Il tempo che va è la vera forza di un campione

di  Antonio Errico

Non si può essere campioni per tutta la vita. E’ una legge che vale per ogni arte, per ogni mestiere. Si è campioni per un tempo che dura molto poco. Così poco che uno nemmeno se ne accorge. Chi pensa che il tempo in cui si è campioni possa durare per sempre è un ingenuo, un illuso. Chi pensa di poter restare sempre in alto, al centro, è uno piccolo piccolo, che ignora come va il mondo, come va la vita, che ignora che le stagioni sono più di una, che c’è la primavera e c’è l’estate, ma poi viene l’autunno e poi viene l’inverno. Un campione non si vede quando è primavera; si capisce se è un campione vero quando si fa inverno. Si capisce dalla sua malinconia serena, dalla matura consapevolezza, dall’equilibrio delle considerazioni. Un grande campione sa bene che in qualsiasi storia c’è un principio e una fine. Un grande campione non si prepara che a questo, in fondo: si prepara a finire qualcosa e, se il cielo vuole, a cominciarne un’altra. 

Paolo Conte ha ottantacinque anni, ed è un grande campione. Qualche giorno fa in un’intervista al “Messaggero” ha detto che non ha più tanta voglia di musica, che ha lavorato tanto, troppo, e quando è così senti che il serbatoio si esaurisce.  Provi a scrivere ma non viene fuori nulla. Però gli resta la passione per la pittura.  

Paolo Conte ha ottantacinque anni, ed è un grande artista.

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Vittorio Pagano, Poesie. Calligrafia astronautica, I privilegi del povero, Morte per mistero, Zoogrammi

di Alessio Paiano

La recente ripubblicazione delle poesie di Vittorio Pagano (Lecce, 1919 – ivi, 1979),
Poesie. Calligrafia astronautica, I privilegi del povero, Morte per mistero, Zoogrammi ,
a cura di Simone Giorgino, Musicaos, Neviano (LE) 2019, s’innesta in un percorso di riscoperta e valorizzazione di alcuni autori del Novecento accomunati non di rado da travagliate vicende editoriali; il volume qui presentato, infatti, è il secondo numero della collana «Novecento in versi e in prosa», diretta da Antonio Lucio Giannone, già inaugurata dalla pubblicazione dell’opera poetica di Girolamo Comi, anch’essa pressoché scomparsa dalla circolazione negli ultimi decenni. Il volume raccoglie, a cento anni dalla nascita dell’autore, l’intera produzione poetica apparsa tra il 1958 e il 1964 in pochi esemplari numerati: Calligrafia astronautica (1958), I privilegi del povero (1960, suddivisa in quattro volumetti), Morte per mistero (1963) e Zoogrammi (1964), quest’ultima stampata complessivamente in soli venti esemplari (la prima tiratura ne contava solo tre). Precedono le opere elencate alcuni apparati firmati da Simone Giorgino, curatore del volume: il saggio «La parola modulata». Introduzione alla poesia di Vittorio Pagano, che ricostruisce esaustivamente la storia editoriale, la fortuna critica e le fasi della poetica dell’autore, una breve Notizia biografica e una Nota al testo; in chiusura sono invece riportate la bibliografia dell’autore, in cui appaiono anche le traduzioni e le prose postume, un elenco completo degli studi critici e un’appendice fotografica.

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Pietro Giannini, Poesie per immagini

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Su Le ali di Hermes di Emilio Filieri

di Antonio Lucio Giannone

Gli studi sulla cultura letteraria salentina, condotti negli ultimi decenni sulla base di una concezione policentrica della storia della letteratura italiana, hanno permesso di scoprire momenti di notevole vivacità attraversati da questa regione nel corso dei secoli. Uno di questi è rappresentato senza dubbio dalla seconda metà del Settecento, durante la quale la Terra d’Otranto ha offerto un contributo di prim’ordine alla cultura nazionale grazie a una nutrita schiera di intellettuali impegnati nei più diversi campi dello scibile e in linea con le tendenze più avanzate dell’epoca.

