Manco p’a capa 21. La sindrome NIMBY (Not In My Back Yard)

di Ferdinando Boero

Brian di Nazareth è uno dei miei film preferiti. Molte scene rappresentano le assurdità del nostro vivere, come la lotta contro la realtà che fa dire a Sten di essere oppresso perché non è una donna e non può avere figli. Dove lo vuoi far crescere tuo figlio? gli dicono. In un barattolo? È inutile ingaggiare lotte contro la realtà, meglio scendere a patti, perché tanto vince sempre lei.

L’Italia ha detto due volte no al nucleare, di fronte a dure realtà che hanno provato la scelleratezza di questa scelta. Ma qualche centrale l’avevamo già costruita, e ha prodotto scorie. Inoltre in medicina e in altri campi di ricerca si fa ampio uso di materiale radioattivo. Le scorie nucleari ci sono: è una realtà che non ci piace, ma c’è, e negarla è inutile. Le scorie nucleari sono state accumulate in siti non idonei, in contenitori non sicuri nel lungo termine. Le decisioni su destinazioni sicure e definitive sono state rimandate, aspettando che qualcun altro si bruciasse con il cerino. I siti di stoccaggio non devono essere soggetti a terremoti, e devono avere molte altre caratteristiche che garantiscano una relativa sicurezza, tra cui l’assenza di grandi concentrazioni di popolazione. Non spetta a me fare l’elenco dei requisiti che minimizzino il rischio di contaminazioni per incidenti. Inclusi gli atti terroristici. Poi bisogna progettare le modalità di stoccaggio, in modo da massimizzare la sicurezza. Poniamo che tutto questo si facesse, e che i siti fossero resi pubblici, pensate che chi vive nelle vicinanze sarebbe contento? Io non lo sarei, non mi sentirei sicuro. E direi: perché proprio qui? Fateli da qualche altra parte! Si chiama la sindrome NIMBY (Not In My Back Yard) non nel cortile dietro casa mia. Può anche succedere che siti “idonei” siano parchi naturali, tipo le Murge, in Puglia. Mi pare di ricordare che Raffaele Fitto, al tempo del secondo referendum nucleare, durante una tribuna referendaria, disse che diverse regioni erano pronte a accogliere le centrali. Lui era ministro per i rapporti con le regioni. Alla domanda: ci può dire quali? Lui, serafico, rispose: ora non me lo ricordo. C’è qualche regione, provincia, comune che dica: OK, ci sto, venite a mettere qui le scorie? Non mi pare. Se ci fosse, avremmo risolto il problema.

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Paolo Vincenti, Al mercato dell’usato (Catalepton)

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L’Istituto per la regolazione degli orologi e il Museo di Orhan Pamuk

di Francesco D’Andria

Una grande pendola, tenuta in evidenza nella casa di Istanbul, aveva accompagnato con i suoi rintocchi tutta l’infanzia e l’adolescenza di Hayri İrdal, e ne aveva condizionato la sua passione per gli orologi. Il romanzo di Ahmet Hamdi Tanpınar “L’Istituto per la regolazione degli orologi” (Saatleri Ayarlama Enstitüsü), racconta le vicende del protagonista, impegnato, per tutta la sua vita, nell’impresa, impossibile, di rinchiudere il Tempo negli ingranaggi di questi oggetti. Suo padre aveva recuperato quella pendola da una vecchia moschea in rovina e l’aveva collocata “contro la parete del pianerottolo dell’ultimo piano”: una maledizione per il genitore, che riteneva l’oggetto responsabile di tutto quello che di peggio gli capitava. Per la madre, al contrario, la pendola “era un santo, o aveva delle qualità spirituali”, tanto che la chiamava Aziz, così si indica il Santo nella lingua dell’Anatolia.  Nella vita dei turchi e, in generale nel mondo islamico, la misura del tempo costituisce un’esigenza basilare: bisogna calcolare l’ora esatta per le cinque preghiere quotidiane e poi, durante il Ramadan, sapere con precisione l’ora in cui tramonta il sole, il momento esatto dell’Iftar, quando tutti si precipitano nelle loro case ad interrompere il digiuno, mangiando un dattero, simbolico segnale per l’inizio del pranzo serale.

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Giardino di pietra

di Antonio Prete

Non stridono ali nere intorno

ma dall’azzurro dilagando

sgorga fiume d’azzurro.

.

C’è un nome sulla pietra, c’è una stella.

Menhir di salmodiante memoria.

.

Nella voce del vento senti il fremito

delle cose che non hanno compimento.

O è l’annuncio della lingua pura?

.

Sulla pietra fiorita trema l’ombra

della scheggiata vita.

