Paolo Vincenti, Bar Florida

Pubblicato in Avvisi e comunicati stampa | Lascia un commento

Su Il mal de’ fiori di Carmelo Bene

di Antonio Lucio Giannone

Dopo essersi fatto conoscere (e apprezzare) in tutti questi anni come attore, autore teatrale e regista cinematografico, Carmelo Bene si è recentemente presentato nell’insolita veste di poeta con un libro dal titolo (rovesciato rispetto a quello di Baudelaire) ‘l mal de’ fiori pubblicato in una veste editoriale assai ricercata e con una prefazione di Sergio Fava (Milano, Bompiani, 2000). A dire il vero, il Bene scrittore non rappresenta una novità in senso assoluto. Non più di cinque anni fa era apparso un grosso volume di oltre millecinquecento pagine, Opere, edito sempre da Bompiani nella collana dei “Classici”, che raccoglieva la sua produzione letteraria, oltre ai testi delle numerose messinscene. Carmelo Bene infatti ha sempre alternato alla sua attività in campo teatrale e cinematografico quella di carattere creativo. Ma fino ad ora si era limitato, per così dire, a pubblicare scritti in prosa, a metà strada tra l’invenzione e la saggistica, ispirandosi spesso al “reale-immaginario” del Salento, il “sud del Sud”, come lui lo chiama, nel quale affondano le sue origini.

Incominciò proprio con Nostra Signora dei Turchi, apparsa nel 1964, fantasmagorica rivisitazione dell’epopea otrantina, da cui nel 1968 ricavò un film visionario e barocco. Nel 1976 uscì il volume A boccaperta che conteneva, tra l’altro, lo scritto Giuseppe Desa da Copertino dedicato al “più grande santo tra i santi, colui che eccede la santità stessa” (il “monaco rissoso” che “vola tra gli alberi”, che colpì anche l’immaginazione del leccese Vittorio Bodini, suo amico e maestro). E al 1983 risale Sono apparso alla Madonna sorta di autobiografia, in cui a un certo punto rievoca proprio la figura di Bodini; che fece una spettrale apparizione nel film di Bene, Don Giovanni (1971).

Pubblicato in Letteratura, Recensione | Contrassegnato | Lascia un commento

Azzurro, nero

di Antonio Prete

I solchi nella terra rossa tra gli ulivi,

la lucertola che guizza tra la pietra e il cardo,

il garrulo parlottare della gazza,

il cane Alì che segue i tuoi passi.

E tutto quell’azzurro che s’affonda

sopra le mura bianche delle masserie.

 .

 È il film dell’infanzia. Un sipario

 sui campi insanguinati dell’Europa.

 Sul nero latte dello sterminio.

.

Poi, in un pallore da pellicola sfocata,

l’urlo delle sirene, il solco

delle squadriglie nel cielo,

il rifugio scavato sotto il fico.

.

Una faccia di gesso t’inseguiva

in sogno, scarmigliata, veste nera,

correvi a perdifiato nella strada

di polvere, svoltavi l’angolo:

la guerra, mamma, la guerra,

gridavi svegliandoti nel buio.

Pubblicato in Poesia, Tutto è sempre ora di Antonio Prete | Contrassegnato | Lascia un commento