Ora il libro di Emilio Filieri, Le ali di Hermes. Letteratura italiana tra regione e nazione (Galatina, Congedo, 2007), aggiunge ulteriori tasselli alla ricostruzione del “secolo dei lumi” nel Salento attraverso l’approfondimento di alcuni suoi significativi esponenti o, per meglio dire, di aspetti particolari e finora trascurati della loro multiforme attività. Del sacerdote leccese Ignazio Falconieri, ad esempio, uno dei martiri della rivoluzione napoletana del ‘99 e autore di un manuale di retorica di grande successo a quei tempi, le Istituzioni oratorie, si prende in esame la traduzione di una tragedia di Seneca, le Troiane, della quale egli, pur rispettando il testo originario, dà un’interpretazione in chiave illuministica e riformistica.

            Di un altro letterato leccese, Francesco Bernardino Cicala, noto soprattutto come tragediografo, si analizza invece una singolare operetta, il Saggio filosofico e critico sui giochi d’azzardo (1790), in cui l’autore si schiera accanto agli illuministi e agli enciclopedisti francesi opponendosi ai giochi d’azzardo laddove questi creino effetti devastanti per la “pubblica armonia”. In un altro studio ancora Filieri rivolge l’attenzione agli “ozi poetici” dello stesso Cicala e di Filippo Briganti, famoso giurista ed economista gallipolino, cioè alla loro produzione in versi, che risente di influenze arcadiche e neoclassiche. Si tratta  di un aspetto secondario della loro opera che sta a dimostrare però la poliedricità di questi due scrittori salentini del Settecento.

            Si resta sempre nel secolo diciottesimo con il saggio dedicato a tre biografie di San Giuseppe da Copertino, una figura-simbolo del Salento, amato anche, in tempi recenti, da Vittorio Bodini e Carmelo Bene. Qui si passano in rassegna un’agiografia redatta nel 1722 da un laico, tale Domenico Bernino, grato al Venerabile per le grazie ricevute dalla sua famiglia, e due Compendi della vita del santo, che appartengono entrambi a un ambito conventuale.

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Sherocco, I edizione, Ostuni, 23-26 giugno 2022


SHEROCCO
I EDIZIONE, 23 – 26 GIU
OSTUNI – PUGLIA
Cos’è Sherocco
Sherocco è un vento che emerge dalla Terra del Sud, come il “fiorire e il rifiorire della comunità varia” (M. Consoli) e che racconta come questa comunità varia, fondata su un’esclusione storica, culturale e politica, possa generare bellezza e cura, trasformare e trasformarsi, capovolgere punti di vista, creare un mondo che non esisteva prima.
Un “tunnel che si scava a mani nude” (Paul B. Preciado) e che ci rende tuttə liberə.
La prima edizione di Sherocco si svolgerà dal 23 al 26 giugno in Puglia, a Ostuni, con ospiti nazionali ed internazionali, spettacoli, musica e teatro all’aperto, la prima Sherocco Academy su studi di genere e teoria queer, mostre e laboratori, visite ed escursioni, incontri e dibattiti.

“e sarà bellezza!”

Scarica il programma completo!
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Le vere cause dell’inflazione

di Guglielmo Forges Davanzati

IGNAZIO VISCO

Nelle sue “considerazioni finali”, il Governatore della Banca d’Italia Visco si è detto preoccupato per un ritorno dell’inflazione trainata dalla spirale prezzi-salari. Si tratta di un dispositivo all’opera negli anni Settanta, in base al quale, a seguito degli shock petroliferi, e in presenza di un meccanismo automatico di indicizzazione, l’aumento dei prezzi veniva traslato sui salari nominali, generando inflazione (con picchi superiori al 20%). Quel meccanismo di indicizzazione, la scala mobile, aveva due obiettivi: tenere alta la domanda e ridurre la dispersione del reddito, per proteggere i lavoratori meno abbienti.

