L’eterna compagnia delle poesie imparate a memoria

di Antonio Errico

Quando venne l’ultimo giorno di scuola, il maestro ci diede come compiti per il tempo dell’estate, qualche esercizio di grammatica, qualche altro di aritmetica, e alcune poesie da imparare a memoria.

Passò tutto il mese di giugno, poi passò luglio, agosto, settembre. Tornammo a scuola il primo di ottobre e il maestro ci chiese di mettere sul banco il quaderno con gli esercizi di grammatica e quello con gli esercizi di aritmetica.

Gli anni Sessanta si avviavano al finire. I tempi erano quelli di tutta un’altra storia. Erano tempi che trovavano il loro specchio in quell’incipit delle Due città di Charles Dickens: era il migliore di tutti i tempi, era il peggiore di tutti i tempi, era il secolo della saggezza, era il secolo della follia, era l’epoca della fede, era l’epoca dell’incredulità, era la stagione della Luce, era la stagione delle Tenebre, era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione, avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi, andavamo dritti dritti al Cielo, andavamo dritti dritti dall’altra parte.

Insomma, i tempi erano così: svagati, incerti, ansiosi, travagliati, sereni. Come questi tempi.

In classe eravamo trenta. Forse anche due di più. Nessuno dei trenta e dei forse due di più aveva fatto i compiti per l’estate. Non avevamo portato a scuola neppure i quaderni.

Allora il maestro si mise davanti alla finestra e cominciò a pulire le lenti degli occhiali. Poi a uno chiese di alzarsi in piedi e recitare a memoria qualcuna delle poesie che aveva imparato. Uno se ne stette seduto, immobile, senza fiatare. Poi all’altro chiese la stessa cosa. L’altro fece quello che aveva fatto uno. E poi un altro, un altro, poi un altro ancora. Nessuno aveva imparato neppure una poesia a memoria.

Il maestro continuava a guardare fuori dalla finestra.

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Un libro di Eliana Di Caro

Andare per Matera e la Basilicata

di Gigi Montonato

E’ un pocket come conviene ad una guida turistica il libro di Eliana Di Caro Andare per Matera e la Basilicata, Bologna, il Mulino, 2019, pp. 161, inserito nella collana “Ritrovare l’Italia”. Una guida per turisti colti o che tali vogliano diventare. Un mostrare e descrivere e riflettere su una regione di dentro e di fuori, perché la Basilicata è un museo a cielo aperto nella sua naturalità, una realtà da scoprire ogni giorno nella sua sorprendente, anche per noi meridionali, spiritualità.

L’autrice è materana di nascita, ma da anni vive a Milano dove lavora al “Sole-24 Ore”, di cui cura le pagine culturali. Questo suo studio può essere dunque letto in modi diversi, due su tutti: l’omaggio di una persona alla sua terra d’origine, la guida appunto per farla conoscere agli altri in un progetto più ampio ed editorialmente giustificato.

Certo è che il libro è accattivante nell’approccio sobrio della prosa, semplice e rapida del racconto, e si propone come un utile vademecum per chi voglia conoscere Matera e la Basilicata. Nessun cedimento emotivo. Fra le tante iniziative di questi ultimi anni per questa città e per questa regione, il libro della Di Caro segna davvero un punto di raffinata qualità. E’ la magia del racconto giornalistico quando nasce da una solida preparazione culturale.

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Fiabe 3. I Giganti

di Franco Melissano

Tanti e tanti, ma proprio tanti anni fa c’era… insomma… c’era una volta, in una remota regione di cui non si è mai saputo il nome, un paese piccino piccino, ma così piccino da entrare tutto quanto nella piazza di una nostra città. Sembra, ma non è mai stato storicamente provato, che il paese si chiamasse Annoicibastavilla.

I suoi abitanti erano più bassi dei nani dei circhi equestri e le loro case così piccole da sembrare quelle di un grande presepe.

