L’attesa

di Antonio Prete

Quella bandiera di luce che trema

ancora sopra gli alberi lambendo

nuvole già disfatte nel blu, quella

strada scortata da cipressi fino

all’erta, e tutti quegli uccelli in volo

sopra l’onda brunita dell’arato,

insieme attendono che l’invisibile

si versi dentro questi specchi d’acqua,

e piano poi si spenga mentre ascolta

il passo della notte sopra l’erba.

.

L’immenso dorme, le ali ripiegate,

nell’alcova segreta dell’istante.

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Memorie melissanesi narrate con Il ritorno del Cusufai di Vittorio Velotti

di Cosimo Scarcella

Vittorio Velotti attinge all’Archivio Fotografico di famiglia, ricco di documentazione riguardo la storia e la cronaca della cittadina di Melissano e notevole per il “salvataggio” di memorie e ricordi di usanze e tradizioni popolari particolarmente significative della popolazione del luogo per l’intero XX secolo. Seleziona e raccoglie nel volume Il ritorno del Cusufai (Congedo Editore, 2016) un folto numero di “scatti” veramente eloquenti e interessanti.  Egli, ora deceduto da qualche anno, affidò a me (che accettai volentieri anche per la nostra lunga frequentazione amicale) la stesura dell’Introduzione al volume, che ora si ripropone.

INTRODUZIONE

Che significato può avere la pubblicazione, oggi, d’un volume di fotografie per la maggior parte “immagini” spesso sfumate di memorie antiche? Le congetture potrebbero essere molteplici: desiderio di risuscitare un passato forse dimenticato, bisogno di far rivivere antichi eventi significativi, necessità di salvaguardare ricordi o eternare fatti ritenuti degni di memoria. Forse un po’ tutto ciò. Ma probabilmente anche l’esigenza di mettere la sordina al fragore, che disturba la vita quotidiana, ostacolando la serena consapevolezza di dove realmente si stia andando, per che cosa si stia agendo, per chi si stia vivendo. Un tuffo, quindi, nel passato personale silenzioso, ma fecondo di ispirazioni; il rinnovato contatto con la propria terra; la ripresa d’un dialogo amico con la propria comunità, interrotto ma nuovamente ricercato. Bisogno, cioè, di ritrovare, con l’aiuto anche della rivisitazione di “testimonianze fotografiche” da tempo riposte in soffitta, la spinta a trovare un criterio valido, per discernere lo stato della propria umanità. Proprio come il “Ritorno del “Cusufai'”:  il bellissimo rigogolo salentino che, all’arrivo d’ogni primavera, spinto dall’infallibile istinto naturale, sceglie le terre del Tacco d’Italia, per nutrirsi di ciò che il luogo gli offre e per nidificare nel suo modo caratteristico: intrecciando, cioè, alla biforcazione dei rami una specie di cestino pendulo, mentre, immerso nell’aria felice abbellita dalla sua presenza, fa risuonare per le aperte campagne il suo richiamo con versi bellissimi simili al flautato.

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Lecce: città “bella, colta, gentile”

di Carmelo Pasimeni

2022. Trentesimo dalla pubblicazione della Storia di Lecce. Quella pubblicata dalla casa editrice Laterza in tre volumi. Il primo, 1992, Dall’Unità al secondo dopoguerra, a cura di Maria Marcella Rizzo; il secondo, 1993, Dai Bizantini agli Aragonesi, a cura di Benedetto Vetere; il terzo, 1995, Dagli spagnoli all’Unità, a cura di Bruno Pellegrino. Inserita nella collana laterziana sulla Storia delle città, quella pubblicazione si collocò a pieno titolo nel dibattito storiografico più aggiornato sulla storia delle città e del territorio tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Una stagione storiografica di grande intensità, dopo la pubblicazione della Storia d’Italia. Le Regioni della casa editrice Einaudi.

