L’economia dei social network e il tramonto dei tecnici

di Guglielmo Forges Davanzati

La crisi ha comprensibilmente prodotto un aumento considerevole dell’interesse dell’opinione pubblica per l’Economia. Un interesse che si è tradotto, e si traduce talvolta, in un approccio fideistico alla disciplina, dove ciò che conta è la (presunta) verità enunciata di volta in volta dal politico di riferimento e legittimata dall’economista di riferimento del politico. Ne costituisce un esempio paradigmatico lo studio dell’andamento dello spread (ovvero del differenziale dei tassi di interesse fra titoli di Stato italiani e titoli di Stato tedeschi). La stessa parola era pressoché sconosciuta in Italia fino al 2011, quando, proprio a seguito di una sua impennata, si insediò il Governo Monti. Nel biennio 2011-2013 era convinzione diffusa che la priorità per l’economia italiana era ridurlo e che, per ridurlo, occorreva procedere lungo la direzione delle c.d. riforme strutturali (privatizzazioni, liberalizzazioni, deregolamentazione del mercato del lavoro). A distanza di pochi anni, è convinzione altrettanto diffusa che “fra il popolo e lo spread” – come se ci fosse un’alternativa – si sceglie il popolo, come recentemente dichiarato da un Ministro della repubblica italiana.

A fronte di ciò, occorre chiedersi se l’Economia sia davvero accessibile a tutti, anche non addetti ai lavori, ovvero anche coloro che non hanno studiato per diventare economisti e che sono pagati per farlo.

La risposta, in questa sede, può essere data sulla base dei seguenti passaggi che si riferiscono alle modalità standard adottate nella comunità degli economisti di professione. Continua a leggere

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L’importanza della cultura “inattuale”

di Antonio Errico

Tutte le volte che gli accade di ritrovarsi fra le mani la Commedia di Dante, non riesce ad evitarsi il pensiero che si tratti di un’opera di irrimediabile inattualità. La lingua, i concetti, i contesti, impongono il ricorso a commenti accurati, richiedono la decifrazione di riferimenti storici che sono complessi, tramati di implicito, pretendono una tensione interpretativa che non gli consente di distrarsi neppure un istante. Si rende conto che non può restare nel mondo in cui vive; finchè si confronta con quelle terzine non ci può restare. Non può avere i pensieri che ha solitamente, le consuete categorie, le visioni del mondo, della storia, della vita che ha acquisito, gli stessi concetti di giusto ed ingiusto, di bene e di male, di verità e di finzione. Forse deve anche rinunciare alle idee di letteratura, di poesia, di arte che ha maturato. Deve staccarsene, inevitabilmente. Deve lasciarsi portare in un altro universo, lontano, estraneo, inattuale. Deve accettare il compromesso di non comprendere tutto fino in fondo, a volte di non comprendere neppure una parte.

Allora si dice che probabilmente è proprio la condizione di inattualità che trasforma un’opera in opera d’arte. E’ il suo sottrarsi alle coordinate storiche anche se su di esse si fonda, è la pluralità e la specularità dei suoi significati, il loro costante rigenerarsi, la loro penetrazione in situazioni sociali e culturali diverse, il loro costituirsi come modello di esperienza, metafora, archetipo.

Tutte le volte che gli accade di ritrovarsi fra le mani la Commedia di Dante, avverte la sensazione che l’assoluta inattualità costituisce il motivo della grandezza. Continua a leggere

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Avanti (o) Pop: la penna graffiante di Paolo Vincenti