Vi sono due ragioni sostanziali per le quali il timore di Visco è del tutto infondato:

  1. La gran parte dei contratti di lavoro o è scaduta o è stata rinnovata prima del ritorno dell’inflazione. Quasi nessuno di questi contratti, peraltro, prevede l’imposizione di incrementi retributivi qualora l’inflazione effettiva superi quella prevista al rinnovo. Più in particolare, il CNEL rileva che sono scaduti i contratti per oltre 7milioni e 700mila lavoratori, pari al 62% del totale. In più, sono molto diffusi i cosiddetti contratti pirata, sottoscritti da organizzazioni non rappresentative e che consentono alle imprese di competere al ribasso delle retribuzioni;
  2. L’Italia è l’unico Paese europeo nel quale i salari reali sono diminuiti dal 1990: -2.9% a fronte del +33% della Germania, del 31% della Francia e del +6% della Spagna.  Stando ai dati diffusi dalla Fondazione Di Vittorio, prima della pandemia circa 5 milioni di lavoratori avevano un salario medio effettivo inferiore ai 10mila euro annui, facendo registrare 3 milioni di precari, 2.7 milioni di part-time involontari e 2.3 milioni di disoccupati ufficiali. L’Italia è l’unico Paese in Europa, insieme a quelli scandinavi e all’Austria, a non avere un salario minimo legale. Non a caso, l’ISTAT trova che la dinamica del Pil italiano, negli anni più recenti, non è stata influenzata dalla crescita dei consumi, quasi sempre al palo.
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Per Antonio Sedile: pensieri sulla scuola

di Gianluca Virgilio

Ho letto il libro di Antonio Sedile poco prima dell’inizio della scuola, come un esercizio di preparazione all’incontro con gli studenti, dopo la pausa estiva. S’intitola Ragazzi a margine. Riflessioni psico-pedagogiche sugli adolescenti omosessuali, Manni, San Cesario di Lecce 2012, pp. 160. Sebbene, infatti, il titolo e il sottotitolo facciano pensare che il campo d’indagine dell’autore riguardi solo gli adolescenti omosessuali, i ragazzi a margine appunto, questo è per me un libro sulla vita scolastica in generale, sul modo in cui l’adulto e il giovane vivono l’esperienza fondamentale della loro vita, quella che lascerà un segno nel percorso esistenziale futuro di ciascun individuo, la scuola. L’autore è un docente e fonda il proprio saggio sulla propria esperienza di insegnante e di ex-studente, oltreché su di una molto accurata ricerca sul campo. Pertanto, l’analisi saggistica si svolge per così dire dall’interno dell’istituzione scolastica, di cui si mettono allo scoperto i meccanismi inceppati, le zone d’ombra, i difetti di manutenzione.

Al centro del discorso possiamo individuare due figure: lo studente e il docente.

All’inizio della scuola, lo studente si vede calato d’autorità in un gruppo di pari che non ha scelto e con cui è costretto a convivere per un certo numero di anni. Convivere, ovvero competere (soprattutto in questi ultimi tempi!), in un sistema-classe chiuso, in cui si è obbligati a rimanere e in cui quello che conta, come nota Sedile, è il voto, la promozione. Chi si meraviglia se il disagio inevitabile che ne deriva prende l’aspetto della violenza ed in particolare della violenza omofobica? La prima vittima di uno stato violento è l’omosessuale, il gay o la lesbica, laddove la morale imperante è quella rigorosamente eterosessuale. Sedile è bravissimo nella descrizione della psicologia devastata dell’omosessuale che vive la sua vita scolastica in clandestinità e non riesce a venire allo scoperto, non può farlo sotto pena di essere schernito come diverso, e preferisce consumare dentro di sé un desiderio inammissibile. Qui il bullismo omofobico trova pane per i suoi denti, soprattutto laddove non è subito contrastato da interventi decisivi di alcuni elementi del gruppo dei coetanei e dei professori. Il suicidio diventa per la vittima l’unico orizzonte visibile della liberazione, come dice Sedile, “lo scacco matto all’identità omosessuale” (p. 43).

