Enfance salentine 2. Mon grand-père Luigi

di Gianluca Virgilio

 

Il est absolument impossible qu’un homme n’ait pas dans le sang les qualités et les prédilections de ses parents et de ses ancêtres, quoique les apparences puissent faire croire le contraire.

Friedrich Nietzsche, Par-delà le bien et le mal, aphorisme 264.

 

Vers midi, un peu avant que la sonnerie ne retentisse, Uccio Pensa vint me prendre  à l’école.  Le concierge m’accompagna jusqu’à la sortie et je montai dans l’auto avec une certaine anxiété. Je ne me rappelle plus si j’étais seul, avec ma soeur ou mon père, ou avec les deux ensemble. Ma mère était déjà à Corigliano d’Otrante, car mon grand-père était mort quelques heures auparavant et elle s’y était rendue immédiatement avec sa voiture, dès qu’elle avait appris la nouvelle au téléphone. C’est Uccio Pensa, rappelé à la rescousse pour la circonstance, qui m’annonça la mort de mon grand-père. C’était en mai mille neuf cent soixante-trois, j’avais dix ans, j’étais en CM2.

On me poussa vers lui, allongé sur le lit, vêtu de noir, très élégant comme jamais je ne l’avais vu auparavant : je devais l’embrasser. Je porte encore en moi la sensation de la joue rugueuse – d’ici peu, le barbier allait venir le raser – . On lui avait mis un mouchoir blanc autour de la tête pour lui maintenir la mâchoire de façon qu’il garde la bouche fermée, comme on me l’expliqua par la suite. Continua a leggere

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Missili umanitari

di Antonio Prete

Ecco, ancora insieme, due parole in sé contraddittorie, due parole che sommano violenza e ipocrisia: guerra umanitaria. Come può definirsi umanitaria una guerra, se è mille volte provato che comunque i cosiddetti attacchi mirati non risparmiano i civili, e comunque seminano distruzione? La guerra, ogni guerra, qualunque sia la giustificazione o il limite o la ragione di volta in volta invocati, è distruttiva: di vite umane e animali, di risorse, di ambiente, di natura, di paesaggio, di storia. La buona coscienza democratica occidentale va dicendo, nel caso della Libia, che, se questo accade, è un sacrificio non voluto, né preventivato, e comunque l’obiettivo è colpire solo basi militari e strutture di difesa per attuare la no fly zone, rendere impotente il raìs, bloccare il massacro di insorti, aiutare gli stessi a portare a termine il sogno di una democrazia appena pronunciato. Aiutare gli insorti: benissimo, ma perché non diffondendo le loro ragioni, tessendo rapporti con loro, conoscendo bene la loro composizione politica e i loro obiettivi, facendo propria la loro causa democratica? La guerra dischiude un teatro di violenza che genera violenza, e le stesse insurrezioni pacifiche vengono trascinate nel vortice bellico.

E poi, perché i buoni propositi democratici non si estendono a tutte quelle situazioni, anche dei Paesi arabi, dove sono in atto rivolte contro sistemi autoritari e violenti? Come si può credere allo slancio democratico di Paesi occidentali che hanno cercato nel passato, per ogni guerra, giustificazioni di ogni sorta pur di offrire all’infernale avventura della guerra una ragione? E hanno sempre taciuto sulla Palestina, su Gaza e altri eccidi? Continua a leggere

