Lo tsunami e la ginestra di Leopardi

The Deluge di Francis Danby (1793-1861).

di Antonio Prete

Corpi lucenti su cartoline da eden e corpi sfigurati e straziati, sabbie con palmizi da pubblicità dell’altrove e cumuli di macerie tra fanghiglia e detriti. Le seconde immagini divorano le prime. Il disastro cancella ogni esotismo, annulla il prima della tragedia, ne mostra l’effimera consistenza. Il maremoto va al di là della sua area di impatto, scivola tremendo nelle regioni dell’Europa, nei suoi miti d’evasione, nel suo altrove formato pacchetto turistico. Ma il disastro si abbatte con maggiore ferocia sulla povertà e sulla miseria delle popolazioni locali, su paesi privi di ogni difesa, di ogni allarme, lontani anche da quel poco che la scienza ha potuto costruire quanto a sistemi di previsione. Appare, in una concentrazione spazio-temporale, e in maniera fortemente intensiva, quella distruzione dei viventi che la storia degli uomini persegue da sempre con le guerre e in modo assiduo, instancabile, violentissimo. Se il disastro provocato dalla natura, dalla sua attività ed energia, è per così dire dispiegato alla vista e ai pensieri degli uomini, tutto esposto nella sua violenta e rapidissima crudeltà, il disastro delle guerre è reso opaco e in certo senso anestetizzato dalle pretese giustificazioni, dalle strategie, dalle esibite ragioni politiche, dal fatto che è diffuso in uno spazio geografico estesissimo, dall’abitudine alla notizia, dallo stesso nascondimento delle immagini: può anche accadere l’assurdo, com’è spesso accaduto, che cioè la guerra-distruzione sistematica degli esseri viventi e della stessa natura- possa essere ritenuta necessaria. Continua a leggere

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Fili spariti

di Evgenij Permjak

C’era una volta una vecchia litigiosa. Che era, inoltre, una sciattona. Una volta le capitò di dover cucire. E trovò, come tutte le sciattone, i suoi fili imbrogliati in un groviglio pazzesco. Si mise a sbrogliarli. Sbrogliava, sbrogliava la vecchia svogliata, negligente, frettolosa, ma perse presto la pazienza ed urlò: «Ma andatevene tutti in malora! Sparite per sempre, fili cattivi! Che non vi vedano mai più i miei occhi, né voi né tutta la vostra brutta razza!»

I fili non se lo fecero ripetere un’altra volta e sparirono insieme a tutta la loro razza di fili: camicette, bluse, pullover, gonne, abiti e tutta la biancheria. Niente di niente di ciò che era fatto coi fili rimase dentro la casa della vecchia litigiosa.

Rimase nuda la vecchia seduta in mezzo alla stanza e le sue urla riecheggiavano per tutta la casa:

«Mamma mia, mamma mia, ma dove son finiti tutti i miei vestiti?»

La vecchia si precipitò a prendere il suo cappotto di montone rovesciato per coprirsi in qualche modo, ma vide che pure del cappotto erano rimaste soltanto le pelli separate di montone, in quanto anch’esse erano state cucite tra loro con dei fili. Continua a leggere

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L’ambientalismo è razionalità

di Ferdinando Boero

Le giravolte sul gasdotto transadriatico (TAP) continuano, con repentini cambi di posizione, sempre più a favore dell’opera. Sconfitta dell’ambientalismo? O trionfo della razionalità? Una dicotomia che mi piace poco. L’ambientalismo è razionalità. Abbiamo distrutto l’ambiente in nome del “progresso” e chi ha chiesto di considerare anche i costi ambientali di ogni tipo di “crescita” è stato accusato di oscurantismo. Sin dai tempi della Scuola di Roma e del famosissimo (ma troppo poco ascoltato e letto) libro sui Limiti dello Sviluppo, gli ambientalisti sono stati chiamati Cassandre da chi predicava la crescita infinita tralasciando il piccolo dettaglio che il nostro pianeta è “finito”. In nome di una crescita “oggi” abbiamo bruciato le risorse di “domani”, quelle dei nostri figli e nipoti. Domani è oggi: i nostri figli non trovano lavoro. E non generano i nostri nipoti. Dobbiamo rivedere le priorità.

Che c’entra questo con il gas? C’entra. Il metano ti dà una mano… diceva uno slogan quando fu lanciata la metanizzazione dei sistemi di riscaldamento e di cottura. Noi ci riscaldiamo e cuociamo i nostri cibi con il gas. I francesi no, loro lo fanno con il nucleare, attraverso l’elettricità. Non hanno una centrale in casa, ma i loro fornelli elettrici sono alimentati da centrali nucleari.

