Su Il treno dei bambini di Viola Ardone

di Franco Martina

Mentre i Costituenti scrivevano la mappa di principi e valori che avrebbero dovuto orientare la nostra nuova vita democratica, indicando nell’articolo 3 come compito non dello Stato (termine che compare solo con l’articolo 7 in un ben preciso ambito) ma della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese, nel paese reale migliaia di famiglie si rendevano disponibili a dividere quanto avevano, e non era certo molto,  accogliendo in casa propria  per mesi o per anni i bambini meno fortunati, strappandoli a un destino di miseria e di ignoranza in quell’Italia appena uscita da un conflitto devastante trasformatosi in guerra civile.

 È questa pagina dimenticata, o rimossa, che ha ispirato il bel romanzo di Viola Ardone, Il treno dei bambini (Einaudi, 2019).  Un libro sapiente, perché obbliga spesso il lettore a un’autonoma riflessione e a una personale presa di posizione che non permettono risposte comode. Anche per questo non è corretto tentare di ridurre il libro alla sua trama o di raccontarne qualche passaggio significativo. Più utile è invece focalizzare la lezione  contenuta nella sua articolazione.

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“E camminano i morti lungo le rive…”: dialogo con Antonio Prete

a cura di Davide Brullo

Qui, quindi, la poesia diventa cenacolo, celebra l’amicizia, il contatto con i morti, l’esattezza dell’adesso e il modo in cui il verbo puntualizza il divenire in destino. Tutto è sempre ora (Einaudi, 2019) ha certamente la cadenza dell’omaggio (And all is always now canta T.S. Eliot nei “Quartetti”), ma è, per lo più, credo, cifra verbale che è legge, norma poetica: il poeta è quello per cui il tutto è nel frammento (mimo von Balthasar), sul palmo di una mano; è quello per cui è sempre adesso, è sempre l’allerta dell’ora, è sempre il momento culminante, definitivo. “Il transito, la cenere, l’aurora,/ tutto è sempre nel respiro dell’ora”, è il distico che chiude Nel respiro dell’ora. Il poeta ammette, non annuncia, semmai si annienta nell’adesso, dando chiarore al creato, carisma al “tempo che è solco/ di conchiglia e fuga di comete”. Non c’è distanza di sguardo tra l’Antonio Prete studioso di cose letterarie (quello de Il pensiero poetante, Nostalgia. Storia di un sentimento, Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità) e il poeta, grammatico della meraviglia: tenerezze, crisi, crismi, sono i medesimi. Così, questa raccolta puntellata di fraternità – da Celan a Wallace Stevens, da Edmond Jabès a Eliot – è nello stesso tempo – per competenza, tensione lirica, ricorrenza di temi – un asteroide del Novecento e un azzeramento, quasi che il secolo fosse un ago (“All’ombra// del menhir la ricordanza è aspra”: torna una parola-emblema, Menhir è la raccolta di Prete edita per Donzelli nel 2007, la ricordanza ci riarma a Leopardi). A poesie elette al vento della Storia (“La ferita ha memoria, e ha sapienza/ pareva dicesse una voce nel celeste/ del mattino domenicale a Harlem”), Prete ne alterna altre, presocratiche, dove si guarda tutto come mai prima, come al primo o all’ultimo giorno (ci sono alberi, cieli, la neve, le creature piccole e “sopra, invisibile, la corsa dei mondi/ lungo sperdute ellissi”), le più belle. E ci sono tante stelle, in questo libro, dappertutto (compresa la prosa Dire la stella), come se si desiderasse un altro cosmo, come se fosse il bene alzare gli occhi, perché, in fondo, poesia è enumerare gli astri, e narrarne l’estro, la storia, l’esito. (d.b.)

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La difficile eredità del Governo Conte 2 e il monito di Draghi

di Guglielmo Forges Davanzati 

La nota di accompagnamento al documento di Economia e Finanza (la cosiddetta NADEF) recentemente rilasciata dal Governo è stata definita da alcuni commentatori “ecumenica”, dal momento che, nei limiti delle risorse disponibili e di quelle aggiuntive derivanti dalla maggiore ‘flessibilità’ sul deficit che verrà presumibilmente accordata dalla commissione europea, si propone di accontentare piccole imprese, partite IVA, lavoratori dipendenti, in mancanza – si osserva – di una visione strategica e di lungo periodo sul modello di sviluppo dell’economia italiana. L’intera manovra, in effetti, si basa sul tentativo di riportare l’economia italiana su un sentiero di crescita (previsto per un modesto 0.3%) attraverso il solo blocco delle clausole di salvaguardia, ovvero attraverso interventi finalizzati a impedire l’aumento dell’IVA. 