di Antonio Soleti

Ritorna, con “Avanti (o) Pop”, la penna, graffiante e acuta, di Paolo Vincenti; il volume, che si pone in continuità ideale con “L’osceno del villaggio” ed “Italieni”, raccoglie diversi articoli scritti prevalentemente nel 2017. Anche in questa raccolta, l’autore riprende temi a lui cari, fra cui la TV e gli anni Ottanta, mescolandoli ad argomenti di attualità (la legge sul suicidio assistito, il divieto di indossare il burkini in spiaggia, la cronaca politica italiana…), in una sorta di documentario del nostro tempo: cronista attento e un po’ bizzarro, si guarda intorno e interroga la realtà, ma guarda anche dentro di sé, con felici incursioni nel suo passato di ragazzo cresciuto a “pane e serie televisive”. Ci si trova così davanti ad articoli arguti e briosi sul giornalismo, dal titolo accattivante, come “La patata è buonissima”, “Il meglio del peggio”, “Par condicio”, in cui l’autore riflette sul potere della parola e sulla forza dei media; ma ci si imbatte anche in riflessioni su temi ampiamente conosciuti e che impegnano le nostre coscienze, come, ad esempio, gli articoli sul fine vita o quelli sull’ambiente. Il suo humour emerge, frizzante, quando racconta aspetti di costume di questa società, come in “Tutti al mare”, che, mutuando il titolo da una canzonetta sin troppo famosa, schizza un bozzetto divertito della nostra vita di spiaggia, con il suo parterre di bellezze finte, rifatte, sovrapponibili. Continua a leggere

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Su una foto di mia madre

di Antonio Prete

Sulle labbra il riflesso di un sorriso

trattenuto nel chiuso dei pensieri,

una dolcezza intorno

che è linea e forma del viso.

Il ricamo bianco di trina

dalle spalle scende sul petto

spargendo fiori sulla fiorata veste.

È il frugale splendore della bellezza

che balza, mite, di là dall’epoca,

è la misura di una grazia pensosa

disvelata all’istante di una posa.

Sulla parete biancogrigia un raggio :

è l’ intatta trasparenza del maggio.

[Se la pietra fiorisce, Donzelli 2012]

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Claudia vivendo… Tu, poeta della meraviglia, che continui a stupirci

di Maurizio Nocera

Il 17 aprile 2009, a Lecce, due eventi che riguardano Claudia Ruggeri. Il primo presso la sala “Teodoro Pellegrino” della Biblioteca provinciale “N. Bernardini”, con una sessantina di ragazzi e ragazze delle scuole medie superiori a parlare della scrittura di Claudia, con la sua mamma, signora Maria Teresa Del Zingaro, e poi la docente Maria Occhinegro, del Liceo “Palmieri”. Il secondo evento (progetto di Alessandro Turco e locandina di Claudia Ingrosso) invece, nella notte tarda, presso il pub “La Movida” di piazzetta S. Chiara, intitolato “Claudia vivendo … tu, poetessa della meraviglia, che continui a stupirci”, con Luca Nicolì, Massimiliano Manieri e Chiara Colapietro, lettori di alcune poesie di “Inferno minore”, e poi gli interventi ancora della mamma di Claudia, Maria Teresa Del Zingaro, Elio Scarciglia, Walter Vergallo e di chi qui scrive.

Nel 2004, sulla prestigiosa rivista «Nuovi Argomenti» (n. 28, quinta serie, ottobre-dicembre), fondata da Alberto Carocci e Alberto Moravia, e che fu pure la culla letteraria di Pier Paolo Pasolini, il segretario redazionale Mario Desiati, con un bel saggio dal titolo “La ragazza dal cappello rosso”, introduceva al grande pubblico dei lettori Claudia Ruggeri, poeta di Lecce, con queste righe: «Una lettera, prima dell’estate, accompagnava la foto della ragazza dal cappello rosso. Quella lettera mi chiedeva di prendere atto della “visione fisica”, di guardare, attraverso la pellicola del tempo e della carta, quel volto e quegli occhi. Era la tenera risposta della madre di Claudia Ruggeri a una mia richiesta di informazioni, testimonianze e materiale» (p. 250). Continua a leggere

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Una città come la nostra, bella e antica…

di Gianluca Virgilio

“Una città come la nostra, bella e antica, con la sontuosità architettonica risultante dai periodici cambiamenti di gusto, è un’unica grande testimonianza della capacità d’amare e dell’incapacità d’amare durevolmente. La superba sfilata dei suoi palazzi non rappresenta soltanto una grande storia, ma anche un continuo mutar d’indirizzo nelle opinioni. Considerata sotto questo aspetto, essa è una volubilità pietrificata che ogni quarto di secolo si è vantata in modo diverso di avere ragione per sempre!”.

Robert Musil, L’uomo senza qualità.

