L’inadeguatezza dell’attuale politica economica

di Guglielmo Forges Davanzati

Gli ultimi dati sull’andamento dell’economia non solo nel nostro paese ma a livello internazionale evidenziano l’accavallarsi di problematiche a fronte delle quali tanto la politica economica della Ue che quella del nostro paese appaiono del tutto inadeguate. Il clima di ottimismo sulle possibilità di una corposa ripresa dell’economia del nostro paese aveva contrassegnato nelle ultime settimane i commenti degli esperti e le dichiarazioni di imprenditori ed esponenti politici. Ma già in una conferenza stampa nei primi giorni di ottobre Draghi era parso più prudente, malgrado che la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef), presentata il 30 settembre, confermasse nella sostanza tale ottimismo, seppure con un linguaggio misurato. Nel giro di pochissimi giorni quel clima si è di molto raffreddato. Il 6 ottobre il ministro dell’Economia, Daniele Franco, avvertiva il rischio che la nostra “ripresa” potesse essere intercettata e frenata dall’incremento veloce e continuo dei prezzi su scala mondiale dell’energia. In effetti quella impennata sottolinea con più forza una serie di elementi che in breve tempo sono andati accumulandosi, quali, per fare solo alcuni esempi, l’interruzione delle forniture di alcune materie prime e di semilavorati strategici per le industrie più innovative e più produttrici di valore, come i semiconduttori; l’acuirsi delle tensioni geopolitiche con ricadute in particolare sull’approvvigionamento energetico; la tentazione sempre più marcata di alcune banche centrali di ritornare nei vecchi alvei della gestione del debito dopo il suo enorme aumento; la crescente incertezza negli investimenti da parte delle imprese e nei consumi da parte delle famiglie. Senza contare che la lotta contro il Covid a livello mondiale è tutt’altro che conclusa.

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Di mestiere faccio il linguista 2. Parliamo di deonomastica

di Rosario Coluccia

Proseguiamo il discorso iniziato la scorsa settimana, continuiamo a parlare di deonomastica, la scienza che studia sistematicamente i vocaboli di derivazione onomastica, avendo come oggetto la trasformazione del nome proprio in nome comune.

Ben conosciuto è il caso di «cicerone», che ha alla base il nome del celebre oratore latino, e significa sia ‘oratore da strapazzo’ (attestato dal 1542, Aretino) sia ‘persona eloquente e alquanto saccente’ (dal 1761, Carlo Gozzi), e infine, con ulteriore passaggio, ‘guida turistica’ (in italiano dal 1768, poi diffuso in tutta Europa). Piuttosto noti sono anche «creso» ‘persona ricchissima’, dal nome di un antico re della Lidia, miticamente famoso per le sue ricchezze (dal 1798, Melchiorre Gioia) e «mecenate» ‘persona munifica, che protegge letterati, artisti e simili’ (da cui si sono formati l’aggettivo «mecenatesco» ‘proprio di un mecenate’ come nella frase: «Giorgio ha un comportamento mecenatesco» e il sostantivo «mecenatismo» ‘munifica protezione accordata a letterato e artisti’ come nella frase «nel settecento il mecenatismo era diffuso nelle corti europee)». dal nome del patrizio romano Gaio Plinio Mecenate, protettore e amico di poeti e letterati latini (attestato in italiano dal 1375, Boccaccio). Dal nome del giovane amato da Venere per la sua straordinaria bellezza, deriva «adone» ‘giovane molto bello’ (dal 1516, Ariosto); usato spesso in frasi negative come le seguenti: «Uomo che, francamente, non era un adone; ma aveva un corpo miserello miserello, e delle gambucce pelose e secche che mostravano le corde» (1936, Palazzeschi); «In verità non so cosa ci trovino le donne: calvo, giallo, grasso, basso… proprio non è un adone» (ante 1954, Moravia). Non sempre la filiazione è evidente. Durante la prima guerra mondiale l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe d’Asburgo veniva dagli italiani denominato (certo non affettuosamente) «Cecco Beppe» (in veneto «Checo Bepe» e spregiativamente «Checo beco»): da queste forme è nato il sostantivo «cecchino» ‘tiratore scelto che, appostato, spara di sorpresa’ (dal 1918, Panzini), parola che per i nostri soldati delle trincee designava in particolare il nemico austriaco che sparava di fronte.

