Zibaldone galatinese (Pensieri all’alba) XII

di Gianluca Virgilio

Giornata di Assemblea degli Studenti. Vista con gli occhi di uno studente degli anni Settanta, quale io sono, l’Assemblea degli studenti nell’anno corrente appare molto diversa. Tutto vi è disciplinato in modo puntuale e preciso da un comitato organizzativo di rappresentanti d’Istituto degli studenti diretti da un docente fiduciario del dirigente scolastico, con la supervisione del dirigente stesso. La componente anarchica delle assemblee degli anni Settanta, ovvero l’autogestione dell’assemblea, che a volte scatenava una lotta tra gli studenti su chi dovesse gestirla, è del tutto scomparsa. Rimane un’atmosfera di vacanza dovuta all’interruzione dell’attività didattica, durante la quale la scuola diventa un luogo dove si mangia, si fa musica a tutto volume, si ascolta più o meno distrattamente (cioè usando sempre il cellulare per non rimanere fuori dalla Rete) la conferenza di qualche malcapitato relatore, ecc. Il normale rapporto pedagogico  studente-docente viene meno, in cambio di una – sembra – riappropriazione, a volte scomposta, degli spazi scolastici da parte degli studenti, mentre ai docenti è delegata una mera funzione di vigilantes.  In realtà, tutto nell’Assemblea è previsto, tutto è stato disciplinato da un’apposita dettagliata circolare. Lo spazio della festa mensile studentesca è lo spazio chiuso degli ambienti scolastici, il tempo è scandito ora per ora, con un abbuono finale, che comporta l’uscita di scuola con un’ora di anticipo, del che tutti sono contenti.

***

Le nostre città militarizzate in nome della sicurezza. Soldati pattugliano le strade per consentire che la vita scorra tranquilla, ovvero che il divertimento e anche lo sballo dei giovani non abbia interruzioni, che ci si possa perdere dietro il concerto di un cantante famoso o nella ressa allo stadio per assistere  ad una partita di calcio. Che cosa è successo all’Occidente in cui viviamo (e non solo)! Quello che un tempo si chiamava popolo è ridotto ad una massa addomesticata, che il potere riesce a tenere a bada dentro ben precisi recinti. Quando parlo di potere, intendo il potere vero, come quello che hanno i mandriani sulle pecore, ovvero l’1% della popolazione mondiale sul restante 99%. Continua a leggere

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Sigismondo Castromediano e la memorialistica risorgimentale

di Antonio Lucio Giannone

Nell’ambito della memorialistica risorgimentale, una tematica particolare e ben definita è quella carceraria. In questo filone, gli indiscussi modelli sono rappresentati, com’è noto, da due opere, peraltro diversissime tra di loro: Le mie prigioni di Silvio Pellico  (1832) e Ricordanze della mia vita di Luigi Settembrini (1879-1880). A queste bisogna aggiungere il più eccentrico Manoscritto di un prigioniero (1843) di Carlo Bini, che però è dedicato solo in parte alle vicende carcerarie dell’autore ed è più un libro di riflessioni di carattere sociale ed esistenziale. Ma anche le Memorie del duca Sigismondo Castromediano (Cavallino di Lecce, 1811 – ivi, 1895), intitolate Carceri e galere politiche[1], costituiscono una delle opere più significative in questo campo, anche se figurano solo raramente nelle trattazioni sulla memorialistica ottocentesca, dove peraltro sono a malapena citate e spesso con inesattezze di vario genere.

Nel panorama tracciato da Guido Mazzoni nel lontano 1936, ad esempio, il nome di Castromediano è appena menzionato[2]. Sergio Romagnoli, dal canto suo, ne parla in pochi righi ma incorre in un errore allorché scrive che egli «si mise a dettare, vecchissimo, le proprie memorie»[3], mentre, come si sa, l’opera ha avuto un lunghissimo iter redazionale. Anche un altro critico, Anco Marzio Mutterle, commette un’imprecisione, stavolta relativamente alla vita del patriota salentino, affermando che egli «passò otto anni nelle prigioni di Lecce e Procida»[4], le quali invece furono solo le prime tappe del suo lungo calvario. L’opera di Castromediano è ricordata ancora da Leonzio Pampaloni[5] e da Folco Portinari[6], poi più niente negli altri repertori specifici. E su questa assenza o dimenticanza probabilmente ha influito anche la rarità dell’opera, che, peraltro, è stata recentemente ristampata a cura dell’Amministrazione Comunale di Cavallino di Lecce, paese natale dell’autore. Continua a leggere

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Giuseppe Castiglione

di Augusto Benemeglio

Nessuno a Gallipoli pianse la morte di  Giuseppe Castiglione, avvenuta il 14 luglio 1866, nella sua povera casa sita sul versante di scirocco della “città bella”, alle spalle della cattedrale, dopo lunga e dolorosa (atroce)  malattia, per un cancro alla gola che gli impedì, negli ultimi giorni, non solo di parlare, ma perfino di deglutire: soffriva in modo tale che scrisse su un bigliettino al medico, Emanuele Garza, che ogni tanto lo veniva a visitare: “Dottore, se lei non mi uccide commette un delitto”.

