La Lega e l’Euro

di Guglielmo Forges Davanzati

La campagna elettorale in corso, al netto delle tante (troppe) promesse, è nella sostanza giocata sul modo in cui l’Italia intende riposizionarsi all’interno dell’Unione Monetaria Europea e sull’eventualità dell’abbandono unilaterale della moneta unica. Questa opzione è esplicitamente contemplata nel programma della Lega e condizionata all’eventuale mancata abrogazione e/o modifica dei Trattati europei.

La recente investitura del prof. Bagnai, uno dei più autorevoli sostenitori dei benefici effetti dell’abbandono dell’euro, candidato futuro Ministro dell’Economia di un governo di destra a giuda Lega, induce a riflettere sulle possibili conseguenze dell’exit italiano. Proliferano, in questi anni, studi – più o meno ‘scientifici – sui costi e i benefici che l’economia italiana trarrebbe dall’abbandono della moneta comune europea, così come le più svariate proposte di ‘riforma’ dell’attuale assetto istituzionale dell’UME. La gran parte di questi si sofferma su esercizi previsionali, valutando costi e benefici dell’exit. Si tratta, ad avviso di chi scrive, di esercizi che, sul piano della teoria economica, risultano fondamentalmente irrilevanti. Le previsioni in Economia, soprattutto per problemi di così grande portata, sono essenzialmente previsioni politiche. L’”uscita dall’euro” sarebbe un evento epocale, rispetto al quale nessun economista intellettualmente onesto può pretendere di detenere la verità (http://www.primeeconomics.org/articles/italy-the-irrelevance-of-economic-theory-for-leaving-the-euro). Continua a leggere

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Promenades d’hier et d’aujourd’hui (seconde partie)

di Gianluca Virgilio

Au fil des années, comme mon père s’était toujours refusé à apprendre à conduire, ma mère, la conductrice de la maison, me chargea de l’accompagner dans les promenades habituelles, elle-même préférant utiliser la voiture pour les besoins de la famille. Quelquefois elle venait avec nous, s’asseyant sur le siège arrière, mais normalement elle restait à la maison, surtout quand nous sortions le dimanche matin. Il faut bien que quelqu’un soit aux fourneaux si l’on veut un déjeuner prêt à treize heures !

Les années ont passé, avec l’âge mes parents sont d’abord tombés malades et, en l’espace de quelques années, tous deux nous ont quittés. J’ai alors commencé à sortir avec mes filles encore petites pour leur montrer les hameaux autour de l’agglomération. À moto de préférence, mais aussi en auto, après une pluie automnale ou un dimanche après-midi, nous nous engagions sur une voie secondaire, et en route, direction la campagne.

Mes filles n’avaient jamais vu la campagne salentine auparavant, elles avaient passé les premières années de leur vie dans le Nord, où les paysages sont absolument différents. De retour dans le Sud, ces lieux qui m’avaient été si familiers pendant mon enfance et mon adolescence m’apparaissaient en partie étrangers, comme un vieil ami que l’on rencontre après de nombreuses années : c’est toujours lui, certes, mais se limiter à ne parler que des temps révolus sans connaître sa situation actuelle n’aurait guère de sens. J’ai déjà raconté cela il y a quelques années dans un livre intitulé Vie traverse, je n’y reviens donc pas. Continua a leggere

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È un imbroglio l’arte che non rappresenta la dignità umana

di Antonio Errico

Tre mesi prima di morire, durante una conferenza ora pubblicata in un piccolo libro intitolato L’ultima lezione, Zygmunt Bauman disse che l’arte è resa assolutamente indispensabile dalla dualità di disperazione e speranza, che sono i suoi maggiori motori. Disse che la missione dell’arte nel mondo è quella di ispirare e spingere le persone a continuare il lungo viaggio verso l’idea di dignità umana, che consiste nella capacità di pensare, analizzare criticamente e andare nel profondo delle cose.

Poi disse che tutto questo per l’arte diventa possibile in quanto e fin quando riesce a rendere nuove le cose che ci sembrano ormai familiari, cose tanto evidenti da non farsi più notare. Ma l’arte che funziona riesce anche a rendere familiari le cose che sono o ci sembrano sconosciute, l’ignoto che si nasconde da qualche parte, difficile da vedere, occultato con grande attenzione o con malignità, coperto, negato o semplicemente troppo complesso per essere compreso senza un aiuto.

Arte. Disperazione. Speranza. Dignità umana. Rigenerazione delle cose intorno a noi. Disvelamento dell’ignoto. Discesa nelle profondità dei concetti, degli eventi, delle storie. Forse, probabilmente, il senso dell’arte è sempre stato questo, sarà per sempre questo.

