa era il regno di mia madre, che vi trascorreva buona parte della giornata. Poi, da quando si è ammalata, il giardino è diventato una selva, perché lentamente mia madre ha perduto la forza di curarlo, e le piante sono cresciute a dismisura, invadendo ogni spazio.

Il giorno dopo il mio arrivo a Galatina, mi sono recato di buon’ora presso una rivendita di articoli per giardinaggio ed ho comprato una zappa, un rastrello e una sega elettrica, con la seria intenzione di disboscare quell’intrigo di frasche, sterpi e rami. Ho fatto una sudata per potare e per estirpare, per zappare e, nello spazio dove il sole riesce a filtrare attraverso gli alberi, per piantare poche piante di peperone e pomodoro, di basilico e prezzemolo. Ora l’acido lattico fa sentire i suoi effetti nei miei muscoli non abituati a questo tipo di lavoro.

Per qualche istante ho creduto di inimicarmi il genius loci, mia madre. Lei sapeva in quale angolo del giardino c’erano i tuberi di dalie e in quale le cipolline di tulipano e poi le fresie e le mammole e le rose e questo e quest’altro: non c’è verso di metterci mano, senza mutare l’assetto che mia madre aveva dato al suo giardino.

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Gestes déplacés

di Annie Gamet

Cette Yolande un peu dure m’admonesta gentiment :

– On m’a dit que c’était mal de faire ces choses-là.

– Vraiment ? dis-je.

Et m’écartant sans protester je m’allongeai et m’endormis sur le rebord du lit.

Marguerite Yourcenar, Quoi ? L’Éternité, Gallimard, p. 269.

Vieillir c’est conserver en soi les traces du temps qui s’écoule, laisser grossir dans sa mémoire le flot des expériences vécues, des plus lointaines aux plus récentes, en une accumulation de souvenirs, dont l’immense majorité sont si bien enfouis qu’on pourrait les croire oubliés. Pourtant certains reviennent à la surface, étonnamment précis, demandent à être pris en considération et repensés à la lumière de l’actualité, à être confrontés à la modernité, car le fait d’avoir vécu longtemps permet une mise en perspective des comportements et modes de pensées contemporains.

C’est ainsi que certaines crispations actuelles des relations entre les sexes, d’ailleurs largement amplifiées dans les médias, entre féminisme de combat, antisexisme et redéfinition de la masculinité, me rappellent deux épisodes, distants l’un de l’autre d’une quarantaine d’années, deux jalons sur la ligne du changement des mentalités.

1966. L’été de mes vingt ans. J’avais passé les premiers jours de mes vacances universitaires dans la maison de mes parents, le logement attenant à l’école communale du village que dirigeait mon père. Insouciance et farniente, plage, retrouvailles avec quelques anciens du lycée, en attendant de rejoindre ma « grande » sœur, qui elle, disposait d’une voiture, et de partir en voyage avec elle.

« Tu ne devineras jamais qui est venu me faire des avances en l’absence des parents il y a quinze jours ! Essaie pour voir ! »

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Inchiostri 7. Su di una foto di Lucien Clergue

di Antonio Devicienti

L’uomo cavallo, inchiostrata forma ritta tra i bianchi squadrati muri dell’edificio, si muoverà dentro un tempo sospeso e verrà a sollecitare sogni, visioni, stupefazioni.

Una Provenza  coniugata al tempo futuro, ma non nel senso banale e diffuso di quest’espressione: tra queste mura Orione, “colorato d’infinito”, farà sosta nel suo viaggio per raggiungere la Stella Polare di cui è innamorato; soltanto un incessante amor de lonh potrà legare noi tutti alla nostra Provenza interiore perché la Provenza sarà una delle patrie (o màtrie) del nostro significare; perché un uomo cavallo che si aggiri tra quegli spazi assolati porterà tra i palmi delle mani un pensiero meridiano ancora capace di restituirci a noi stessi.