Si capisce che anche i letti, i tavoli e le sedie, al pari di ogni altro mobile e utensile, avevano dimensioni molto ridotte.

Immaginate adesso voi come dovevano essere piccini i ragazzi di quello strano paese.

La vallata in cui sorgeva era circondata da monti azzurrini coronati quasi tutto l’anno da candide nevi. Solo un vecchio ponte di legno a cavalcioni di un ruscello canterino permetteva di uscire dalla valle.

Smangiato e pericolante, non veniva attraversato da nessuno da moltissimi anni.

I vecchi Annoicibastavillesi narravano che, stando ai racconti dei loro nonni, al di là di quel ponte vivevano, in castelli grandi come montagne, degli immensi giganti dall’altezza smisurata.

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Italia pensante 9. Francesco Giancotti e il preludio di Lucrezio

di Andrzej Nowicki

Ho incontrato Francesco Giancotti [1923-2017] una sola volta, a Roma, il 12 gennaio 1964. Avevo recensito su “Euhemer” 1960 (nr. 3 – 16) il suo libro Il preludio di Lucrezio (Messina, 1959, pp. 332). L’ho poi citato nei miei libri su Giordano Bruno (1962) e sulla Critica della religione nella filosofia antica (1986). Un preambolo prima di arrivare all’incontro.

Durante la seconda guerra mondiale, negli anni 1942-44, sono stato assistente del professore Antoni Bolesław Dobrowolski (1872-1954) all’“Università Sotterranea”, una delle più importanti istituzioni della Resistenza polacca all’occupazione nazista della Polonia. Dobrowolski era un geofisico, noto nel mondo per la sua partecipazione alle ricerche in Antartide (1897-1899), autore della Storia naturale del ghiaccio (Varsavia, 1923) e professore di pedagogia. I miei doveri e compiti di assistente non ebbero rapporto diretto con la geofisica; lo aiutai a mettere ordine nei suoi innumerevoli manoscritti che riguardavano l’attività di ricerca scientifica, le scoperte, le invenzioni, la costruzione delle teorie.

Da Dobrowolski ho imparato che esiste un’etica della ricerca, la quale esige dagli scienziati onestà intellettuale e condanna numerosi peccati. Fra i peccati che può commettere uno scienziato c’è lafretta della pubblicazione.

Confesso che anch’io mi sono macchiato di questo peccato pubblicando negli anni 1953-58 troppe posizioni immature, tra le quali si trovano, purtroppo, le prime pubblicazioni su Giulio Cesare Vanini e su Giordano Bruno.

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Gli effetti redistributivi e recessivi della flat tax

di Guglielmo Forges Davanzati

L’inizio del semestre italiano della Presidenza della commissione europea coincide con l’annuncio della procedura di infrazione per debito pubblico eccessivo. L’Italia ha il più elevato debito pubblico in rapporto al Pil fra i Paesi dell’Eurozona e soprattutto, come confermato da tutti i dati macroeconomici disponibili su fonti ufficiali, è l’economia che cresce meno nel confronto con gli altri Paesi dell’Eurozona. Dallo scoppio della prima crisi del 2007-2008, con eccezione della Grecia, l’economia italiana è tendenzialmente cresciuta meno della media dell’Eurozona. A ciò va aggiunto un tasso di crescita delle regioni meridionali ulteriormente inferiore a quello medio europeo e sistematicamente inferiore a quello del Nord del Paese. L’aumento del debito pubblico italiano è da imputare al continuo aumento degli interessi che lo Stato italiano paga ai sottoscrittori di titoli di Stato, in aumento rispetto allo scorso anno e superiori alla media europea e, nella prima metà del 2019, anche superiori ai rendimenti dei titoli greci.