Satura lanx – Nardò, 28 novembre 2022 – 19 maggio 2023


La delegazione di Nardò dell’Associazione Italiana di Cultura Classica, in collaborazione con il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università del Salento, è lieta di presentare ai soci e a tutti coloro che vorranno partecipare il ciclo di incontri, intitolato “SATURA LANX. Miscellanee di cultura dall’antichità ad oggi”.
Satura lanx è un’espressione latina che indica il piatto misto di primizie della terra destinate agli dèi.
I temi affrontati in questi incontri, infatti, danno il senso di una lanx satura, che, nel senso originario del termine, si riferiva, appunto, a primizie alimentari varie, disparate, tutte presenti nello stesso piatto, ma tutte con un loro «sapore» specifico.
Questo ciclo, che si terrà presso il Chiostro dei Carmelitani a Nardó, verterà su riflessioni, dialoghi e confronti su tematiche apparentemente diverse, quali, ad esempio, l’arte, la poesia, la musica, la medicina, il mistero, ma sostanzialmente legate dall’esigenza di reperire il senso delle cose e dei vissuti, in tutte le forme nelle quali l’uomo lo presenta.
Un filo rosso che parte dall’antichità, accresce il nostro sapere e giunge sino a noi, come strumento che ci orienta e ci guida in questo cammino affascinante di cui non conosciamo la meta.
La partecipazione agli incontri potrà essere riconosciuta come attività di formazione e aggiornamento docenti. A conclusione del ciclo di eventi sarà rilasciata apposita attestazione a coloro che ne faranno richiesta.
#saturalanx #miscellaneadicultura #civiltàclassica
Pubblicato in Avvisi e comunicati stampa | Lascia un commento

L’isola e il leone (seconda puntata)

di Augusto Benemeglio


Antonio Guardi, Jacopo Marcello dirigere l assalto di Gallipoli, 1750-1760.

Capitolo 6°

La madonna lanciatrice

Mentre le navi da carico, le caracche e parte delle galee guadagnavano la rada di scirocco per trovare un approdo e sbarcare gli stradiotti, le batterie, i carri e i cavalli, l’Ammiraglio Giacomo Marcello pensava che quel contrattempo, quell’assurdo delirio di grecità antica da parte di un popolo di pescatori ignoranti, avrebbe avvantaggiato l’avido e cupo Don Ferrante le cui truppe, comandate dal figlio, il Duca Alfonso di Calabria, avevano sbaragliato quelle pontificie.

“Sono ben presidiati e disposti a battersi. Ci terranno in scacco chissà per quanto tempo”, pensò a voce alta.

“ E il tempo è prezioso”, disse una voce che veniva dall’alto.

Guardò in silenzio il suo segretario seduto alla scrivania, intento ad annotare qualcosa e gli parve come se fosse un fantasma.

“Alvise!”, lo chiamò.

Ma quello non rispose. Allora l’Ammiraglio uscì fuori dal suo alloggio e vide che il cielo era tornato vivo, pieno di macchie rosa. Da lontano osservò la costa piana, a tratti sabbiosa, a tratti rocciosa, che gli veniva incontro  come un angelo enigmatico. Ne era affascinato, io porto dentro questa città, non la posso perdere. Essa mi è stata assegnata per dono segreto. Ma dovrò combattere per averla. Nella sua anima altera cantava una voce, si risvegliava un eroe-bambino solo, sul filo del mondo, che scova nidi d’ambra. Quel popolo di pescatori che si desta all’improvviso da un lungo sonno di morte, quella terra abbarbicata e ramificata ai primordi  della creazione, così aspra, così selvaggia e bagnata di luce, lo pervadevano facendogli perdere il senso della realtà. Si scosse:  “Che idiozia battersi per don Ferrante, un bastardo metà spagnolo e metà ungherese! E contro una flotta di settanta navi! Chissà perché l’avranno fatto?.”

“Essi non hanno nulla da perdere, tranne l’onore”, rispose una voce che era alle sue spalle.

“Nulla da perdere? E la vita? Chi perde la vita perde tutto!”

Pubblicato in L'isola e il leone di Augusto Benemeglio | Contrassegnato | Lascia un commento

Inchiostri 20. Per Ilaria Seclì

di Antonio Devicienti

Foto di Ilaria Seclì.

