Senza storia e senza cultura siamo soggetti privi di identità

di Antonio Errico

Procedendo per nuclei semantici, per interdipendenza di concetti, per delineazione di scenari, nell’editoriale di domenica scorsa, il direttore di “Nuovo Quotidiano di Puglia”, Claudio Scamardella, arriva ad un punto in cui dice che la cultura appare di fatto espulsa dalla storia, nel senso di non incidere più sui processi, di non riuscire più a indicare direzioni di marcia, a costruire il senso.

Probabilmente è proprio questo l’aspetto drammatico del tempo che corre: ancora più drammatico se si ammette che molto spesso si tratta di una condizione che viviamo inconsapevolmente. Si improvvisano i processi di costruzione delle idee; le direzioni non ci interessano perché non abbiamo orizzonti; il senso che attribuiamo alle storie è relativo esclusivamente all’immediato. Senza nemmeno rendercene conto abbiamo frantumato i nessi logici della cultura che sono costituiti essenzialmente dalla relazione che questa stabilisce con la storia, affidandoci all’assemblaggio di forme e di significati elaborati dalla tecnologia con la sola finalità dell’istantaneità e del pragmatismo.

La cultura non riesce più a produrre linguaggi nuovi, dice Scamardella. E’ così. Ogni linguaggio nuovo rappresenta il risultato provvisoriamente ultimo di una stratificazione di linguaggi di cui entra a far parte per poi trasformarsi generando un altro linguaggio che sarà a sua volta provvisoriamente ultimo e che a sua volta si trasformerà. Continua a leggere

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Forse il Salento non è fatto per chi ama la natura…

di Ferdinando Boero

Una canzone degli AC/DC, una rock band australiana, si intitola “Rock ’n Roll Ain’t Noise Pollution” (il rock and roll non è inquinamento acustico). Un gruppo di ricercatori ha testato questa affermazione, esponendo al suono robusto della band alcuni insetti che predano gli afidi. Li hanno esposti anche ad altre sorgenti di rumore, e hanno anche previsto esperimenti in assenza di stimoli acustici. Gli afidi sono i cosiddetti “ragnetti rossi” e hanno una influenza negativa sulle piante. I loro predatori, mangiandoli, hanno effetti benefici sulle piante. Gli insetti esposti alla martellante musica degli AC/DC mangiano meno afidi e quindi il loro ruolo positivo sulle piante risulta diminuito. Il rock and roll può essere inquinamento acustico. Perché vi racconto questa storia? Da diversi anni molte spiagge del Salento sono diventate discoteche. Molti stabilimenti balneari si sono dotati di potenti impianti stereo che attirano moltitudini di umani che saltellano per ore sulla spiaggia e anche nell’acqua, esibendosi in atteggiamenti lascivi. Confesso che non amo queste attività che, lo abbiamo visto, a volte possono anche accompagnarsi a smercio di sostanze chimiche che esaltano gli stimoli acustici e permettono saltellamenti prolungati. Non sono molto disturbato da queste attività perché me ne tengo accuratamente lontano e in altre occasioni mi è capitato di scrivere che chi anela a questo tipo di divertimento ha diritto di poterlo fare, e che noi, radical-chic da strapazzo, possiamo trovare facilmente luoghi non frequentati da chi si vuole divertire in modo diverso dal nostro. Ora, però, questo studio ci dice che il suono di certa musica ad alto volume può disturbare le attività degli animali. Sulle nostre spiagge, ad esempio, stanno nidificando sempre più frequentemente le tartarughe marine. Che effetto hanno queste attività sui rettili marini? Mi direte: ci sono tante spiagge… che vadano da qualche altra parte, ma è una risposta che non mi soddisfa. Se una tartaruga fa un nido sulla spiaggia e poi si piantano gli ombrelloni e si salta sul nido, la riproduzione magari fallisce. Continua a leggere

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Di mestiere faccio il linguista 37. La grande invenzione della scrittura

di Rosario Coluccia

Nel 2014 la casa editrice «il Mulino» di Bologna ripubblicò l’edizione italiana di un bellissimo libro di Walter J. Jong, acuto indagatore dei problemi della comunicazione e studioso di storia della cultura: Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola (in edizione originale nel 1982 con il titolo Orality and Literacy, in traduzione italiana già nel 1986). La scrittura è un’invenzione piuttosto recente nella storia dell’umanità. L’uomo ha imparato a parlare forse da 150 – 180 mila anni. Da un periodo molto più limitato, più o meno da 5.000 anni, ha inventato la scrittura, quasi contemporaneamente e indipendentemente in due territori diversi, in Egitto e in Mesopotamia, la terra tra i fiumi Tigri ed Eufrate, corrispondente a parte di Siria e di Iraq, un tempo culla della civiltà a cui idealmente facciamo riferimento, oggi teatro di guerre e di atrocità di ogni genere che ci lasciano quasi sempre indifferenti. La scrittura consiste nella capacità meravigliosa di tracciare con strumenti pratici (penna, matita, macchina da scrivere, tastiera di un computer, ecc.) su una superficie (papiro, pietra, carta, pergamena, muro, schermo di un computer, ecc.) segni convenzionali che poi si possono leggere. In tal modo vengono superati i limiti di spazio e di tempo connaturati alla fragilità umana: «hic et nunc», dicevano i latini, qui e adesso. Con la scrittura possiamo andare oltre. Continua a leggere