Camminare nelle strade della città, sopra l’asfalto e il mattonato dei marciapiedi e del centro storico, per le vie aperte tra le colate di cemento che ti chiudono da ogni parte – il cielo è alto ed è difficile tenere a lungo il capo sollevato -, significa fare esperienza dell’amore e del disamore degli uomini, conoscere i loro ripensamenti in un muro abbattuto e poi ricostruito, avere la prova visibile della loro dedizione in una casa ben curata e della loro trascuratezza in una abbandonata, della loro costanza o volubilità, ed anche, spesso, della loro umiltà o tracotanza.  Un edificio può essere il frutto d’un amore profondo oppure dell’ambizione e della vanità, dell’egoismo e dell’avidità, può ostentare il potere o costituire solo un riparo dalle intemperanze degli uomini e del mondo. Camminando per le strade della città si apprendono i sentimenti che prevalgono nella vita di tutti noi. Continua a leggere

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Federico Fellini  e le cicale  di Palmariggi

di Augusto Benemeglio

Negli anni sessanta Federico Fellini fu invitato a Gallipoli, presso il Lido San Giovanni, dove c’era un psicologo dell’immaginale di valore assoluto come Dario Caggia, che avrebbe voluto conoscere.  Si sapeva che Fellini era un patito della psicanalisi e a Roma aveva frequentato a lungo lo studio del  professore tedesco Ernst Bernhardt, allievo di Jung, con cui era diventato grande amico: “Mi piaceva tutto di Bernhard: la strada dove abitava, l’ascensore che sembrava una stanza e saliva lento come una mongolfiera, e lo studio vasto, pieno di libri, con le finestre spalancate sui tetti di piazza di Spagna. Ascoltava le mie sgangherate confessioni, i sogni, le bugie, con un sorrisetto gentile, carico di affettuosa ironia…”. Praticamente “Otto e mezzo” fu girato in questo stato d’animo particolare, Fellini sperimentò – sotto controllo medico – perfino LSD e la droga.

Federico a Gallipoli non ci venne mai, né allora, né in seguito, fece invece una breve escursione segreta a Lecce, e da lì si recò a Palmariggi, dov’è  il Santuario della Vergine. Ci andò su insistenza della pia e devotissima moglie,  Giulietta Masina, ma in chiesa neppure entrò. Rimase fuori, andò nella pineta  e vide il dramma delle cicale alla fine dell’estate. Tante cicale morte, ai piedi degli alberi, tra gli aghi dei pini,  a centinaia, a migliaia, bianchicce, molli, gonfie, scoppiate a forza di canti estivi. Ricordò quand’era bambino e le cercava quelle cicale della sua Romagna sugli alberi della pineta che  lo inebriavano con il loro canto,  cassa armonica e maestosa del silenzio, un santuario del silenzio,  tra il verde e la polvere dove l’estate sembrava sprofondarsi  divertita, ma non le trovò mai, non riuscì mai a vederle.  Ed ecco che ora le cicale erano lì, ai suoi piedi, morte, tra la polvere del viale di Palmariggi, sporco e semiabbandonato, che poteva essere collocato in uno dei suoi sogni che poi diventavano film un po’ surreali, tipo “La Strada” .

Oggi il viale di Palmariggi è asfaltato, ci sono i giochi per i bambini, macchine, cartacce e rumori, la pineta è semicombusta, gli alberi curvi e malati e non si sente più il canto ineffabile delle cicale,  quel canto  che sapeva sollecitarti la fantasia e ti faceva  fare delle divagazioni  deliziose. Un tempo quelle cicale erano la poesia che veniva  a sostare sugli alberi profumati, a strizzarti l’occhio, a dirti che la vita è una cosa bella, piena di amore e speranza, anche se la strada non conosceva l’asfalto e gli alberi erano impolverati e noi avevamo un solo vestito e un solo  paio di scarpe. Continua a leggere

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Di una civiltà rimane la bellezza senza tempo

di Antonio Errico

Disse una volta Eugenio Montale che la cultura è quello che rimane nell’uomo quando ha dimenticato tutto quello che ha appreso.

Forse si potrebbe pensare che quello che diceva Montale possa valere sia per un uomo che per una civiltà.

