Le spiagge del mito e dell’archeologia

di Francesco D’Andria

E’ questo il momento di tornare sulle coste, con il privilegio, per noi salentini, di poter scegliere tra le spiagge di sabbia della fascia ionica e le calette all’interno della fragile roccia, a picco sul mare adriatico, sempre con un mare dai colori ineguagliabili. Spostandoci in massa o nella vana ricerca di luoghi solitari, spesso la nostra presenza è segnata dalla confusione, dal traffico, dall’inquinamento acustico e dallo scandalo della sporcizia abbandonata sulle spiagge. Non ci rendiamo conto che, lungo questa sottile linea tra mare e terra, tutto ci parla della nostra storia: dalle “torri saracene” alle città murate a guardia di feroci invasori, ai tagli di antiche cave, sugli scogli corrosi dalle onde, ai cocci fluitati dalla risacca che avevano attratto la mia curiosità nel tempo dell’adolescenza a Taranto, quando si andava, con le comitive di amici, a fare il bagno a Saturo. Solo dopo, leggendo gli scrittori antichi, avevo capito che, lungo quelle coste, correvano racconti che legano il Salento alla “Madre di tutte le storie”, quella narrata da Omero otto secoli prima di Cristo, che, ancora oggi, riesce ad emozionarci con le vicende di eroi come Achille, Ettore e Diomede e con le drammatiche figure di Priamo e di Ecuba. Non c’è spiaggia del Salento che non conservi memoria di queste presenze: qui dobbiamo immaginare navi portate a secco sulla sabbia da uomini capaci di trasmettere miti e racconti, scambiando con le popolazioni locali notizie su altri mondi e creando nuove culture. E poi, nella fascia marina che corre lungo le coste salentine, i relitti delle navi greche e romane che non erano riuscite a toccar terra, vere capsule del tempo, con il loro carico di tesori, che il mare continua a restituire.

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Ragionando intorno ai limiti del linguaggio e ai principi fisici

di Paolo Maria Mariano

È possibile fino al prossimo 5 febbraio proporre eventi all’interno del Festival della Scienza che si terrà a Genova dal 25 ottobre al 4 novembre prossimi. Il tema è l’immaginazione e la guida è per gli organizzatori il ricordo di alcune parole di Einstein: “l’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, mentre l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso e facendo nascere l’evoluzione.”

L’intento divulgativo potrebbe, tra le altre cose, generare anche un’occasione per discutere non tanto della descrizione priva di aspetti tecnici – com’è ovvio che sia – di questioni relative a campi specifici della scienza, quanto delle ragioni dell’essenza generale del fare scientifico, in particolare della costruzione di teorie: rappresentazioni di ciò che consideriamo reale, espresse in quel linguaggio che è la matematica. Il suggerimento nasce anche dalla consapevolezza che la costruzione di modelli fisico-matematici del mondo ha radice nell’immaginazione del ricercatore. La visione che porta ad un modello manifesta strutture strettamente analoghe a quelle della creazione artistica. Il rigore logico segue – un teorema prima si sente e poi di esso si cerca la dimostrazione: è questo il fare del matematico creativo che non abbia un’esperienza solamente professionale della sua disciplina. L’immaginazione non solo “abbraccia il mondo” ma produce conoscenza, crea visione del mondo stesso, e poi si riflette in modi differenti nel sociale.

Se costruisco un modello del reale, ciò che rappresento è il mio mondo – parole, queste ultime, che prendo in prestito dal punto (5.641) del Tractatus Logico-Philosophicus che Ludwig Wittgenstein scrisse durante la prima guerra mondiale, portando gli appunti nello zaino – nel senso d’essere la mia rappresentazione del mondo, una scelta descrittiva propria di chi esprima una catalogazione interpretativa dei fenomeni.

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Ricordo di Carlo Caggia

di Gianluca Virgilio

Ieri non è stato un buon Ferragosto. Alle tre di notte, mentre tutti dormivamo, Carlo Caggia ci ha lasciati. La lunga malattia ci aveva preparati a questo esito, e tuttavia l’incredulità, lo sbigottimento, il dolore per la sua morte non sono stati minori.