Il mondo fece credere inadatto il Principe di Perfezione.
Bucò l’acqua della sua Sapienza Dolce per dividerla nei terreni paludosi
e farne cibo per i molti.
Lei nel sonno di bambina, dita al pianoforte, silenzi e solitudini delle lunghe estati.
I codici aprivano. Preparavano i giorni senza calendario, novilunio taciturno.
Notti bianche e corte, la distanza delle stelle. I numeri dell’Acqua.
Calmo il suo tormento al mondo, così poco indaffarato e scalzo: pioggia di cuori, offerta sacra e prima negazione.
Altri anni e luoghi paralleli li sapevano gemelli, integri nello spazio delle larve, voci morte. Lei non venuta al mondo, alga espansa, contorni incerti per l’ordine dei tempi. Lui incarnata volontà di ciò che è vivo nelle cose morte.
Ritornerà a me, ritornerà nel lago di Silenzio.
Non ho cantato che per la fresca e splendida mattina che tutto ha preceduto

Che quelli di Salvatore Toma, di Claudia Ruggeri e di Antonio Leonardo Verri non siano gli ultimi nomi della poesia d’area salentina è cosa acclarata e che l’etichetta di “poeti maledetti salentini” sia stupida e fuorviante è, per me, un’ovvietà; si legga allora, tra le scritture più originali e persuasive di questi nostri anni, quella di Ilaria Seclì cui dedico questo breve Inchiostro.

Ho trascelto tra i molti, che pure amo, proprio questo testo perché mi appare acceso (e illuminato) da una tensione intellettuale e psichica che dimostrano come la poesia possa essere ancora energia, creatività, danza del vivere e del pensarsi vivere – e non solo sapiente tecnica o sfida del e nel linguaggio.

Sempre c’è nella scrittura di Ilaria un’opposizione agonica tra l’aspirazione dell’io poetante e il reale quando quest’ultimo cerchi di prevalere, volgare e mercantile – ecco allora che la figura in qualche modo mitica del “Principe di Perfezione”, pur diffamato dal “mondo”, può dissetare e sfamare molti, mentre “lei” (Ilaria stessa? la poesia?) attende, sogna, ascolta e legge l’acqua (anzi: l’Acqua), elemento e presenza fondante di tutta la scrittura di Ilaria Seclì.

Il condursi del discorso e della sintassi, immaginifico e direi oracolare, imbastito per accostamenti privi di trapassi logici, ma affidati all’intuizione e all’immaginazione, attraversa le regioni oscure della pre-vita e della pre-lingua, dialoga, come ogni scrittura di valore, col silenzio nutrendolo e nutrendosene, respira in regioni acquatiche e amniotiche, cerca il canto che celebri la vita.   

Chi desiderasse approfondire può trovare al “link” seguente ulteriori suggestioni:

Il “blog” di Ilaria Seclì è Le ragioni dell’acqua https://leragionidellacqua.wordpress.com/

Pubblicato in Inchiostri di Antonio Devicienti | Contrassegnato | Lascia un commento

La lingua cambia continuamente perché racconta l’esistenza

di Antonio Errico

Le parole vengono dalle creature che nella loro esistenza hanno quelle parole.

A volte le creature vengono da luoghi lontani e dunque anche le parole vengono da luoghi lontani. Da storie lontane. Da lontane, inimmaginate esperienze.

Babele è ancora – sempre – un mito, un’irresistibile attrazione, ombra che si stacca dalla torre e si spande sull’umanità, sempre babelica, nomade, errante, sempre in cerca, sempre protesa verso un  progetto di comunione, attratta da una speranza di convivenza.

Una lingua cambia col tempo perché appartiene al tempo. E’ il tempo che determina il suo lessico, le sue strutture. La lingua rappresenta il tempo, lo esprime sotto forma di documento, di letteratura, di narrazione, di filosofia, di canto, di proverbio, di preghiera. Racconta le felicità e i dolori della gente. I sogni, le speranze, le illusioni, le battaglie, le sconfitte, le vittorie, le partenze, i viaggi, i ritorni, si dicono con una lingua, oltrepassano il tempo che hanno perché le parole fanno da ponte verso il tempo futuro.