Quella ricerca impegnò oltre trenta docenti, quasi tutti dell’Università di Lecce (non ancora Università del Salento), che parteciparono con interesse e passione civile, ognuno portando il contributo della propria specifica competenza. Parteciparono a quell’impresa oltre agli storici medievisti, modernisti e contemporaneisti, agli storici dell’arte, che afferivano al neonato Dipartimento di Studi Storici dal Medioevo all’Età Contemporanea, anche i compianti Mario Marti, Gino Rizzo, Angelo Semeraro, Antonio Cassiano. Per il Dipartimento si trattò di una vera e propria scommessa sul piano della ricerca scientifica. Per la prima volta nell’ateneo leccese, la quasi totalità dei professori afferenti ad un Dipartimento partecipava a un unico progetto di ricerca finanziato dal Consiglio di amministrazione dell’Università. Si susseguirono in un confronto serrato, intenso ed efficace, discussioni sull’impianto metodologico e scientifico, sull’individuazione delle fonti, sulle più aggiornate tendenze storiografiche. Allo stesso tempo, emerse il progetto culturale più ampio sotteso a quell’ambiziosa ricerca: dare una chiave di lettura storica dei punti di forza e di debolezza della città di Lecce per poterla meglio governare.

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Tre sguardi ghirriani (Luigi Ghirri in Puglia)

di Antonio Devicienti

Esiste nella mia biografia un elemento che considero naturale e indiscusso, originario e ovvio: la luce di Puglia (sia essa diurna che notturna) – ci sono nato completamente immerso, negli anni dell’infanzia (che poi solo successivamente sono transitati nella consapevolezza di un’appartenenza) quella era l’unica luce di cui avessi percezione, non immaginavo affatto che, invece, anche la luce varia da luogo a luogo.

Ed ecco che lo sguardo di un artista che prediligo, Luigi Ghirri, aperto sulla luce e sugli spazi di Puglia sottentra a regalarmi la necessaria distanza, il necessario punto di vista altro. Posso così guardare la mia terra d’origine attraverso lo sguardo di chi, nato altrove, l’ha guardata senza fare delle fotografie scattate in Puglia cartoline o cliché. Guardare lo sguardo altrui mentre guarda è un atto decisivo di conoscenza: il mare di Trani visto dalla Cattedrale, per esempio. Il punctum (se vogliamo lasciarci suggestionare dall’insegnamento di Barthes) è, forse, nel triplice lampione che si affaccia arredo urbano di un’epoca sospesa tra il lunghissimo passato e l’imminente rapidissimo futuro che si preannuncia, elemento semi-industriale stretto tra l’immensità azzurra del mare (e del cielo) e l’abbagliante meridianità della pietra bianca con cui è costruita la Cattedrale; la bellezza in un suo stadio d’assoluta purezza si rende visibile nel capitello e nella levigatezza della balaustra (che mi ricorda, tra l’altro, l’albicante lunga sequenza delle balaustre in pietra di fronte al mare a Otranto, a Castro, a Leuca…)

È lo stesso Mar Adriatico che Ghirri aveva già fotografato sulla costa romagnola o nel grande delta del Po, ma qui il fotografo si è spinto molto più a mezzogiorno, alcune miglia prima della strattoia che è il Canale d’Otranto, dove l’Adriatico si fa di un azzurro fondo, la chiarìa del cielo annuncia i Balcani prossimi, la Cattedrale in riva al mare è memoria di rotte orientate a sud-est.

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Il sapere che ci serve somiglia all’esistenza

di  Antonio Errico

La cattiva consuetudine di fare la differenza fra quello che dirò tra qualche riga, in questo tempo si è fatta un po’ meno frequente, ma fino a non molti anni  addietro era un luogo comune costante, insistente. Anche seccante, in realtà.  Si potrebbe forse dire che in qualche modo si è capito che si trattava di un errore grossolano. Ma ancora non si è capito compiutamente.

La differenza che si faceva, dunque, era quella tra sapere che serve e sapere che non serve.

Se si volesse risalire all’origine dell’errore, probabilmente si dovrebbe arrivare al periodo che va dall’inizio degli anni Sessanta alla fine dei Settanta, perché è stato il tempo in cui questo Paese prima ha destinato il latino ad insegnamento di integrazione dell’italiano nella seconda classe della scuola media e facoltativo nella terza classe, e poi lo ha eliminato.

Disse una volta Luca Cavalli Sforza che, fra tutte le sue esperienze scolastiche, la traduzione dal latino è stata l’ attività più vicina alla ricerca scientifica, cioè alla comprensione di ciò che è sconosciuto. Proprio questo è l’importante, disse: esercitarsi nel procedimento logico-induttivo che è necessario in qualunque ricerca, quel che gli inglesi chiamano l’ inferenza scientifica. Il processo di base è lo stesso in tutto il sapere.