Non lo piansero neppure le donne che lo assistettero fino all’esalazione dell’ultimo respiro:  la moglie Fortunata Lucia Cingoli, una popolana che aveva sposato  segretamente nel 1842 (il matrimonio fu reso pubblico solo quindici anni dopo), e la figlia Ernestina, magra, smunta, misera, sfiorita, già minata dalla tisi, che morirà l’anno dopo, a soli venticinque anni. E forse nemmeno il figlio Emilio Andrea, che se ne era scappato di casa anni prima per arruolarsi volontario nei garibaldini, e morirà  a Digione, nel 1870, combattendo per  i francesi.

Non lo piansero nemmeno i parenti nobili, i Briganti (sua nonna Vincenzina era figlia del famoso Tommaso, giureconsulto di statura  europea, che aveva dato lustro a Gallipoli e all’Italia), a partire dal cugino Domenico che, da Sindaco di Gallipoli,  aveva fatto di tutto per farlo uscire dal suo endemico stato di bisogno economico, senza riuscirvi, per assoluto menefreghismo da parte di Castiglione, che si considerava un bohemien, un artista, e voleva vivere  come tale, pur avendo moglie e figli da mantenere. Certamente non lo rimpiansero gli altri intellettuali dell’aristocrazia gallipolina, per i suoi continui cambi di bandiera, dal punto vista politico. Politica che non aveva mai ben compreso, tanto da far dire a Emanuele Barba – che pure lo stimava come poeta – che in lui “non albergarono mai gli alti sentimenti di carità verso il prossimo, e di fraterno affetto”, alludendo al fatto che non si era allineato con un partito progressista e umanitario di quel tempo. Continua a leggere

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Presentazione di Peccata di Antonio Errico, Lecce, 9 marzo, h. 18:30

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Quei versi dell’Infinito che portiamo dentro di noi

 di Antonio Errico

Duecento anni fa, nel 1819, Giacomo Leopardi scrisse “L’infinito”.

Quando Giacomo Leopardi scrisse “L’infinito” aveva vent’anni e un’esistenza già straziata. Quella sinfonia impetuosa e pacata, quella riflessione leggera e profonda sullo spazio, sul tempo, quell’inabissamento nell’infinito silenzio, quella brezza di enjambement, quel vuoto rigonfio di suoni, quell’affiorare morbido di sensi, rappresenta una dimensione di congiungimento dell’umano con il sovrumano, del transeunte con l’eterno, della finitudine che cerca una consolazione nell’idea o nella suggestione di un infinito, oppure nella sua figurazione, nella sua trasfigurazione, nella sovrapposizione di desiderio e di spaurimento.

Ciascuno di noi si tiene i versi dell’ Infinito dentro: in profondità, in superficie, forse compatti, forse confusi, stratificanti o incerti o raggrumati nell’impasto degli anni.

Forse li avrà incontrati una sola volta in un giorno di scuola media, forse una volta sola in un giorno di superiore, o forse li avrà letti decine di volte, centinaia, per studio, per passione, attraversando la loro sperimentazione dell’incognita e dell’immenso, confrontandosi con la rappresentazione dell’arcano, oppure della solitudine, oppure dell’ansia di sconfinamento. Continua a leggere

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Un’altra lingua

di Antonio Prete

Quell’albero, il suo disegno

d’intrico e di luce,

immobile nella nebbia del mattino,

quel cane che solitario trotta

costeggiando i cespugli del ciglio,

quella mosca che si solleva dal davanzale

strabuzzando le ali,

una trama li unisce

che non posso vedere,

una lingua li accoglie

impronunciata, segreta.

Il cielo s’allontana dalla linea dei monti, diceva.

Noi dal respiro della terra.     

[in Menhir, Donzelli 2007]

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Lezione di Geostoria: il viaggio di Malik

di Gianluca Virgilio

Malik è un giovane africano di diciotto anni, ha gli occhi grandi e profondi e parla poco, solo se interrogato. Da qualche tempo sta seduto al primo banco nella classe seconda della mia scuola e segue le lezioni coi compagni europei un po’ più piccoli. L’altro giorno, nel silenzio interessato della classe, è stato lui a tenere la lezione di Geostoria.

