Democrazia – Partiti politici – Sovranità popolare

di Cosimo Scarcella

Il quadro ideologico e il panorama della situazione politica italiana non sono certo rassicuranti; lo scenario presentato dalle condizioni sociali ed economiche dei cittadini è davvero preoccupante. Le offerte formative e le pianificazioni operative della maggior parte degli attori politici appaiono piuttosto deboli e inadeguate, attente per lo più a questioni settoriali e di breve respiro, pur nella loro indiscutibile intrinseca importanza; anche la vita interna dei partiti politici non invia messaggi confortanti di responsabilità collettiva né fornisce esempi di atteggiamenti costruttivi; la libertà dei cittadini risulta sostanzialmente limitata, povera, talora perfino negata nella vita reale. Vacillano fondamenti importanti della vita privata e pubblica, anche se ben consolidati dalla tradizione. Il ritmo delle richieste di trasformazioni è divenuto così frenetico e caotico da impossessarsi dell’animo dei cittadini, i quali, di conseguenza, discutono acriticamente e frettolosamente tutto, senza prendersi il tempo giusto per riflettere, valutare e scegliere. In tale situazione caotica, perciò, mancano le condizioni necessarie per una chiara visione complessiva dei problemi, idonea a trovarne soluzioni assennate e utili. In simili momenti difficili  vengono meno il controllo delle volontà (con cui solamente si preserva il senso della concretezza() e il dominio sugli istinti dell’egoismo e del rancore (con cui solamente si salvaguarda la lucidità della razionalità). In questi ultimi anni, invece, le menti dei cittadini sono offuscate e le loro coscienze sono smarrite, poiché assistono, al posto del dialogo civile e del confronto politico, a scontri passionali e a lotte funeste: come, la dissennata denigrazione delle autorità statuali, i furiosi tentativi di delegittimazione degli istituti governativi, l’assalto impulsivo al potere legislativo del Parlamento, denunciato di dilettantismo e da qualche parte minacciato apertamente di inevitabile estinzione per la presunta sua inconcludente inefficienza.

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La poesia. Nel giorno della memoria di Piero Pellegrino

di Viator

Capelli neri lunghi che scivolano

sulle spalle; ma io non posso

cantare nel giorno della memoria:

scheletri di altri tempi ballano

nei campi di sterminio e gridano

forte la loro triste sorte.

Non sarà una delle più belle poesie di Piero Pellegrino (Lecce, vivente), ma di sicuro è segnale che conduce all’uomo Pellegrino. Una costante nella sua poesia è il riaffacciarsi di persone e vicende lontane, sfocate, visioni che sembrano quasi soffrire nello sforzo di trovare profili definiti, chiari. Come chi, chiamato all’appello, cerchi di farsi largo dalle retrovie della folla sterminata dell’esistenza per giungere in prima fila e farsi vedere.

Di flussi di memoria è piena la letteratura del Novecento. Mai l’uomo in precedenza si era tanto ripiegato, mai aveva tanto intrigato col passato; mai il poeta aveva saputo esprimere quella condizione. 

In questa breve poesia, composta da Pellegrino il 27 gennaio 2007 e compresa nella raccolta “Non è più stagione” (Besa, s.d.), appare una donna, anzi solo il simbolo del suo essere: “capelli neri lunghi che scivolano sulle spalle”. Il poeta trattiene nome, identità, ruolo. O semplicemente ritiene che non sia importante dirlo. Basti la suggestione dell’impatto. Il lettore la immagina come il poeta la propone, di spalle; e dunque senza volto.

Non è raro che il poeta in genere viva nel ricordo episodi mai vissuti nella loro dimensione fenomenica, ma veri nell’anima.

Chi è quella donna? Un amore? Un incontro fuggevole? Una persona cara? Un’antenata, vista solo in una vecchia foto? Una donna silenziosamente e intimamente agognata? Morta? Viva? Il lettore, il critico, il curioso non cerchi oltre!  

Chiunque essa sia, per lo stesso poeta non può andare oltre un lampo di pensiero. E’ il 27 gennaio, “giorno della memoria”. Le tante vite umane stroncate nei campi di sterminio avanzano come il “quarto stato” dell’umanità, una riedizione di Pellizza da Volpedo, raccolgono e trascinano nella marcia ogni altra memoria; nessuna triste sorte le può essere pari; nessuna le può resistere.

L’immagine iniziale, solitaria e anonima, introduce in correlazione quella grandiosa, la moltitudine che avanza. Il che esalta ancor più l’importanza della sospensione memoriale intima del poeta.  “Scheletri di altri tempi ballano / … e gridano / forte la loro triste sorte”.

Nel giorno della memoria il poeta cede al cittadino.