I fattori che sono alla base della bassa crescita dell’economia italiana (e del conseguente aumento del debito) sono molteplici, ampiamente discussi in letteratura e non riconducibili al recente passato. Fra questi, un fattore sul quale è scarsa l’attenzione è la ripartizione dell’onere fiscale fra gruppi sociali. La tassazione in Italia è sempre stata molto alta e superiore alla media OCSE (inferiore solo a quella dei Paesi scandinavi) ed è aumentata in modo significativo negli anni della crisi, soprattutto a danno della piccola impresa e del lavoro dipendente. L’incidenza dell’imposizione fiscale sul Pil si attesta, in Italia, intorno al 45% a fronte di una media europea di circa il 30%. Su fonte OCSE, si rileva che la distribuzione dell’onere fiscale in Italia è meno progressiva di quella vigente nei principali Paesi industrializzati, con una notevole incidenza dell’imposizione indiretta (le imposte sui consumi: tipicamente l’IVA). Imposizione regressiva è tale quando, in termini percentuali, i più ricchi pagano meno di quanto pagano i più poveri. Anche al netto della possibilità – per i primi – di allocare le proprie risorse nei c.d. paradisi fiscali; possibilità preclusa ai più poveri. Anche a ragione della minore progressività dell’imposizione fiscale (in violazione, peraltro, dell’articolo 53 della Costituzione), l’Italia sperimenta le maggiori diseguaglianze distributive fra i Paesi OCSE e il Mezzogiorno le sperimenta in misura ancora maggiore.

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Impertinenze: Martin Amis, L’attrito del tempo

di Walter Nardon

In una pagina dell’autobiografia Esperienza (2000), Martin Amis ricorda che all’uscita del suo primo libro il romanziere Peter Prince gli dedicò una recensione poco benevola nella quale, fra i vari epiteti che gli aveva riservato, parlava di lui come di un «beffeggiatore in calzoni corti». Per quanto il giudizio fosse irrispettoso, non si è poi impegnato molto per smentirlo, anzi, qualcosa di quell’immagine risulta particolarmente appropriato per descrivere un aspetto del suo talento. Sono tornato sulla questione leggendo L’attrito del tempo, la raccolta di saggi e reportage di Amis (1986-2016) pubblicata da Einaudi e tradotta integralmente, mentre il suo precedente libro di saggi, La guerra contro i cliché, nell’edizione italiana era uscito nel 2014 in una veste singolare (una breve antologia di testi tratti da tre libri). Nei titoli che ho citato l’ingegno dell’autore dà prova della sua elasticità: mobile, ironico, con un carattere fra l’intrepido e il temerario che reca in sé, come tratto inconfondibile, qualcosa che somiglia all’espressione di un teppista.

L’Attrito del tempo è diviso in otto sezioni che in parte si ripetono, da quella denominata Twin Peaks – dove le vette gemelle sono i numi tutelari, Nabokov e Bellow – alla politica, dai libri al costume, dallo sport alle sezioni «più personali» dedicate alla scrittura dei romanzi o alle domande dei lettori. In tanta varietà, la letteratura resta l’orizzonte di riferimento.

Amis è un profondo conoscitore di Nabokov, per il quale nutre un condivisibile sentimento di devozione, evidente nei tre scritti a lui dedicati presenti nel libro, così come in altri, raccolti nei volumi precedenti. Prendendo spunto dalla vicenda editoriale de L’originale di Laura (abbozzo di romanzo di Nabokov pubblicato postumo), nell’Attrito del tempo Amis affronta una delle questioni più scabrose: il «problema infernale» ovvero la «ninfolessia», l’inflazione di ninfette presenti in sei libri dello scrittore, che produce delle conseguenze non trascurabili. Dal punto di vista morale, il giudizio sull’«abominazione di Humbert», il patrigno-amante di Lolita, nel romanzo omonimo è inappellabilmente severo, così come la mano di Nabokov è ferma nell’Incantatore o in Cose trasparenti. Tuttavia l’interesse per i traviamenti o le passioni preadolescenziali ritorna più volte, in diverse variazioni: in Ada, o ardore, ad esempio – libro tra i più ambiziosi, ma più incerti di Nabokov – gli amori incontrastati fra la dodicenne Ada e il cugino (e probabile fratellastro) quattordicenne Van Veen si traducono in acrobazie estenuanti.