Se una cosa del genere la dice un latinista, un umanista in senso generico e generale, allora si può anche pensare che stia tirando acqua al suo mulino. Ma Luca Cavalli Sforza è stato uno scienziato, un genetista, che acqua comunque non doveva portarne a nessun mulino se non  a quello della serietà e della qualità del pensiero orientato alla ricerca.

Naturalmente quello del latino è soltanto un esempio, o forse una metafora.  Però potrebbe anche risultare significativo nel contesto della differenza che si continua a fare tra il sapere che serve e il suo contrario. 

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Torre Ovo, un porto di confine condiviso

di Francesco D’Andria

La storia antica della Puglia è segnata dalla costante inimicizia tra la città greca di Taranto, metropoli del Mediterraneo, e le popolazioni della Messapia, organizzate in tribù sotto il dominio di potenti capi locali. Già al tempo della sua fondazione, l’oracolo di Delfi aveva stabilito che i coloni provenienti da Sparta sarebbero stato un flagello per gli Iapigi (con tale nome erano indicate le popolazioni indigene della Puglia) e l’archeologia mostra che i Tarantini avevano acquistato il territorio agricolo cacciando con la forza le genti già insediate. Anche il padre della Storia, Erodoto, fa riferimento a guerre sanguinose che, agli inizi del V sec. a.C., avrebbero opposto Tarantini e Messapi, con alterne vicende che, da parte greca, erano celebrate nel Santuario delfico di Apollo: gruppi statuari in bronzo raffiguravano i Tarantini vittoriosi sulle genti indigene della Puglia, sotto le sembianze di popoli sottomessi, con le prede di guerra costituite da donne e cavalli.

Sembra una storia di violenze e di odio senza fine, ma questa realtà cambia già agli inizi del IV sec. a.C., quando la visione politica di Archita avvia un dialogo di pace con i Messapi, e quando grandi potenze mediterranee si affacciano sull’orizzonte pugliese compreso tra i mari Ionio ed Adriatico. A quest’area è interessata Siracusa, con una presenza che si manifesta anche attraverso la fondazione di nuovi insediamenti sulle coste che guardano ai Balcani. Dalla Grecia del nord giungono, tra il 334 ed il 330 a.C., le armate del re dell’Epiro, Alessandro il Molosso, zio di Alessandro Magno, il quale stabilisce rapporti di alleanza sia con Taranto che con un re degli Apuli. Ma è Roma a costituire il pericolo maggiore, con la fondazione di colonie nel nord della Puglia e con una crescente pressione sui mari del meridione d’Italia. Contro il comune nemico si uniscono Taranto e i Messapi in una realtà di forte interazione in cui, dopo secoli dalla sua fondazione, la città greca aveva forti radici in questo territorio e non era da considerarsi meno “indigena” dei popoli apuli.

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Giaculerie di Paolo Vincenti

di Cristina Martinelli

…perch’io, che nella notte abito solo, / anch’io di notte, […] anch’io scrivo / e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto / che mi bagna la mente… (G. Caproni, Poesie 1932-1986, Milano 1989, Garzanti, p. 195).

Come in questi versi di Giorgio Caproni, sembra lavorare Paolo Vincenti. Questo racconta il suo lavoro di creazione in Giaculerie, titolo che condensa il nucleo tematico, tra soliloquio e dialogo. Poesia notturna, nell’accezione di solitudine dell’io, solitudine interiore e analisi esistenziale alla ricerca di senso e di una via per il superamento della sofferenza che, pur nel colmo del conflitto tra reale e utopia (Repleto), traguarda la capacità di reagire alle cose che accadono, mediante il significato da dare alla propria vita. Si tratta di trasformare la morte in vita, in poesia, la vita della poesia: è risaputo che Sofferenza e Bellezza sono le due esperienze decisive di ogni esistenza umana.

Ma quali sono le ragioni del dolersi, dov’è il suo dolore, cos’è che manca? Il tempo, che scorre inesorabile e incomprensibile. Tempo, in varie proposizioni, è anche il titolo di molti dei componimenti. Il tempo è tutto ciò che ci occupa e che sembra importante, ma è anche quello che in fondo in fondo è sprecato (Del tempo sprecato). Tempo è come dire vita, soltanto una concatenazione di eventi, “la danza della vita e della morte”, “in tre tempi: nasci, vivi e muori” (Danza in tre tempi). Dunque, si vive per morire (Massima)? L’Autore si confronta con uno dei temi eterni e irrisolti. S. Agostino diceva che sapeva cos’è il tempo, ma se qualcuno gli avesse chiesto di spiegarlo, non avrebbe saputo farlo.