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Le nostre illusioni

di Walter Nardon

Aveva cominciato per scherzo. Era andata alla festa in costume con una scarpa legata in testa, una vecchia All Star color avorio, un classico, allacciata con le corde sotto il mento come un magnifico cappellino settecentesco. E in effetti il resto del costume era coerente. Un corpetto attillato, una gonna vaporosa fatta forse di un chilometro di garza per ottenere l’effetto crêpe, un ventaglio d’epoca e altre due vecchie All Star avorio ai piedi, che sua madre trovava insospettabilmente comode. Ma poi era successo qualcosa. Già nell’atrio della festa aveva avvertito una disposizione d’animo inconsueta, una sorta di attrazione per i costumi, i corpi: ogni cosa rivelava un lato segretamente invitante. Nulla dell’aspetto esteriore, delle ragioni per cui era stata invitata aveva la minima importanza. Sulla porta, ridendo, aveva fatto un inchino a quelle matte di Anna e Claudia vestite da crocerossine, ma poi erano stati molti di più gli omaggi che aveva ricevuto entrando nel salone. Ce n’erano davvero di bizzarri: uno spazzacamino in smoking, un pinguino volante, una cassiera del cinema anni ’50, un ippopotamo. A una piccola automobile per bambini erano stati tolti i pedali ed ora era indossata da un tipo brizzolato sulla cinquantina, che la portava sospesa in vita grazie a due enormi bretelle di cuoio.

Passando accanto a due colleghi vestiti da ferrovieri sentì uno scambio di opinioni: «Ma non era forse “Babette”?» Non era sicura che avesse detto proprio «Babette», forse era «Cosette». «Sì era lei. Credimi, una puttana indimenticabile».

Ci saranno state sessanta persone. Continua a leggere

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Un futuro da insegnare

di Antonio Errico

La via d’uscita

Il 25 settembre Milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d’Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare “un momentino” la situazione storica. La trovò poco chiara.

Comincia così I fiori blu di Raymond Queneau.

Accade, alle volte, di soffermarsi “un momentino” a considerare la situazione storica e di trovarla poco chiara.

Probabilmente perché i tempi non sono mai chiari, perché la Storia si fa nella confusione, nella contraddizione, attraverso i contrasti, i conflitti, le incoerenze, le antinomie, più o meno evidenti, più o meno laceranti, con percorsi indefiniti, discontinui, con fratture.

In fondo non c’è mai niente di nuovo sotto il sole, e se accade che qualcosa ci sembri nuovo, è semplicemente per il fatto che ignoriamo che sia già accaduto in un altro tempo, in un altro luogo.

Allora quando riconosciamo all’epoca che si vive una condizione di complessità provocata – anche – dalle frane dei punti di riferimento, dall’incrinarsi o dal frantumarsi delle certezze, dal frastagliarsi delle identità, forse dovremmo considerare, fra le altre cose, che non ce n’è stata mai un’altra semplice, lineare. Non c’è stata mai un’epoca che non abbia attraversato crisi, che non si sia confrontata con la complessità. Certo, esistono livelli di complessità diversi: un’epoca ne registra uno più basso oppure più alto di quello di un’altra. La contemporaneità registra un livello di complessità alto, altissimo. Continua a leggere

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Zibaldone galatinese (Pensieri all’alba) IV

di Gianluca Virgilio

IV

Una fantasia, una fantasia reale, cioè fondata su fatti realmente accaduti quand’ero ragazzo, che mi ritorna in mente qualche volta quando sono nel dormiveglia. Avevo meno di quindici anni ed ero magro e scattante come una lepre, non velocissimo, ma la mia corsa era piena di astuzie e di improvvisi movimenti laterali.  Il gioco avveniva nel circuito della Villa grande, da cui era vietato scendere (s’intenda: dal marciapiede che la delimitava e la delimita tuttora). I miei amici mi davano un vantaggio di qualche secondo e poi si gettavano all’inseguimento. Bastava che uno mi toccasse per meritare di diventare da inseguitore inseguito, mentre io avrei preso il suo posto. Ero molto abile e scaltro nello schivare le mani dei compagni che tentavano di accerchiarmi per non darmi scampo, e spesso mi riusciva di ritardare di molto l’inevitabile cattura. Ora, quando sono nel dormiveglia dell’alba, mi rivedo com’ero allora, leggero e scattante, pieno di balzi tra un’aiuola e l’altra, tra il tronco d’un pino e quello d’un leccio o di una palma, quasi volante tra i cespugli di verbena e di pittosporo, sfuggente alle mani degli inseguitori, col vento tra i capelli e la fronte imperlata di sudore; e questa visione mi culla nel risveglio mattutino: nell’immobilità del letto è una consolazione pensare di staccarsi da terra, quasi di volare come un uccello e di essere imprendibile.