NOTA: la fotografia appartiene a una serie che Lucien Clergue scattò durante le riprese del film Le testament d’Orphée sceneggiato e diretto da Jean Cocteau in diversi luoghi della Provenza nel settembre del 1959 e proviene dal sito dedicato al fotografo https://lucien-clergue.com/

“Colorato d’infinito” è citazione diretta di Orion, pigmenté d’infini da Aromates chasseurs di René Char.

“Màtria” è espressione che ho preso in prestito da Mario Luzi.

Il “pensiero meridiano” è, ovviamente, commosso omaggio alla memoria di Franco Cassano.

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Manco p’a capa 109. Perché l’art. 52 della Costituzione andrebbe rispettato

di Ferdinando Boero

Sono un uomo di mondo: ho fatto il militare a Cuneo, negli alpini. Era il 1976 e avevo 25 anni, chiamato alle armi subito dopo aver conseguito la laurea. In quell’anno ci furono le elezioni e il PCI andò vicino a vincerle. In caserma, durante lo spoglio, un soldato venne a dirci che nel circolo ufficiali stavano parlando di occupare stazioni radio, di spostare le truppe (noi) in posti strategici. Un carabiniere che conobbi anni dopo mi confermò che, in quei giorni, erano stati in allerta, pronti a entrare in azione. In quegli anni i tentativi di colpo di stato furono molti, ma nessuno arrivò a conclusione perché non si verificarono le condizioni: il PCI non vinse mai le elezioni, neppure nel 1976. Nelle poche ore in cui sembrava che potesse vincerle, con i miei compagni d’arme, discutemmo sul da farsi. Abbiamo giurato fedeltà allo stato, se i nostri comandanti ci chiedono di sovvertire l’esito elettorale si macchiano di alto tradimento. Dobbiamo far fede al giuramento. Le armi le abbiamo noi. Se un ufficiale ci ordina di agire contro lo Stato va passato per le armi. Eravamo pronti. La cosa non andò in porto perché, per fortuna, il PCI non vinse le elezioni. Altrimenti ci sarebbe stata la guerra civile, e l’Italia sarebbe stata come il Cile, la Grecia, l’Ungheria, la Polonia, la Cecoslovacchia. Chi era in un blocco non poteva uscirne. Punto e basta. Infatti si parlava di sovranità limitata.
L’articolo 52 della Costituzione dice che il servizio militare è obbligatorio, ma nel 2005 l’obbligo è stato abolito e, da allora, solo i volontari hanno accesso ad un’istruzione militare. Di solito chi sceglieva di “firmare” e restare nelle forze armate era di destra, e lo erano gli alti gradi. Ma con la leva obbligatoria anche chi la pensava diversamente veniva addestrato ad usare un’arma. Ho l’impressione che possibilità che quell’arma fosse usata per resistere a svolte antidemocratiche sia stata percepita. Meglio non rischiare, meglio fare in modo che l’esercito resti in mano a persone di destra, fidate.
Ora la destra chiede la reintroduzione del servizio militare obbligatorio. Non mi capita spesso di essere d’accordo con loro, ma in questo caso lo sono, anche se forse per motivi differenti.

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Il dolore

di Antonio Prete

Il bianco che circonda gli annunci in bacheca,

il bianco che spalanca il corridoio

su un altro irredimibile bianco,

è questa fuga e morsa,

questo velo di trafitta trasparenza

che stringe i  pensieri intorno a un punto,

intorno a una lamina che separa 

il rosseggiare del frutto dalla cenere,

il fulgore dell’aria dalla nebbia.

.

Dalle corsie vengono voci

che schermano il dolore,

lo incantano forse per un poco.

.

Di là dalla vetrata il passaggio di una vela

mostra in un lampo il sapore della vita

rimasto nella saliva, nella gola,

col suo fondo amaro, con la sua gloria

che è fatta dispettosa lontananza.