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Zibaldone salentino (extrait 3)

di Gianluca Virgilio

Croyance. Dieu considéré comme imagination collective, faite de récits élaborés par des centaines de générations pendant des milliers d’années. Le « je » montre que nous avons l’humilité de saisir notre propre petitesse et notre mortalité ; à l’opposé, nous avons l’orgueil d’imaginer un être immensément grand, causa sui, capable de compenser l’insuffisance du « je ». L’homme est une figure tragique et sa tragédie est d’être à durée déterminée, soumis à échéance. Il sait que son destin est de devoir mourir un jour, mais il ignore lequel. Cette limite libère l’imagination collective, qui dans la mesure où elle est collective, donne à beaucoup l’illusion de la vérité. Les hommes ont peur, ils imaginent et croient tous ensemble, ou presque. Si des foules infinies pendant d’innombrables générations ont cru et croient que Dieu existe, qu’il nous attend dans un au-delà qui finalement nous soustraira au destin tragique de la mort, qui suis-je moi pour dire que cela ne correspond pas à la vérité ?

La mesure personnelle. Faire la clarté au dedans de soi, éclairer son propre jugement, cela signifie comprendre quelle est sa propre mesure et s’y conformer, en suivant le cours de la vie, sans coercition ni dérogation. La recherche de sa propre mesure, c’est la recherche, sinon de ses propres raisons de vivre, au moins des conditions qui peuvent procurer un certain bien-être (le bien vivre). Et comme nous partageons toujours la vie avec les autres, chercher sa mesure, c’est aussi clarifier notre type de rapport à autrui, notre comportement social. On découvre alors que notre mal-être, s’il a existé, a coïncidé avec certaines tentatives de la volonté de nous forcer nous-mêmes ou de forcer les autres, alors que rien n’aurait été plus facile que d’accompagner le cours normal des choses.

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Manco p’a capa 20. Nessuna transizione ecologica senza ecologia

di Ferdinando Boero

Ho appena finito di ascoltare il discorso di Giuseppe Conte al Parlamento. Ritengo che il Presidente del Consiglio sia la persona più indicata a gestire il Piano Nazionale di Rinascita e Resilienza, per l’utilizzo di enormi risorse che arriveranno per merito del suo governo e delle sue personali visite a Bruxelles.

Ho letto l’ultima versione del PNRR e ho letto le linee guida che la Commissione ha emanato per la sua redazione. I caposaldi identificati dalla Commissione sono quattro, e uno riguarda la transizione verde e digitale. La transizione verde prevede sei pilastri: 1 – mitigazione del cambiamento climatico, 2 – adattamento al cambiamento climatico, 3 – protezione e uso sostenibile delle risorse acquatiche e marine, 4 – transizione all’economia circolare, 5 – prevenzione e controllo dell’inquinamento, 6 – protezione e restauro della biodiversità e degli ecosistemi.  

La Natura (in termini di biodiversità ed ecosistemi) non è presente nell’ultima versione del PNRR e non è stata menzionata nel discorso di Conte. Il PdC si dichiara disponibile a prendere in considerazione modifiche e miglioramenti, però sarebbe bene, prima di tutto, ascoltare quel che chiede la Commissione. Un piano da più di 200 miliardi deve soddisfare tutte le prescrizioni richieste: la Commissione non ama farsi prendere in giro. Nel PNRR non ci sono misure dirette di protezione e restauro della biodiversità e degli ecosistemi, il pilastro 6 della transizione verde. Come anche mancano la Protezione e l’uso sostenibile delle risorse acquatiche e marine, il pilastro 3 della transizione verde. Ma c’è di più, tra quello che manca. Una delle Missioni identificate dall’Unione Europea per implementare la transizione verde chiama Salute degli Oceani, dei Mari, delle Acque Costiere e Interne. Questa Missione manca nelle Missioni del PNRR. 

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L’arroganza che porta a fare a meno dell’esperienza

di Antonio  Errico

C’è una poesia di Emily Dickinson che nella traduzione di Margherita Guidacci dice così: “Da un’asse all’altra avanzavo/così lenta, prudente./Sentivo le stelle sul capo,/e sotto i piedi il mare./Questo solo sapevo: un altro passo/poteva essere l’ultimo./Ed avevo quell’andatura incerta/che chiamiamo esperienza”.

La certezza che si acquisisce di qualcosa deriva da un senso di vuoto, da un incertezza del passo, da una paura che l’asse del ponte che si sta attraversando possa non tenere consegnandoci  all’abisso di un’esperienza non maturata, di una mancata conoscenza.

Ma non sempre e non necessariamente si giunge alla conoscenza con  l’esperienza diretta dell’attraversamento del ponte. Anzi, molto spesso e per molte questioni, la conoscenza è l’esito  di un’ esperienza indiretta, mediata, ricevuta in consegna dalla cultura alla quale si appartiene. Perché non si può fare esperienza di tutto. Sarebbe come inventare continuamente la ruota e scoprire continuamente il fuoco. Invece si intraprende un cammino affidandosi ad una conoscenza della strada che altri hanno fatto, per continuare quella stessa o per fare esperienza di altre strade nuove. Succede così, pressappoco, per tutte le cose.

Eppure, guardandosi intorno, alle volte si ha l’impressione che dell’esperienza non si tenga alcun conto. Nemmeno quando  può assumere un significato essenziale per il dipanarsi dei destini di tutti e di ciascuno. Così ogni volta si inventa la ruota e si scopre il fuoco ogni volta. Così ogni volta si attraversa lo stesso ponte con l’andatura incerta e la paura che un’asse non tenga.