***

Visione dei resort salentini: agriturismi, centri benessere, ecc., disseminati per la campagna salentina, da una costa all’altra: puliti, ordinati, ben attrezzati, accoglienti, con tanto di viale di palme e piscina, dotati di comodo parcheggio. Sembrano tante oasi nel deserto di un territorio devastato dalla speculazione e abbandonato a se stesso dall’incuria pubblica. Stessa cosa dicasi di alcune ville molto ricche, dalle alte e spesse recinzioni, visibili nell’aperta e incolta campagna.

*** Continua a leggere

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Solo la creatività permette di essere liberi

di Antonio Errico

I fulmini incendiavano gli alberi e l’uomo aveva paura. Poi si accorse che avvicinandosi ai rami incendiati, sentiva un po’ meno freddo. Ma quando i fulmini non incendiavano gli alberi, lui sentiva freddo. Allora pensò che doveva trovare un modo per fare il fuoco e sentire meno freddo. Non poteva fare i fulmini ma poteva fare il fuoco. Provò e riprovò in tanti modi, per molto tempo. Provò e riprovò senza riuscirci. Poi una volta, mentre sbatteva due pietre per chissà quale motivo, si accorse che le due pietre sbattute producevano scintille, e le scintille cadevano nell’erba secca, e l’erba bruciava. Poi un’altra volta si accorse, ancora per caso, che lo stesso effetto poteva ottenerlo strofinando due bastoni. Da quel momento cominciò a governare il fuoco, ad usarlo per riscaldarsi, per difendersi dagli animali, per illuminare le caverne, per cuocere la carne, per cacciare spingendo la preda nelle buche. Così si liberò dal bisogno del fuoco.

L’homo erectus era creativo, dunque. Non meno di Michelangelo e di Arthur Rimbaud. Non meno di chi realizzò la prima navicella spaziale e di chi ha inventato internet. Fra la sua creatività e la nostra non c’è nessuna differenza sostanziale dei processi. Quello che cambia sono soltanto gli strumenti.

Allora la creatività non è altro che un uso o un riuso delle cose che già esistono. Un ripensare il pensato, un rifare in altro modo il già fatto, una diversa combinazione degli elementi, un ricomporre il composto, un riformulare, ristrutturare. Soprattutto: un riconsiderare, uno sguardare le cose e le storie in modo diverso, obliquo, trasversale, in particolare un diverso modo di considerare se stesso rispetto alle cose e alle storie, un dislocarsi, un riposizionarsi. Continua a leggere

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Di mestiere faccio il linguista 15. Come fare per vivere 5.000 anni

di Rosario Coluccia

Si intitolava Fahrenheit 451 un romanzo di Ray Bradbury del 1953 (da cui, con la regia di François Truffaut, nel 1966 fu tratto un film famosissimo dal medesimo titolo). Il titolo allude alla temperatura di accensione della carta e si spiega così. Libro e film descrivono un’allucinante società solo orale, in cui è bandita qualsiasi informazione scritta. In particolare è vietato possedere e leggere libri, la forma più alta di testo scritto. Per evitare o reprimere il terribile reato, esiste un corpo di vigili del fuoco impegnato a bruciare ogni tipo di volume, materiale illegale e pericoloso a prescindere dal contenuto. La collettività deve proteggersi dalle persone che, istigate dai libri, potrebbero perfino mettersi a pensare. La televisione, onnipresente riempitivo della vita quotidiana, è ridotta a intrattenimento, senza nessun contenuto. Per fortuna la fosca fantascienza di Bradbury e di Truffaut non è realtà. Anche se ogni tanto mi tornano alla mente le immagini reali (che vediamo in documentari novecenteschi) di intere cataste di libri dati al rogo: appartengono ad un’epoca passata (e questo è rassicurante), ma non così remota perché l’incendio di libri sia un’eventualità definitivamente cancellata dall’orizzonte delle possibili azioni umane (e questo mette di nuovo in ansia).