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Presentazione di Maria Campeggio, Cristalli d’anima – Lecce, 25 ottobre 2021

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La scienza e la poesia strumenti di libertà

di Antonio  Errico

Amici dai tempi delle elementari, dai tempi lontani più di cinquant’anni, oramai sono già cinque settimane che i due non si rivolgono il saluto. In sintesi estrema riferisco la vicenda. Uno diceva che il trolley costituisce un’invenzione essenziale per l’esistenza di ciascuno. L’altro, invece, sosteneva che per l’esistenza di ciascuno, o comunque per quella di coloro che hanno una certa relazione con la lingua italiana, l’invenzione essenziale è costituita dalla Sera del dì di festa. Due visioni del mondo, dunque: una rappresentata da quattro rotelle applicate a una valigia che avrebbero fatto la felicità di chi emigrava negli anni Cinquanta e si portava i bagagli a spalla; l’altra rappresentata dalle parole messe insieme da un poeta. Nel mezzo un tentativo di conciliazione: improbabile; impossibile. Tanto che sono ormai già cinque settimane che i due non si rivolgono il saluto. Uno diceva che il benessere, il benestare, viene dal poter viaggiare senza necessariamente doversi trasformare in asino da soma; l’altro diceva che il benessere, il benestare, viene dalle emozioni provocate dall’armonia sublime di quell’incipit che dice “Dolce e chiara è la notte e senza vento,/e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti/posa la luna, e di lontan rivela/serena ogni montagna”.

Poi costui ricordava quell’attacco strepitoso di un articolo in cui Gianni Brera elaborò una tessitura comparativa fra i versi di Leopardi e i movimenti di Pelè durante una partita. Scriveva Brera: “Dolce, chiara è la notte e senza vento. Pronunciate le comunissime parole di questo che è fra gli endecasillabi di più limpida trasparenza. Continuate: e cheta sovr’ai tetti e dentro gli orti… È mia nonna che parla affacciandosi nottetempo alla finestra. Mia nonna analfabeta e grande”.

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Leopardi e il paesaggio. Recanati, 27-30 ottobre 2021

Per il programma delle giornate leopardiane, vedi la brochure allegata.
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Rina Durante. Il mestiere del narrare

di Antonio Lucio Giannone

Rina Durante fa parte della folta schiera delle scrittrici che hanno dato un contributo notevole alla narrativa italiana del secondo Novecento, ma in campo nazionale non è conosciuta come meriterebbe, avendo operato prevalentemente in ambito regionale e ai margini dei circuiti, editoriali e letterari, ufficiali, anche per una personale scelta di campo. Autrice versatile e dai molteplici interessi, ha pubblicato un romanzo e numerosi racconti, ma anche  un radiodramma, testi teatrali, soggetti e sceneggiature cinematografiche, e altre opere a metà strada tra la narrazione e il saggio antropologico.

Nata a Melendugno, un paese in provincia di Lecce, nel 1928, Rina (Caterina) Durante trascorre l’infanzia, con la famiglia, nell’isola militarizzata di Sazan (Saseno), avamposto dell’esercito italiano in Albania, per motivi di lavoro del padre, sottufficiale di Marina. Tornata in Italia e conseguito il diploma magistrale da privatista, s’iscrive presso l’Università di Bari dove si laurea in Lettere con Mario Sansone. Nel 1951, poco più che ventenne, pubblica una raccolta di poesie dal titolo Il tempo non trascorre invano. Rientrata in Salento, si inserisce nell’ambiente intellettuale del capoluogo dove, dal 1961, diventa segretaria di redazione della rivista giuridica «Il Critone» che aveva un supplemento letterario affidato alle cure del poeta Vittorio Pagano. In questo periodo allaccia rapporti più o meno duraturi con esponenti di spicco del mondo letterario salentino, tra i quali Girolamo Comi, Oreste Macrì, Vittorio Bodini, Vittore Fiore, Mario Marti, Giovanni Bernardini, oltre a Pagano. Nel 1963, sempre sulle pagine della rivista «Il Critone», esce il racconto lungo Tramontana (menzione speciale al Premio Teramo 1963), da cui nel 1966 è stato tratto l’omonimo film diretto da Adriano Barbano. L’anno successivo pubblica con Rizzoli il romanzo La malapianta con cui vinse il  Premio Salento 1964, assegnatole, due anni dopo, da una giuria composta, fra gli altri, da Mario Sansone, Sandro De Feo e Maria Bellonci.

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L’apparizione

di Antonio Prete

La notte era un bellissimo fiore d’agave. Intorno, volti d’alberi velati. Sopra, il nebuloso chiario della Via Lattea. Un istrice scagliò gli aculei sul sentiero. Un lampo d’ombra :  il balzo di là dal greppo sfrascò il silenzio. Poi altri suoni tra i rami. Uccelli si chiamarono nel buio.

