L’imago materna sepolta viva nelle opere di Edgar Allan Poe

di Adele Errico

Logorate dalla malattia e pallide come cadaveri, le donne protagoniste delle opere di Edgar Allan Poe sono esseri morenti e mortiferi che scatenano nel personaggio maschile allucinazioni violente e contaminano il quotidiano di inquietanti fantasie oniriche. Tali figure evocano un’immagine rimasta impressa negli occhi di un bambino: una giovane madre che muore in presenza del figlio di tre anni. Elizabeth Arnold, madre di Edgar Allan Poe, acclamata attrice dei teatri di Boston, a ventiquattro anni moriva di tubercolosi.

Secondo Marie Bonaparte – autrice di un monumentale studio su Poe intitolato Edgar Allan Poe: studio psicoanalitico – questo trauma infantile è la causa di un inconscio attaccamento alla figura materna che rende necessaria, per lo scrittore, la ricerca di donne che le somiglino nella prematura malattia. Questa ricerca ha luogo tanto nella vita reale quanto nella finzione poetica.

Berenice, Ligeia, Eleonora, Morella, Annabel Lee sono finzioni letterarie nelle quali sopravvive il ricordo della madre defunta, simulacri che preservano la sua immagine, pretesti per disegnare, ancora una volta, i tratti di quel volto ormai perduto. Il protagonista maschile dei racconti e delle poesie, narratore in prima persona, osserva atterrito il decadimento fisico di queste donne di straordinaria bellezza; la malattia rende la donna amata dal protagonista irriconoscibile e, quando la morte sopraggiunge, l’ombra di lei comincia ad ossessionarlo in sogno, nel vortice di angoscianti vertigini, non più come oggetto d’amore ma come fantasma che lo perseguita fino alla morte. Amore e morte si confondono in un contesto di atmosfere cupe e rarefatte dalle quali emerge l’ombra della madre che il figlio non è in grado di lasciare andare. Continua a leggere

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Quello stupore che unisce la poesia alla scienza

di Antonio Errico

Disse una volta Albert Einstein che la più bella e profonda emozione che possiamo provare è il senso del mistero; sta qui il seme di ogni arte, di ogni vera scienza.
Non faceva distinzione fra l’arte e la scienza, Einstein, dunque. A queste due dimensioni dell’essere e del sapere attribuiva la funzione di rappresentare e di indagare il senso del mistero. Ma riteneva che tanto l’arte quanto la scienza trovano il loro principio in una emozione: in un sentire a volte, quasi sempre forse, indecifrabile, in uno stupore nei confronti di un fenomeno, di un elemento, in uno sbalordimento, un soprassalto del sentimento, in una vertigine che scompagina e confonde la visione delle cose, la logica apparente, i metodi di interpretazione. L’emozione è la conseguenza di un confronto non cercato con la bellezza del mondo, con l’ombra del tragico che lo attraversa, con la presenza o con l’assenza di manifestazioni che lo rivelino, con la prossimità e la lontananza, con l’ordinario e lo straordinario, con la percezione delle cose con cui ha avuto inizio, con l’immaginazione e l’ipotesi di quelle che potrebbero determinarne la fine.

L’arte e la scienza cominciano da lì, da quella emozione, e non si può dire, non si può sapere se non finiscano anche con un’altra emozione, con un altro soprassalto, un altro sbalordimento, un’altra vertigine, un altro stupore per la scoperta di qualcosa che c’era e che non si conosceva, per l’invenzione di qualcosa che non c’era e che è stata generato. Arte e scienza confessano, più o meno esplicitamente, l’infinitamente piccolo dell’umano davanti all’infinitamente grande del sovrumano.

L’una e l’altra si spauriscono pensando l’infinito. Poi, lo scienziato cerca di ricondurre lo spaurimento in una struttura logica che gli consenta di formulare delle risposte, il poeta si ferma all’interrogativo perché considera che la risposta all’interrogativo sull’origine e sulla funzione dei fenomeni sia costituita dai fenomeni stessi. Continua a leggere

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Sera ottobrina a Santa Maria al Bagno

Sera ottobrina a Santa Maria al Bagno (Lecce). Sul tramonto, in lontananza, le pendici del Pollino (Foto di Lisa Mirocleto).