In Italia abbiamo bisogno di libri, la percentuale dei lettori offre dati allarmanti. Secondo una statistica Istat, diffusa alla fine del 2017, che considera la popolazione italiana di età superiore a 6 anni, appena il 40,5% degli intervistati dichiara di aver letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti (si escludono i libri scolastici, letti dagli studenti che si preparano a un’interrogazione scolastica o a un esame universitario, e quelli professionali, letti da avvocati, commercialisti, professori ecc. per ragioni strettamente inerenti l’attività lavorativa svolta). Colpisce che il numero dei lettori sia in diminuzione rispetto all’anno precedente (42%) e ancor più basso rispetto al picco elevato di questa statistica, raggiunto nel 2010 (46.8%). La popolazione femminile mostra una maggiore propensione alla lettura: nell’ultimo anno complessivamente il 47,1% delle donne, contro il 33,5% dei uomini, ha letto almeno un libro nel corso dell’anno. E, fatto estremamente positivo che smentisce alcuni luoghi comuni, i giovani tra gli 11 e i 14 anni leggono mediamente di più (51,1%) rispetto a tutte le altre fasce di età. Nel complesso, le cifre sono inequivocabili: più della metà della popolazione italiana non legge nemmeno un libro all’anno. Non libri che trattano discipline iperspecialistiche o materie considerate difficili e astruse. Nella statistica rientrano anche letture facili e non impegnative, libri di cucina o la collezione rosa di Harmony (che vanta titoli come «Stregata dal milionario», «Le regole dell’attrazione», «Una peccaminosa assistente», «La resa del play boy»). Continua a leggere

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Lo sciamano Eugenio Barba

di Augusto Benemeglio

Ispido e selvaggio

Eugenio Barba è  ritenuto oggi uno dei più grandi registi e teorici dello spettacolo del nostro tempo, uno che ha insegnato nelle Università di Torino, Bologna, L’Aquila, La Sapienza di Roma, uno  che ha scritto una trentina di libri sul teatro, che ha girato tutto il mondo e “si confronta direttamente con la storia del proprio tempo, eludendo le cronache teatrali, polemiche, tendenze, protagonisti mediatici”. Uno  che potrebbe essere insignito ( perché no?) del Nobel per la letteratura, e non a caso  tra poco a Londra gli verrà assegnata l’ennesima laurea honoris causa.  Ma quando lo vidi per la prima volta , in un capannone degli ex cantieri della Giudecca di Venezia,  giusto  trent’anni fa,  (23 ottobre 1975)  era – come disse Cesare Garboli, – un mediterraneo ispido e selvaggio, cotto di sole, uno sciamano di uno spettacolo-processione,  qualcosa di transitorio, di fragile e di leggero,  di gran peso: era una pantera pronta allo scatto…: “Il suo corpo era uno strumento musicale magnetizzato che emetteva vibrazioni armoniche e trasmetteva una forza incredibile, risanatrice. Con  le sole  mani compiva gesti magici, taumaturgici, con la sola forza di quelle mani era capace di  guarire”. Era, forse, tutto ciò quel che avrebbe voluto essere un medico moderno di oggi,  che è rimasto spersonalizzato senza più contorni precisi. Ma la sua gestualità aveva anche un qualcosa di barocco  e, insieme,  di angoscioso e  profondo, qualcosa di simbolico e  fantastico. Quelle incredibili dilatazioni del corpo, i fulminei trapassi mimici, i passaggi da un’atmosfera musicale all’altra, le danze drammatiche rituali, miste di folklore scandinavo e sardo-salentine, tutto era in lui come un’oscura tempestosità emotiva con improvvisi calme da flauto, come una rissa perenne che ora si placa per un po’, ma è pronta a riesplodere. “Il teatro, – aveva detto -, “è la possibilità di andare più veloci della luce, afferrare  più presto possibile”. E ciò costituisce ancora un modello per i suoi attori, ora che lui non recita che saltuariamente. Continua a leggere