Il mio ricordo di Carlo Caggia risale a trent’anni fa, quando, ancora ragazzino, di domenica mattina accompagnavo mio padre presso il suo studio d’avvocato in Corso Garibaldi. Niente consulti professionali, la domenica, i discorsi erano altri. Si doveva preparare il menabò del “Corriere”, discutere con gli amici gli articoli più importanti, commentare l’andamento della politica locale. Lo studio d’avvocato, pieno di codici e di digesti, di regolamenti e incartamenti, si trasformava nella redazione del giornale della sinistra galatinese che in quegli anni (Settanta e Ottanta) faceva l’opposizione non solo al governo cittadino, ma anche all’altro giornale di Galatina, “Il Galatino”. Carlo Caggia dirigeva il “Corriere” nelle sue varie titolazioni: “Il Corriere Nuovo”, “Corriere”, “Il Corriere”. Lo vedevi sempre con la sigaretta accesa che gli pendeva dalle labbra, da cui la staccava solo per deporre la cenere o per spegnerla. Per via delle sigarette aveva la voce un po’ rauca, ed io da ragazzino ne avrei tratto qualche motivo di timore se non fossi stato rassicurato dal suo atteggiamento franco, diretto, talvolta brusco, sempre privo di quella leziosità un po’ sospetta che spesso gli adulti riservano ai ragazzini quando vogliono conquistare la loro simpatia.

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Voyage en Albanie

di Gianluca Virgilio

Note préliminaire

L’article présente un reportage sur l’Albanie d’aujourd’hui, redevenue proche de l’occident après des années d’éloignement forcé. De brèves vacances estivales sont l’occasion de visiter le Pays des Aigles, mais aussi de réentendre le récit des voyageurs qui sont allés sur cette terre au cours du siècle dernier et ont été témoins des changements de l’époque. Le présent reportage se greffe sur leur récit, comme une preuve supplémentaire d’un rapport jamais interrompu entre les deux rives de l’Adriatique.

« Nous pourrions donc considérer la mer adriatique comme un grand lac orienté du nord-ouest au sud-est parallèlement à l’axe des deux chaînes orographiques qui le longent, avec son déversoir au sud-est entre Otrante et Aulona (Vlora). Ses rives s’enfoncent dans la mer avec des parois quasi verticales très près de la côte. Cela ressemble à une énorme tranchée creusée par la nature pour donner un débouché aux eaux de l’Adriatique dans le grand bassin de la Méditerranée. » Cosimo De Giorgi, Pouilles et Albanie, 1886, p. 10

Cela faisait de nombreuses années que je désirais me rendre en Albanie pour visiter ce pays situé à moins de cent kilomètres de Galatina, mon lieu de résidence dans la province de Lecce. À l’origine de cette envie, il y a peut-être d’une part la proximité géographique du Pays des Aigles, de l’autre son histoire et la situation géopolitique des soixante-dix dernières années qui nous l’avait rendu lointain et pratiquement étranger ; depuis qu’après 1945 les relations avec l’Italie avaient presque totalement cessé, conséquence de la guerre de libération albanaise contre le nazisme, le fascisme et l’occupation italienne. Bien des événements avaient eu lieu dans ce laps de temps, mais pour nous l’Albanie était toujours restée l’endroit injoignable, inaccessible, plein de bunkers et d’hommes hostiles ; jusqu’à ce que nous nous apercevions de notre très grande proximité avec ce malheureux pays, dont les habitants, vivement désireux de nous connaître, nous observaient depuis longtemps. La grave crise humanitaire de 1991 en a fourni l’occasion, quand « pour la première fois et de manière soudaine, le débarquement des Albanais a mis de nombreux Italiens en situation de voir l’environnement géographique de leur propre frontière. Depuis 1945, pour l’Italie du Sud, vers l’est, c’était le vide : comme si du côté de l’Albanie, de la Bosnie, du Monténégro, de la Serbie, la Roumanie, la Bulgarie, il n’y avait pas de rivage face à nous, mais un territoire rayé de la carte, sans visages de personnes ordinaires, sans caractères physiognomoniques dont nous distinguer ou avec lesquels nous familiariser » (Colafato, 1991, p. 1075). À partir de ce moment nous nous sommes à nouveau sentis voisins d’un peuple dont l’histoire nous avait inexorablement éloignés.