Una lingua cambia nel tempo.

Pubblicato in Linguistica, Prosa | Contrassegnato | Lascia un commento

L’arte di Paola Montanaro

di Massimo Galiotta

Paola Montanaro, il nuovo si muove nella “sua” Pop Art


Silenzi – Paper collage – carta e colla su tela, 90×60 cm (2018).

L’arte è il quinto elemento della natura … umana! Arriva come una forza cosmica nelle donne e negli uomini che hanno un cuore in grado di percepirne gli impulsi che, in un secondo momento, la mente dovrà decodificare in immagini vibranti, forti, appassionanti.

Paola Montanaro è stata eletta a questo ruolo, difficile, complesso ma frutto della sua natura, di donna, di madre. Taglia la materia, la carta, e la trasforma come gli antichi “mosaicisti” (bizantini) facevano con le minuscole tessere monocromo che modellavano fino a farle diventare elementi imprescindibili dell’opera d’arte. I suoi occhi d’artista guardano al futuro ma non disdegnano, volgendo lo sguardo al passato, quelle correnti che l’hanno preceduta. Interessanti e degni di nota i suoi punti di vista su Amedeo Modigliani o su Tamara De Lempicka.

È stimolata dalle immagini, dal potere che celano, e dall’interpretazione delle stesse che nel tempo hanno dato autori come Pier Paolo Pasolini o Quentin Tarantino pionieri o verosimilmente, come lei, acuti lettori del contemporaneo.

Nelle sue opere si legge il ruolo e la condizione della donna nel tempo, punti di vista nuovi, omaggio di Paola a chi la donna l’ha resa libera, anche nei fumetti. Meravigliosi i suoi collage su tela omaggio alle “eroine” erotiche di Milo Manara e Guido Crepax, che la Montanaro rende opere degne d’essere esposte nei musei d’arte contemporanea e che non hanno paura di sfidare lo sguardo di chi credeva, fino ad ora, di amare solo il classico, il vero.

Pubblicato in Arte | Contrassegnato | Lascia un commento

Giornata contro la violenza sulle donne – Galatina, 25 novembre 2022

Per il programma vedi allegati.
Pubblicato in Avvisi e comunicati stampa | Lascia un commento

Paolo Vincenti, Al mercato dell’usato – Gallipoli, 24 novembre 2022

Pubblicato in Avvisi e comunicati stampa | Lascia un commento

Letteratura e cinema: dal romanzo Pricò di Cesare Giulio Viola al film I bambini ci guardano di Vittorio De Sica

di Antonio Lucio Giannone


Cesare Giulio Viola

I rapporti tra letteratura e cinema sono stati sempre assai intensi nel nostro paese, non solo perché numerosi film sono stati tratti da opere letterarie, ma anche per il contributo offerto direttamente da tanti scrittori in qualità di soggettisti, sceneggiatori e, in qualche caso, di registi. Anche il commediografo e narratore tarantino Cesare Giulio Viola ha scritto alcune sceneggiature per vari registi italiani, soprattutto dal 1938 al 1946. In particolare, ha collaborato con Vittorio De Sica alla realizzazione di due film, I bambini ci guardano (1943) e Sciuscià (1946). Il primo titolo, per di più, deriva da un suo romanzo, Pricò, pubblicato dall’editore Mondadori nel 1924 e ristampato nel 1929 (da Treves) e nel 1943 (ancora da Mondadori).

Proprio questo film è stato sottoposto recentemente a un accurato restauro, diretto da Manuel De Sica per l’Associazione Amici di Vittorio De Sica, e presentato in anteprima ad Alassio nel marzo scorso. In quest’occasione è stata pubblicata anche una splendida monografia, I bambini ci guardano di Vittorio De Sica, a cura di Gualtiero De Santi e Manuel De Sica (Roma, Editoriale Pantheon, 2000), che contiene testimonianze, interventi e la sceneggiatura, oltre ai dati tecnici relativi al restauro della pellicola e della colonna sonora e a parecchi fotogrammi.