Chi è stato più lungimirante? Ora le centrali nucleari francesi sono arrivate alla fine del loro ciclo di vita e non è ben chiaro quali saranno i costi e i modi della loro dismissione. Un dettaglio a cui non avevano pensato quarant’anni fa, quando decisero di costruire tutte quelle centrali.  Continua a leggere

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L’assenza del padre nell’indifferenza dei nostri tempi

di Antonio Errico

Alcuni giorni fa, in un articolo sul “Messaggero”, Luca Ricolfi analizzava puntualmente le ragioni che hanno determinato quella che si può definire una società senza padre.

Vecchie e nuove ragioni. Tutte giuste, probabilmente. Alle quali si potrebbero aggiungere quelle che non si riescono a individuare, a riconoscere precisamente. Ragioni collettive, individuali, profonde, superficiali, storiche, recenti.

Per i motivi che in tanti espongono circostanziatamente, per altri che qualcuno riferisce ancora vagamente, essendo la materia di una complessità psicologica, sociologica, culturale estrema, la scomparsa del padre è ormai definitiva e senza rimedio, e con il padre è scomparso un universo di riferimento, si è interrotto il rapporto con il senso delle storie di cui il padre era il narratore, si è ridotta o forse addirittura azzerata la motivazione del racconto, si è messa a rischio perfino la sopravvivenza della narrazione e della letteratura, se si vuole seguire la direzione accennata da Roland Barthes, quasi quarantacinque anni fa, ormai, nel “Piacere del testo”.

Diceva Barthes: “La morte del Padre toglierà alla letteratura molti suoi piaceri. Se non c’è un Padre, a che raccontare delle storie? Ogni racconto non si riconduce forse all’Edipo? Raccontare non è sempre cercare la propria origine, dire i propri fastidi con la Legge, entrare nella dialettica dell’intenerimento e dell’odio? Oggi si chiude con l’Edipo come col racconto: non si ama più, non si teme più, non si racconta più”. Continua a leggere

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Passeggiate nei Balcani 4. Quattro notti a Belgrado

La confluenza della Sava col Danubio a Belgrado

di Gianluca Virgilio

Ogni cosa esprima questa nostra vita – pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri – tende verso l’altra sponda, come verso una meta che sola dia alla vita stessa un senso. Ogni cosa ci porta ad andare oltre, a superare il disordine, la morte o l’assurdo. Poiché ogni cosa è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell’infinito e al cui confronto i ponti della terra sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli. E la nostra speranza è tutta su quell’altra sponda.

Ivo Andrić, I ponti, in Romanzi e racconti, Mondadori, Milano 2001, p. 1184.

Ogni ponte rappresenta un rozzo tentativo dell’uomo, un abbozzo, ancora grossolano perché ancora legato al suolo, dello sforzo di realizzare il suo sogno di vincere la forza di gravità e di volare, per dominare il mondo e per trovare un posto migliore sulla Terra che calpesta e nel cosmo che lo circonda.

Ivo Andrić, Segni lungo il cammino, in op. cit., pp. 1145-46.

Siamo arrivati a Belgrado alle 17:30, dopo aver percorso circa 400 km.  Abbiamo attraversato la campagna serba che, a differenza di quella albanese, macedone e bulgara, ci è apparsa ben coltivata. Grandi estensioni di mais e di girasole, ma c’è anche la piccola proprietà contadina, con le fattorie dai tetti molto spioventi – chissà quanta neve cadrà durante l’inverno! – dove si alleva il bestiame e si coltivano barbabietole, ortaggi di vario tipo e alberi da frutta.

Ad accoglierci si presenta una donna grassa e svampita, un po’ impacciata nel parlare in inglese: stenta a capire che abbiamo bisogno di un garage, come richiesto all’atto della prenotazione. Alla fine, riesce ad esaudire la nostra richiesta, guidandoci fino a un parcheggio poco distante dall’appartamento dove rimarremo nelle prossime quattro notti. Ecco il nostro indirizzo: Kraija Petra 36 Stari Grad. Possiamo considerarci fortunati per aver trovato un appartamento in una via centrale della città. Ma ci accorgiamo subito che soffriremo non poco dell’inquinamento acustico causato dalla presenza di un locale notturno proprio sotto le nostre finestre. Continua a leggere

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Italieni 7

di Paolo Vincenti

 

Enrico Nascimbeni: “Ho scelto di sbagliare”