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Di mestiere faccio il linguista 7. La lingua nell’era del calcio al femminile

di Rosario Coluccia

Nelle scorse settimane i giornali si sono occupati a lungo del campionato mondiale di calcio femminile che si è tenuto in Francia. Per la prima volta l’Italia intera (o quasi) si è interessata alle imprese della nostra nazionale femminile, ci siamo esaltati per le vittorie e amareggiati per le sconfitte, conosciamo nomi e volti di molte protagoniste. La squadra è stata ricevuta dal Presidente Mattarella, che ha dichiarato: «Non avete vinto il mondiale, ma il vostro mondiale l’avete vinto qui, in Italia. Avete conquistato la pubblica opinione e acceso i riflettori sul vostro sport in un modo non più revocabile. Non posso fare a meno di sottolineare che è del tutto irrazionale e inaccettabile la differenza tra calcio maschile e femminile».

Il Presidente si riferiva alla diversa considerazione i cui finora sono state tenute le atlete che giocano al calcio rispetto agli uomini che praticano il medesimo sport. Inferiore l’attenzione dei media e degli spettatori, inferiori le retribuzioni. Barbara Bonansea, l’attaccante che nel mondiale ha realizzato una doppietta nella gara d’esordio contro l’Australia, inserita da «France Football» tra le migliori dieci attaccanti, guadagna circa 45-50 mila euro lordi a stagione, che netti fanno poco più della metà. Un’inezia rispetto ai guadagni dei calciatori di buon livello, senza considerare i guadagni stratosferici degli atleti maschi di grande fama.

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Contro la vulgata sovranista

di Guglielmo Forges Davanzati

Un argomento caro ai sovranisti italiani – ovvero a coloro che propongono il recupero della sovranità nazionale anche mediante l’abbandono unilaterale da parte dell’Italia dell’euro – riguarda il fatto che l’unificazione monetaria europea avrebbe determinato un’ondata di acquisizioni di imprese italiane da parte di imprese di altri Paesi europei.

Non vi è dubbio che questo si è verificato, ma non vi è dubbio che ciò si è verificato non per l’adesione dell’Italia al progetto di unificazione europeo, ma per effetto della lunga recessione della nostra economia (a iniziare dai primi anni novanta) e della conseguente perdita di potere politico del nostro Paese. Ciò fondamentalmente a ragione del fatto che – essendo l’Unione monetaria europea un’unione formale di Paesi in concorrenza fra loro – sono i Paesi con i sistemi produttivi più competitivi ad avere maggiore potere politico. Fin quando l’Unione europea rimarrà tale, è alquanto ingenuo criticarla sul piano delle asimmetrie nel rispetto delle regole, giacché una siffatta critica confonde la dimensione del potere con la dimensione morale: è palese, infatti, che in generale, e ancor più in un assetto conflittuale, le regole risentono dei rapporti di forza e il modo in cui sono costruite e il modo in cui vengono o meno rispettate lo stabilisce il Paese (o il gruppo di Paesi) con maggiore potere politico.

I casi probabilmente più eclatanti di acquisizioni estere (si badi: non solo da parte di imprese di altri Paesi europei) sono Montedison – ora francese – Pirelli – prima russa poi cinese – Magneti Marelli – ora giapponese. Si tratta di fenomeni che dovrebbero essere inquadrati in una più generale dinamica di concentrazione dei capitali, sia per quanto attiene agli assetti proprietari, sia per quanto attiene alla loro localizzazione: fenomeni inarrestabili a meno di non immaginare improbabili misure di controllo della circolazione internazionale dei capitali.

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Sarà l’uomo della strada a tirare il freno alla tecnologia

di Antonio Errico

Nel corso di una conversazione con Roberto Saviano, pubblicata su “Repubblica”, Yuval Noah Harari, l’autore di “Sapiens”, “Homo Deus”, “21 lezioni per il XXI secolo”, sostiene che tra venti o trent’anni la tecnologia contenuta in uno smartphone sarà inserita direttamente nei nostri cervelli tramite elettrodi e sensori biometrici. Sarà in grado di monitorare quello che accade all’interno del corpo e del cervello in ogni momento. Potrà conoscere i nostri desideri, le nostre sensazioni, i nostri sentimenti. Prenderà decisioni nel campo della prevenzione medica, degli affari, delle relazioni sentimentali. Potendo fare affidamento sulla potenza di computer e algoritmi, noi ci lasceremo guidare da essi in maniera crescente fino a farli diventare parte di noi stessi.