Ha raccontato il viaggio dall’Africa Occidentale all’Europa Meridionale, dalla Guinea all’Italia, le molte tappe dal villaggio dov’è nato alla Sicilia, e poi di qui alla Puglia, nella nostra città. Quattromila chilometri in cinque anni. A tredici anni ha lasciato la madre giovanissima che non poteva mantenerlo – il padre non l’ha mai conosciuto – ed ha puntato a Nord in compagnia di qualche amico, con pochi franchi guineani nelle tasche dei calzoni. Ha raccontato i percorsi interminabili su autobus sgangherati e sovraffollati o su quatre-quatre, nel deserto, le strade sterrate e polverose, le lunghe notti all’addiaccio, le veglie interminabili, attraverso la Guinea e poi il Mali e l’Algeria, i nascondigli e i sotterfugi per sottrarsi ai controlli dei gendarmi d’ogni stato, e infine la Libia, la terribile Libia, dalla quale è miracolosamente scampato. Non ha voluto parlare delle atrocità viste e subite, per quel pudore che provano le vittime a dire, quando non sanno bene se verranno capite. Ha raccontato dei mille lavori saltuari per sbarcare il lunario e per mettere da parte un po’ di soldi, che sarebbero serviti per la fuga dal carcere della Libia, la traversata fortunata su un barcone, tre giorni e tre notti in mare, la paura che il motore della barca si fermasse o che il mare ingrossasse, finalmente l’approdo in Sicilia, le prime cure, l’accoglienza degli italiani ancora umani. Ci ha messo cinque anni per arrivare nella nostra scuola e ora ha una carta di soggiorno per motivi umanitari, valida ancora un anno. Poi, chissà… Continua a leggere

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L’edera e i suoi alberi

 

Sulle sponde dei Laghi Alimini, Lecce (Foto di Ornella Barone).

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Itali-e-ni 14. Ma che banca…!

di Paolo Vincenti

“Finché la vecchia dà lasciala dare, finché la vecchia dà fatti pagare, finché la vecchia dà falla firmare, se fallirà la banca tutti i soldi perderà, ma è scritto piccolino quindi non lo leggerà…

Finché la banca c’ha il vicedirettore, che della Boschi è il papa, acquista valore, quello che lei dirà in queste ore,  tanto gli italiani so’ una manica di fessi, viviamo nel paese del conflitto di interessi…”

(“Finche la banca c’ha” –  Dado)

Il fallimento dello scorso anno di Banca Etruria e delle altre banche di credito cooperativo ha drammaticamente evidenziato come il sistema bancario italiano sia non già fragile, come ha voluto sostenere qualcuno, troppo furbescamente o troppo ingenuamente, ma diabolico, perverso, subdolo, tentacolare, mafioso. Ed ha inoltre evidenziato la family connection del Governo in carica, con babbo Boschi e babbo Renzi a diverso titolo coinvolti nel crac di Banca Etruria. Ma di intrecci fra interesse pubblico e privato, ovvero di casi più o meno eclatanti di gestione familistica della politica, è piena la storia della repubblica italiana. Purtroppo, al 30 marzo, termine previsto dalla Legge di Stabilità, il cosiddetto decreto Salvabanche non è stato approvato e con esso la possibilità di essere risarciti per i tanti creditori delle banche fallite (Banca Etruria, Cariferrara, Carichieti e Banca Marche ). Lo stesso Cantone, autorità nazionale Anticorruzione, afferma che dal punto di vista tecnico è stato tutto predisposto, ma evidentemente manca la volontà politica di andare avanti. Molto probabilmente si dovrà ricorrere all’azione giudiziaria contro le banche che hanno fatto i propri comodi e le autorità di vigilanza che dovevano controllare, in primis la Banca d’Italia e la Consob; e ancora una volta, sarà la magistratura a supplire alle mancanze della politica.  Continua a leggere

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Di mestiere faccio il linguista 4. Charm English. L’esterofilia salta in bocca

di Rosario Coluccia

Il sito www.funzionepubblica.gov.it rende note le iniziative del Governo italiano, Ministero per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione. Vi leggo: «Abbiamo mantenuto la promessa. Il Foia è legge – ha sottolineato il ministro per la Semplificazione e la pubblica amministrazione Marianna Madia» e per un momento rimango sconcertato. Non mi colpisce tanto l’uso del maschile «ministro» riferito a Marianna Madia, ci siamo abituati. Abbiamo visto già nella scorsa puntata che resistenze ad usare le parole che sottolineano l’avvento di donne in nuove professioni o in importanti funzioni pubbliche («ministra», «sindaca», «magistrata», ecc.) persistono anche nell’universo femminile; incomprensibilmente, perché le donne dovrebbero essere disponibili alle innovazioni lessicali che testimoniano questi importanti mutamenti sociali. No, resto perplesso di fronte alla parola «Foia» di cui ignoro il significato (si tratta, evidentemente, di una legge ma non so su cosa). Continuo a leggere e finalmente capisco: «Con il decreto attuativo della riforma della pubblica amministrazione, approvato definitivamente, l’Italia adotta una legislazione sul modello del Freedom of Information Act. I cittadini hanno ora diritto di conoscere dati e documenti in possesso della pubblica amministrazione, anche senza un interesse diretto […] Il FOIA [tutto maiuscolo, adesso va meglio, si tratta di una sigla] può garantire la massima trasparenza della PA e la più ampia partecipazione dei cittadini, che possono esercitare un controllo democratico sulle politiche e le risorse pubbliche. L’impegno sulla trasparenza – ha concluso Marianna Madia – non finisce qui. A breve, con un metodo che sin qui ha funzionato, coinvolgeremo le realtà della società civile sull’open government [accidenti, perché l’inglese? per un momento vacillo!] e apriremo un percorso di confronto e lavoro comune». Continua a leggere

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