La foto di copertina è bella e vale almeno quanto il libro. Ritrae l’autore, un giovane Enrico Nascimbeni, seduto su uno sgabello, che osserva il padre lavorare con sguardo adorante. E dall’altra parte della scrivania lui, “una montagna troppo alta da scalare” per dirla con Venditti,  Giulio Nascimbeni, intento a ritoccare la punteggiatura di qualche articolo, folta chioma bianca, occhiali da vista  e bretelle.  Colpiscono l’assenza del computer e la biro convintamente impugnata dal giornalista, il giallo un po’ sbiadito della foto e l’ambiente domestico, in particolare il pesante tendaggio e il pavimento anni Settanta. Enrico all’epoca della foto era un promettente cantautore, il padre invece una firma di punta del Corriere della Sera, nonché fine letterato e biografo di Eugenio Montale (al quale Enrico Nascimbeni ha dedicato “Eugenio”, uno dei suoi pezzi più ispirati). Un rapporto di lunga frequentazione legava il Premio Nobel per la letteratura alla famiglia di Enrico, la cui casa era frequentata anche da altri grossi calibri del panorama culturale italiano, come Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini. Il rapporto viscerale con il padre è spesso al centro della produzione artistica di Nascimbeni, confermato da tante canzoni, fra le quali “Mio padre adesso è un aquilone”, che sembra sia ispirata dalla poesia di Luciano Luisi: “ Ora sei calmo, finalmente, hai pace./ So che sei morto, non ho più paura/ che tu debba morire, non ho più / paura del tuo cupo, lungo rantolo / che dilatava i muri della stanza, / del tuo respiro che chiedeva aiuto / al fiato del mio petto / del grido dei tuoi occhi a supplicarmi /”. Il rapporto con il padre ritorna anche in questo libro che ho fra le mani, sorta di scombiccherato diario personale, dal titolo coraggioso: “Ho scelto di sbagliare” (Il Leggio editrice 2017). Imprescindibile è a figura di Giulio Nascimbeni, “padre e profeta” come dice Giusi Verbaro, figura reale, presenza tangibile nei giorni, ma anche inevitabilmente idealizzata; e ora che Enrico è diventato suo coetaneo, “ho gli anni di mio padre, ho le sue mani / quasi: le dita specialmente, le unghie / curve e un po’ spesse”, sembra voler dire, con Raboni.  Molti sono i ricordi famigliari che legano l’autore alla sua infanzia, all’adolescenza trascorsa in un piccolo paese di campagna, ai genitori, ai nonni, anche alle sue donne. Tutto il libro è colmo di quelle “insepolte preistorie d’infanzia”, per citare sempre la Verbaro, e “assenze immedicate” che “tornano al giro frettoloso di brevi adolescenze” e sembra che lo facciano per “oggettivare il come il quando ed il perché” di una esistenza ripiegata sulle memorie lariche di un passato che ancora appartiene e pertiene. Continua a leggere

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Ricordo di Ennio Bonea

di Augusto Benemeglio

Ennio Bonea se ne è andato a cercare “altri cieli”, si è voltato su un fianco, quietamente, al dolce rotolare d’una lama di maretta, e ha detto “amen”. Si è spento all’alba del 12 dicembre 2006 , in un clima natalizio vieto, tutto vetrine torroni e panettoni, in una Lecce “globalizzata”, capricciosa, fatua e indifferente, nulla a che vedere con la sua Lecce, che aveva conosciuto e amato come sua patria d’elezione, in cui si era immerso come un palombaro, negli odori di altri inverni fuggitivi, con le arance, i fichi secchi, il timo e il rosmarino, e le piramidi di noci, le geometrie colorate dei giardini di limoni e mandarini,  in quel fresco umidore delle corti, in quel senso di cielo e di libertà che sono proprie della sua gente, la gente della Magna Grecia, pur negli spazi dolorosi della miseria e del disincanto. Al “vecchio”  professore universitario, e grande umanista, era stato  appena conferito il premio “Il Sallentino”  “per la sua coerente, lunga e prestigiosa carriera di critico letterario, caratterizzata dal forte radicamento identitario della cultura salentina”, e mai motivazione fu più azzeccata. Nel Salento, nella sua storia e nei suoi misteri, Bonea vi si era come arrotolato, avvoltolato, avviluppato, oserei dire intrappolato, aveva scoperto il segreto interno della rosa del Sud, Lecce, città di miele, città gentile dal meraviglioso labbro chiuso, metà romana e metà arabo-bizantina, che sa parlare solo a chi sa ascoltare, nelle sue chiese, nei vicoli, negli archi e nei fornici, nelle mura antiche, aveva spaziato nella luce, tra i dadi di calci viva e le spiagge d’oro, dietro i muretti bruciati da un’estate senza scampo, tra gli uliveti scialbati dalle brode del libeccio, rasciugati dalla solitudine, aveva lì sognato un avvenire pieno di speranze, col suo cuore grande e generoso, sempre severo, coerente, irto, spinoso anche, e pur dolce come il fico d’india. Continua a leggere

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Pasolini nel Salento

di Giuseppe Virgilio

Ricordo di Pasolini

“Da quale parte si va in piazza Elios?”. Ed il ragazzo del chiosco di benzina situato sul lato sinistro della strada all’estrema periferia di Calimera per chi viene da Lecce, appare dapprima ignaro, ma aggiunge subito dopo che  più avanti vi è con quel nome soltanto un negozio di abbiagliamento. “E per andare in piazza Sole?” E qui subito una risposta mimetica, precisa.