Anche quando vengono tempi in cui le disperazioni si presentano come irrimediabili, assolute. Anche quando sembra che le speranze disertino i territori che attraversiamo, i pensieri che ci attraversano. Anche quando le cose intorno a noi, le piccole e le grandi cose, le ideologie, i sentimenti, le belle passioni, sembra che non abbiano nessuna possibilità di resurrezione. Anche quando ci rispecchiamo nella superba convinzione che nulla ci sia ignoto, che ogni colonna d’Ercole sia stata superata, o che se qualcosa d’ignoto ancora ci sia non ci riguarda. Anche quando la superficialità, l’apparenza, la genericità ci bastano. Anche quando accade tutto questo, il senso dell’arte resta sempre quello di una consolazione della disperazione, di una tensione alla speranza, di una realizzazione di condizioni di dignità. Resta l’ignoto che ci seduce, la profondità che ci richiama. Continua a leggere

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Di mestiere faccio il linguista 6. La lingua al femminile

di Rosario Coluccia

La p. 4 del «Messaggero» di giovedì 1 febbraio presenta una lista di candidature femminili al parlamento che rischiano di essere escluse per difetti burocratici o formali. Di questi non mi occupo, né della decisione di chi ammettere e chi respingere, non interessano questa rubrica che tratta di lingua. Leggo invece alcune didascalie che corredano le foto delle candidate a rischio di esclusione. «Renata Polverini. L’ex governatrice della Regione Lazio (ed ex segretario dell’Ugl) è stata eletta alla Camera con il Pdl nel 2013. Candidata nel Lazio»; «Valentina Aprea. Sottosegretaria nel governo Berlusconi II, è assessore all’Istruzione in Lombardia. Candidata nella stessa regione alla Camera». Osservate la distribuzione di alcuni sostantivi, a volte al femminile a volte al maschile, anche in stretta successione: «Polverini … governatrice … segretario»; «Aprea … sottosegretaria…assessore». E poi, in questi stelloncini e negli altri affiancati: «candidata», sempre al femminile.

Non si tratta di errori o di sviste, i nomi che indicano cariche pubbliche o di alto livello ricoperte da donne oscillano nella lingua che usiamo tutti i giorni e anche nei giornali, in radio, in televisione, in rete. Il fenomeno si è intensificato in particolare dopo le ultime elezioni comunali che hanno visto prevalere, tra l’altro, Virginia Raggi a Roma e Chiara Appendino a Torino, l’una e l’altra etichettate a volte con l’appellativo «sindaca» a volte con il concorrente «sindaco». Le oscillazioni coinvolgono altre parole riferite a donne che ricoprono incarichi importanti o svolgono funzioni elevate, con un tasso di variazione molto forte, che può lasciare incerti i parlanti. Ne hanno scritto, tra gli altri, Cecilia Robustelli, Yorick Gomez Gane, Giuseppe Zarra e Claudio Marazzini in pubblicazioni curate dall’Accademia della Crusca e Salvatore Sgroi in un articolo apparso in una miscellanea allestita (da Francesca De Blasi, Vito Castrignanò e Marco Maggiore) per festeggiare un professore che ha ricevuto recentemente il titolo di emerito. Continua a leggere

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Italieni: ridere per riflettere

di Michele Bovino

Per chi come me conosce Paolo Vincenti da un bel po’ di tempo, per chi come me ha avuto l’onore di collaborare con lui, risulta difficile esprimere un’opinione, sia essa di approvazione o di critica, sul suo nuovo lavoro letterario. L’amicizia e la vicinanza di interessi culturali condiziona non poco. Come, d’altronde, possono influenzare le numerose e validissime recensioni già pubblicate. Tenterò, comunque, di farlo approcciandomi con tutte le riserve del caso ma soprattutto cercherò di dire quello che penso e di non lasciarmi trascinare molto dal libro di Paolo. E si, perché Italieni (Besa, Nardò 2017) ha nel suo DNA la forza trascinante, prorompente e tracimante propria del suo autore. Paolo Vincenti, da attento osservatore della società italiana, dopo aver letto, visto e ascoltato, racconta modi, usi, costumi che gli italiani si sono ritagliati addosso da sempre. Come in un grande variopinto Circo carnascialesco i “personaggi” di Vincenti sfilano ad uno ad uno in fila indiana e in gruppo, si presentano al pubblico sorridendo o lanciando uno sguardo di sfida e cercando, inchinandosi, l’applauso finale che spesso, però, non arriva perché la maggior parte di essi non lo merita. “Italieni” ha avuto un libro apripista dal titolo emblemaco “L’osceno del villaggio”, un lavoro letterario che ha dato la stura a questo nuovo progetto di Paolo Vincenti che perfeziona così il percorso del “carrozzone” carico di personaggi multicolore e offre lo spunto per delle riflessioni che ogni lettore ha diritto di esprimere. Continua a leggere