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Opus tessellatum 1. La scacchiera dell’essere

di Antonio Devicienti

(parla la creatura che regge sulla testa la scacchiera)

«Chi adesso scrivendo mi dà la parola lo ricordo bambino entrare in questo grande spazio figurato, camminare su questo tappeto di mosaico e, nella fascinazione del suo non capire, immergersi negli enigmi che mai gli si sarebbero dissolti, ma proprio per questo ancora restano luminosi e fascinanti.

Nell’animalità delle mie quattro zampe, nell’umanità del mio volto, nel sapiente trifoglio che, trino e germogliante, è figura della parola, reggo quest’enorme scacchiera e mostro così la geometria del vivere e del morire, dell’andare e del restare, squaderno la corrispondenza perfetta tra le speculazioni della mente e l’universo indagato e interrogato.

Nel mio incessante andare, nell’armoniosa scansione della scacchiera che mi fu affidata da custodire, nel ruminare il cibo del pensiero, nato in quest’estremo territorio dell’Occidente io guardo a Oriente, m’incammino verso Oriente e nel mio trifoglio latino e salentino assaporo la sapienza succosa del greco e dell’arabo, nel gioco dei re che viene dall’India e dalla Persia riconosco me stesso, quadrupede figlio della terra, solare volto figliato dalla luce».

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Presentazione di Leo Luceri, Catumerea, Martano 24 giugno 2022

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Nelle capitali delle proprie geografie. Su «Catumerèa. Versi multilingui a sud del sud» di Leo Luceri

di Anna Rita Merico

Versi multilingui, questi di Leo Luceri, Catumerèa, Musicaos Editore, 2022.

Perché multilingue può essere il dialogo e il sentire di un pensiero. Il testo di Leo Luceri ci dice di un pensiero situato in luoghi che sono viandanza dell’anima, dello stare, dell’esistere.

Ogni lingua una culla. Ogni lingua un passo. Ogni lingua un ritmo di pensiero. Ogni lingua un antidoto allo spaesamento, al perdersi. Ogni lingua rostro allo stare nel radicamento mai definitivo. Il testo di Luceri ci porta in una dimensione precisa della contemporaneità. È IO che parla con i cento occhi scrutando orizzonti larghi, vene altre dell’essere. È IO sulla spiaggia di una partenza. È IO che narra. È IO che tira filo e tesse rientro con consapevolezza nuova. Cento occhi, cento luoghi, cento idiomi, cento abiti, cento pelli.

È la contemporaneità che trasuda forme di radicamento attraverso cui il soggetto può farsi-dirsi. È elaborazione di dislocazione che delinea confini nuovi e ri-disegna il dentro e il fuori da e in una cultura. È elaborazione di dislocazione rizomatica che indica la risata dell’esser-ci nella molteplicità delle piazze, dei volti. E’ libertà di sedimento.

La poesia di Luceri nomina radice e indica l’oltre. E’ poesia che nomina utero di luogo, di lingua e di Padri. È poesia che legge presenze anche nelle assenze perché è poesia in dialogo interiore con l’altra/o. E’ poesia che si colloca nel palcoscenico delle presenze minute che segnano il tempo: E’ poesia che si colloca nel palcoscenico dei passaggi andati che indicano le orme di chi ha preceduto.

Oltrecanone in scrittura attiene a tutti quegli inediti modi di rappresentarsi che, in ambito letterario, mostrano scrittori e poeti contemporanei per dire di sé volendo, però, restare al di fuori della rappresentazione storica della soggettività data nel corso dei secoli, in Occidente.