Quel ragazzo ha un profilo bellissimo, di quelli che caratterizzano la razza greca. “Fronte diritta e naso regolare”; Pasolini mi dice proprio così, ed aggiunge che evidentemente per l’ultima generazione della Grecìa “elios non ha più diritto di cittadinanza nell’area del sole”.

Pasolini crede di essere giunto in una minoranza etnico-linguistica che  non ha ancora troncato ogni legame con la storia e le tradizioni e la sua terra. Quando però si entra a Calimera, in piazza Sole, dove a destra svettano palazzi moderni a scatolone ed a sinistra caseggiati antichi con qualche balcone istoriato, Pasolini non ha più dubbi, e con immagine fresca e viva, caratteristica della sua conversazione, dice che gli sembra di essere tornato nello Jemen. Poi, nello scantinato in disuso di una fabbrica di tabacco, un coro di giovani canta antichi inni greci ed un vecchio fa il pianto al morto. Ed io insisto perché egli mi dica le sue impressioni. Ed anche qui una sola battuta perentoria: “Purché tutto non finisca in Arcadia!”; vale a dire che il salvataggio di una minoranza etnico-linguistica deve essere mezzo di rigenerazione spirituale, e non moda introdotta ad uso del potere. Continua a leggere

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Promenades avec papa 6. Anecdotes familiales et autres propos

di Gianluca Virgilio

Une brève anecdote que mon père m’a souvent racontée quand nous longions le Canal de l’Asso, a pour protagoniste un frère de mon grand-père paternel Pietro ; il se prénommait Antonio et mourut jeune, avant la Grande Guerre, en tombant d’un arbre. D’ailleurs, d’après mon père, les deux causes récurrentes de mortalité dans le monde paysan sont la chute d’un arbre et le coup de sabot d’un cheval. Il ne reste rien de la tombe d’Antonio, car dans les années qui ont immédiatement suivi sa mort, on inaugura un nouveau cimetière où seules les dépouilles des riches furent transférées. Si l’on manquait d’argent pour le transfert de ses propres morts, on devait les laisser dans l’ancien cimetière, là où, des années soixante à  une période récente, s’est trouvé un chenil communal délabré, jusqu’à ce que les mauvais traitements infligés aux animaux soulèvent les protestations de leurs défenseurs et qu’on en construise un nouveau. Pour revenir à l’anecdote, le jeune Antonio avait coutume de dire qu’il ne se marierait jamais avant de disposer de je ne sais combien d’ares de terre. Il ne s’est jamais marié, non pas, semble-t-il, que son ambition fût excessive, mais parce qu’il mourut avant de l’avoir réalisée par son propre travail. Mon père ne garde en mémoire aucun autre souvenir de lui.

Les récits sont de nature très diverse et nul ne saurait donner d’explication suffisante à la perpétuation du souvenir de ce fait – le mariage manqué d’Antonio – alors que d’autres faits ne laissent absolument aucune trace. Dans le cas d’Antonio, le récit ressemble presque au résumé de sa vie et de sa mort prématurée. Continua a leggere

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Zibaldoni e altre meraviglie. Una rivista per l’avvenire: Emanuele Coccia, Custodi di un irriconoscibile

 

 

a cura di Enrico De Vivo

Ogni lettura, ogni atto linguistico è in fondo una forma di inatteso e subitaneo esilio. (O forse tutto ciò che vive è in esilio: in esilio da sé innanzitutto e dal proprio luogo. Vivere significa sempre essere fuori luogo). Si è improvvisamente gettati in un mondo ed in un’esistenza diversa da quella che ritenevamo essere la nostra. Comprendere in questi casi serve a poco; così come del tutto inutile è riuscire a capire di quale luogo si tratti.

di Emanuele Coccia

Dopo aver letto il suo libro, “La trasparenza delle immagini” (di cui ho scritto qui), avevo chiesto a Emanuele Coccia di rispondere ad alcune domande intorno alle questioni da lui trattate. Coccia ha replicato alla mia richiesta con una lettera che è una riflessione sulla scrittura e, allo stesso tempo, un’appendice perfetta al suo libro. La pubblico qui di seguito con il suo consenso, insieme alle domande che gli avevo inviato. Il titolo è redazionale. (E. D. V.) Continua a leggere

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