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La condizione umana nella poesia di Giuseppe De Dominicis (Capitano Black) (Parte seconda)

di  Antonio Lucio Giannone

Passiamo ora ad esaminare le poesie più significative della raccolta Spudhiculature (1903), le quali appartengono tutte, come s’è detto, a una fase più recente di composizione e ci permettono di parlare, forse non del tutto impropriamente,  di un “ultimo De Dominicis”, un De Dominicis per certi aspetti  sorprendente, con una sensibilità decisamente più moderna e aperto a una problematica e a suggestioni tipicamente novecentesche. Incominciamo allora da Primavera, che all’inizio descrive l’arrivo della nuova stagione con immagini incantevoli e versi di una straordinaria musicalità  che restano impressi:

     Primavera, te sentu ca si’  ‘rriata,

te canuscu alla mèndula fiurita,

e tte isciu a mmienzu ll’aria barzamata

de nna ndore ca a mpiettu dae la vita;

te isciu ‘ntru lla campagna ca è berduta,

subbra ‘gne cchianta ca s’ha buttunata…

o Primavera, iessi benvenuta,

de quattru misi si’ desederata!

                                               (p. 17)

(“ Primavera, ti sento che sei arrivata, / ti conosco dal mandorlo fiorito, / e ti vedo in mezzo all’aria profumata, / di un odore che in petto dà la vita; // ti vedo dentro la campagna che è rinverdita, / sopra ogni pianta che si è ingemmata… /o Primavera, sii benvenuta, / da quattro mesi sei desiderata!”).

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Paolo Vincenti, Giaculerie

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Gioacchino Toma, indagine a cavallo di due secoli – da Sofia Stevens alla Scuola salentina-

di Massimo Galiotta

«Tu solo conosci il mio dolore, il mio lamento, la mia triste lontananza, la mia Galatina […]

Mai ho dimenticato il natale a cui appartengo»[1].

Il mercato dell’arte definisce come «Scuola napoletana» tutte quelle esperienze artistiche che nell’Ottocento meridionale ebbero modo di manifestarsi all’ombra del Vesuvio. Queste mutevoli espressioni della creatività stabilirono una propria identità peculiare, e che a volte tese, distaccandosi dall’Accademia di Belle Arti di Napoli, ad assumere sotto il sostantivo «Scuola» un carattere tipico in cui si sperimentavano visioni diverse dagli accademismi in voga. Nacquero così, come fossero cenacoli culturali, prima la «Scuola di Posillipo», sugli insegnamenti paesaggistici dell’olandese Anton Sminck van Pitloo e di Giacinto Gigante, e poco tempo dopo (nel 1863) a breve distanza da Napoli(ad Ercolano, allora chiamata Resina) la «Scuola di Resina»,conosciuta anche come «Repubblica di Portici». Entrambe presero il proprio nome dal luogo in cui erano soliti ritrovarsi gli artisti appartenenti a questi due gruppi. Ma ai partenopei di nascita si aggiunsero altri artisti meridionali di diversa provenienza regionale, spesso giunti a Napoli in età ormai matura e portandosi sulle spalle il proprio retaggio culturale (erano diversi per territorio d’origine e vissuto). Uno di questi, senza dubbio tra i maggiori dell’Ottocento italiano, è il salentino Gioacchino Toma (Galatina, LE, 1836 – Napoli, 1891), autore di una vera e propria corrente pittorica che nacque grazie alla sua opera, artistica e d’impegno sociale, durante i 35 anni di permanenza a Napoli. Ma descrivere la figura di Gioacchino Toma è un compito decisamente complesso e, come spesso avviene in questi casi, non si può farlo scindendo dall’artista l’uomo. Così com’è necessario comprendere la situazione storica in cui Toma si inserisce, è altresì utile capire quale uso fare delle numerose fonti bibliografiche disponibili. A tal proposito è essenziale, ai fini di una migliore analisi dei testi che a esso fanno riferimento, scrollarsi di dosso il pesante fardello del suo autobiografico Ricordi di un orfano relegandolo al ruolo primigenio, che lo stesso autore gli conferì, una raccolta di aneddoti e confidenze indirizzati dall’artista al figlio Gustavo, quale monito a non darsi mai per «vinti» di fronte alle dure prove della vita. Data alle stampe per la prima volta nel 1886, questa pubblicazione costituisce un nucleo di memorie che il padre scrive al figlio prima di morire, e allo stesso tempo la prima fonte bibliografica alla quale attingerà la critica dell’arte che si distinse per quell’approccio per certi versi appesantito da pregiudizi e stereotipi, per altri da un atteggiamento ostile all’opera sua.