Il film narra la storia di un bambino di sette anni, Pricò, che assiste alla crisi coniugale dei suoi genitori, dovuta alla passione della madre per un uomo con il quale decide di andare a vivere, abbandonando il figlio e il marito. Dopo un breve periodo in cui tornano insieme, i due si separano definitivamente e mentre la donna raggiunge l’amante, il padre si toglie la vita, dopo aver affidato il figlio a un collegio di preti.

Pubblicato in Cinema, Letteratura | Contrassegnato | Lascia un commento

G. C. Vanini. Un novatore finito sul rogo – Taurisano, 24 novembre 2022

Pubblicato in Avvisi e comunicati stampa | Lascia un commento

I cognomi di Nardò

di Gianluca Virgilio

Vi siete mai chiesti da dove provenga e che cosa significhi la parola con cui noi ci presentiamo e che ci individua nella nostra vita sociale? Parlo del cognome, naturalmente, che assieme al nome costituisce la nostra identità di persone iscritte all’anagrafe. Ma se il nome ci viene imposto dai nostri genitori, che spesso agiscono sull’onda della moda del momento – conosco dei Kevin, alcuni Michael, a volte scritto Maicol, qualche Jonathan, ma anche tre Samantha, quattro Cristal e sei Nicole tra le amiche di mia figlia Sofia -, e dunque in qualche modo ha una spiegazione che si può evincere dal costume del periodo in cui fu attribuito, come spiegare il cognome, questo patronimico assai annoso, le cui origini si confondono nelle tenebre della notte dei tempi?

L’occasione per riflettere sulla questione mi è fornita da una recente pubblicazione di Giuseppe Antico, Antonio Fernando Manieri, Mario Mennonna, “Nardò: i cognomi delle famiglie del 1700”, con sottotitolo “Dizionario storico-etimologico”, Congedo Editore, Galatina, 2010, pp. 528. L’opera reca il n. 4 della collana che l’Editore Congedo dedica alla seconda città della provincia di Lecce, “Nardò Collana di Storia Cultura Letteratura e Arte”, diretta da Mario Mennonna; e difatti essa si può considerare come un vero e proprio omaggio reso dagli autori alla città di Nardò, le cui famiglie d’ora innanzi avranno un elenco di tutti coloro che nel secolo XVIII portarono a Nardò il loro cognome.

Pubblicato in Recensione | Contrassegnato | Lascia un commento

Antonio Stanca, Universum C-29


Antonio Stanca: Universum C-29, 07-04-2015, olio su MDF, cm 45 X 45.
Pubblicato in Arte | Contrassegnato | Lascia un commento

Inchiostri 19. Colui che era “corpo occhio luna penna”

di Antonio Devicienti

La scrittura si muove tra le colline marchigiane, Jacqueline Risset vi intuisce la verità di una poesia che nasce dalla reclusione, ma che viene “vendicata” dalla luna, dalla sua presenza poetica perché creatrice e fantasticante – forse pchissimi avevano pensato a una luna dolce vendicatrice di reclusioni e di desideri non realizzati.

Ed ecco che ne discende la poesia, “rapporto vittorioso” ne è abbagliante definizione – o segreto nome, suo senhal: come reagendo al volere segregatorio degli adulti, “corpo occhio luna penna” trovano inscalfibili connessioni, diventano il corpomente che ospita e dispiega il pensiero poetante.

E allora la biblioteca, i libri si aprono: è l’occhio interiore del corpomente poetante, sono le finestre sulla piazzetta del borgo, è il Monte Tabor a pochi passi dal giardino interno di Palazzo Leopardi ad aprirsi – ché è vero, questo è l’innegabile: il libro, chiuso, è lì perché destinato ad aprirsi, esso si fa libro soltanto se si apre e si lascia leggere e ogni nuova lettura è un passo che ci distacca dai padri (anche dall’autore-padre del libro che stiamo leggendo e che impariamo ad amare, ma che dobbiamo poi abbandonare), che ci rende adulti, che ci avvia all’ardua libertà di esseri umani non più figli, ma camminatori del pensiero e nel pensiero.