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La Scuola d’Arte di Lecce e la vita letteraria nel Salento nella prima metà del Novecento

di Antonio Lucio Giannone

L’istituzione e i primi anni di vita della Regia Scuola Artistica Industriale di Lecce coincidono con un periodo non particolamente felice per le arti e le lettere salentine. Nei primi due decenni del Novecento, infatti, i pittori locali erano fermi ancora, in massima parte, ai canoni di un piatto naturalismo di scuola napoletana, gli scultori a quelli di un accademismo e di un classicismo di maniera e i poeti ai modelli, ormai vetusti, della lirica tardoromantica e del Carducci. I fermenti di novità che si erano sviluppati in questi settori all’inizio del secolo, in Italia e in Europa, non erano riusciti quasi mai a penetrare nell’ambiente piuttosto chiuso e asfittico della provincia.

            L’unica eccezione, com’è noto, era costituita dal futurismo che non solo era ampiamente conosciuto e dibattuto sulla stampa locale fin dalla sua fondazione ma aveva nel Salento anche due   rappresentanti: Domenico (Mimì) Frassaniti e Antonio Serrano[1]. Frassaniti, che aderì ufficialmente al  movimento marinettiano già nel 1909, è stato uno dei primi critici del futurismo a cui  dedicò numerosi articoli  sul settimanale leccese “Il Risorgimento”  e uno studio critico rimasto inedito, composto nel 1910,  che è forse, in assoluto, il primo in tutta Italia. Serrano invece, che aveva studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, fu uno dei rari seguaci nel Meridione delle idee futuriste in pittura e, in particolare, delle teorie boccioniane del dinamismo plastico, che cercò di mettere in atto in alcune  opere realizzate tra il 1913 e il ‘16. Ma questo artista, che deve essere considerato l’iniziatore dell’avanguardia  nel Salento, nel corso della sua breve carriera subì  le suggestioni, oltre che del futurismo, delle tendenze più avanzate della pittura contemporanea, dall’impressionismo al divisionismo, dal postimpressionismo  al cubismo. Inoltre dimostrò anche notevoli qualità letterarie che si rivelano soprattutto in alcuni “frammenti” in prosa compresi nel suo Diario, di gusto liberamente impressionistico alla maniera di Ardengo Soffici.  

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Nuove Segnalazioni Bibliografiche 1. Poesie per immagini

La prima segnalazione di questa serie di Nuove Segnalazioni Bibliografiche, che qui inizia (ricordo che la “vecchia” serie, che puoi trovare in questo sito, fu pubblicata sulle colonne de “Il Galatino” tra il 2008 e il 2009), è dedicata a Pietro Giannini, professore emerito di Letteratura greca dell’Università del Salento, che nel giugno scorso ha dato alle stampe un volumetto di Poesie per immagini (Edit Santoro, Galatina 2022, pp. 52). Il titolo non mente. Infatti, alla poesia l’autore vuole che si giunga attraverso le immagini, che, com’egli scrive in Premessa, “non sono tanto di commento al testo, quanto sue generatrici, in un rapporto di integrazione reciproca”.  L’immagine genera la poesia e vi si integra. Il risultato è una serie di quattro componimenti poetici, in vario metro, che scandiscono selettivamente la storia all’incirca degli ultimi vent’anni: Sinfonia per il Kossovo (1999), Discorso per l’America (settembre 2001 / settembre 2002), Viaggio in Grecia (2011-2012), Migranti nell’Egeo (febbraio-marzo 2022); componimenti sollecitati, come si diceva, dalle immagini tratte da “La Repubblica”, da “I Documenti di Panorama”, dal “Venerdì” di Repubblica, dall’”L’Espresso”. Si eccettuano le foto della sezione Viaggio in Grecia 2011-2012, scattate in proprio durante i due viaggi effettuati dall’autore con i suoi allievi di Filologia classica.

Eventi storici e “fatti personali”, dunque, si intrecciano in questo piccolo libro, che sembra sospeso tra il rimpianto di un mondo scomparso, quello oggetto degli studi di un’intera vita, e la protesta per gli orrori della guerra: “Oh! Perché ora non sento / la forza di Eschilo e Dante / a tagliare possenti parole / intrise di sangue e di sdegno?” (Sinfonia per il Kossovo, p. 15).

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