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Andando con Antonio Verri per un Salento di pietre

di Maurizio Nocera

Certe volte, di notte, oggigiorno, d’inverno, più verso la mattina ormai, un piccolo rumore, un sospiro in più, il battere di ali di una civetta cornuta, il tonfo di una goccia di rubinetto che per formarsi ha impiegato tutta la notte, il cincischìo di due lumache che non riescono a raggiungere la foglia alta della begonia “pinta”, il richiamo dell’uomo dei curli che come te ora non dorme, mettici poi il bagnato del breve sogno di una betissa sinuosa che tuttagambe poco prima ti ha camminato davanti come cavalla murgese dall’ampio bacino, aggiungici ancora un po’ di disperazione urbana che ti sei portato appresso nel letto ieri dopo aver fatto i tuoi bravi compitini del giorno innanzi, ed ecco che sei bell e pronto sulla sponda del letto, alla ricerca del calzino, che come sempre, ogni notte, si va a ficcare tra la pila di libri non letti e la colonnetta e che ora per tirarlo fuori ti tocca spostare, togliere, far rumore, trattenere il sospiro, trattenere l’acqua che ti sta dentro e trattenere anche la voglia di soffiarti il naso e di stiracchiarti un po’. Il nostro primo caffè, al mattino prima delle quattro, è di solito amaro, perché spesso non è dolce la vita. Allora per omogeneità, si comincia così. Poi il solito colpetto di tosse, la bardatura del corpo come si conviene in questi casi d’inverno, il controllo dei documenti in tasca, il controllo delle tumefazioni al viso, il conteggio delle rughe agli angoli degli occhi, un altro vigile controllo alla “pendaia” sotto il mento, e poi via verso l’ignoto, il misterico, verso l’amore che ha atteso lì aggrappato alla roccia per tutta la notte. Continua a leggere

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Estate salentina 2018: un bilancio critico

di Gigi Montonato

Diciamocelo francamente, a prescindere se quel che diciamo sia politicamente corretto o scorretto, conveniente o sconveniente. Mettiamo da parte una volta gli infingimenti e le ipocrisie.

A noi salentini le torme di turisti che invadono i nostri luoghi, sacri alla nostra quiete, danno fastidio e ci rendono il nostro ambiente alieno al punto che chi può se ne va altrove a vivere i tre mesi dell’estate, da giugno a settembre.

Sempre più persone che da anni hanno una casetta al mare, comprata o costruita in una campagna ereditata dai genitori e realizzata coi risparmi di una vita, durante il periodo vacanziero perdono le condizioni della quiete e gli spazi materiali, starei per dire vitali, per vivere senza ansie di sovraffollamento e aggressioni ambientali. Un enorme e crescente concorso di gente in quel periodo arriva da ogni parte d’Italia, perfino dalla Campania e addirittura da altre parti della Puglia, e invade il territorio, urbano e rivierasco, con tutte le conseguenze aggravate dall’impreparazione delle amministrazioni comunali a gestire il fenomeno.

Se per un verso la scelta di tanti italiani e stranieri di passare le vacanze qui da noi ci lusinga e ci fa piacere, per un altro ci inquieta, perché significa che per tutto il periodo delle cosiddette ferie noi salentini, di casa, ci sentiamo espropriati della nostra vivibilità. Traffico caotico e intasato, rumori di notte e di giorno; prezzi dei nostri prodotti tipici (verdure, frutta, formaggi, frise, pesce) alle stelle; tempi di attesa di ore nei servizi pubblici; parcheggi zero. A soffrirne non sono solo i residenti ma anche gli stessi turisti, che molto spesso vengono “rapinati” per una frisa al pomodoro o per un piatto di spaghetti alle cozze. Continua a leggere

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Settembre, andiamo …

di Luigi Scorrano

Alunni di tempi remoti imparavano a memoria questo testo poetico, ben degno di essere memorizzato. Non vi scoprivano l’amara dolcezza che sosteneva la musica di quelle parole così sapientemente inanellate nella collana che ne faceva un prezioso monile. Gli studenti invitati a imparare a memoria quel testo non vi scorgevano certo la saldezza compositiva, la delicata malinconia che vi presiedeva, il gioco ineffabile di ineffabili parole: per loro era una seccatura in più sgradita all’inizio dell’anno scolastico. Meglio, forse, la passeggiata di don Abbondio negli odiati Promessi sposi? Un utile esercizio (scolastico) poteva essere il confronto tra due autunni: quello di d’Annunzio così carico di nostalgia e quello del Manzoni così riposato nelle tranquille consuetudini del sereno don Abbondio. Un esercizio tanto per sgranchire le (forse) intorpidite macchine mentali!!!