Si tratta di una valutazione per certi aspetti ingenerosa: il Governo Conte 2 si trova a gestire un’eredità difficile, soprattutto nei rapporti con l’Europa, deteriorati dal lungo (e sostanzialmente fallimentare) braccio di ferro che il precedente Governo, a trazione leghista, ha intrapreso con le Istituzioni europee. Nessuno può avere dubbi in merito al fatto che, per come è stata disegnata, l’Unione monetaria europea è indifendibile: produce crescenti divergenze regionali – si pensi ai divari dei tassi di crescita fra Paesi periferici e Paesi centrali del continente – tassi di disoccupazione elevati e crescenti – soprattutto relativi alla disoccupazione giovanile – fallimenti di imprese, elevate diseguaglianze distributive. L’assenza di una politica fiscale comune e la sua fondazione neo-mercantilista (ovvero la convinzione che si possa crescere solo esportando) costituiscono le cause del sostanziale fallimento del progetto europeo, almeno nella versione ‘solidaristica’ immaginata dal Manifesto di Ventotene.

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La pittoscultura di Pasquale Pitardi

di Paolo Vincenti

Cursi, pochi chilometri da Maglie, è la patria delle cave di pietra ed è anche la patria di Pasquale Pitardi, che però vive a Galatina, “poliedrico artista informale nell’anima e nei fatti”, come scrivono di lui, spinto da quella irrequietezza un po’ randagia, che forse è propria di tutti i creativi. Ma i viaggi di Pitardi, oltre che nelle dimensioni temporali del passato, del presente e del futuro, sono viaggi nel colore, nella materia, nella libera creazione fantastica. “Pittoscultografia” è il neologismo coniato per definire l’arte di Pitardi, o quello che è oggi l’approdo dell’arte di Pitardi. Infatti, l’artista, che provava un senso di profonda insoddisfazione misto alla curiosità e alla voglia di intraprendere nuovi percorsi, ha iniziato a scomporre le sue opere e dalla bidimensionalità, tipica do ogni dipinto, è approdato alla tridimensionalità di quelle che sono oggi le sue pennellate di colore che, come variopinte tavolette votive, si accumulano nella sua casa laboratorio, oppure nelle mostre alle quali partecipa. Partendo dalla acquisita consapevolezza che la pittura è finzione, e che come tale non lo appagava più, Pitardi ha iniziato a staccare questa pittura dai suoi canonici supporti,  a scomporre l’opera d’arte visiva quadro, e a cercare sfondo per le sue pennellate di colore nei materiali più disparati, dal legno alla plastica, che danno comunque al fruitore la percezione tattile di un corpo tridimensionale che fa tabula rasa di ogni menzogna immaginativa, di ogni illusione ottica quale è, fra chiari e scuri, il quadro tradizionalmente inteso.

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Il nostro tempo aperto al futuro fin dal passato

di Antonio  Errico

Si dice che sia necessario, che sia indispensabile guardare sempre avanti, ed è vero. L’esistere si realizza nel vedersi sempre oltre il tempo in cui si è. I progetti si fanno guardando avanti, scrutando gli orizzonti, immaginando – fantasticando anche – quello che sarà, il modo in cui sarà il tempo a venire, il modo in cui saremo nel tempo a venire. Avanti è il luogo del desiderio, della promessa, del richiamo affascinante, seducente. Avanti è il tempo da esplorare, da conquistare, istante per istante.