È così che anche noi possiamo ridere, eco del riso di Leopardi, è così che i riflessi lunari, le loro accensioni nell’aria e sulle colline avranno anch’essi natura di sorriso.

E verrà Osvaldo Licini con le sue Lune-Amalasunte, verrà Mario Giacomelli con le sue fotografie dei pleniluni marchigiani a confermare la presenza della luna negli spazi della mente che instancata legge i segni della bellezza.

«Tra questi sguardi sulla poesia, ce n’è uno di Leopardi che mi accade di ricordare spesso. La poesia, come il sorriso, “aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita”. In quel brevissima il poeta indica il senso della finitudine, indica il tragico: in quell’orizzonte la poesia è un sorriso. Nel tragico della nostra epoca la poesia è un sorriso. Il fiore nel deserto, il profumo nell’aridità, il lampo di una luce – lontanissima, perduta – nelle tenebre»          Antonio Prete, Del silenzio (Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2022), senza numerazione di pagina.

Il testo di Jacqueline Risset in francese e la versione italiana effettuata dall’autrice stessa si leggono in         Jacqueline Risset, Il tempo dell’istante. Poesie scelte 1985-2010 (Giulio Einaudi editore, Torino 2011), pp. 30 e 31.

Pubblicato in Inchiostri di Antonio Devicienti, Poesia | Contrassegnato | Lascia un commento

Nuove segnalazioni bibliografiche 5. Le non cose

Le non cose. Hai mai fatto caso, caro lettore, che intorno a noi c’è un numero sempre maggiore di non cose piuttosto che di cose? Le cose sono gli oggetti, i luoghi con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, le non cose sono le informazioni che ci giungono da tutte le parti e ci sommergono fino a farci dimenticare le cose e a farci vivere in una infosfera che ha ben poco di reale, bensì è solo virtuale (il che non toglie che gli effetti su di noi siano reali). Le cose sembra che non ci importino più, la fedeltà ad esse è un ricordo del passato, anche gli affetti familiari sono sempre più spesso messi in discussione e considerati come insopportabili legami, perché il consumismo ci ha abituato a consumare tutto, anche i legami più intimi. Un vestito che un tempo vestiva almeno due generazioni e durava quarant’anni, oggi è dismesso dopo una sola stagione perché la moda ci informa che è tempo di cambiare e noi non esitiamo a seguirla. Consumiamo, ma non possediamo, consumiamo anche le nostre vite, ma siamo così alienati da non accorgerci di non avere il controllo neppure su noi stessi, essendo posseduti dalle non cose che pullulano nel mondo. Abbiamo rinunciato all’uso delle mani, che per millenni ci hanno consentito di trasformare il mondo delle cose, e ci accontentiamo dell’uso delle dita per digitare freneticamente i tasti del nostro smartphone alla ricerca delle non cose. Non modifichiamo il mondo, bensì scegliamo quanto può fornirci un piacere passeggero, del quale non riusciamo a fare a meno, come di una droga.

Per sapere quanto abbiamo perduto e quanto poco abbiamo acquistato in questo passaggio epocale, nel quale è in atto una vera e propria trasformazione antropologica, consiglio la lettura del un breve saggio di Byung-Chul Han, Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale, Einaudi, Torino 2022. L’autore, classe 1959, critico del neoliberismo, professore di Filosofia e studi culturali presso la Universitat der Kunste di Berlino, racconta di aver acquistato un vecchio juke-box degli anni Cinquanta e di averlo restaurato; e da allora d’essere felice di ascoltarne, dopo averci introdotto una monetina, il suo suono cosale e corporeo. Di questo abbiamo bisogno – dice -, di corporeità, non di virtualità, perché quest’ultima, alla lunga, ci rende depressi.