[“Presenza taurisanese”, gennaio 2016]

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Zibaldone salentino (extrait 19)

di Gianluca Virgilio

Pupitres. J’ai incisé pas mal de pupitres au cours de ma vie d’écolier, veillant toujours à me dissimuler derrière l’élève devant moi, comme je le voyais faire par mes camarades de classe, tous munis d’un canif ou autre ustensile utile pour les incisions. Des mots d’amour, des jurons, nos noms immortels, des figures plus ou moins obscènes suggérées par notre moralité, que sais-je encore ! Ce n’était pas encore l’époque des stylos à encre indélébile. Le pupitre était notre territoire personnel, nous le défendions jalousement. S’il nous arrivait de devoir le partager avec un camarade, il fallait alors, dès le début de la classe, conclure un accord clair, le mesurer, le diviser en parties égales, marquant tout au long la limite qu’il était interdit de dépasser. Les limites sont faites pour séparer, c’est vrai, mais aussi pour être franchies. Il n’était pas rare de voir pendant la leçon deux élèves assis à la même table se pousser du coude et se disputer à voix basse, veillant toujours à rester bien cachés pour éviter d’être interrogés par le professeur : interrogation étant synonyme de rétorsion. Contester la frontière, exactement comme le feraient les états en vue d’annexer une nouvelle portion de territoire, c’était cela l’objet de nos messes basses. Et de même que les états envoient en première ligne leurs chars d’assaut et juste derrière les troupes d’occupation, il y en avait toujours un pour pousser au-delà de la limite un crayon, une gomme, un taille-crayon, et même un coude ou l’avant-bras entier, s’exposant aux inévitables opérations de contre-attaque. Malgré le risque d’être interrogé, pas question de se soustraire à l’action d’invasion et à la défense acharnée. Que d’audace chez les écoliers d’autrefois !

Je réfléchis sur ce que j’écris et je m’aperçois que mon écriture naît des sollicitations de la réalité. Je n’invente rien, j’ai horreur des plot narratifs qui maintiennent toujours un quid de fausseté, mais je réagis à la réalité dont je me nourris. L’écriture a beaucoup à voir avec nos déjections quotidiennes, nous assimilons le monde, nous le transformons, nous l’expulsons de notre corps. L’écriture confère ainsi un sens aux événements du monde qui nous envahissent, nous traversent, et en nous traversant font de nous ce que nous sommes. Il n’y a plus de distinction entre le dedans et le dehors, entre le monde et le « je » ; ne reste qu’une écriture envahie par le monde comme simple témoignage d’une expérience vitale.

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La lanterna di Diogene e la lampada di Aladino. Filosofie film narrazioni 10. “Fahrenheit 451”, Word 97-2003. Questioni di memoria

di Giovanni Invitto

Nel titolo sono accostati due fatti culturali di genere diverso: un film che prende spunto da un precedente romanzo e un programma di videoscrittura con il quale chi qui scrive salva i propri files sul computer. Questi due elementi, film e informatica, vengono unificati nella terza parte del titolo che riguarda la memoria. In particolare si esaminerà la memoria nel momento in cui è depositata negli scritti, siano essi gli scritti che troviamo trasformati in libri quanto quelli che costruiamo e conserviamo nel computer. Si tratta di due temi apparentemente diversi ed estranei: il rogo dei libri, evento ripetutamente presente nella storia, e la civiltà informatica nella quale, volenti o nolenti, tutti noi ora siamo immersi e dalla quale dipendiamo. Il tratto che unisce i due fenomeni apparentemente eterogenei è o potrebbe o potrà essere uno: la perdita della memoria del singolo e della comunità umana.

1. Partendo da Don Chisciotte

Parliamo di memorie che si possono estinguere e che, in alcuni casi, si decide di estinguere. L’esempio del rogo dei libri presentato da Fahrenheit 451 è emblematico. Per di più, l’immagine del rogo di libri è ripetutamente presente nella nostra cultura. Forse non è un caso che il primo libro sequestrato e destinato alle fiamme di cui, nel film in questione, si vede il titolo sia il Don Chisciotte di Cervantes, nella versione spagnola. Per tale motivo introduciamo un brano di questo importante romanzo pubblicato nel 1605:

Chieste le chiavi alla nipote, della stanza dove erano i libri, autori del malanno, ella gliele diede di buona voglia. Entrarono dentro la governante e tutti, e trovarono più di cento volumi di grossi libri, molto ben rilegati, ed altri di minor dimensione. Come la governante li vide, si voltò per uscire lesta lesta dalla stanza e subito tornò con una ciotola d’acqua benedetta e un aspersorio […]. Il curato si stancò di vedere altri libri, e così, in blocco, volle che tutti gli altri si bruciassero. […] Quella sera la governante bruciò e distrusse quanti libri c’erano nel cortile e per tutta la casa, e ne dovettero andare arsi certuni che avrebbero meritato d’essere custoditi in perpetui archivi: il che non permise però la loro sorte né la lentezza dello scrutinante. Così si avverò in essi il proverbio che talvolta il giusto la paga per il peccatore. Uno dei rimedi che il curato e il barbiere suggerirono per allora, al fine di curare il male del loro amico, fu di murargli e di tappargli la stanza dei libri, perché quando si fosse alzato non li trovasse (togliendogli la causa, verrebbe forse a mancare l’effetto), e di dirgli che un incantatore se l’era portati via con la camera e tutto[1].

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Umanistica o scientifica? La cultura è una

di Antonio Errico

Si dice: cultura umanistica, cultura scientifica. Che si dica, per identificare una specificità culturale, certamente va bene. Che si dica per separare, certamente va male. La distinzione tra culture è un’operazione anacronistica e arbitraria, costituita da codificazioni prodotte attraverso astrazioni e, frequentemente, attraverso pregiudizi, luoghi comuni. La cultura è costituita da una integrazione, una interazione, una prossimità di espressioni, forme, contenuti provenienti da contesti differenti.  