C’era la poesia e la maledetta poesia era a memoria! Che cosa imparo prima? una unità minima: Settembre, andiamo!  Fin qui  va bene.  il resto il problema. Settembre, andiamo! Sì, ma dove andiamo? Possiamo forse tornare indietro, correre verso il mare appena abbandonato, corteggiare le belle ragazze la cui immagine non ha potuto  già sostituire quelle che immagini non sono ma presenze in carne e ossa. E va bene! E poi quell’altro: don Abbondio. Non ce ne potevano rifilare uno più dinamico tipo don Matteo della televisione che corre in bicicletta e non ti risulta che scosti le pietre  perché lo disturbano nel cammino. Ma sì! Settembre, andiamo. Cioè; riandiamo. Ritorniamo ai consueti doveri: la solita predica! Ma noi i doveri non è che non li conosciamo: li troviamo noiosi, ecco tutto!, Ehi! fatecelo dire!: ci sono momenti in cui i doveri non ce li facciamo insegnare da nessuno. E sono momenti belli. E quando ci capita di rimboccarci le maniche, abbiamo forza e coraggio. Anche quello che ci invita a imparare a memoria Settembre andiamo. Continua a leggere

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Per Claudio e Mario Micolano

di Paolo Vincenti

Claudio e Mario Micolano Poesie e saggi, è una piccola, preziosa pubblicazione, omaggio a due studiosi, entrambi scomparsi, i quali hanno segnato il proprio passaggio nella città di Maglie, che riconoscente li ricorda in questo volumetto, per le Edizioni Erreci (Maglie, 2018). I Micolano, uniti da vincolo parentale oltreché da interessi comuni, hanno contribuito in grande misura alla crescita culturale di Maglie degli ultimi quarant’anni.  Claudio Micolano, professore di latino e greco presso il prestigioso Liceo Capece di Maglie, fu, insieme a Emilio Panarese e Nicola De Donno, fra i fondatori della locale sezione della Società di Storia Patria, che editava la rivista “Contributi” ed edita ancora “Note di Storia e Cultura Salentina”, sulle cui pagine Micolano è stato lungamente presente con saggi brevi, articoli di carattere storico e di critica letteraria, recensioni, racconti e poesie. Fu fra i fondatori della rivista, insieme a Nicola De Donno, Emilio Panarese e Vittorio Zacchino. Fra i suoi numerosi scritti, sono da menzionare il poderoso saggio critico su Oreste Macrì e quelli sul poeta e musicista Francesco Negro e sul poeta Salvatore Toma il quale era stato suo allievo al Liceo Capece e spesso si rivolgeva al professore per chiedere consigli e pareri. Del Comitato di redazione di “Contributi” (rivista trimestrale che uscì dal 1982 al 1988), egli faceva parte, insieme a Nicola De Donno e Latino Puzzovio. Continua a leggere

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Enfance salentine 7. Septembre 3

di Gianluca Virgilio

Le journal intime

Sur le conseil de mon père, je m’enfermais dans ma chambre l’après-midi après le déjeuner pour écrire mon journal intime, un compte-rendu de ce qui m’était arrivé la veille. Je passais en revue les faits les plus importants et les transcrivais de manière schématique, impersonnelle, comme si je les recopiais d’un livre préexistant à ma vie ; et en cela, je me voyais contraint de manifester le détachement et l’indifférence que l’on met ordinairement dans une action qui n’est pas considérée comme nécessaire, mais qui constitue une tâche dont il faut s’acquitter. Pour moi-même ou pour quiconque me lirait, quel sens pouvait-il y avoir à écrire que je m’étais réveillé à sept heures et demie du matin, que j’avais accompagné ma mère pour faire les courses, qu’ensuite j’avais regardé un film, qu’enfin j’avais fait un tour à bicyclette avant de revenir à la maison pour le déjeuner en famille ? Tout comme le puzzle que j’assemblais avec peine pour établir mon plan des rues1 et auquel il manquerait toujours une pièce, cette suite de faits ainsi transcrits mettait apparemment  ma vie en ordre, chaque action correspondant à une phrase qui devait avoir la fonction d’en résumer le sens, mais elle me présentait une réalité que je ne pouvais en aucune façon reconnaître comme mienne, car tout ce que j’avais vraiment vécu la veille en était exclu. Je savais que mon journal intime ne resterait pas secret, parce que, tôt ou tard, un membre de ma famille, ma sœur, mon père, ma mère, le lirait. Continua a leggere