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Cinquantenario comiano 1968-2018

Una nuova edizione delle poesie e un catalogo della mostra

di Gigi Montonato

Il Cinquantenario della morte di Girolamo Comi (1968-2018) non poteva concludersi meglio, con uno sconfinamento nel 2019 che ha prodotto una nuova edizione della sua opera poetica, Girolamo Comi Antologia: Spirito d’armonia, Canto per Eva, Fra lacrime e preghiere, a cura di Antonio Lucio Giannone e Simone Giorgino (Lecce, Musicaos Editore, 2019), con una mostra e col suo catalogo Girolamo Comi Spirito d’Armonia. Il poeta, l’Accademia Salentina e gli artisti dell’Albero, a cura di Antonio Lucio Giannone, Lorenzo Madaro, Mauro Marino e Brizia Minerva (Galatina, Panico, 2019). Uno sforzo che ha visto uomini e istituzioni in un impegno di eccezionale coinvolgimento, in primis l’Università del Salento, per la produzione scientifica, e la Regione Puglia per il finanziamento, e poi tante altre istituzioni pubbliche e private.

Il duplice approdo editoriale è per sua stessa natura la componente più longeva di questa celebrazione comiana, che è tanto più straordinaria per i suoi contenuti quanto più lo è per la sua scadenza formale. E’ quel che resta e dura nel tempo. Le poesie di Comi, di non facile reperibilità in questi ultimi anni, ora sono a portata di occhi di chi voglia finalmente leggerle e commentarle o solo gustarle, se è ancora ipotizzabile nel tempo che viviamo il piacere della lettura di un testo poetico. Mentre il catalogo della mostra è come avere la mostra in casa e poter offrire a chi verrà dopo una tangibile prova di capacità organizzative, di conoscenze adeguate e di suggerimenti.

Visitabile materialmente dal 15 marzo al 15 giugno, tra Lecce (Biblioteca Bernardini) e Lucugnano (Palazzo Comi), grazie al catalogo la mostra può essere visitata virtualmente, con calma, punto punto, seduti nel proprio studio, e soffermarsi ad “ascoltare” le sue guide, che con parole e immagini danno informazioni su ogni aspetto della vita di Comi e della sua straordinaria vicenda umana e poetica insieme col suo mondo di uomini (studiosi, artisti, contadini), di luoghi, di atmosfere e financo di oggetti: libri, documenti, carte, ambienti, mobili, quadri e suppellettili.

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I grandi professionisti hanno la passione dei dilettanti

di Antonio Errico

Al tempo che, giustamente, privilegia la conoscenza delle cose, la competenza rispetto ad esse, la professionalità, la perizia, la maestria, una sorta di rivalutazione del dilettante in molti campi – fatta totale eccezione per il campo della medicina- probabilmente potrebbe risultare singolare.

Ma i dilettanti sono sempre esistiti, esistono, esisteranno, e qualche volta sono anche affascinanti. Il pittore dilettante esercita un fascino straordinario, per esempio; lo scrittore dilettante forse anche di più. Quello che la domenica mattina si mette di fronte ad una tela conservata nel garage e su quella tela sviluppa un paesaggio anche se dalla improbabile prospettiva. Quello che dal divano guarda il quiz a premi in televisione e nel frattempo imbastisce rime temerarie che poi partecipa entusiasticamente ad amici e familiari.

Poi ciclisti, calciatori, podisti, tennisti, scalatori, archeologi, teatranti, musicisti dilettanti. Affascinanti. Perché credono in quello che fanno, senza alcun ritorno pratico. Perché hanno passione. Perché fanno quel che fanno esclusivamente per “diletto”.