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Le finestre del sapere da dove guardare il mondo

di Antonio Errico

Solo per esempio: la luna. Come si fa a dire se la luna appartenga alle discipline umanistiche o a quello scientifiche. Leopardi l’ha interrogata, per tutta la vita. Forse per tutta la vita non ha fatto altro che interrogare la luna, avendo per risposta altre domande, che ha rivolto a noi, mascherandole, qualche volta, da risposte. Probabilmente è difficile per chiunque ritrovarsi a guardare la luna, a pensare la luna, senza farsi venire alla mente un verso di Leopardi, o anche soltanto il suo nome.

Anche Galileo ha interrogato la luna, e ne ha riportato le risposte con un linguaggio di scienza che pare una poesia in prosa.

A quale sapere appartiene, dunque, la luna. Non c’è disciplina che non la richiami. Non c’è arte o scienza alla quale possa essere estranea. Leopardi conosceva l’astronomia e gli astronomi conoscono Leopardi. Se ce ne fosse uno senza questa conoscenza, forse si dovrebbe diffidare.

Eppure spesso si continua ad insistere nella distinzione tra discipline umanistiche e discipline scientifiche, non di rado mettendole in contrasto sul piano della pedagogia, della didattica, delle prospettive che riguardano l’esistenza. Arbitrariamente, pretestuosamente, infondatamente. Si insiste nonostante le dimostrazioni di studiosi eccellenti. Uno per tutti: Jerome Bruner, psicologo di fama mondiale. Negli ultimi tempi, anche Lamberto Maffei ha espresso il suo dissenso assoluto sulla distinzione. Ha detto che lo studio è tutto umanistico, che non esiste una disciplina più umanistica della matematica, o dello studio della natura, degli animali, dell’uomo, perché le discipline curiosity driven sono tutte umanistiche e non mirano direttamente ad altro prodotto che non sia quello della conoscenza e del gioco giocoso dell’intelletto. Lo ha detto quattro anni fa, a pag. 89 del suo “Elogio della lentezza”. Lamberto Maffei è uno che sa bene come funziona la mente. E’ stato direttore dell’Istituto di Neuroscienze del CNR e del laboratorio di Neurobiologia alla Normale di Pisa, presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei, è professore emerito di neurobiologia. Continua a leggere

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Di mestiere faccio il linguista 14. La lingua tecnologica

di Rosario Coluccia

Da oltre un quarto di secolo siamo immersi in una nuova fase della storia. I mezzi di comunicazione elettronici e digitali accompagnano capillarmente le nostre attività quotidiane: lavoro, studio, relazioni sociali sono caratterizzati dal ricorso costante ai nuovi media. Non si tratta solo, banalmente, della presenza pervasiva di tecnologia sempre più sofisticata nella nostra vita. La questione è molto più profonda, cambiano i comportamenti generali. La rete può incoraggiare l’aggressività, l’impazienza, le intromissioni ingiustificate nella vita altrui. Di fatto, si sono definite nuove regole e silentemente si è instaurato un insopportabile nuovo galateo comunicativo, che riducendo a poco o a niente gli argomenti da evitare in pubblico, sacrifica la discrezione e annulla il diritto alla riservatezza. Accadimenti intimi e profondi (vita, morte, sesso, ecc.), perfino fatti in passato considerati tabù vengono sfacciatamente esibiti. Si preferisce il contatto con interlocutori plurimi alle interazioni con pochi o due soli protagonisti. Si creano di continuo (e di continuo si disfano) gruppi (social group) di comunicazione parentali, amicali, spesso costituiti da persone con scarsa o inesistente conoscenza reciproca, legate solo da momentanei interessi comuni. Ogni partecipante può immettere nel gruppo, a propria scelta, considerazioni o annunzi di tipo vario su cui sollecita il parere degli altri affiliati. Sono frequenti le affermazioni apodittiche, formulate senza il corredo di prove e senza argomentazioni valide. Continua a leggere