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Il dialetto galatinese ne “La Taranta” di Rino Duma

di Paolo Vincenti

“La Taranta. Il dialetto galatinese (ovvero la lingua del popolo)”, è l’ultima proposta editoriale di Rino Duma, scrittore e attivo operatore culturale galatinese. L’opera, dalla mole consistente, 569 pagine, con elegante copertina cartonata bianca, pubblicata da Editrice Salentina (2016), è una raccolta di commedie, poesie, proverbi, modi di dire, soprannomi, filastrocche, indovinelli e materiali vari,  in dialetto galatinese. Un viaggio letterario, un excursus filologico nella saggezza popolare, nella lingua madre dell’autore e nelle tradizioni ormai in via d’estinzione di una micro realtà municipale, quale Galatina, ricca di arte e di storia. Alla confluenza con l’era digitale informatica, Duma, facendosi aedo di un tempo perduto, compartecipe cantore della cultura genuina e spontanea del popolo salentino, ha voluto regalare ai suoi lettori ed estimatori questo scrigno di saggezza, divertimento e leggerezza.  La taranta riportata in copertina è opera del maestro Antonio Mele Melanton: una libera interpretazione di uno spaccato sociale che ha caratterizzato in maniera indelebile il passato di questa città, il tarantismo, col suo portato di sofferenza, folklore, cultura. Ancora oggi il nome di Galatina è legato al culto di San Paolo e alle tarante, sebbene il fenomeno  sia ormai estinto. Ma Rino Duma, Presidente del Circolo culturale Athena e direttore della rivista “Il filo di Aracne”, da studioso e appassionato ricercatore di memorie patrie, ha voluto riportare all’attenzione dei suoi concittadini, degli anziani e dei giovani, il recupero delle cose di un tempo, nel vecchio “scascione de dialettu”, cioè “trabiccolo di dialetto”, come scrive nella sua Prefazione, perché esso “è l’antica e inalienabile carta d’identità della nostra anima cittadina”. E lo ha fatto con un corposo volume, una miscellanea, florilegio di brani diversi, raccolti insieme e accomunati dalla lingua usata; lingua che diventa un formidabile strumento di diffusione del sapere, se solo la si consideri non museificata, imbalsamata, cioè immobile, inerte nel suo stanco perpetuarsi o sopravvivere a sé stessa, ma come materia viva, cultura fermentante di un popolo, sua riappropriazione identitaria. Continua a leggere

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Meglio e peggio, la distinzione che fa la differenza

di Antonio Errico

Una volta, quand’era il giorno della fiera, arrivavano nei paesi i venditori di piatti chicchere bicchieri. Si mettevano con i camioncini lungo il lato della piazza, e richiamavano la gente sbattendo piatti e chicchere e bicchieri uno contro l’altro per far vedere che non si rompevano. Gli uomini e le donne – quegli uomini con camicie silenziose e quelle donne pennute che Vittorio Bodini ha dipinto con le parole- osservavano attentamente. Poi la donna sceglieva. Diceva: quelli. Basta. Come una sentenza. Se le si chiedeva perché i piatti dovevano essere quelli, lei rispondeva semplicemente: mi piaceva l’aria che portava quello che li vendeva.

L’espressione l’aria che portava costituiva la sintesi sostanziale di una scelta che si fondava su un pensiero intuitivo, sulle percezioni, forse anche un po’ sulle emozioni.

Non saprei decifrare le associazioni per le quali mi è venuto il ricordo di quelle scene mentre su “La lettura” leggevo un dialogo tra Guido Tonelli e Lorella Carimali.

Tonelli è professore di fisica subnucleare all’Università di Pisa. Ha partecipato al lavoro che ha portato alla scoperta del bosone di Higgs. Ha scritto libri di divulgazione scientifica. Lorella Carimali è insegnante e scrittrice. Ad un certo punto, dunque, Tonelli sostiene di non credere nell’eccessiva specializzazione delle conoscenze, perché viviamo in una società tumultuosa in cui le cose cambiano rapidamente e dobbiamo aspettarci molte rivoluzioni nei prossimi decenni. Bisogna essere preparati, dunque. Dice che serve una formazione di base molto solida con la capacità di adattarsi alle novità. Dice che serve creatività. Continua a leggere

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