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Gobetti e dintorni 6. Da Hegel a De Sanctis negli scritti di critica teatrale di Piero Gobetti

di Giuseppe Virgilio

La storia della vita nazionale e della cultura del nostro Risorgimento è stata messa in discussione da Gobetti. Le fasi di svolgimento del suo pensiero, filtrato attraverso la cultura idealistica e il marxismo, passano per “Energie Nove”, il periodico nel quale Gobetti fa i conti col problemismo e concretismo salveminiani, esperienza che egli rinnova alla luce del movimento dei comunisti torinesi e degli studi sul risorgimento e sulla rivoluzione russa, approdando, attraverso la critica di ogni illuminismo politico, alla nuova sintesi di storia, filosofia e politica de “La rivoluzione liberale”. Il problemismo salveminiano è così superato dalla fiducia riposta nel movimento operaio in ascesa il quale, incontrandosi con l’élite che “La rivoluzione liberale” si propone di formare, è destinato a generare la nuova civiltà e il nuovo Stato. Risorgimento senza eroi è lo scritto in cui Gobetti ha riversato il prodotto della sua analisi e il fulcro delle sue riflessioni sulla nostra storia risorgimentale.

Il Risorgimento non è stato un problema per la borghesia dominante e l’Unità d’Italia è stata accettata, ma non indagata. L’ultima tendenza eroica si è spenta con Carducci che ha significato la posizione della nostra borghesia di fronte al Risorgimento, e cioè l’ammirazione per Mazzini e Garibaldi, i rivoluzionari più coerenti, di fronte al disagio borghese di aderire ad una monarchia e ad un ordine tropo antichi.

La fase hegeliana e la polemica di Gobetti contro Zacconi

In quanto precede trova spiegazione il fatto che nel nostro teatro non è potuto nascere un interesse tragico, se per tragedia s’intende genesi di opposizione, affermazione di volontà e azione che si sviluppa attraverso l’analisi. Di questo principio deve tenere conto chi si accinge a studiare gli scritti di critica teatrale di Gobetti, documento originale della battaglia per la rigenerazione della nostra cultura da parte del giovane critico.

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Manco p’a capa 94. La legge Salvamare

di Ferdinando Boero

Il nome della legge Salvamare, appena approvata dal Parlamento, dice che il mare va salvato. Salvato da cosa? Salvato da noi!
Con i suoi ottomila chilometri di coste, e la biodiversità più ricca rispetto a tutti gli altri paesi dell’Unione Europea, l’Italia dovrebbe avere una fortissima vocazione marina. Se dobbiamo salvare il mare, però, è ovvio che il nostro comportamento, fino ad ora, non è stato rispettoso del patrimonio naturale del nostro paese.. Ora ci siamo accorti che il mare va salvato.
Dal mare traiamo risorse alimentari, lo usiamo come via di comunicazione, e ne usufruiamo durante le nostre vacanze. Il turismo balneare è una componente importante del nostro Prodotto Interno Lordo, grazie alla qualità delle nostre coste. Per usufruire della risorsa mare abbiamo costruito porti e porticcioli, e infrastrutture recettive costiere con l’intento di ricavare guadagni economici dalle risorse naturali. Abbiamo sviluppato la pesca industriale e l’acquacoltura per estrarre risorse alimentari di origine marina. Oltre ad “estrarre”, però, immettiamo: molto di quello che produciamo a terra arriva al mare attraverso i fiumi e il dilavamento sul terreno. I reflui urbani e industriali hanno il mare come destinazione ultima, per non parlare dei fertilizzanti e dei pesticidi di origine agricola. Anche la spazzatura finisce in parte nell’ambiente marino, e di questo si occupa la Salvamare. La plastica che sta caratterizzando sempre di più le nostre acque, sia come macroplastiche, visibili a tutti, sia come microplastiche, invisibili ma ben più pervasive, ha origine a terra. I pescatori, soprattutto con la pesca a strascico, tirano a bordo ingenti quantità di rifiuti solidi, in gran parte a base di plastica.

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Taccuino di Terra d’Otranto 5. Nel pozzo delle visioni

di Antonio Devicienti

     Sule nìuru se ddhuma a sciroccu te la làmia:

     scotinì fotià ston ìpono

     pu Salentini Salentini ìmesta.