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Industria 4.0 e la polarizzazione regionale dei sistemi formativi

di Guglielmo Forges Davanzati

I processi di automazione e digitalizzazione dei processi produttivi sono alla base di quella che alcuni analisti definiscono – forse enfaticamente – quarta rivoluzione industriale. L’Italia arriva tardi (il c.d. Piano Calenda è del 2017, a fronte di una misura analoga attuata in Germania fin dal 2011) e ci arriva con una struttura produttiva fragile e resa ancora più tale dalla crisi e dalle errate risposte di politica economica (con perdita del 12% del Pil nell’ultimo decennio e del 25% della produzione industriale). Ci arriva anche non avendo attenuato il dualismo regionale che strutturalmente la caratterizza e che vede (poche) imprese di grandi dimensioni collocate lungo l’arco alpino in grado di innovare e di intercettare i cambiamenti tecnologici in atto a fronte di una pletora di imprese di piccole-medie dimensioni prevalentemente collocate al Sud, poco innovative e non pronte a utilizzare gli sgravi fiscali previsti dal Piano Calenda per l’ammodernamento degli impianti. Ci arriva anche senza una idea chiara su come incentivare le innovazioni, se si considera che – pure a fronte delle criticità del Piano Calenda – l’attuale Governo sembra muoversi in una direzione diversa, depotenziando gli strumenti previsti dal Governo precedente.

Queste criticità si riversano anche sul nuovo ruolo che la formazione è tenuta a svolgere. Ha ancora senso, almeno per le grandi imprese 4.0 che domandano lavoro 4.0, un’Università irrigidita da vincoli burocratici dei quali ai più sfugge il senso e articolata in settori disciplinari? Ha ancora senso l’ANVUR, l’agenzia nazionale di valutazione della ricerca, che, attraverso una valutazione che premia il conformismo (valutando la sede delle pubblicazioni, non il loro contenuto), accentua lo specialismo? Ha ancora, cioè, senso tutta l’eredità delle ultime continue riforme del sistema universitario italiano per la grande impresa che prova a intercettare i cambiamenti di Industria 4.0? Continua a leggere

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Intitolazione dell’Auditorium del Liceo Statale “Girolamo Comi” a Donato Valli, 14 dicembre 2018

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Un’ammenda per un’ammenda

di  Evgenij Permjak

Un altro caso accadde con un sottufficiale di polizia. Diavolossaev riusciva a trovare il modo per contrastare ogni sopruso. Era molto abile a difendere un poveraccio dalla polizia.

Ascoltate…

Un larice dalle nostri parti viene considerato una pianta-regina. Ne crescono certi giganteschi che con uno solo è possibile costruirsi la metà di un’isba. L’unica cosa è che la scure dev’essere affilata spesso. Perché un larice è duro-duro, come una pietra. Però, per centocinquanta anni almeno, non viene intaccato né dall’umidità, né dalla muffa. Per la fila inferiore delle rotonde travi portanti, incastrate agli angoli dell’isba, un larice è la pianta perfetta! Non è necessaria una particolare accortezza: è sufficiente mettere queste travi direttamente sul terreno e la costruzione durerà a lungo, senza creare problemi agli abitanti della casa per molte  generazioni.

Pensò bene, quindi, un povero cristo – un operaio delle miniere d’oro – di sistemare sotto la sua vecchia isba una nuova fila inferiore di travi di larice. La faccenda accadde nei nostri vasti boschi di Tagil. Dunque, quest’uomo riuscì ad abbattere un larice, lo divise in ceppi da travi e caricò il tutto su un carro per portarlo via, ma ecco comparire una guardia forestale.

Arrivò e si mise a dire all’uomo che quel bosco apparteneva all’erario della corona e che senza il pagamento dell’ammenda, non lo avrebbe lasciato libero. L’ammenda era di una tale entità che, se anche il poveraccio avesse venduto ogni suo bene, non sarebbe bastato per coprire la metà della somma richiesta. In quegli anni le guardie forestali erano assai abili e svelte a multare esosamente. Una mano lavava l’altra, insieme alla polizia. Cinquanta copechi consegnavano all’erario e altri cento rubli se li mettevano in tasca. E così ingrassavano. Continua a leggere

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Quarta edizione della Biennale di Arte contemporanea SYNCRONICART

QUARTA EDIZIONE DELLA BIENNALE DI ARTE CONTEMPORANEA “SYNCRONICART”, A CURA DI RAFFAELE GEMMA, CHE CON LA ROTAZIONE DI SEDE TENDE A DIVENIRE BIENNALE DEL SALENTO. 16 GLI ARTISTI PARTECIPANTI CON 8 NUOVE PRESENZE: Lucio De Salvatore, Andrea De Simeis, Stefano Garrisi, Antonio Giaccari, Giovanni Gravante, Antonio Luceri, Andrea Merico, Maria Luce Musca, Ginella Orlando, Eva Orszagh, Luca Palma, Antonio Pede, Lorenzo Polimeno, Ezio Sanapo, Antonio Sciacca, Teresa Vella Ritorna Syncronicart (vernissage domenica 16 dicembre 2018 alle ore 19,30), la rassegna biennale di arte contemporanea giunta alla quarta edizione. Quest’anno si terrà nella splendida cornice del Palazzo Baronale Pignatelli-Gallone di Nociglia (LE), Continua a leggere