Probabilmente, allora,  sarebbe più corretto considerare che esiste una cultura, una conoscenza, e in questa conoscenza  il pensiero si orienta in base ai problemi che deve risolvere, alle situazioni con cui deve confrontarsi, e i problemi, le situazioni sono di ogni tipo, appartengono alla ragione o al sentimento, al conoscibile e all’inconoscibile, alla concretezza e alla riflessione sui destini che ci toccano, alle cose dell’origine e alle cose ultime. Per cui talvolta è necessario un orientamento di pensiero verso una conoscenza di fisica, di biologia, altre volte è necessario un orientamento verso la scena di un romanzo, di un film, verso una poesia; è necessario avere la possibilità culturale di interpretare un fenomeno del cielo, della terra, del mare, ma è altrettanto necessario saper interpretare la meraviglia della luce in un capolavoro di Caravaggio, il senso di un canto popolare, un’Operetta morale.

E’ necessario essere in grado di dare una risposta all’interrogativo pratico che attraversa l’istante di ogni giorno, ma anche a quello che viene da dentro, che potremmo chiamare emozione, che  sorprende in un’ora del giorno o della notte, per il quale  non serve nessun tipo di scienza ma semplicemente una fiaba d’infanzia. In questo caso, a questo punto, la distinzione fra culture rivela i caratteri non solo dell’improprietà ma anche della banalità. Domandarsi se serva una o l’altra è come domandarsi se serva il pane o l’acqua.

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Di mestiere faccio il linguista 16. Non basta dire… “carino”!

di Rosario Coluccia

Alcuni anni fa circolò in televisione e in rete un video pubblicitario, che promuoveva la nuova edizione di un vocabolario della lingua italiana. Una giovane attrice giocava in maniera divertente sull’uso ripetuto della parola «carino» per descrivere cose, circostanze, luoghi e contesti differenti. Nel video l’attrice, con diverse intonazioni della voce, usa «carino» quando vede passare un bel giovane palestrato, quando un signore le cede il posto in autobus, quando commenta un film che le è piaciuto; sospira «che carino» quando abbraccia affettuosamente un cucciolo di cocker; sussurra «carinissimo» quando ammira il panorama dei sassi di Matera. Alla fine si ravvede e capisce che non tutto è semplicemente carino, termine che, troppo spesso usato, non può valere per definire cose o fatti così diversi. La nostra lingua possiede altri aggettivi, che possiamo variare a seconda delle circostanze: «magnifico», «emozionante», «sconvolgente», «eccezionale», «splendido», «grandioso», «fantastico», «bellissimo». Il video si chiudeva con un invito semplice ed efficace: «Senza parole? La lingua italiana ne comprende oltre duecentocinquantamila, usiamole». La campagna si concentrava sulla ricchezza della lingua italiana e sulle sfumature dei termini che la compongono.

L’obiettivo è condivisibile: spingere tutti noi, indipendentemente dalla attività che pratichiamo, ad ampliare e diversificare il nostro lessico quotidiano. Anche con l’aiuto di un buon vocabolario, suggeriva quella pubblicità. Non bastano le ottocento parole (più o meno) ritenute sufficienti per le necessità elementari della vita quotidiana: ne risulterebbe appiattita la visione stessa del mondo.

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Commento al nono componimento di )e pagine del travaso di Claudia Ruggeri

di Annalucia Cudazzo

“salve sono tornata: sono malata malata d’amore, levami

ahi la scarpetta, tutta abitata, oddio

formicolata… scrivila in giardino…

.

(il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio

e un fremito mi ha sconvolta

.

“il foro s’è implicato ne la roccia. ò pervenuto

a tale disanimale limine che tramandi le linee

d’un riflesso stringente, tu che hai fatto rovente

la voce dei vulcani il giorno del Movimento

interreno, del materiale acceso; il giorno del Materiale

immite vento

.

(sicuro ora ne devo scrivere. pure quel giorno

in me poneva il cardine meno sensazionale. cronaca

cantico o mensura, ma di parole-Rotolo. era la terra

astratta dei fiori corpo a corpo

.

– penso senza il sonoro

entro codesto margine del Rotolo

e la sinistra gira mentre in continuazione

                                                                                   certo mi ricapitoli man mano

    che mi leggi ed io mi annido

  nel lievissimo plesso della ipsylon

Il nono componimento della raccolta[2] trascina il lettore in una dimensione intrisa di forte carica erotica: la poetessa fa la sua improvvisa apparizione nel primo verso («salve sono tornata») e riprende immediatamente le parole della Sulamita, sebbene per l’unica volta non si sottolinei la citazione: «sono malata malata d’amore» scrive la Ruggeri, come nel Cantico 2:5. È una dichiarazione d’amore, ma anche di follia, un delirio amoroso evidente anche dalle interiezioni che si leggono nel verso successivo: «ahi», «oddio». La poetessa ansimante ordina all’uomo amato di sfilarle la stretta scarpetta, elemento che lascia immaginare che nella scena seguente, non descritta in versi, la donna continui a spogliarsi per consumare un rapporto con il suo «diletto»: subito dopo, infatti, viene citato il Cantico dei Cantici 5:4, in cui la Sulamita viene sconvolta da un fremito perché il pastore «ha messo la mano nello spiraglio», allusione ai genitali femminili, simbolo del vuoto.