Pubblicato in Recensione | Contrassegnato | Lascia un commento

Lontananza

di Antonio Prete

Il vento ha svuotato

le sillabe del tuo nome,

non ha contorni il ricordo,

e di me non sai nulla,

anch’io sono per te la lontananza

che non ha occhi né mani,

sono il vuoto di una nube

che cammina nel vuoto.

.

C’è un confine verso cui muovere,

lasciando questo niente al niente,

un confine dove  incontrare

il paese della tua pelle?

.

Sull’isola, tra gli spini e la sabbia,

un cerchio di cenere.

Una vela cavalca l’orizzonte.

Pubblicato in Poesia, Se la pietra fiorisce di Antonio Prete | Contrassegnato | Lascia un commento

Il «Centro Studi Sigismondo Castromediano e Gino Rizzo» di Cavallino di Lecce: vent’anni di attività (2002-2022)

di Antonio Lucio Giannone

Il Centro Studi “Sigismondo Castromediano” di Cavallino di Lecce è stato fondato nel 2002 dall’on. Gaetano Gorgoni, allora sindaco del Comune salentino, e dal prof. Gino Rizzo, docente ordinario di Letteratura italiana presso l’Università di Lecce.  Il  Centro, come recita l’art. 1 dello Statuto, “ha lo scopo di incentivare e coordinare la ricerca sulla cultura salentina nelle sue vicende plurisecolari, in correlazione con quella nazionale ed europea”. In particolare, esso “intende dare impulso agli studi e alle ricerche sulla cultura salentina dell’Otto-Novecento, con specifico riferimento alle figure e alle opere di Sigismondo Castromediano e di Giuseppe De Dominicis, alla luce delle coeve esperienze nazionali”.

In tale direzione andavano le iniziative culturali promosse da Gino Rizzo, che fu anche il primo Presidente del Centro, immediatamente dopo la fondazione. Tra queste, spiccano due importanti Convegni nazionali di studi da lui organizzati e svoltisi a Cavallino, ai quali presero parte studiosi provenienti da varie Università italiane: il primo, nel 2003, intitolato “L’identità nazionale. Miti e paradigmi storiografici ottocenteschi”; il secondo, nel 2005, dal titolo “Giuseppe De Dominicis e la poesia dialettale tra ‘800 e ‘900”. Di entrambi, negli ultimi mesi del 2005, vennero pubblicati i relativi Atti, che egli purtroppo non fece nemmeno in tempo a vedere, essendo venuto a mancare nell’ottobre di quell’anno.  Il primo volume, che inaugurava la collana del Centro Studi, curato da Rizzo insieme ad Amedeo Quondam, apparve presso la casa editrice Bulzoni di Roma, mentre il secondo vide la luce, sempre a sua cura, presso le Edizioni Congedo di Galatina. 

Pubblicato in Anticipazioni, Avvertenze, Conferenze, Introduzioni, Prefazioni, Premesse, Postfazioni, Presentazioni, Letteratura | Contrassegnato | Lascia un commento

L’isola e il leone (prima puntata)

di Augusto Benemeglio

L’ammiraglio Jacopo Marcello

Capitolo  1°

L’Ammiraglio Giacomo Marcello

Sotto i bastioni grigi di Gallipoli, sul fianco sinistro della torre di San Luca, mentre tutto il mare ribolliva di boati e nel cielo si alzavano bandiere di fumo, prima che una palla ghiacciata di ferro gli squarciasse la corazza, l’Ammiraglio Giacomo Marcello ricordò d’improvviso l’uomo dalla tre aste, il mercante cieco, la donna delle rocce, il frate buffone e la vergine dei Sàmari; rivide il tesoro di Rovesciaboccale che un vettovagliatore scampato alla forca aveva nascosto sotto le dune e tra le rocce di una piccola insenatura dove si rifugiavano i pescatori per trovar riparo dal libeccio sanguinario.