Però, è inevitabile guardare anche indietro. Perché indietro è il luogo in cui si è realizzato quello che abbiamo, in cui è maturato il nostro essere come siamo. Indietro è la casa del padre, della madre. Quindi il luogo della storia. Indietro è il luogo in cui si è compreso quale fosse la strada da fare per arrivare al punto in cui si è arrivati, forse anche quale sia la strada da fare se si vuole ritornare al punto da cui si è partiti: perché talvolta accade che si voglia ritornare. Indietro è il tempo del racconto profondo e della parola essenziale, dell’entusiasmo e del sogno ad occhi chiusi e aperti. Forse indietro è anche il tempo della nostalgia, che però è ricompensata da una, come dire? da una specie di soddisfazione per quello che si è riusciti a fare. Per l’altro, per quello che non si è riusciti a fare, non ci può essere nessuna nostalgia. C’è rammarico oppure indifferenza. Si dice: poteva andare diversamente da come è andata. Oppure si dice: è andata così. Basta.

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Di mestiere faccio il linguista 16. Esclusivamente inglese? No, grazie!

di Rosario Coluccia

La parola tornata nel linguaggio comune indica un turno elettorale: “il presidente è stato eletto alla seconda tornata”; può significare anche ‘seduta periodica di un organo collegiale, adunanza, sessione di lavoro’. Nella recente tornata del 27 settembre, nella Villa medicea di Castello a Firenze,  l’Accademia della Crusca ha come al solito presentato pubblicamente alcune sue attività, discusso iniziative nelle quali è coinvolta, interagito con altre istituzioni. Durante la seduta alla professoressa Maria Agostina Cabiddu, ordinaria di Istituzioni di diritto pubblico presso il Politecnico di Milano, è stato consegnato il Premio “Benemeriti della lingua italiana”. Perché una giurista è benemerita della lingua italiana? Vediamone le ragioni.

Nel dicembre del 2011 il Senato accademico del Politecnico di Milano, applicando in modo non condivisibile un articolo della cosiddetta “legge Gelmini” (la quale contiene “Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario”), deliberava che, a partire dall’anno 2014, tutti i corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca di quell’ateneo milanese fossero impartiti esclusivamente in lingua inglese. È importante l’avverbio: esclusivamente. Con una semplice delibera di un organo accademico la lingua nazionale veniva esclusa dalla formazione di architetti e di ingegneri e veniva estromessa da una università italiana.

Non è, come da alcuni si volle far credere, una forma (pur radicale ed estrema) di apertura al mondo internazionale di un ateneo che in primo luogo deve formare tecnici specializzati. Come sempre accade, la questione linguistica sottende altre questioni. Sono in ballo il modo di concepire l’insegnamento e le sue funzioni: la lingua non assolve solo a una funzione comunicativa e strumentale ma esprime in maniera eminente valori culturali, sociali, politici, identitari. Entra in campo addirittura la rilevanza costituzionale di una scelta che esclude la lingua ufficiale della Repubblica dalla didattica universitaria. Fuori l’italiano dall’università? si chiedeva in maniera allarmata il titolo di un libro, curato da Nicoletta Maraschio e Domenico De Martino, che l’Accademia della Crusca pubblicava a tambur battente (nel novembre 2012), presso l’editore Laterza.

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La xylella, il paesaggio salentino e il colore dello spaesamento

di Salvatore Settis           

«Un bel paesaggio una volta distrutto non torna più, e se durante la guerra c’erano i campi di sterminio, adesso siamo arrivati allo sterminio dei campi: fatti che, apparentemente distanti fra loro, dipendono tuttavia dalla stessa mentalità». Sono parole profetiche di un grande poeta, Andrea Zanzotto, in un’intervista del 2005. Nessun angolo d’Italia lo testimonia oggi meglio del Salento, dove l’epidemia da xylella, avanzando implacabile come una peste medievale, sta distruggendo il millenario paesaggio di ulivi con le loro chiome dagli indimenticabili riflessi d’argento. Zanzotto, pensando al suo Veneto invaso da asfalto e capannoni, voleva suggerire con le sue parole durissime che la violenza sul paesaggio è il rovescio e l’identico della guerra, della violenza dell’uomo sull’uomo: si consuma a spese dei paesaggi storici e delle generazioni future. Il batterio xylella fastidiosa, che sta uccidendo qualcosa come nove milioni di ulivi, non è certo opera dell’uomo, ma è nostra colpa se non si sono messe in atto per tempo appropriate strategie di contenimento di questa che resta «la peggior emergenza fitosanitaria del mondo» (così l’accademico francese Joseph-Marie Bové). E sarà nostra colpa se l’epidemia si allargherà progressivamente ad altre aree della Puglia e d’Italia, e se l’armonioso paesaggio del Salento verrà per sempre annientato. E’ qui che la visione profetica di Zanzotto colpisce più a fondo. Quale che sia l’origine e la natura delle devastazioni paesaggistiche, infatti, resta sempre vero quel ch’egli disse : le modificazioni violente del paesaggio generano «l’assenza stessa di orizzonti, il colore dello spaesamento, lo smarrimento interiore che assale chi tenti di guardare oltre il fragile paravento del paesaggio» per ritrovarvi i colori dell’anima, la forza della memoria, l’energia per sentirsi se stessi e per costruire il futuro.