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Tolomeo, Milinda, Ašoka. Re, regalità e culture a confronto

di Biagio Virgilio

Fra III e I secolo a.C. e oltre, sulla regalità ellenistica si sviluppa un fitto dibattito teorico (ma con risvolti pratici) che, pur potendo essere riallacciato al pensiero politico greco filomonarchico del IV secolo a.C. (per esempio, Isocrate), se ne distacca radicalmente per la prospettiva e per le finalità: non si tratta più di verificare la idoneità del regime monarchico nel quadro delle leggi e della polis, ma di dettare le regole della regalità (basileia) e le norme di comportamento del re (basileus) ideale, fornire la giustificazione del suo potere conformandolo all’etica greca, alla prassi del potere autocratico del re e alla realtà dei nuovi regni ellenistici, vasti, multietnici e multiformi[1]. I re ellenistici erano spesso essi stessi promotori o destinatari di scritti Sulla regalità (Περὶ βασιλείας), che si inseriscono non solo nel quadro topico dei rapporti fra re e filosofo consiglie­re, ma anche nell’àmbito della più generale politica di promozione culturale, tecnica e scientificca patrocinata dai re ellenistici[2], rispondendo infine alla esigenza del re di ordinare il regno, di formare il consenso e di rendere il suo potere accettabile a tutti, Greci e non-Greci.

I primi trattati Perì basileias di cui si ha notizia provengono dalla Acca­demia e dalla scuola aristotelica, destinati alla corte macedone che avrà in Antigono II Gonata (276-239 a.C.), di formazine stoica, un re partico­larmente sensibile alla riflessione sulla regalità e al suo esercizio come servizio nei confronti dei sudditi. Ne è testimonianza l’ammo­nimento che Antigono rivolse al figlio che maltrattava dei sottoposti: «non sai, o figlio, che la nostra regalità è una onorevole servitù?»[3].

La prassi dei trattati Sulla regalità si estenderà ben presto alle altre scuole filosofiche e alle altre corti ellenistiche, dove il ruolo del filosofo consigliere del re diventa istituzionale e caratterizzante a tal punto che nella tradizione etnografica ellenistica era raccolto l’aneddoto sul re in­diano Amitrochates (= Bindusāra Amitraghâta, il padre di Ašoka) che avrebbe fatto pervenire al re Antioco I di Siria (281-261 a.C.) la richiesta di inviargli vino dolce, fichi secchi e un filosofo, ricevendo dal re Se­leucide la risposta che non era consuetudine dei Greci fare com­mercio di filosofi[4]. La vasta produzione ellenistica dei trattati Perì basileias è quasi del tutto scomparsa nel più generale naufragio della storiografia ellenistica. Di tale produzione possiamo farci un’idea, per esempio, dai soli ti­toli superstiti e dai nomi degli autori citati per le ragioni più varie nei Sofisti a banchetto (Deipnosophostai) di Ateneo di Naucrati (II secolo d.C.). Di fronte a una perdita così radicale dei trattati sulla regalità, la Lettera di Aristea a Filocrate può fornire utili spunti di riflessione.

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Un libro per l’estate 1. “Lo straniero” di Albert Camus e la meraviglia di essere uomini

di Adele Errico

È “traboccante di sole”, Lo straniero di Camus.

È il sole di Algeri, che fa battere il sangue nelle tempie, rende molle l’asfalto e illumina il paesaggio di luce cruda. Sotto questo sole si consuma l’esistenza di Meursault, uomo mediocre, con un lavoro normale e una vita normale, invischiato in una esasperata incapacità di provare emozioni. Sotto il sole di Algeri si svolgono i funerali di sua madre per la cui morte non riesce a versare neppure una lacrima, ma resta sonnecchiante nel vegliare una bara chiusa con dentro un corpo che non vuole neanche vedere. L’effetto sconvolgente della brevissima frase che apre il romanzo, che scuote da subito come uno schiaffo in pieno volto, si smorza già nella seconda frase rivelando, da subito, quanta indifferenza attraversi la vita di Meursault, con quanta indifferenza egli si svegli la mattina, lavori, mangi, ami, persino. Maria: anche l’amore per lei vive con indifferenza e anche se la prima volta la bacia male (“Quando il film stava per finire, l’ho baciata, ma male”) non se ne fa una colpa, o non prova alcun tipo di imbarazzo. Continua a frequentarla conoscendo un amore fatto di nuotate, baci salati, colazioni tra lenzuola fresche che, tuttavia, non provocano in lui assolutamente nulla se non poche pulsioni puramente animalesche.