La notte era un sipario di velluto sul frastuono del mondo.

L’apparizione continuava a seguire i nostri passi. Era con i nostri pensieri, con il vento che smuoveva il fogliame nero, con le stelle che navigavano nel loro oceano. Era con il grido improvviso d’un rapace.

Il tempo, con le sue vicissitudini e i suoi destini, era tutto raccolto nel recinto splendente del Cigno.

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Scritti scolastici e sociali – Anno 2013

di Antonio Errico

La politica e i bisogni dell’uomo della strada

 All’uomo della strada, a quello che ogni giorno fa esperienza della realtà e si confronta con la bruciante concretezza delle difficoltà, degli impedimenti,  interessa prima e sopra di ogni cosa che la politica trovi la soluzione dei problemi. Non è che escluda l’attrazione per l’ideologia, nemmeno per la bellezza dell’utopia; tutt’altro. Ma, da uomo della strada, considera che il benessere dei cittadini abbia una priorità assoluta rispetto a qualsiasi altra circostanzaQualche volta avverte il sospetto che sia un pensiero così ingenuo da risultare banale, però preferisce la sincerità del banale alla menzogna del sublime.

L’uomo della strada pensa, mentre si guarda intorno, mentre legge un giornale, che da tempo, in Italia, il problema che si presenta con la fisionomia di un demonio sia quello della disoccupazione, per cui ritiene che la politica debba prima di tutto trovare i modi e i mezzi per sconfiggere questo demonio. Tutto il resto viene dopo, pensa l’uomo della strada, banalmente. Pensa che ogni parte politica, ogni alleanza tra le parti,  debbano avere come principio e come fine il programma di combattere e vincere la battaglia contro il demonio della disoccupazione. Dev’essere una battaglia rapida, peraltro. Decisa, aggressiva, impetuosa. Perché la situazione ha raggiunto livelli intollerabili, insostenibili, che fanno spavento e vergogna. Alla disoccupazione dei giovani si è aggiunta quella di chi non lo è più e che un lavoro ce l’aveva ma  l’ha perduto perché la crisi se l’è divorato. Però quello era il lavoro con il quale riusciva a mandare un figlio a scuola e a  mantenere l’altro disoccupato.

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Dalla regione alla nazione: studi letterari di Emilio Filieri

di Gianluca Virgilio

Con un tempismo encomiabile, nel maggio 2011, l’anno delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, Emilio Filieri, docente di Letteratura italiana presso le università di Bari e del Salento, ha dato alle stampe per la casa editrice Progedit di Bari un volume dal titolo Letteratura e Unità d’Italia. Dalla regione alla nazione, pp.  143, con Prefazione di Grazia Distaso.

Il volume, pubblicato nella collana Letterature diretta da Ettore Catalano, già nella seconda parte del titolo, Dalla regione alla nazione, denuncia la sua appartenenza a quel filone di studi di italianistica, che risale allo studioso unanimemente considerato come il fondatore della scuola storica lupiense, Mario Marti, autore di un volume dal titolo molto simile, Dalla regione per la nazione, edito da Morano di Napoli nel 1987, nel quale Marti teorizzava la necessità di studiare la letteratura locale in un orizzonte nazionale. Filieri è nel solco di questa tradizione attraverso la mediazione del suo maestro Gino Rizzo (allievo a sua volta di Marti), come evidenzia la Distaso nella Prefazione e come si evince dalle pagine (Da Terra d’Otranto alla nazione. Il Settecento di Gino Rizzo, pp. 88-117) dedicate dall’allievo al maestro nella terza parte del volume e che costituiscono una completa ricostruzione dell’opera di Rizzo.

Il volume è diviso in tre capitoli, nei quali l’ordine menzionato nel titolo, Dalla regione alla nazione, sembra invertito: dalla nazione alla regione. Si parte, infatti, nel primo capitolo, con un saggio dal titolo Contro barbari e tiranni: “Uno il core, uno il patto, uno il grido”. Il Garibaldi di Carducci tra mito e poesia, dedicato a Giosue Carducci, cantore di Garibaldi e delle sue imprese e soprattutto “poeta della patria nell’Unità” (p. 29). A Carducci, scrive Filieri, “forse le generazioni successive debbono un tributo, di memoria e di conoscenza, gnoseologico, un merito conoscitivo profondo, di ricerca interiore del giusto e del vero, di scelta tra ferite e cicatrici, di là dai dogmi e da ogni potere dispotico” (p. 48).

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La foce del fiume Arrone e poi … il mare

Foto di Letizia Lombardo.
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