Dilettante, dicono i dizionari, è colui che coltiva un’arte, una scienza, uno sport non per professione, né per lucro, ma per piacere proprio.

Allora, il dilettante è chi fa qualcosa semplicemente perché ci crede, per il piacere di farla.

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Maria Luisa Spaziani e la traversata dell’Oasi

di Augusto Benemeglio

1. Una bara per la Spaziani

Per protesta le hanno consegnato  una bara, nella sua specifica carica di presidente  del  Centro Internazionale Eugenio Montale. Nella bara c’era un messaggio che diceva che  “propina  menzogne, per giustificare e indebitamente mantenere la propria posizione di potere,  un potere che mantiene  grazie al  cadavere eccellente dell’ultimo grande  poeta italiano, suo compagno e  amante,  Eusebio Montale.

Il messaggio continua: “… e intorno a lei  prosperano e ingrassano personaggi brulicanti, parassiti velenosi incapaci di vita propria”, gli stessi  gretti personaggi che ignorano i latori del messaggio,  i giovani poeti, che hanno il solo torto di essere … ancora in vita. Lei e il suo gruppo  “continuano a uccidere, a colpire spietati il cuore indifeso dell’Arte”.

2. I giovani poeti d’Azione

Lei è Maria Luisa Spaziani, loro sono ovviamente i “Giovani Poeti d’Azione”, quasi tutti artisti  senza arte né parte e senza una  soldo bucato in tasca, che accusano  la poetessa di non aver  mai  dimostrato interesse per la loro produzione  poetica o per le numerose manifestazioni culturali da essi  organizzate. Anzi in diverse occasione avrebbe tentato addirittura di influenzare “terzi ben disposti nei nostri confronti ad agire contro di noi…”. E  sostengono che una “persona della sua età”, che è per giunta “immeritatamente”   ritenuta una delle maggiori poetesse d’Italia, non avrebbe dovuto temere nessun confronto con dei giovani poeti e giungere ad una così bassa competizione. L’accusano di essere l’espressione più vieta del potere culturale ufficiale che esprime una desolante povertà spirituale e artistica e la più assoluta grettezza

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Il Boschetto di Betulle

di Evgenij Permjak

Viveva nei pressi delle nostre miniere un vecchio molto saggio. Il vecchio faceva dei discorsi molto interessanti. Sapeva narrare poi in modo meraviglioso. Con slancio. Iniziava a parlare come se si trattasse di una cosa da nulla, ma, quando finiva, c’era da impensierirsi. Prendiamo, per esempio, una storiella, che raccontava ogni tanto, di un Boschetto di Betulle. Più la ascolti e più scopri cose nuove, tra le righe, nelle stesse parole.

Se non ci credi, controlla. Te la racconto un’altra volta.

Si spense la calda Estate ardente. Venne l’Autunno affaccendato e, coi suoi venti, si mise a soffiar via dalle Betulle le loro vesti verdi, a raccogliere da loro i semi e a nasconderli nell’umida terra.

L’Autunno finì di spargere la semente, ricoprì con le foglie gialle i semi della Betulla e cominciò ad invitare l’Inverno. Intanto, tra una faccenda e l’altra, anche l’Ortica e la Lappola avevano provveduto alla prole. Avevano seminato i loro semi sotto una coperta di foglie.

Arrivò l’Inverno, distese la sua piuma bianca sopra la terra fredda, proteggendo tutti i semi dai freddi tremendi: «Dormite!»

Dormirono i semi sino all’arrivo della bella Primavera con le sue dolci giornate tiepide e cominciarono a crescere.

La Lappola, brigante, dalla presa salda dacché mondo è mondo, crebbe alta-alta a vista d’occhio. Si aggrappò fortemente all’umido terreno. Mise le radici profondamente. Per quanto riguarda l’Ortica, non c’è neanche da parlarne. Se si lascia a questa arraffona un po’ di libertà, crescerà perfino sulla copertura della casa, da sfacciata.

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