Se quello che rimane è l’essenziale, se è la sostanza che serve a generare un altro apprendimento, una nuova conoscenza, allora ci si potrebbe domandare che cosa resterà di quello che la nostra civiltà ha appreso e apprende, a condizione che la risposta escluda qualsiasi cosa prodotta in modo superficiale e finalizzata esclusivamente al superficiale, che scarti la moda, il modello, l’imitazione, la contraffazione, la copia. A condizione che riguardi l’essenziale, il sostanziale, appunto, anche se non per forza il necessario, che in qualche modo possa servire anche solo come suggestione che conduce verso il sapere di un nuovo tempo, che di questo sapere sia il fermento, il lievito.

Essenziali sono i significati che nel secolo scorso la scienza è riuscita a decodificare e a definire, per esempio.

Essenziali sono alcune forme dell’arte, alcune espressioni della letteratura: per esempio quelle che hanno rifondato concetti, che hanno formulato domande ulteriori, che a volte e in qualche modo hanno cercato di dare risposte ulteriori.

Essenziali sono le condizioni del sociale che hanno prodotto benessere, sviluppo, progresso. Continua a leggere

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Su Italieni di Paolo Vincenti

di Antonio Di Seclì

Il poeta mantovano Alberto Cappi nell’introduzione a Il rosso e il nero di Sthendal (vedi l’edizione di Newton Compton del 1994) scriveva: “Il gusto della citazione, l’interesse per la storia, la settecentesca e vivace curiosità, portano Sthendal a visitare con costanza le cronache della Gazette des tribunaux, un archivio sempre aperto alla sua generosa volontà di conoscere i costumi, gli atti, le passioni della società e dell’uomo del tempo”. Similmente, l’interesse per la società assieme a curiosità civica spingono il nostro Autore a indagare e scandagliare con generoso impegno e onestà i vizi e le poche virtù odierne dei connazionali.

Per comprendere con immediatezza la tipologia di contenuto delle riflessioni politiche, sociali, filosofiche, antropologiche, che assumono quasi sempre la forma di satura o di pasquinata, leggiamo insieme, a mo’ di esempio, alcuni brani tratti qui e là, quasi con casualità, da Italieni di Paolo Vincenti ( Besa Editrice, Nardò [2017], p. 282 ), secondo tomo di una trilogia ( sta per uscire il tomo terzo Avanti (O) Pop ). In precedenza l’Autore aveva già pubblicato nel 2016 L’osceno del villaggio per i tipi di argoMenti edizioni. Continua a leggere

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Le colpe degli economisti

di Ferdinando Boero

Il Nobel per l’economia va a due declinazioni della sostenibilità. William Nordhaus, dell’Università di Yale, analizza le ripercussioni economiche degli sconvolgimenti climatici, mentre Paul Romer, della Stern School of Business dell’Università di New York elabora la teoria della crescita endogena: la crescita economica resa sostenibile attraverso tecnologie incentivate dagli stati. 

Se il mondo è in condizioni catastrofiche lo dobbiamo agli economisti che, da sempre, condizionano le scelte politiche chiedendo la crescita del capitale economico in termini di produzione e di consumi. Nelle loro analisi costi benefici l’erosione del capitale naturale a seguito della crescita del capitale economico è un’esternalità: non viene contabilizzata. Ora si accorgono che i costi della distruzione della natura devono essere contabilizzati nelle analisi costi benefici: era ora! Il cambiamento climatico, a causa di irresponsabili scelte economiche, danneggia il pianeta e, di conseguenza, la nostra economia. Bisogna far qualcosa, magari mostrando che non far nulla costa denaro. Che fare, allora? Dopo la contabilizzazione di Nordhaus, Romer propone l’innovazione tecnologica per risolvere i problemi creati dalla crescita insostenibile che distrugge il capitale naturale. Dobbiamo crescere, ma in modo sostenibile: la crescita economica non può avvenire a spese del capitale naturale. La tecnologia ci aiuta attraverso nuove tecniche per produrre energia senza emissioni di anidride carbonica, possiamo inventare materiali biodegradabili che sostituiscano la plastica, le future tecnologie porteranno non solo alla crescita economica ma anche alla salvaguardia dell’ambiente. Gli stati devono guidare questa transizione verso la sostenibilità. Continua a leggere

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