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Dante e i due Guidi. Marti fra antagonismo e ideologia

di Emilio Filieri

Abstract. According to Mario Marti in the elite cenacle of the new Florentine poets the initial sodalitas with Guido Cavalcanti delivers the image of a dynamic Dante in the reworking-adaptation to the ‘aristocracy of the heart’ on Guinizelli’s intuitions. The first friendship with Cavalcanti fades irremediably in the season following the prosimeter Vita nova. The critical-cultural awareness towards Guittone pushes Dante to a higher degree of development also towards Cavalcanti, who is less open to confident forecasts, as he sees himself in «heavy weight» under the irrational blows of Love. With equal and speculative poetic force the ‘other Guido’ is radically opposed to Dante’s thought, but Cavalcant’s ‘matter’ is, after all, the one abandoned by Dante. Dante’s thought is forged in the interventions of life, in the res publica, between clashes and pleasure of encounters: from ‘petrose’ rhymes up to the role of prior and up to the moral compositions Dante’s disposition is less distant compared to his stylnovistic experience, which is crystallized in a moment, but that comes back condensed and distilled in the mature Dante. The figure of Beatrice returns and she comes true to a higher height: she is reworked and intimately repurchased through the confrontation with a larger life. Beatrice is fully realized for Dante, inside and outside Dante, as subsumed from yeast to supreme synthesis.

Riassunto. Fra gli aspetti emergenti dalla riflessione critica di Marti sui due Guidi, il primo riguarda l’iniziale sodalitas di Dante con Guido Cavalcanti nell’elitario cenacolo dei nuovi poeti fiorentini, con il giovane auctor dinamico nel rielaborare temi dell’aristocrazia del cuore generata dalle intuizioni di Guinizelli. Dopo la Vita nova sfuma irrimediabilmente l’amicizia con Cavalcanti: la coscienza critico-culturale rispetto a Guittone spinge Dante a un grado superiore di svolgimento, anche nei confronti dello stesso Cavalcanti, in greve “pesanza” sotto i colpi di Amore. Il secondo aspetto è l’antagonismo sul versante della filosofia e dell’ideologia letteraria comprensiva del senso profondo dell’amore; con pari energia poetico-speculativa l’altro Guido si oppone radicalmente al pensiero dantesco, ma la ‘materia’ cavalcantiana in fin dei conti è proprio quella abbandonata da Dante. Il terzo aspetto considera che il pensiero di Dante si forgia negli interventi della vita e nella res publica, fra scontri e incontri: dalle petrose fino al priorato e alle canzoni morali vi è minore distanza di disposizione di Dante rispetto alla sua esperienza stilnovistica; ma questa, cristallizzata a un momento, rimonta distillata nel Dante maturo. Così la figura di Beatrice si invera a un’altezza superiore e si realizza per Dante, dentro e fuori Dante, sino alla suprema sintesi.

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Antonio Stanca, Apoteosi del nulla

Apoteosi del nulla, aprile 1999, olio su MDF, cm120x120.
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Manco p’a capa 84. Imparare a guardarsi attorno

di Ferdinando Boero

I bambini escono da scuola e non conoscono gli alberi che incontrano nel cammino verso casa. Non parliamo degli animali. Le conoscenze scolastiche sono principalmente focalizzate su nozioni astratte (tabelline, teoremi, poesie e regole da imparare a memoria) e ci sono poche interazioni col mondo reale. Un tempo i bambini giocavano per strada, dove imparavano quel che la scuola non forniva. Ma oggi questa possibilità è preclusa alla maggior parte di loro.

Il ministro Fioramonti ha introdotto nozioni di educazione ambientale nel programma di educazione civica, ma è poco probabile che questo permetta agli alunni di saper “guardare” la natura. La transizione ecologica richiede conoscenze ecologiche. Se queste mancano, e ora mancano, dovrebbero essere fornite. Ma non sempre la logica viene rispettata.

Leggo sul Fatto Quotidiano che si sta progettando di far studiare il comportamento degli esseri viventi, in questo caso gli animali, agli alunni e alunne delle elementari e medie. Bellissimo, dico io. Basta guardare fuori dalla finestra… ci sono i piccioni. Come interagiscono tra loro? Vedere il maschio che corteggia la femmina aiuta a capire tante cose, così come le reazioni delle femmine alle avances dei maschi. Non parliamo dei gabbiani, e ora ci sono anche i pappagalli, in molte città. Mangiano cose differenti, volano in modo diverso, i loro richiami sono diversi per ogni specie. Moltissimi hanno gatti e cani, in casa. Oppure criceti, pesci rossi, tartarughine, conigli. Ho scritto un libro sugli animali “da compagnia”, parlando della loro diversità.

Incontriamo animali in tutti gli spot pubblicitari. Da dove viene il merluzzo di Capitan Findus? E i tonni? Dove sono pescati? Quali specie finiscono nelle scatolette? Che significa Tonno Pinna Gialla? Dove vive? Che operazione hanno subìto i gatti sterilizzati, per i quali si preparano bocconcini speciali? E perché vengono sterilizzati? Sappiamo guardare un banco di pescheria? Da dove vengono i salmoni che finiscono sempre più spesso sulle nostre tavole? I bambini, alla mensa, incontrano il pangasio. Da dove viene???