Un istante prima che il colpo di colubrina gli frantumasse il cuore, egli ricordò le profezie della Maga di Corfù e della Madonna Lanciatrice; ricordò anche le parole del General Sindaco di quella città di pietra e di luce, calamitata da costellazioni, di sogni e di misteri.

Ora che quella morte annunciata lo stava ghermendo ineluttabilmente e già Seguntino copriva il suo corpo con un mantello di seta per celarlo alla vista dei soldati arrembanti sotto le mura, l’Ammiraglio Giacomo Marcello chiese disperatamente la grazia al Signore dell’Universo perché gli concedesse ancora qualche attimo di vita per raccogliere quei ricordi, riesplorare un passato inabitabile dove forse era racchiuso il significato della sua morte.

Mentre era intento a costruirsi un dio nell’ombra, s’alzò il vento, Nel vento si mutarono le dune e gli occhi de soldati divennero ciechi. La sabbia si sparse nell’aria piena di fumo, i veneziani riposero le macchine di guerra e tra urla e strepiti s’allontanarono con le loro navi.

Poi venne il silenzio e nel silenzio s’udì la voce di quel Dio che siede sulle alte nube leggere, quel Dio che creò il cuore del mondo e i suoi misteri. Egli aveva sciolto il vento e sparso sabbia d’oro nell’aria.

“Insegui i tuoi ricordi con catene di pensieri, io fermerò il tempo fino all’ultimo anello”, disse all’Ammiraglio morente.

E allora tutto si fermò. Il mare e quel teatro di guerra divennero di pietra. Sotto il mantello di seta solo l’Ammiraglio Giacomo Marcello riprese a vivere e a popolare la sua mente.

Pubblicato in L'isola e il leone di Augusto Benemeglio | Contrassegnato | Lascia un commento

La guerra in Ucraina porta l’inflazione in Italia

di Guglielmo Forges Davanzati

L’inflazione, in Europa e in Italia, sta raggiungendo livelli allarmanti. È il valore più alto degli ultimi quarant’anni. In assenza di meccanismi di indicizzazione delle retribuzioni monetarie ai prezzi, come quelli vigenti negli anni Settanta, l’11,9 di incremento su base annua del livello generale dei prezzi (ultima rilevazione ISTAT) implica una consistente riduzione del potere d’acquisto delle famiglie e comporta crescenti difficoltà, per le imprese, nel chiudere i bilanci almeno in pareggio. L’impatto della povertà energetica, al momento, è ancora attenuato dal fatto che le famiglie italiane hanno accantonato risparmi nel periodo del lockdown. Ma lo scenario più verosimile è di ulteriore aumento dei prezzi. L’inflazione statunitense è una storia a parte, dal momento che, a differenza di quella europea e italiana, dipende da una dinamica sostenuta della domanda interna. Per contro, l’inflazione europea e italiana è fondamentalmente causata dalla guerra in Ucraina, sia come effetto delle contromisure russe (in particolare, la restrizione dell’offerta di gas), sia in conseguenza della perdita di produzione di materie prime alimentari: in primo luogo, il grano. L’aumento dei prezzi, nel nostro Paese, comincia a manifestarsi dal 2021. Questa dinamica, che segna la fine della lunga stagione di deflazione (cioè di rallentamento dell’inflazione) avviatasi dopo la crisi finanziaria del 2008, è essenzialmente causata dalla fine del lockdown – e dunque dal fatto che le famiglie hanno ripreso a spendere – e dagli strozzamenti delle catene globali del valore. Si tratta del rallentamento, in primo luogo, dei traffici marittimi e delle difficoltà logistiche che si generano nel periodo della pandemia.

Pubblicato in Economia, Letteratura | Contrassegnato | Lascia un commento