Allora, se si escludono i processi e gli strumenti che riguardano la medicina, cioè quella condizione che migliora la vita delle creature, tutto il resto fa paura. Detto banalmente ma semplicemente, con incompetenza ma sinceramente, da uomo della strada ma onestamente, tutto il resto fa paura. Che visibili o invisibili macchinette, microscopici (o macroscopici?) apparecchi possano manipolare i meccanismi del pensiero, la memoria, la previsione, l’immaginazione, che possano fare scelte che un uomo – liberamente- farebbe in modo diverso, che possano anche determinare emozioni e sentimenti, che un programma stabilisca chi si deve amare e chi no, ad una persona normale fa paura: deve far paura. Deve farle domandare che cosa perde e che cosa ci guadagna da una realtà che di fatto stravolge la natura. Comunque, al di là delle domande e delle possibili risposte, rimane una sensazione di paura per una mutazione che in precedenza probabilmente non è stata mai vissuta, per una situazione che afferma la definitiva prevalenza (o la sovranità assoluta?) della dimensione tecnologica rispetto alla dimensione dell’ umano.

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Di mestiere faccio il linguista 15. I pronomi e la giusta distanza

di Rosario Coluccia

Alcuni giorni fa, a Roma, in un negozio di abbigliamento, ho assistito a questa scena. Parlano una cliente e una commessa, entrambe giovani: discutono di taglia, colore e modello di un abito, si danno reciprocamente del “tu”, con grande familiarità. Penso: si conoscono, è normale. Poi entra una signora sui cinquant’anni, fa una richiesta del tipo «Mi può dire dove sono le giacche…», la commessa risponde con un sorriso, si rivolge alla cliente sconosciuta con il “tu”. Mi pare di notare una certa perplessità sul volto della signora ma prontamente si adegua, passa anche lei al “tu”, la conversazione tra le due prosegue in assoluta tranquillità.

Cosa insegna l’episodio? È normale l’uso crescente del “tu” tra persone che non si conoscono? Per capirlo, guardiamo alla storia della nostra lingua. In italiano esistono oggi tre forme principali di pronomi allocutivi. Si definiscono così, con questa parola un po’ difficile,  quelli che regolano i rapporti tra le persone:  “tu”, “voi”, “lei”.  Si usano per rivolgersi a qualcuno, per interloquire con lui e per richiamare la sua attenzione.

Lo sappiamo, la lingua cambia nel tempo. Nel Medioevo l’italiano, come altre lingue romanze, disponeva di un sistema bipartito, imperniato sull’asse “tu”/“voi”. Nella Divina Commedia Dante si rivolge di norma col “tu”  ai personaggi con cui scambia battute di dialogo, riservando il “voi” a interlocutori particolarmente autorevoli. Al suo maestro Brunetto Latini chiede con rispetto: «Siete voi qui, ser Brunetto?».

Poco alla volta, al  “tu” e al  “voi” si aggiunge il “lei”. Le prime attestazioni del “lei” risalgono al Quattrocento; tra Cinquecento e Seicento questo nuovo pronome si diffonde nelle cancellerie e nelle corti, si rafforza probabilmente per l’influsso dello spagnolo usted, fino a diventare preponderante.

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Il compito dello studioso


di Gianluca Virgilio

Il 10 agosto del 2004, all’età di ottantatré anni, moriva Carlo Prato, docente dell’Università di Lecce sin dalla sua fondazione (a. a. 1955-56).

Il 1° novembre 1969, succeduto a Bruno Gentili, aveva assunto la titolarità della cattedra di Letteratura greca, divenendo poi Direttore dell’Istituto di filologia classica e Preside di Facoltà dal 1971 al 1976. Nel 1990 aveva cessato dal servizio, essendo ormai fuori ruolo dal 1985. A cinque anni dalla scomparsa dello studioso, si pubblicano ora i suoi Scritti minori, a cura di Pietro Giannini e Saulo Delle Donne, Congedo Editore, Galatina, 2009, pp. XIX-467, come un estremo omaggio a colui che possiamo considerare come uno dei fondatori degli studi antichistici dell’Ateneo salentino. Un sentito ringraziamento, dunque, va rivolto ai due curatori del volume (ma un’introduzione più articolata, che aiutasse il lettore non specialista ad entrare nel mondo dello studioso, non avrebbe guastato), a cui va ascritto anche il merito di aver raggruppato i saggi “secondo un criterio prima tematico e poi cronologico” e di averli ripresentati “nella forma originaria di cui viene documentata anche la paginazione… sul margine destro” (cfr. la Premessa, p. V). Il volume presenta una breve nota biografica (p. VII) e una utilissima Bibliografia degli scritti di Carlo Prato (pp. IX-XIX).