Imparare a guardarsi attorno, e capire la differenza tra una mosca e una zanzara, tra un ragno e una cavalletta, per non parlare di pini e abeti, aiuta a “leggere la natura”. Finalmente queste cose arrivano a scuola con uno specifico progetto didattico!

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Da Dante a Croce di Mario Marti

di Antonio Lucio Giannone

Da oltre sessant’anni Mario Marti, “salentino classe 1914”, va indagando  autori e opere della letteratura italiana con passione e rigore critico. Nella sua bibliografia, che conta ormai più di mille titoli tra volumi, saggi, recensioni e articoli, spiccano, in particolare, i contributi fondamentali  sui primi secoli (la prosa del Duecento, i poeti “giocosi”, lo Stil novo), su Dante, Boccaccio e Leopardi. Dopo una prestigiosa carriera accademica che l’ha portato a ricoprire diversi incarichi (tra cui quello di Rettore dell’Università degli Studi di Lecce),  Marti ha continuato a esercitare il suo magistero soprattutto dalle pagine dell’autorevole “Giornale storico della letteratura italiana”, di cui è condirettore, dimostrando una operosità davvero fuori dal comune.  Il frutto più recente del suo lavoro è il volume Da Dante a Croce. Proposte consensi dissensi (Galatina, Congedo, 2005), apparso nella collana delle Pubblicazioni del Dipartimento di Filologia, linguistica e letteratura dell’Ateneo salentino.

            Il libro raccoglie tredici studi pubblicati quasi tutti negli ultimi dieci anni. Alcuni di essi sono nati come omaggi a colleghi e amici in occasione del raggiungimento dei settanta anni e del “fuori ruolo”, altri come accurate recensioni,  nelle quali Marti dibatte complesse questioni critiche, filologiche, variantistiche con  italianisti del valore di Domenico De Robertis, Vittore Branca, Maurizio Vitale e Luigi Blasucci. Emergono così alcuni snodi problematici della nostra letteratura affrontati tante volte dallo studioso nel corso della sua lunga attività: i rapporti tra Guido Cavalcanti e Dante Alighieri, entrati in crisi, a suo parere, per motivi politici e non di carattere poetico; la presunta paternità dantesca del Fiore, verso cui conferma il suo “motivato dissenso”; le Rime  di Dante, delle quali si discutono proposte di attribuzioni, ordinamento e resa editoriale in una affilata disamina dell’edizione critica curata da De Robertis; le due “redazioni” del  Decameron, a proposito delle quali preferisce parlare di “varianti” e “interventi d’autore”; le due canzoni “sepolcrali” del Leopardi, composte, secondo il critico, in tempi diversi.

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La terza guerra mondiale

di Gianluca Virgilio

Non credo che l’uomo onesto debba

necessariamente sottomettersi alla Storia.

Ignazio Silone, La scuola dei dittatori.

Da quando, qualche anno fa, ho letto Orientalismo di Edward Said, un saggio del 1978, mi sono andato convincendo sempre più che dare una spiegazione del conflitto in corso in termini di contrapposizione tra Oriente e Occidente sia un errore. Se, infatti, è vero quanto afferma Said, e cioè che l’Oriente è un’invenzione di noi Occidentali, allora va da sé che questa guerra, da qualcuno definita “la terza guerra mondiale”,  non può essere uno scontro fra noi e la nostra invenzione, il che sarebbe davvero paradossale, ma deve essere qualcosa d’altro.  Che cosa sia questo “altro” non è davvero facile da precisare, perché i mass-media non aiutano affatto a comprendere quanto sta accadendo, limitandosi ad un’informazione troppo ravvicinata, attenta solo all’ultima strage, che rischia di farci diventare miopi. Che cosa possiamo dire, infatti, quando una bomba umana lascia sul terreno decine di morti innocenti, che per puro caso si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato? Possiamo solo inorridire e compiangere la loro sorte, ma la nostra comprensione di ciò che realmente sta accadendo non ha fatto per questo un passo avanti.

Proviamo a pensare che il mondo non sia diviso tra Oriente e Occidente, ma sia un unico campo di forze contrapposte, che si combattono per prevalere le une sulle altre. Stati, gruppi economici, élite finanziarie ed economiche, religioni diverse (cristiani, ebrei, sunniti e sciiti, ecc.) si contendono le risorse del pianeta. Non è un caso che l’epicentro di questo sisma epocale sia il Medio Oriente e l’Africa, cioè quella del mondo che notoriamente è la più ricca di risorse. Sono tutti lì, americani, russi, cinesi, europei, arabi, iraniani, ecc., che bombardano, perché le bombe aprano la strada a chi poi dovrà impadronirsi di quelle risorse. E’ in atto una guerra non dichiarata di tutti contro tutti, nella quale le alleanze di un giorno non valgono il giorno seguente, gli schieramenti facilmente si formano e altrettanto facilmente si disfano, a seconda delle convenienze immediate di chi non può permettersi d’essere assente al grande banchetto che sarà organizzato dopo la mattanza. Chi ha armato i talebani poi li ha combattuti, chi ha portato al potere Saddam o Gheddafi poi non ha esitato a ucciderli, chi ha armato il Califfato ora lo bombarda, e via di questo passo, in un continuo riposizionamento e con continui ribaltamenti delle alleanze, che spesso i giornalisti non riescono a spiegare. La linea del fronte varia in continuazione, dall’Ucraina alla Turchia, da Parigi a Jakarta, dall’Iran al Marocco al Burkina Faso, passando per la Siria, l’Egitto, Israele, Gaza, ecc. Il conflitto diventa endemico, frammentato, discontinuo, imprevedibile. Oggi si manifesta con una strage a Parigi, domani è la volta di Istanbul, poi Jakarta, poi ancora il Burkina Faso; non finirà mai!