    ‘Na casa subbra lu puzzu te li scursuni,

     spiti atto noston.

     (Tentativo di traduzione in lingua italiana:

Sole nero s’accende a sud-est del soffitto (nella casa del sogno e delle visioni che sorge sopra il pozzo dei serpenti) / luce nera nel sonno / dove noi Salentini siamo (totalmente) Salentini. / Una casa sopra il pozzo dei serpenti, / casa del ritorno).

     Un labirinto le radici dell’olivo. Lontanìa dell’acqua.

     Sant’Antonio da Padova, ingegnere laureato nell’illustre Università, deve progettare un sistema idraulico per il Salento siccitoso. Concepisce una cupola di acciaio e vetro che ricopra l’intiera provincia, orto botanico d’umido clima meridionale. Demiurgo consapevole dell’invalicabile lontanìa dal suo Creatore e Magister disegna un sistema di piscine e canali e pozzi, chiuse e trivelle e pompe.

     Lente navi alate per viaggi inter-onirici solcavano gli spazi visionari di Terra d’Otranto – stavano dentro le trasparenti sfere galleggianti degli incubi.  

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Bonus famiglie: una misura discutibile

di Guglielmo Forges Davanzati

Il Governo impegna 14 miliardi, ben più dei 6 previsti nel Documento di Economia e Finanza, per aiuti alle famiglie, attingendo prevalentemente alla tassazione dei profitti delle imprese energetiche (con un’aliquota che passa dal 10 al 25% a parità di base imponibile). Si tratta di un bonus di 200euro destinato ai percettori di reddito entro la soglia dei 35mila euro annui per una platea di 26 milioni di italiani.  La misura è discutibile sul piano teorico e quantitativamente inefficace per far fronte alla povertà e alla recessione in corso, così come sono discutibili le critiche che le sono state rivolte da Confindustria e dalla Destra. Vediamo perché.

  1. Si tratta di un intervento discutibile in linea di principio per la medesima ragione per la quale lo è la sua teoria ispiratrice, ovvero l’imposta negativa sul reddito di Milton Friedman. L’argomento di Friedman, economista liberista, padre del Monetarismo e fautore del fondamentalismo di marcato, è il seguente. Per contrastare la povertà preservando le libertà di mercato, occorre un intervento che renda minima la presenza dello Stato in economia e questo intervento si sostanzia appunto in un mero trasferimento monetario, che lascia liberi gli individui in ordine alla sua allocazione. Per Friedman, la questione si pone su un piano innanzitutto morale: la libertà di scelta degli agenti economici è un valore in quanto tale e deve essere preservata sempre dalle tentazioni di ingerenza dell’operatore pubblico.  Si tratta, tuttavia, di un argomento discutibile: nulla garantisce, infatti, che le scelte autointeressate degli agenti economici siano quelle preferibili anche per sè stessi. Si pensi alla ludopatia o all’uso di droghe, casi nei quali, con ogni evidenza, i trasferimenti monetari peggiorano il benessere dei beneficiari.
  2. Lo scenario macroeconomico di questi mesi – post-pandemia e con guerra in corso – è caratterizzato da incertezza radicale e dal peggioramento degli indici di fiducia di imprese e consumatori, come messo in evidenza dal centro studi di Confindustria. L’erogazione di sussidi in moneta, in questo contesto, rischia di tradursi in aumento dei risparmi per motivi precauzionali, ovvero risparmi generati per far fronte a eventi futuri incerti, dunque senza alcun beneficio per la domanda aggregata interna.  Le esperienze più recenti fatte in Italia mostrano che questo cortocircuito esiste, a partire dai bonus erogati dal governo Berlusconi e quelli del governo Renzi.
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Su Il Lucerniere di Pasquale Geusa

di Pietro Giannini

Come sempre, è lo stesso Autore a darci preziose informazioni per leggere la sua opera (Il Lucerniere, Milella 2019). Il punto di partenza della raccolta è la seguente considerazione (p. 17): “Vivevo ai margini del mondo femminile. Con le donne avevo un rapporto di amore e odio, sentimenti che tra loro si contrastavano e non mi lasciavano tranquillo. E questa battaglia interiore altro non era che il prodotto negativo del mio negativo vissuto”. Poco prima ha detto che egli vedeva davanti a sé “una vita da sfigato”.