Scritti minori, dicevamo; ma rispetto a quali maggiori? Prato, sin dagli esordi, che avvennero a Roma come discepolo di Gennaro Perrotta, è studioso di Euripide (la tesi di laurea su Euripide nella critica di Aristofane, verrà subito stampata a Galatina nel 1946, seconda edizione nel 1955), di Seneca (Gli epigrammi attribuiti a L. Anneo Seneca, Bari 1955, seconda edizione Roma 1964)), di Aristofane (I canti di Aristofane, Roma 1962), editore in proprio di Tyrtaeus (Fragmenta edidit, veterum testimonia collegit C. P., Roma 1968), e, con B. Gentili, dei poeti elegiaci (Poetarum elegiacorum testimonia et fragmenta I e II, Leipzig 1979 e 1985, seconda edizione 1988 e 2002), e poi ancora studioso di Giuliano Imperatore, di cui edita insieme a D. Micalella il Misopogon, Roma, 1979 e Contro i cinici ignoranti, Lecce 1988;  insieme ad A. Fornaro l’Epistola a Temistio, Lecce 1984, e Alla Madre degli dei e altri discorsi, Milano 1987. Insomma, già da questi titoli delle opere maggiori, si capisce quali siano stati gli autori studiati da Prato: Tirteo e gli elegiaci, Euripide, Aristofane, Seneca, Giuliano Imperatore. Il libro degli Scritti minori rispecchia le predilezioni dello studioso, secondo la ripartizione che ad esso è stata data dai due curatori.

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Un libro in memoria di Ottorino Specchia

di Gianluca Virgilio

Quando giovedì 6 settembre 1990 nel paginone del “Quotidiano” di Lecce (pp. 10-11) fu pubblicato l’articolo di Giuseppe Virgilio, Un epigono grecista, con l’occhiello L’eredità di Ottorino Specchia a tre anni dalla sua scomparsa, il disappunto di mio padre fu grande. Ottorino Specchia, a detta di mio padre, si sarebbe rigirato nella tomba per quell’occhiello che lo dava morto da tre anni, mentre non erano passati neppure trenta giorni. Mi sembra di vedere mio padre nel suo studio che agita il giornale e se la prende con le nuove generazioni che non conoscono il latino e con la scuola italiana che è ormai decaduta, ecc. ecc. Era accaduto, infatti, che il giornalista addetto alla pagina culturale del “Quotidiano”, avendo letto la parola “trigesimo” nell’occhiello del necrologio licenziato da mio padre, l’aveva tradotta, per rendere più agevole la comprensione del lettore, con “a tre anni dalla scomparsa”, mentre si sa, o si dovrebbe sapere, che “trigesimo” (da tricesimus, lat.) significa “a trenta giorni dalla scomparsa”. In effetti, Ottorino Specchia era morto il 10 agosto del 1990 e mio padre aveva inviato l’articolo qualche giorno prima del 10 settembre per commemorare l’amico ad un mese dalla sua scomparsa.

L’aneddoto, e con questo molti altri momenti di vita e racconti di mio padre, e visioni istantanee e fugaci dell’uomo che si conservavano in qualche neurone dormiente del mio cervello, mi è ritornato alla mente leggendo un libro tutto dedicato alla memoria di Ottorino Specchia, Philoi logoi, Studi in memoria di Ottorino Specchia a vent’anni dalla scomparsa (1990-2010), a cura di Giuseppe Caramuscio e Francesco De Paola, Edipan, Galatina 2011, pp. 349, pubblicato dalla Società di Storia Patria – Sezione di Lecce, nei Quaderni dell’Idomeneo, n. 11 della collana diretta da Mario Spedicato.

Il volume contiene non solo una serie di scritti destinati a ricordare e studiare l’opera di Specchia, che fu uomo di scuola e studioso grecista molto apprezzato, ma anche scritti offerti da studiosi in onore di Specchia, a riprova della stima che l’uomo e lo studioso riscuoteva e riscuote nel mondo della cultura. Inoltre, sono interessanti, per l’afflato umano che le caratterizza, le testimonianze degli amici, dei colleghi e degli studenti di Specchia, che ne tracciano un ritratto pieno di grande umanità.

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