E sempre sotto lo stesso sole di Algeri e sempre con la stessa indifferenza, Meursault commette il delitto che sancisce il passaggio dalla prima alla seconda parte del romanzo, dalla prima alla seconda parte della sua vita. Ubriaco di sole, si accanisce contro una figura che ai suoi occhi appare traballante e distorta nell’aria infuocata. Allora la vacanza d’amore diventa inferno fatto di sudore e vene che battono sotto la pelle e capogiri provocati da sciabolate di aria rovente proveniente dal mare. Un inferno spalancato dal movimento di un dito che preme un grilletto, un unico passo in avanti verso l’abisso della galera e la perdita di una felicità che Meursault non sa nemmeno di possedere. In una cella dalla quale vede “il cielo e il cielo soltanto”, Meursault prende consapevolezza di una passione per la vita a lui prima sconosciuta, di un desiderio infiammato di Maria, di una dolce mancanza della madre. Smette di essere “straniero”. Straniero a sé stesso, alle proprie emozioni, e tra quelle quattro mura è come rinato, viene al mondo un’altra volta e adesso è davvero Meursault, non è solo un uomo tra gli uomini, insignificante, anonima ombra.

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Sur le droit de résistance

di Giorgio Agamben

Je vais tenter de partager avec vous quelques réflexions sur la résistance et sur la guerre civile. Je n’ai pas besoin de vous rappeler qu’un droit de résistance existait déjà dans l’Antiquité, avec une tradition d’éloges du tyrannicide, ainsi qu’au Moyen-Âge. Thomas a résumé la position de la théologie scolastique en un principe selon lequel le régime tyrannique, dans la mesure où il substitue l’intérêt particulier au bien commun, ne peut pas être iustum. La résistance – Thomas dit la perturbatio – contre un tel régime n’est donc pas une seditio.

Bien entendu, la matière comporte nécessairement une bonne dose d’ambiguïté quant à la définition du caractère tyrannique d’un régime déterminé, ce dont témoignent les précautions de Bartolo Da Sassoferrato qui, dans son Traité sur les Guelfes et les Gibelins, distingue le tyran à ex defectu tituli du tyran ex parte exercitii, mais parvient difficilement ensuite à identifier une iusta causa resistendi.

Cette ambiguïté réapparaît dans les discussions de 1947 à propos de l’inscription d’un droit de résistance dans la constitution italienne. Comme vous le savez, Dossetti avait proposé de faire figurer dans le texte un article formulé ainsi : « La résistance individuelle et collective aux actes de la puissance publique qui violent les libertés fondamentales et les droits garantis par cette constitution est un droit et un devoir des citoyens ». Le texte, également soutenu par Aldo Moro, ne fut pas inséré et Meuccio Ruini, qui présidait la dite Commission des 75 chargée de préparer le texte de la constitution et qui, quelques années après, comme président du Sénat, devait se distinguer par la façon de chercher à empêcher la discussion parlementaire sur la prétendue loi-escroquerie, préféra soumettre la décision au vote de l’assemblée, sachant qu’il serait négatif.

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Maria Campeggio, E di nuovo venne l’alba / Luigina Parisi, Fiori di canto, Alliste-Felline, 21 giugno 2022

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La poesia di un pittore: Ennio Marzano

di  Antonio Lucio Giannone

In alcuni periodi della sua vita Ennio Marzano (Lecce, 1904 – Bari, 1984) ha affiancato all’attività di pittore quella di poeta, giungendo a pubblicare due raccolte di versi e precisamente: Due momenti di poesia, con una Prefazione di Aldo Vallone (Galatina, Editrice Salentina, 1974), e Il ponte, con Introduzione di Donato Valli (Bari, Edizione a cura dell’Associazione Culturale «Amici del Salento», 1978). Il primo libro comprende trentadue poesie, tredici delle quali composte negli anni 1942-‘43 e diciannove tra il 1972 e il ‘73. Il secondo raccoglie invece trenta liriche risalenti al periodo 1975-‘77. Otto composizioni, manoscritte e dattiloscritte, tra le quali una in dialetto napoletano e una in dialetto leccese, sono state ritrovate tra le carte dell’artista, ma non è improbabile che egli ne abbia scritte numerose altre andate  perdute.  