L’avvio della composizione è indicato chiaramente nel sonetto n. I: un giorno d’afa estiva, il poeta intento a studiare, quando nell’aria echeggiano le note di una canzone: “Cercando di te” dei Pooh. Da quel momento ha inizio una sequenza di sonetti che si dipana seguendo sia la cronologia (all’estate subentra l’autunno: sonetto XII) sia il cammino sentimentale del poeta: i sonetti II e III seguono ancora lo stimolo della canzone ascoltata, poi abbiamo sonetti incentrati sulla donna ideale (UV-VII), poi sulla ricerca di questa donna, con il racconto di vari momenti in cui il desiderio esplode senza freni e di delusioni derivanti da mancate corrispondenze che suscitano amarezza e reazioni adirate. In tutto questo percorso emerge pian piano un accostamento a pensieri religiosi, aventi come perno Dio o la Madonna o San Francesco, che danno al poeta una certa rassegnazione e pace. 

Detto così, il contenuto di ben 111 sonetti risulta estremamente compresso, ma risponde bene all’intenzione di una “storia sentimentale” che il poeta stesso suggerisce (p. 17). Infatti il titolo del libro, Il Lucerniere, che allude esplicitamente al Canzoniere di Petrarca, designa il poeta stesso come portatore di luce spenta, che spera di trovare qualcuno (qualcuna?) che lo accenda. E, sull’esempio del Canzoniere, segue i vari momenti della sua vicenda che però non è, come nell’illustre modello, lo sviluppo di un amore spirituale, ma il racconto di un più prosaico desiderio di donna che non riesce a trovare uno sfogo; e tale sfogo non è una vaga aspirazione mistica, ma un più concreto desiderio sessuale. Certo, non mancano atteggiamenti edificanti, come quando discetta sulla distinzione tra la donna degna di “infinite lodi” e la femmina “diabolica sempre nelle intenzioni” (X), ma è vero che il suo sguardo “errava…sotto una gonna/ colla spe’ che l’abito in alto vada” (IX): insomma nella speranza di una scena come quella famosa di Marilyn Monroe. Ed altre volte egli si lamenta che “di stretta copula ero io deficiente” (XLVII). Nel suo combattimento tra pruriti più o meno adolescenziali e castità obbligata (non cercata!) il poeta incontra il conforto della religione sì che alla fine egli “da arrapato volta in rassegnato” (LI).

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Due riviste sperimentali degli anni Settanta: “Gramma” e “Ghen”

di Antonio Lucio Giannone

            Gli anni Settanta del secolo appena trascorso sono caratterizzati da una forte esigenza di rinnovamento che investe la società italiana, sulla spinta del Sessantotto e della ventata rivoluzionaria da esso portata. La contestazione studentesca e degli intellettuali, il movimento operaio e quello femminista non potevano non lasciare tracce profonde su ogni aspetto della vita sociale e culturale del paese. Anche in campo letterario e artistico si rifiutano forme e contenuti del passato e nascono o si affermano definitivamente nuove tendenze che si oppongono a quelle precedenti, come lo sperimentalismo e la neoavanguardia, da un lato, e l’arte concettuale e  quella povera, dall’altro. Carattere comune di queste correnti è la caduta delle barriere tra i vari generi, per cui ogni arte tende ad invadere i confini di quella ad essa contigua, in un continuo e generale rimescolamento dei codici espressivi.

            Nemmeno il Salento resta estraneo a questi fermenti e anzi  si dimostra aperto verso tutte le novità di quel periodo, confermando la sua naturale predisposizione verso la creatività. E come aveva recepito prontamente altri movimenti, anche ardui ed elitari, come il futurismo, il Novecento pittorico, l’ermetismo, il neorealismo, così ora accoglie le tendenze artistiche più innovative degli anni Settanta, distinguendosi ancora una volta in tutto il Meridione. Nel corso del decennio, infatti, si formano gruppi e gruppetti d’avanguardia ed escono alcune riviste che si collocano nell’area della più avanzata sperimentazione[1].

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Egidio Zacheo, Ritrovare la sinistra

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Lo sguardo dagli astri nella poesia di Antonio Prete


di Gianluca Virgilio

Un verso di Paul Celan, E’ tempo che la pietra fiorisca, fornisce il titolo alla seconda raccolta poetica di Antonio Prete, Se la pietra fiorisce, Donzelli Editore, Roma,  2012, pp. 118, che giunge a cinque anni dalla pubblicazione di Menhir (Donzelli, 2007) con cui lo studioso di Copertino aveva esordito come poeta. L’opera del narratore, saggista e traduttore continua, dunque, nella forma della meditazione poetica, inframmezzata in questo caso da undici brevi prose che si aprono entro la scansione dei versi.