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Della poesia e della cosa numerica

Strutture della poesia e strutture della matematica: congruenze e dissonanze

di Paolo Maria Mariano

Pare che d’un tratto, da qualche parte nel cammino della vita, molte persone, moltissime in verità, se siano tutte non so, abbiano almeno un istante in cui si credono poeti, si sentono poeti, e taluni cercano talvolta perfino di esserlo ponendo versi sulla carta. Quest’affermazione, che con il ‘pare’ che la principia attribuisco ad altri, pur non specificando chi, ma sottintendendo che essa riferisca di un comune sentire, implica la necessità che si sappia cosa sia ‘poesia’. La questione non è oziosa, come potrebbe apparire. Certo, potrei evitare d’argomentare invitando ad aprire e leggere una pagina qualsiasi di Omero, dei lirici greci o di Dante, citando un qualche passo di Shakespeare, o andando tra Petrarca, Leopardi, Goethe, Foscolo, Rilke, Ungaretti, fino a Borges, a Dylan Thomas, a Miłosz solo per fare qualche nome (una lista men che istintiva, zeppa di omissioni), e così via, includendo forse anche qualche vivente, con estrema circospezione, non avendo il supporto del lavacro del tempo. Potrei, come talvolta avviene per taluni, costruire un saggio interconnettendo miriadi di citazioni d’altri, lasciando il mio contributo alla sola scelta di esse, scelta che sarebbe latrice di una qualche mia idea che avrei la pudicizia o la presunzione (talvolta l’una il travestimento dell’altra) di non esprimere esplicitamente e che vorrei rafforzare per la vicinanza ad altre voci. Potrei, ripeto, ma, in questo caso, gli esempi, per quanto numerosi, per quanto alcuni immensi, non riuscirebbero a costruire una definizione oggettiva di poesia. Servirebbero soltanto a creare un ambiente, un substrato atto solo ad aiutare la sensibilità del mio interlocutore a dare un giudizio: se un dato scritto sia dotato di valore poetico o no. Continua a leggere

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Itali-e-ni 5. La sindrome di Totti

di Paolo Vincenti

“Quando ho voglia di giocare

Sono schiavo dell’artista che c’è in me

Datemi il pallone, non parlate

Poi correte ad abbracciarmi

Io sono l’ultimo egoista

Perché sono un fantasista

Faccio quello

Che vorreste fare voi…”

( “Il fantasista” – Enrico Ruggeri )

“Meno tasse per tutti, più tasse per Totti. Più tasse per tutti, meno tasse per Totti”. Così ironizzava qualche anno fa la comica (?) Sabina Guzzanti sulle politiche economiche del Governo Berlusconi. Nella sua battuta, l’attrice ventilava l’ipotesi di introduzione di una sorta di tassa patrimoniale ( proposta politica che è stata per anni cavallo di battaglia prima di Rifondazione Comunista e poi di SEL) che facesse pagare meno ai poveri e di più ai ricchi. Questo mi riporta al fuoriclasse Francesco Totti (che nella satira della Guzzanti veniva preso a simbolo dei calciatori superpagati) che in questi giorni è all’attenzione mediatica poiché non vuole lasciare la sua squadra, la Roma,  e a 39 anni suonati, non pensa ancora di ritirarsi dall’agonismo. Più che per i compensi milionari, però, il caso Totti è emblematico di una forma mentis, di una certa discrasia che invade tutto il Paese da nord a sud. Lo scollamento, cioè, fra volere e potere, fra desiderio e realtà, la pervicacia, tutta italiana, che poi diventa ostinata cocciutaggine e infine irrimediabile impudenza, di restare attaccati allo status quo. Continua a leggere

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Viaggi scolastici

di Gianluca Virgilio

Otto viaggi all’anno

di andata e ritorno

tra Nord e Sud

sono in dieci anni

ottanta viaggi

di dodici ore ciascuno:

quaranta giorni a cento all’ora

in autostrada lungo la penisola.

E tutti dicono che dovrei

muovermi un po’

per qualche chilo in più!

(1999)

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