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Nico Mauro e la passione di Cristo

di Paolo Vincenti

La polvere e l’acqua di Nico Mauro, con Introduzione di S.E. Mons. Marcello Semeraro, è un percorso di “parole lungo la via della Croce”, come recita il sottotitolo del libro, edito da L’officina delle parole. Alle parole si uniscono le immagini, con un’operazione sinestetica davvero efficace, molto riuscita. Le immagini sono le pirografie di Silvana Bissoli, che contrappuntano i versi di Nico Mauro, e forniscono non solo uno sfondo alle sue liriche doloranti ma addirittura ne sostanziano la materia, ne impastano le pagine, divenendo tutt’uno con la poesia e si fanno esse stesse poesia. Conosciamo il percorso artistico di Silvana Bissoli, imolese che da molti anni frequenta il Salento, e conosciamo bene il suo grande amore per gli ulivi salentini, queste secolari sentinelle del paesaggio prima che su di esse si abbattesse la terribile epidemia da xylella. Nella presentazione del libro, la critica d’arte Pompea Vergaro spiega il percorso della Via Crucis attraverso le opere della Bissoli. Sembra che questi ulivi contorti e nodosi avessero già impresso in sé il cammino di dolore della Passione che nelle tappe del libro ripercorre Nico Mauro. La straordinaria tecnica a fuoco della pittrice rende gli ulivi simili a degli acquerelli ed essi ci parlano attraverso la pena straziante, l’urlo del paesaggio che vuole partecipare alla passione di Cristo, con i richiami, così materici e tangibili, ad una profonda esperienza, una riflessione sul destino dell’uomo, sul senso del cadere e del rialzarsi, sul senso ultimo del peccato, della colpa e del riscatto. Mauro ci offre una silloge poetica in quindici tappe, quasi una danza in quindici movimenti, che sono le stazioni che segnano la passione e morte del Signore Gesù Cristo. Si tratta di poesia religiosa quindi, che trae afflato lirico dalla materia sacra, e trova giustificazione nella spiritualità del credente, in un circolo magico che, come spiega Romano Sgarbi nel Commento dell’opera, dalla polvere arriva all’acqua, con una coerenza tematica e stilistica assai invidiabile. Per ogni lirica di Mauro una tavola della Bissoli, in un mix di arte e letteratura, di immagine e versi, che rende a pieno la drammaticità del momento rivissuto, la passione e morte del Nazareno.

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A una lupa

di Antonio Prete

Il tu che si posava sul tuo sguardo,

il tu che t’invitava al balzo

o ti esponeva alla carezza

non faceva trasparente la linea dell’enigma

che ci separava, era solo un arcobaleno

sul paese della nostra prossimità.

.

Trascorrevano nei tuoi pensieri

fremiti di foreste, profumati

richiami della macchia, della riva.

Erano ombre dei miei pensieri.

.

Ma una volta vidi con certezza

nella giada dei tuoi occhi

scaglie della sapienza dalla quale

ci allontanò l’elegia del fare,

l’ansia del distruggere.

.

Ora cammini nella tua privazione

come il vento sul dorso di una duna.

Stai nella tua quiete

come una stella nel cielo della sera.

.

Nel tuo passaggio, intatta, la fragranza

dell’apparizione.

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Sabatino De Ursis S. J. , sulla via dei libri, nella Cina dei Ming

di Francesco Frisullo e Paolo Vincenti

     Nel 2020 ricorreva il quarto centenario della morte di Sabatino de Ursis (1575-1620), gesuita di origini salentine, “uomo di grande scienza” prima ancora che missionario nella Cina dei Ming. L’anniversario ha spinto la Società di Storia Patria per la Puglia, sezione di Lecce, presieduta dal prof. Mario Spedicato, a dedicare al gesuita salentino il primo volume monografico, dopo l’enorme mole di documenti disponibili sulla sua figura[1].