Ora, chi scrive, dovendo scegliere, nello spazio breve della recensione, se dare un ragguaglio sommario dell’intera raccolta, oppure commentare una meditazione del poeta e proporla come specimen dell’insieme, preferisce seguire questa seconda strada. E che Prete voglia proporci una meditazione poetica, secondo la formula principale della sua riflessione critica su Leopardi, il pensiero poetante, lo si capisce bene già nelle parole del primo componimento –  sul quale, dunque, mi soffermerò – intitolato Dissonanza: “Disloca il punto d’osservazione, / porta il pensiero fino all’orlo di una nuvola, / e ancora più oltre, di là dal cerchio lunare: …”.

La raccolta poetica si apre con l’invito al lettore a dislocare lo sguardo, guadagnando un luogo abbastanza alto da consentire una visione quanto più ampia è possibile del mondo; intendendo per mondo tutti gli infiniti universi nei quale sembra riflettersi la storia della terra, in un gioco di rispondenze (così si intitola la poesia di p. 75) che rimanda il lettore dal cielo alla terra, e viceversa. “Congiungere il visibile e l’estremo” (p. 105), come vedremo, sarà una delle costanti della poesia di Prete.

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Piero Manni e il suo Salento dalle “millanta facce”

di  Antonio Errico

Avrei potuto scrivere di Millanta facce anche leggendo soltanto gli inediti che contiene: perché tutto il resto lo ricordavo perfettamente. Invece dopo le prime cinquanta pagine ho continuato a leggere, ritrovando quel racconto intitolato L’inverno del Diciotto  che rappresenta la perfezione della forma. In tutto: nel ritmo, nel lessico, nella costruzione della frase, nell’articolazione dei tempi della narrazione, nella tristezza che lo attraversa per intero ma che nel principio e nel finale si fa pacato struggimento.  Ho continuato a leggere, dunque, arrivando fino in fondo, fino a quelle pagine di lucidissima malinconia, che dicono di tutta la saggezza che ci vuole, per vivere, e morire.

Quella di Piero Manni è una scrittura di passioni e di ragioni. Le passioni hanno radici affondate  nel già visto, già sentito, in quello che è stato pensato, sofferto, amato. Nelle illusioni, nelle delusioni.  Le passioni appartengono alla memoria, alla dimensione intima, profonda, a quello che gli accade dentro e che conforma la sua visione del mondo e della vita.  Le ragioni riguardano i giorni che vive, uno dopo l’altro, uno alla volta e una volta per sempre, coinvolgono quello che gli accade intorno, che qualche volta lo entusiasma, qualche volta lo sconforta, qualche volta lo consola. Poi c’è quello in cui crede; poi ci sono le idee, che sono ad uno stesso tempo passione e ragione senza che dell’una e dell’altra si riconoscano i confini, senza che tra l’una e l’altra si faccia differenza. Quello in cui crede Piero Manni si può chiamare impegno civile, per esempio. Oppure si può chiamare solidarietà, partecipazione, responsabilità, etica, valore. Quello che ha scritto Piero Manni coincide perfettamente, gioiosamente, dolorosamente, con quello che è stato, con i suoi sogni ad occhi aperti e i suoi astratti furori, con i sentimenti, le emozioni, le commozioni che cercava comunque di celare per una coerenza con il suo essere intellettuale dal pensiero complesso, sistematico, analitico, disincantato.    

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Taccuino di Terra d’Otranto 4. La luce

di Antonio Devicienti

     Lasciato aperto sull’orlo della cisterna un libro. Sbattono i panni stesi al sole ad asciugare da muro a muro della corte. Ete cquài ca lucìsce la coscienza de quiddhu ca ‘a luce ète: mathrice de li cunti.

     Rossa dei fiori d’ibisco l’Estate e del Sole il mulino infocato,

il pesco, il geranio, l’albicocco, vita amore rosso.

     La solennità entrava nel dopopranzo estivo, accostati gli scuri delle finestre e liberàti i letti dalle lenzuola, ovunque presente la Canicola liquore caldissimo: la solennità del sonno e del sogno entrava nella mente, regione sconosciuta finanche a se stessa; – fuori la luce folle trionfatrice implacabile.

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