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Perché il Nord ha bisogno che il Sud cresca

di Guglielmo Forges Davanzati

Come è sempre accaduto nella Storia italiana, nelle fasi recessive il Mezzogiorno ha sperimentato una recessione più intensa rispetto a quella del Nord (con l’eccezione del biennio 2012-2013, nei tempi più recenti). In un’economia – quella italiana del 2019 – con un tasso di crescita prossimo allo 0%, le regioni più povere del Paese fanno registrare tassi di crescita di segno negativo, che vanno a sommarsi a una traiettoria di perdita di Pil che dura almeno dallo scoppio della prima crisi (2007-2008). SVIMEZ calcola, a riguardo, che dal 2008 al 2014 il prodotto interno lordo in termini reali si è contratto dell’8% nelle regioni del Centro-Nord e del 14% nelle regioni del Sud, con picchi di perdita di ricchezza nell’ordine del 16% in alcune aree meridionali (è un ordine di grandezza simile a quanto sperimentato nel corso della crisi greca).

Ovviamente si tratta di dati medi e va puntualizzato il fatto che il Mezzogiorno non è un’area omogenea, presentando, al suo interno, zone nelle quali sono localizzate imprese innovative e con elevata produttività del lavoro (si pensi all’area intorno a Bari o nel napoletano, o anche – seppur con molti problemi – alla possibile ripresa del polo di Casarano, nel Salento). In ogni caso, il Sud nel suo complesso ha visto contrarsi i consumi privati nell’ordine del 6% nell’ultimo decennio, ha subìto una contrazione del Pil pro-capite a prezzi correnti di circa 1.000 euro, ha sperimentato una riduzione del tasso di occupazione del 2% (320.000 unità di lavoro in meno), un’esplosione della disoccupazione giovanile (48% è il valore medio, con picchi vicini al 60% in alcune aree) e delle emigrazioni.

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Cartolina da Santa Caterina (Lecce)

Torre dell’Alto vista dalla “Croce” di Santa Maria al Bagno nella luce d’una ottobrata. Foto di Ornella Barone.

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Il re eterno

di Evgenij Permjak 

Un altezzoso, borioso re disse ad un altro re: «Quanto sei piccolo e buffo! Nessuno ti rende gli onori consoni ad un sovrano. Non vieni neppure chiamato “Sua Maestà” o “Sire”. Che razza di re sei?»

«Ahimè» – rispose l’altro re, – «eppure sono un re vero. Inoltre sono il più famoso di tutti i re! Mi conosce il mondo intero! Su di me sono stati scritti e vengono scritti migliaia di libri. Incessantemente mi trovo su campi di battaglia… Tuttavia nessuno potrebbe chiamarmi re sanguinario, in quanto non verso il sangue di nessuno nelle battaglie vinte. Quando vengo sconfitto, rimango illeso. Certo, non potrei vantare né un’armata né una corte numerosa, posso però assicurare l’immortalità di tutti i miei sudditi. Il mio castello non ha che due torri, ma sono torri indistruttibili. Sono l’unico di tutti i re che non può essere spodestato dal trono. Sono l’unico di tutti i re cui la rivoluzione può garantire molto riconoscimento, popolarità, notorietà tra la gente…»

Così diceva nel silenzio generale, non esagerando di una virgola, non pronunciando una sola parola di menzogna, un re noto in tutto il mondo, stando vicino alla sua regina, circondato dalla sua corte, su… una scacchiera.

[Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti]

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