Diciamo subito che la poesia di Marzano non ha eccessive pretese d’ordine letterario, non è cioè il risultato di una approfondita ricerca sul piano dei contenuti e su quello tecnico-formale, ma vuole essere soprattutto una maniera di esprimere i propri sentimenti, le proprie emozioni in maniera diretta e immediata. Le sue composizioni sono  infatti una sorta di «appunti in versi», stesi in uno stile semplice e lineare, nei quali l’autore riflette sulla propria condizione di uomo e di artista, nonché su alcuni momenti e aspetti della società italiana del suo tempo. Anche per questo è difficile individuare rapporti e analogie con altri poeti contemporanei, mentre sono numerosi, come vedremo, i punti di contatto con la produzione pittorica di Marzano, dal momento che in alcuni versi è possibile rinvenire temi e immagini presenti anche nei suoi dipinti.

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L’ora di Compieta

di Antonio Prete

                      Now, as desire and the things desired

                     Cease to require attention

                      …

                      ( W.H.Auden,  Horae Canonicae )

Ora che il desiderio abbassa la vela,

e viene con un tepore di piume la sera,

ora che il corpo si allontana da se stesso

cercando il respiro delle piante,

ora che il giorno è un numero cieco

nel labirinto dei numeri ciechi,

mostrami la trama di quel che è stato,

la filigrana del vento nelle parole,

mostrami delle stelle, del loro moto,

la musicale geometria.

.

Quel che separa dal grido della rondine

è una strada di polvere nera,

dove camminano pensieri già sfiammati,

dove quel che è accaduto ha il passo

d’una nuvola rossa che si spegne.

.

In questa  privazione di celeste,

che è torpida mancanza dell’estremo,

in questa nebbia che separa il corpo

dagli altri corpi ed è arida implosione

della gioia, ora che gli angeli nell’ombra

col liuto dalle corde spezzate e le chiome

raccolte in nastri blu mi guardano

con un sorriso d’enigma,

in questo arido giardino del silenzio,

fai sentire il tuo passo sul tappeto

della sera, il tuo passo che sorvola i secoli

e sa l’abisso dell’inesistenza.

.

Che dall’opaco si dischiuda un giorno

ubriaco ancora del suo azzurro.

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Antonio Tommasi, Mostra fotografica, Calimera, 20 giugno 2022

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Scritti su Giacomo Leopardi 1. La rivoluzione francese e le aporie leopardiane

di Giuseppe Virgilio

Nel corso del Settecento tutta la vita italiana è concentrata sul terreno riformistico-culturale attraverso tre processi storici essenziali: l’antifeudalesimo, volto a rinnovare la società dell’ancienne régime, l’anticurialismo inteso come riduzione del potere della Chiesa e, più particolarmente del pontefice, a favore dello Stato, e l’umanitarismo, che prevede una legislazione tesa a mitigare le leggi penali. Lievito del pensiero settecentesco sono la filosofia e la ragione che fondano una cultura inscritta nella più larga sfera dell’europeismo segnato da tutti gli elementi positivi della rivoluzione francese, e cioè dalla lotta contro l’assolutismo, contro l’intolleranza religiosa, i privilegi nobiliari ed ecclesiastici e contro la schiavitù del pensiero. In questa temperie dialettica e in questa prospettiva maturano la formazione culturale e il pensiero di Giacomo Leopardi. Dal momento che nell’arco di tutta la sua vita la rivoluzione francese resta l’evento contrassegnato da una promessa di progressiva formazione e da una nuova possibilità per l’uomo, riteniamo che sia quanto mai utile e opportuno indagare quale sia la posizione storica del recanatese rispetto a quell’evento e recuperarla, al fine di comprendere meglio anche il dramma storico del ceto intellettuale dell’Ottocento.