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Gerard Rohlfs e l’uomo unificato

di Augusto Benemeglio

Nel  libro di  Mirko Urro, “Ugento e il suo Zeus nella Messapia”, ritrovo una vecchia foto in bianco e nero in cui l’autore è in posa con un monumento vivente di questa nostra antica terra, quasi una reliquia della cultura,  parlo di Gerard Rohlfs, salentino di Germania, con il candore dei suoi capelli color nuvola bianca, un dio che è sceso qui tra noi, con la sciarpa che vola in aria come in un quadro di Magritte e si fa nuvola e pioggia, e poi la sciarpa bianca che fluttua dolcemente e si trasmuta in innumerevoli gocce di pioggia, che il vecchio dio raccoglie nelle palme riunite delle sue mani e benedice. “Oh, dio Rohlfs, coi tuoi occhi celesti e profondi, epitome occidentale dell’anima,  sai quanti normanni salentini  hanno abbandonato le loro masserie (“casa del re”)  per un giovedì cerimoniale di marzo come questo, fatto di nodi scorsoi e incontri definitivi? Qui sei venuto a ritrovare l’anima perduta dei tuoi antenati, cantando lo spazio, fai incontri e ti trasformi come un Proteo. Il segreto del nostro lavoro, mi  dici, non sta nell’agire, ma nel “ reagire”, reagire senza la fluidità del latte che addormenta, reagire ad una lingua in pericolo  di morte, che non deve perdere il dinamismo, il disegno, la musica. Dovete essere gelosi della vostra lingua! Guai a passare l’idioma ad un altro, il suo tono si deforma, diventa vuoto movimento, un’ameba cinetica. Intanto mi accorgo, che, passo passo, siamo arrivati nel territorio di Castrignano del Capo. Si sente l’odore del mare.  Rohlfs,  a un certo punto,   lascia il bastone e va verso la riva incontro alle mistiche onde di Leuca per rinascere, a novant’anni, intatto, dall’acqua, che custodisce l’anima mundi.

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I resti di Babele 7. Solitudini

di Antonio Errico

Lo incontro in un angolo d’ombra, seduto sulla panchina di una piazza, con un cappello di paglia e I demoni di Fedor Dostoevskij tra le mani. Dico: – Vecchio vizio, i libri, professore. – Mi risponde: – Sì,  un vecchio vizio, i libri. Ma a questa età è l’unico e l’ultimo vizio che rimane. Allora me lo tengo fino a quando gli occhi m’accompagnano. –

Per quarant’anni ha insegnato al liceo. Conosce i classici a memoria. Spesso a scuola diceva così: – E’ la sola ricchezza che possiedo.  Peccato che non sia possibile lasciarla a nessuno. Perché questa è proprietà che ti devi costruire da solo, minuto per minuto, con pazienza, con fatica. Con passione.-

Gli chiedo come sta. Lui risponde che si sta “come d’autunno sugli alberi le foglie”. Un vecchio vizio, i libri. Poi mi dice: -Sai, d’estate la solitudine è più dura, più profonda.- Raccoglie una foglia secca da terra, la infila tra le pagine, per tenersi il segno.  Poi continua: -E’ una solitudine più sola.-  Aggiunge una frase in latino che non riesco a tradurre e mi vergogno di chiedere che cosa vuol dire. Continua a leggere

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Ricordo del mio professore Cesare Questa

di Gianluca Virgilio

Faceva lezione in un seminterrato di un vecchio palazzo in via Veterani, in un’aula senza finestre, dove egli discendeva dal secondo piano dell’edificio in cui era allogato il suo studio con annessa biblioteca. Lì lo aspettavamo due volte la settimana, di pomeriggio, dopo aver lasciato dietro di noi, per strada, sotto il cielo plumbeo di Urbino, palazzi e vie immersi nella nebbia.

Le lezioni del professor Cesare Questa, tanto erudite quanto divaganti, avevano un potere attrattivo ed emulativo fortissimo.  Erudizione come premessa di un sapere certo e frutto di una connaturata curiositas, divagazione come elemento necessario della complessità dei fenomeni letterari antichi e moderni, approfondimento e scavo filologico e storico, non deragliamento, errore, svagamento, vaniloquio. Continua a leggere

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La memoria sopravvive se ricordiamo assieme

di Antonio Errico

Si dice che questa civiltà stia assistendo alla scomparsa della memoria, che sia diventato pressante e rapidissimo e irreversibile il processo di oscuramento prodotto dall’oblio, che non c’è nulla che perduri, nulla che resista, che si costituisca come riferimento al quale il presente possa rivolgere interrogativi per ottenere risposte elaborate dall’esperienza.  È difficile capire quanto questo sia falso e quanto sia vero. Probabilmente, come molte delle faccende che riguardano l’umano, è un po’ falso e un po’ vero allo stesso tempo, ma in ogni caso è sempre soggetto ad una interpretazione individuale e collettiva, che in quanto interpretazione muta in relazione alle circostanze che intervengono su di essa, che ne determinano l’orientamento, la conformazione, la consistenza. È difficile capire se veramente il tempo che viviamo stia assistendo alla scomparsa della memoria o se, più semplicemente, si stiano trasformando il concetto di memoria, le forme con cui essa si conserva o si tramanda, le relazioni emotive e culturali che richiama.