     Sabatino De Ursis [熊 三 拔 Xiong Sanba; Hsiung San-pa; Yu-kang] nasce in provincia di Lecce nel 1575. Il Barrella parla di Ruffano come luogo di nascita e in effetti a Ruffano esiste una piccola strada a lui intitolata, così come a Lecce. Padre Barrella, oltre a dare per certa l’origine ruffanese del Nostro[2], alla nota 4 di pag. 85 dice: «per la patria del De Ursis – che tutti gli scrittori dicono leccese – Cf ND5», ma non specifica quale sia questa documentazione[3]. Anche Giuseppe Ruotolo dà per certa l’origine ruffanese[4], così anche de Bernart, Cazzato, Inguscio[5], e il De Simone[6]. Anche Spagnolo parla di Ruffano[7]. Di Sabatino de Ursis, forse «il più importante missionario gesuita leccese», parla anche Iappelli, che riporta quanto già aveva scritto Barrella, ma non indica Ruffano come luogo di nascita, ma più genericamente Lecce[8]. In effetti, fino ad ora nessun documento permetteva di confermare questa origine. Occorre dire che da una consultazione dei registri dei battezzati della Parrocchia di Torrepaduli (Ruffano) dal 1573 al 1609 non risulta il cognome “de Ursis” o “De Ursis”, nemmeno “D’urso” ed equivalenti, mentre dal 1597 ricorre il nome Sabbatino con doppia b[9]. Il cognome “de Urso” e varianti compare invece già nel primo registro dei battezzati della chiesa matrice di Ruffano[10]. Oggi possiamo invece far luce sulle origini del padre de Ursis grazie ad una lettera che il 25 gennaio 1605 da Macao Sabatino de Ursis invia a Lecce, il cui destinatario è P. Bernardino Realino, il santo che aveva fondato la comunità dei Gesuiti leccesi nel 1574, un anno prima della nascita di de Ursis[11]. È lo stesso Sabatino che nella missiva riferisce: «Io scrissi l’anno passato che era della terra de Ruffano, dove Haveva mio Padre, un fratello et altri Parenti»[12]. Da questa lettera possiamo anche ricavare alcune informazioni sul tempo precedente all’ingresso nella Compagnia. De Ursis dichiara: «ancorché non la conoschi de vista»[13], il che ci permette di escludere che Sabatino abbia frequentato i gesuiti di Lecce, diversamente dal correligionario, «ch’era mio paesano»[14],Padre Scipione Mogavero (1551/54-1602/1604)[15].

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Manco p’a capa 83. Il circolo vizioso della transizione ecologica

di Ferdinando Boero

È evidente che i difensori dell’ambiente, nel nostro paese, hanno un problema di comunicazione. Dicono no a tutto (nucleare, gas, petrolio, eolico, solare, idrogeno etc.) e sono facilmente accusabili di voler tornare al lume a petrolio (comunque un combustibile fossile). A ogni proposta di soluzione questi disfattisti sollevano una serie di possibili problemi e alla fine non si capisce cosa vogliano. Sanno solo dire no.

Psicologicamente, chi propone problemi non è ben visto, mentre chi arriva con possibili soluzioni viene accolto come un salvatore della patria. Spesso accade che le “soluzioni” generino altri problemi e si potrebbe pensare che questo dia maggiore credibilità a chi ha avvertito che quelle soluzioni erano farlocche. Non è così. Chi ha causato i problemi con le sue “soluzioni” coglie la palla al balzo per proporre le soluzioni ai problemi che ha generato. E trova credito, senza cambiare l’impostazione dei suoi approcci, generando così altri problemi. Che si affretterà a “risolvere”, per mettere finalmente a tacere gli scocciatori che vedono sempre problemi.

È un circolo vizioso dal quale non riusciamo a uscire. Se si chiede la transizione ecologica significa che quello che c’era “prima” non va bene. E quello che c’era “prima” è un certo modo di fare economia e tecnologia. Bene, ci rendiamo conto che questo è un problema, e chi si presenta con le soluzioni? Economisti e tecnologi. E gli ecologi? Quelli strepitano. Come ho fatto io da quando ho iniziato questo blog. Dicono che quelle soluzioni non sono soluzioni e genereranno molti problemi. Disfattisti! Ci propongono un nucleare di quarta generazione (che non esiste) e ci dicono che il problema delle scorie non si pone. Dimenticando che non riusciamo a dislocare le poche che abbiamo.

Non parliamo dell’economia. La transizione ecologica si basa su un concetto elementare: la crescita infinita del capitale economico non è possibile. Questa folle aspettativa sta erodendo il capitale naturale e mette in pericolo anche l’economia. Giusto! Transizione ecologica!!! Nuovo patto verde!!! Sostenibilità!!!

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Genere e lingua, fenomenologia di alcune tendenze nel mondo

di Rosario Coluccia

A volte succede che un episodio fortuito, capitato per caso, ti faccia riflettere su aspetti della realtà che fino a quel momento non avevi considerato a fondo, nella loro complessità. Credi che siano lontani, visto che non riguardano direttamente la tua persona, la sfera dei tuoi familiari e dei tuoi amici. E alcune questioni appaiono un po’ astratte, quasi sfocate. Può aver senso parlare di fatti linguistici, di fronte a problemi che coinvolgono la vita delle persone? La parola inglese «transgender» è composta dall’accostamento di «trans» ‘al di là’ e «gender» ‘genere sessuale’ e indica chi si identifica in modo transitorio o persistente con un genere diverso da quello assegnato alla nascita. Può essere usata come sostantivo (è un transgender)  e come aggettivo (movimento transgender, locale transgender), per definire l’atteggiamento personale, sociale e sessuale che combina caratteristiche del genere maschile e di quello femminile, senza identificarsi interamente e definitivamente in nessuno dei due. Le persone transgendersono individui che hanno un’identità o un’espressione di genere che si discosta dal sesso assegnato alla nascita. Esiste anche, meno diffuso, il corrispettivo italiano: «transgenere», molto meno diffuso. Ma ora non voglio discutere della presenza spesso eccessiva degli anglicismi nella nostra lingua e della preferenza che sarebbe giusto accordare a parole italiane che possono ragionevolmente essere usate in luogo di quelle straniere. Questa volta parlo d’altro.  