Lo Zibaldone è il grande serbatoio di pensiero attraverso cui può essere avviata e svolta l’indagine.

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Breve saggio sugli androni

di Antonio Devicienti

L’androne è il luogo di transizione tra la strada (pubblica) e gli ambienti (privati) di un edificio; può esservi presente o meno un portone ed eventualmente una cancellata: l’androne è luogo complesso che possiede la virtù pratica di ospitare talvolta la portineria, sempre di offrire un riparo dal sole eccessivo o dalle intemperie (quando, ovviamente, non ci si trovi di fronte a un portone chiuso). Qui risiede, infatti, la cangiante natura dell’androne: se privo di portone o se quest’ultimo viene tenuto aperto l’androne invita a entrarvi, a sostarvi, se si è spinti dalla curiosità anche a fare un passo più in là, invitati magari dal cortile o dal giardino che vi s’intravede in fondo, trattenuti nello stesso tempo dal timore d’essere importuni o indiscreti; se, invece, il portone è chiuso non esistono alternative: non si entra se non perché si è giunti fin là guidati da un obiettivo preciso (accedere all’ufficio specifico ospitato nell’edificio o far visita a una persona che vi abita).

L’ipotesi principale di questo breve saggio è che ci si abbandoni a una flânerie che abbia scelto quale suo fil rouge l’esplorazione degli androni come piacere in sé – ebbene, l’androne (o andito) si rivela simile al risvolto di copertina di un libro, pur non permettendo al visitatore sempre la medesima libertà concessa invece al lettore: ci si affaccia nell’androne, si ammirano le eventuali modanature che adornano le pareti, i profili delle porte, l’accesso alle scale, si scorge, se c’è, l’inizio del giardino o lo spazio del cortile, si osserva l’eventuale lavorazione in ferro battuto di una cancellata, quella in pietra di una balaustra e poi si va via ( a meno che non sia possibile, per differenti ragioni o scopi, accedere nell’interno dell’edificio) – il lettore, invece, di solito ha libero accesso al contenuto del libro all’interno del quale può girovagare a suo piacere.

L’androne lascia spesso nel flâneur desiderio di quello che non si è potuto vedere, la presenza di una soglia che non è stata varcata.

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Leggere all’aperto (tre poesie inedite)

di Simone Giorgino


René MagritteLa reproduction interdite, 1937, olio su tela, 81 x 65,5 cm. Rotterdam, Museum Boijmans Van Beuningen.

Libro d’ore

Come quando t’appare una persona

che non vedi da tempo e non ricordi

se fosse viva o morta e sta lì lì

per salutarti e tu non sai se fare finta

di niente andando avanti con le mani

in tasca con l’aria indifferente o

riesumarla da un vecchio libro d’ore

correndo incontro a lei per riabbracciarla

così m’incanto anch’io in un tempo immobile

sicuro o quasi di fissare dentro

lo specchio grande del salone

il mio volto perplesso ma da giovane.

***

Minimarket

Come fosse davvero un suo parente

un Enea col padre infermo a tracolla

Paramì il cingalese del minimarket

ha preso sulle braccia sollevandolo

un vecchietto di qui caduto a terra

lasciando alla mercé della canaglia

in coda per le birre fredde

il magro incasso e il banco degli alcolici.

Era l’inverno del covid ed è così

rimuginavo: c’ero anch’io tra gli avventori

che si fondano dal niente nuove civiltà.

Di tutta quella gente in attesa delle Tennent’s

alcuni si indispettivano altri di meno ma

nessuno lì dentro ha toccato niente.

***

Propositi di prima mattina

Il fumo sale a guglie dalla terra tumida.

Vagisce l’alba e non s’illumina

ancora. Cedere (Holan). O ancora

l’orecchio a quel brusio come una volta

tendere e tradurlo nella gloria

di un canto muto che nessuno ascolta.

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