Forse, se ci si sofferma un istante sulla soglia del presente ad osservare le conformazioni dei paesaggi sociali e culturali, si avverte l’impressione che tutt’intorno si stenda un deserto di memoria, che ciascuno e tutti insieme si viva in una condizione di smemoratezza. A volte consapevole, a volte inconsapevole, a volte triste, a volte perfino spensierata, quasi che il non avere memoria ci liberasse da un gravame. Può sembrare così, dunque, se ci si sofferma ad osservare distrattamente. Ma quando poi si affonda lo sguardo, quando si lacera il velo dell’apparenza attraverso un approfondimento, una più attenta riflessione sulle situazioni, una focalizzazione dei particolari del paesaggio, comincia ad insinuarsi il sospetto che la realtà sia alquanto diversa da quello che sembra, che la memoria rappresenti ancora una condizione di riferimento. Sono cambiati, invece, i modi con i quali avviene la consegna da generazione a generazioni. Sono cambiati le forme e gli strumenti con i quali la memoria si custodisce. Sono cambiati i sistemi di categorizzazione, organizzazione, rappresentazione. Di conseguenza è cambiato tanto il bisogno di memoria quanto la modalità e la frequenza con cui si ricorre ad essa. Continua a leggere

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Di mestiere faccio il linguista 5. Lingua e dialetto

di Rosario Coluccia

Il secondo fascicolo 2017 della rivista «La Crusca per voi. Foglio dell’Accademia della Crusca dedicato alle scuole e agli amatori della lingua» tratta il tema I dialetti d’Italia, «che da secoli convivono con la lingua nazionale», con rapporti ed influenze reciproci (come spiega Paolo D’Achille, in una nota introduttiva al fascicolo, che contiene inoltre interventi di Giovanni Ruffino, di Michele Loporcaro, di Nicola De Blasi). Il rapporto tra italiano e dialetto si dipana nelle due direzioni. Per un verso parole e tratti specifici del dialetto vengono progressivamente sostituiti dai corrispondenti italiani; e, nello stesso tempo, molti elementi di origine dialettale allargano il proprio raggio di diffusione e dal ristretto ambito locale lentamente si espandono fino a impiantarsi nell’italiano.

Il travaso dall’italiano verso i dialetti e viceversa avviene perché tutti siamo, più o meno intensamente, bilingui. In altre parole, tutti conosciamo e usiamo (in misura variabile) sia la lingua che almeno un dialetto. Dal 1974 due istituti di indagine statistico-demoscopica, la Doxa e l’Istat, rilevano il comportamento linguistico dei parlanti misurando le percentuali d’uso dell’italiano e dei vari dialetti, distinguendo a seconda che si comunichi in famiglia, con amici, con estranei (considerando inoltre le differenze per fascia sociale e per età).

Se ci riferiamo all’ambito domestico (quello che comprensibilmente si rivela più favorevole alla dialettofonia), nel 1995 coloro che parlavano con i familiari solo o prevalentemente in dialetto erano il 23,7% (una percentuale relativamente ampia), ma si riducono al 9% nel 2012. Nello stesso arco di tempo, la percentuale di coloro che parlavano in famiglia solo o prevalentemente in italiano cresce dal 43,2% del 1995 al 53,1% del 2012. Un andamento simile mostrano le percentuali relative agli usi fuori casa, con amici e con estranei. Nel primo caso (interazioni con amici) coloro che parlavano sempre o più spesso in dialetto erano il 16,4% nell’anno iniziale dell’arco di tempo considerato, scende al 9% alla fine; nello stesso periodo, la percentuale degli italofoni più o meno esclusivi invece aumenta dal 46,1% al 56,4%. Nel secondo caso (interazioni con estranei) i prevalenti dialettofoni erano il 6,3% nel 1995 e si riducono all’1,8 nel 2012; i prevalenti italofoni erano il 71,4% e aumentano all’84,8% nel 2012. La percentuale di coloro che si esprimono alternativamente in italiano e in dialetto, si aggira intorno al 30% (con oscillazioni non particolarmente significative) se si parla con familiari e con amici, cala piuttosto vistosamente quando ci si rivolge ad estranei, dal 19,1% del 1995 al 10,7 del 2012. Ci sono differenze se si guarda alla condizione sociale e professionale: ricorrono con maggiore intensità al dialetto pensionati, casalinghe e operai rispetto a dirigenti, professionisti e lavoratori in proprio. Continua a leggere

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