La parola ha un significato originariamente politico e culturale, è un termine ombrello che punta a includere senza discriminazione tutte le forme di non conformità di genere. Definisce il movimento che contesta la visione duale (o binaria) dei generi, secondo la quale le identità di genere nell’essere umano sarebbero soltanto due, sarebbero immutabili e scaturirebbero del sesso genetico degli individui. Il genere rappresenta modo in cui il soggetto mostra la propria identità al resto del mondo, il modo in cui ci vestiamo, come ci pettiniamo, come parliamo e come usiamo il linguaggio del corpo. Il movimento è nato negli Usa negli anni Ottanta. Vladimir Luxuria, parlamentare transgender in Europa, ha reso il termine popolare anche in Italia, ormai ricorre ampiamente nei media, scritti e orali. Ecco l’episodio casuale che mi ha fatto riflettere, come ho scritto all’inizio dell’articolo.

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Zibaldone salentino (extrait 18)

di Gianluca Virgilio

Les objets inanimés et les humains. « Les objets inanimés changent plus rapidement que les êtres humains. (…) une fêlure dans le crépi d’une maison non entretenue se creuse plus vite qu’une ride sur un visage, un mur modifie sa couleur plus rapidement qu’une chevelure, une pièce se dégrade de manière continue et n’accède jamais à une pause temporaire sur le haut plateau de la vieillesse où peut vivre longtemps un homme, sans transformations apparentes. » (Graham Greene, Le consul honoraire, 1973).

Le temps des objets inanimés semble être plus néfaste que le temps des humains, mais ce n’est qu’une apparence, puisque pendant que les objets inanimés n’opposent au temps qu’une force d’inertie, les hommes lui opposent une résistance active, qui ralentit son action corruptrice et leur donne l’illusion d’être plus forts.

Cannibalisme, ou plutôt scène d’amour. Dans Jeux d’été (1951), Ingmar Bergman met en scène l’étreinte d’Henrik et de Marie, serrés l’un contre l’autre. Henrik parle le premier :

« J’ai envie de te mettre en petits morceaux et de te manger toute entière.

– Tu commencerais par quoi ?

– Les mains, puis les bras, ensuite le torse.

– Et comment peux-tu savoir que le torse est à ton goût ? Petit coquin !

– Un cannibale de ma connaissance n’arrête pas de m’en dire du bien. »

(On entend le cri d’une chouette)

Peu après, Marie reprend : « Arrête de me mordre. Sinon, moi aussi je commence. »

Revenir. Le désir de revenir dans un lieu où nous avons séjourné avec plaisir est lié au désir de renvoyer la mort à plus tard. Il implique la demande que nous adressons à la mort de nous donner le temps de revoir ce lieu avant de mourir. C’est pourquoi revenir dans le lieu aimé nous plaît davantage que de le visiter pour la première fois.

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Convegno dannunziano, 20-21 Gennaio 2022

Per il programma della II e III sessione, vedi allegati.
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Un narratore pugliese del Novecento: Salvatore Paolo

di Antonio Lucio Giannone

Salvatore Paolo (1920-1976)

            Salvatore Paolo rappresenta un “caso” davvero unico nel panorama letterario salentino, e forse meridionale, del Novecento. In vita, com’è noto, riuscì a pubblicare soltanto un romanzo, Il canale[1], e I millepiedi e altri animali[2], “una raccolta di favole di animali”, come lui  stesso la definì, oltre a qualche racconto. Ma ha scritto numerose opere rimaste inedite non perché non fossero degne di essere pubblicate, bensì a causa dei meccanismi editoriali basati su logiche quasi esclusivamente commerciali, perché esse cioè non erano considerate facilmente vendibili, di consumo. Infatti i romanzi che Paolo inviava regolarmente a editori e critici erano quasi sempre apprezzati, sia pure a volte con qualche riserva, come vedremo nel corso di questa relazione.

            Ma Paolo è un caso unico anche perché nella seconda metà del Novecento salentino si può considerare l’unico vero romanziere, accanto a tanti (troppi forse) poeti. Gli altri narratori di Terra d’Otranto del secolo ormai trascorso, operanti in loco, hanno scritto prevalentemente racconti, prose, reportage o, al massimo, un solo romanzo. Ricordo, ad esempio, Rina Durante con La malapianta, Salvatore Bruno con L’allenatore, Giovanni Bernardini con Il profumo dei gelsomini, mentre un caso a parte è il romanzo giovanile rimasto inedito in vita di Vittorio Bodini, Il fiore dell’amicizia. E qui ovviamente ho fatto i nomi dei più rappresentativi esponenti della nostra cultura letteraria.

            Per questo è quanto mai importante fare conoscere  l’opera di Paolo in un quadro più ampio di recupero  e valorizzazione anche in sede scolastica dei nostri migliori scrittori, in modo che gli studenti salentini, medi e universitari, conoscano anche, accanto ai grandi nomi della letteratura nazionale, poeti e narratori della loro terra, quasi sempre assenti da manuali, storie letterarie, antologie scolastiche. Questo ovviamente, precisiamolo subito, non vuole essere un discorso di carattere  campanilistico e provincialistico, non tende cioè a rivendicare le grandezze di glorie o gloriuzze locali, ma è invece un discorso di tipo metodologico, cioè un invito a studiare la letteratura di una regione periferica come il Salento in maniera critica, senza farne l’apologia, e mettendola sempre  in rapporto  con la cultura nazionale, secondo una prospettiva policentrica dello svolgimento della letteratura italiana.

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