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Ricognizioni novecentesche. Studi di letteratura italiana contemporanea

di Antonio Lucio Giannone

[E’ uscito per le Edizioni Sinestesie in web e in cartaceo il volume di Antonio Lucio Giannone, Ricognizioni novecentesche. Studi di letteratura italiana contemporanea, Avellino 2020, pp. 276. Ne riprendiamo l’Avvertenza dell’Autore.]

Raccolgo nel presente volume una serie di studi e interventi apparsi in questi ultimi anni su varie sedi e composti per circostanze diverse ma che rientrano quasi tutti nelle linee di ricerca seguite nel corso della mia attività. La prima sezione comprende tre saggi basati sull’esame di materiale disperso o inedito rinvenuto presso periodici e archivi letterari del Novecento. Lo spoglio della «gazzetta settimanale» di Bari, «Humanitas» (1911-1924), della quale mi sono occupato a suo tempo per le notevoli tracce di futurismo in essa presenti, mi ha permesso di imbattermi in un articolo dimenticato di Giuseppe Ravegnani, apparso qualche mese prima sulla «Gazzetta Ferrarese», che va a incrementare l’esiguo numero di interventi sul Porto sepolto (1916), di Giuseppe Ungaretti. In tal modo ho potuto ricostruire la mappa completa della ricezione critica di uno dei libri fondamentali della poesia italiana del Novecento, del quale allora però venne scarsamente compresa l’importanza. Nell’archivio di Michele Saponaro, custodito presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università del Salento, ho ritrovate, invece, le lettere inviate da Luigi Pirandello e Eugenio Montale allo scrittore salentino, la cui opera è stata sottoposta a un’attenta “rilettura” durante un Convegno internazionale di studi da me organizzato nel 2010. Le prime forniscono indicazioni preziose sulla collaborazione di Pirandello alla «Rivista d’Italia» di Milano, della quale dal 1918 al 1920 Saponaro è stato redattore unico. Quelle inviate da Montale fanno luce, invece, su una fondamentale “svolta” della sua vita, il trasferimento da Genova a Firenze nel marzo del 1927 offrendo elementi decisivi a favore di questa datazione.

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Ritirata

di Gianluca Virgilio

Porta tepori umidi di mare

in caserma la sera d’aprile

a San Giorgio a Cremano.

Tra poco soldati sfileranno

tra viali di pini fragranti

come su una riviera.

Poi la tromba annuncerà il silenzio,

qualcuno ancora borbotterà.

Sotto la coperta nella branda

tutti staremo a dormire.

(1990)

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Enzo Fasano prezioso intarsiatore della Grotta delle Veneri di Parabita (Lecce)

di Maurizio Nocera

Sull’arte dell’intarsio di Enzo Fasano, mi piace affidare il mio pensiero alla definizione che diede Mario Marti in occasione della mostra dell’artista – 20 tarsie – sulla Grotta dei Cervi di Porto Badisco:

            «La tarsia di Fasano fu subito, e poi sempre, pittorica; e fu sempre, dall’inizio in poi, intarsio ligneo puro. Egli non ha mai usato altro materiale che il legno laminato per ottenere quanti mai effetti pittorici egli ha ottenuto; né mai ha usato ferri roventi per mutarne o degradarne la natura. Il che, in parole povere, significa che egli ha sempre evitato il facile e mistificatorio per attuare il difficile, in un continuo processo di perfettibilità, fin dalla sua prima mostra, avvenuta a Parabita nel 1967» (v. M. Marti, Badisco ‘84, in Enzo Fasano. L’intarsiatore alla ricerca della felicità, Editrice Salentina, Galatina, 1994, p. 43).

Ecco. Mi sono sufficienti le parole del vate dell’umanesismo salentino per mettere al sicuro una definizione dell’intarsio, che peraltro già illustri umanisti e critici d’arte (Romano Pieri, Lionello Mandorino, Carlo Munari, Aldo de Bernart, Renato Civelli, Aldo De Jaco, Donato Valli, altri ancora) hanno dato sull’opera di Enzo Fasano intarsiatore. Tuttavia occorre aggiungere che l’artista salentino non ha operato solo su questo tipo di arte, perché importanti sono anche le sue gouache (guazzi), le sue incisioni, i disegni, i graffiti, le pastiche (composizioni pittoriche con materiali differenti).

Ma qui, oltre alla definizione dell’intarsio in quanto tale, quello che più mi interessa è il suo sguardo d’artista rivolto alla terra e ai suoi abitanti: il Salento antico, moderno e contemporaneo. Questo lembo di terra italiano da Fin de monde, che egli ha raffigurato con legni laminati sulla tavola, oppure dipinti sulla tela, o ancora disegnati su pregiati fogli di carta con i pennelli o i pastelli, vede trionfare la storia degli uomini e delle donne che hanno vissuto questa terra sin dal paleolitico neandertaliano per arrivare fino ai nostri giorni.

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