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Andare per le vie

di Luigi Scorrano

Per le vie è suggestivo titolo di una raccolta novellistica di Giovanni Verga pubblicata nel 1883, quasi a ridosso delle più note e celebrate Novelle rusticane che hanno goduto di maggior fortuna sia per intrinseci valori d’arte, sia per la presenza in esse di un ‘pezzo’, dolce e patetico, come Il canarino del n. 15. Un’indicazione, questa, che non comporta né un’approvazione sentimentale né un più o meno severo giudizio critico. La novella è là, nelle pagine verghiane che non negano a questo scritto, anche a questo, la possibilità/capacità di emozionarci per diverse che possano essere le radici di differenti spinte emotive.  Per le  vie punta il suo obiettivo (ricordiamo ancora che Verga aveva una sincera passione per la fotografia?) su un mondo che si direbbe ancora in formazione o in evoluzione. Ma è davanti al titolo verghiano, quel Per le vie così spoglio, che il nostro occhio e la nostra attenzione si arrestano. Incuriositi, ci soffermeremo. Forse perché quel titolo ne richiama irresistibilmente un altro, Vagabondaggio, che inaugura la raccolta dal titolo eponimo. Ci attira, oltretutto, la situazione, la sorte, dei personaggi dei quali in poche righe si profila il destino. La loro dispersione, il loro disseminarsi nel mondo  sembrava configurare quello di una sostanza umana che cercava la sua zolla sulla quale posarsi e con la quale confondersi, si direbbe, come per una pianta, ad attecchire al risveglio della terra sotto il respiro delle prime piogge. Non un andare disordinato per il mondo, ma quasi l’obbedienza a un ordinato disegno. O ad una misteriosa disposizione del caso. O l’ordinata sistemazione dei pezzi di un gioco al quale si è invitati. La breve pagina verghiana d’esordio si affaccia su orizzonti in cui il caso gioca la sua parte, ma il cui ritmo non è niente affatto quello che muove sulle tracce rigorose di un’intelligenza da sfruttare pienamente ad ogni mossa; è Il ritmo della narrazione. C’è un filo robusto della cui composizione non si conoscono  né  le possibilità né la durata: solo la funzionalità. Verga non si sofferma su particolari come questi; mette in scena uomini con le loro necessità, con le loro irrequietezze:

<<Nanni Lasca, da ragazzo, non si rammentava altro: suo padre, compare Cosimo, che tirava la fune  della chiatta, sul Simeto, con Mangialerba, Ventura e l’Orbo; e lui a  stendere  la mano per riscuotere il pedaggio. Pagavano carri, passavano vetturali, passava  gente a piedi e a cavallo d’ogni paese, e se ne andavano pel mondo, di qua e di là del fiume.>>[1]  Continua a leggere

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Università e burocrazia

di Guglielmo Forges Davanzati

Il problema dell’eccesso di burocrazia in Italia, segnalato ripetutamente su questo giornale, va preso sul serio e non riguarda solo i vincoli posti all’attività d’impresa. La burocrazia è pervasiva, molto spesso selettiva (a beneficio di alcuni, a danno di altri) e rende difficile, se non impossibile, il lavoro anche nel settore pubblico e, in particolare, nelle Università.

Gli esempi sono molteplici: dalle procedure per l’acquisto di libri e l’abbonamento a riviste, ai tempi di rimborso delle spese anticipate dai professori per la partecipazione a Convegni e seminari (spesso di durata quasi annuale), ai tanti documenti che occorre produrre per certificare che il collega che viene invitato a tenere una lezione non è un parente (sic!), alle procedure concorsuali, che talvolta impiegano anni per arrivare a conclusione.

Cosa motiva l’esistenza di un apparato burocratico così evidentemente elefantiaco e irragionevole? Si possono suggerire due linee di lettura. Continua a leggere

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