Ancora buon compleanno, caro Darwin!

di Ferdinando Boero

ùIl 12 febbraio ricorre il compleanno di Charles Darwin e, per un po’, chi si occupa di biologia, e non solo, ha sentito l’obbligo di celebrarlo, istituendo il Darwin Day. Un ministro della pubblica istruzione, infatti, aveva avuto la brillante idea di togliere l’evoluzione dai programmi della scuola dell’obbligo, innescando una reazione incredula e preoccupata da parte del mondo della cultura. Il provvedimento è rientrato e, quindi, possiamo tranquillamente rimettere l’Origine delle Specie nello scaffale della libreria e darne per scontato il contenuto. Così come diamo per scontata l’affermazione di Galileo riguardo alla terra che si muove attorno al sole. 
Però nell’Origine delle Specie c’è anche molta ecologia, e quella non è ancora entrata nella nostra cultura. L’ecologia e l’evoluzione, che assieme fanno la storia naturale, hanno grandi lezioni da insegnarci. Tutte le specie tendono ad aumentare il numero dei loro individui, ci dice Darwin, ispirato da Malthus, ma non tutte possono farlo, perché altrimenti il pianeta non ce la farebbe a contenerle. Alcune, in determinati momenti storici, riescono a crescere e a essere presenti con numeri prodigiosi di individui, ma questi successi durano poco e le specie di grande successo vengono ricacciate indietro da altre che prendono, temporaneamente, il loro posto. I dinosauri hanno dominato il pianeta per milioni di anni e poi si sono estinti. Ora i dominatori siamo noi. Ma il nostro dominio non sarà eterno. Continua a leggere

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di Gianluca Virgilio

Uccio Giannini, Pantaleo per l’anagrafe, è nato il 23 febbraio 1928 a Galatina, dove è morto il 4 settembre 2010, all’età di ottantadue anni. Primo di dieci fratelli, il padre commerciante di biciclette e di altri articoli sportivi, la madre casalinga, si è maturato presso il Liceo Classico “Pietro Colonna” di Galatina ed ha poi conseguito l’8 aprile 1960 la laurea in Matematica e Fisica presso l’Università degli Studi “Federico II” di Napoli. Si è sposato il 23 aprile 1962 con Maria Teresa Carrozzini, con cui ha vissuto per quarantotto anni, unito dall’amore reciproco e per la figlia Simona. Ha insegnato Matematica nelle scuole locali, divenendo preside dell’Istituto Industriale di Galatone.

E’ strano come i termini essenziali di una vita possano essere racchiusi in così poche parole, che dicono tutto e non dicono niente. Le opere di uomini, che in vita si affaticarono tanto, sembrano consumarsi e disperdersi alla loro morte, e di esse sembra non rimanere più nulla. Ma Uccio Giannini non è stato solo quello che si è detto. Egli è stato anche un poeta, poiché ha saputo rappresentare con simpatia e grande umorismo un passaggio epocale della nostra società, dalla civiltà contadina a quella consumistico-industriale, e tutto questo da una posizione periferica, quale poteva offrirgli una cittadina come Galatina, piuttosto lontana dai grandi movimenti letterari moderni. Continua a leggere

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Sanremo, all’Ariston le contraddizioni dei desideri di noi italiani

di Antonio Errico

Il festival di Sanremo è una contraddizione della storia. Il termine contraddizione non ha necessariamente un significato negativo, perché può anche accadere che una contraddizione esprima una visione delle cose accettabile nella stessa misura di una coerenza.

In quasi settant’anni, Sanremo è rimasto sostanzialmente identico alla formula iniziale. Come se intorno tutto fosse uguale a quando è iniziato. Come se non fosse cambiato assolutamente niente. Come se l’Italia fosse ancora quella che era, rurale e analfabeta, allegra nella sua innocenza, triste nella sua miseria. Quando cominciò era il principio degli anni Cinquanta. Un chilo di pane costava 115 lire, la pasta 180, la carne 870; un paio di scarpe da uomo 4.700, un biglietto del cinema 130 lire. Di quello che esisteva non esiste più niente. Nel bene e nel male. Il Paese ha cambiato identità, fisionomia. Un po’ per fortuna, un poco per sfortuna. Quella mutazione antropologica di cui parlò Pier Paolo Pasolini ha completato il suo processo. La politica, l’economia, i linguaggi, hanno assunto conformazioni completamente diverse. Il nostro modo di pensare, le preoccupazioni e le speranze, le storie che accadono sono completamente diverse.

Soltanto Sanremo è rimasto strutturalmente com’era. Una contraddizione, dunque. Ma forse solo apparentemente, in quanto il festival, in fondo, ha sempre voluto essere una grande illusione; anzi, una grande evasione, come dice il titolo di un libro di Gianni Borgna. Il festival racconta un universo che gira soltanto su se stesso, che non considera e non rappresenta altro che se stesso. Continua a leggere

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Bosco dei Laghi Alimini: albero caduto

Pino caduto nel bosco dei Laghi Alimini (Lecce) fotografato in una bella giornata di Febbraio (Foto di Ornella Barone).

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Il Sud di Vittorio Bodini

di Antonio Lucio Giannone

“Tu non conosci il Sud, le case di calce / da cui uscivamo al sole come numeri / dalla faccia d’un dado”: così incomincia La luna dei Borboni (Milano, Edizioni della Meridiana, 1952) di Vittorio Bodini, il maggiore scrittore salentino del Novecento, di livello nazionale e di respiro europeo, scomparso a Roma il 19 dicembre 1970, esattamente quarant’anni fa. E già da questi primi versi emerge il tema principale del suo primo libro poetico: il Sud. Questo motivo, a dire il vero, non era una novità assoluta nella letteratura italiana di quegli anni perché altri poeti, da Salvatore Quasimodo a Leonardo Sinisgalli a Alfonso Gatto, e altri narratori, da Carlo Levi a Francesco Jovine, lo avevano introdotto nelle loro opere, contribuendo a porre all’attenzione della nazione, nell’immediato secondo dopoguerra, il cosiddetto problema meridionale. Era completamente nuovo però il significato che esso aveva nel poeta leccese, perché il Sud di Bodini è una sua originalissima “invenzione”, come egli stesso rivendicò in una lettera a Oreste Macrì, datata “Lecce, 1 febbraio 1950”: “Ora questo Sud è mio; come le mie viscere; io l’ho inventato”.

Che significa allora Sud per Bodini? Intanto dobbiamo chiarire che Sud in lui equivale principalmente al Salento, che egli ha avuto il merito di inserire nella “geografia” letteraria del Novecento italiano. Perciò parlare del “Sud di Bodini” significa parlare innanzitutto del complesso, difficile, contraddittorio rapporto del poeta con la propria terra, col suo paese “così sgradito da doverlo amare”, come dirà in una poesia della Luna. Questo rapporto infatti non è stato sempre lo stesso, ma ha avuto una sua evoluzione, uno sviluppo che cercherò sia pure rapidamente di delineare. Continua a leggere

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Su un motivo di Reverdy

di Antonio Prete

Il passo del silenzio,

e un albero che cerca il suo disegno.

La notte si lascia baciare dalla luce.

Cadono stelle spente in mare.

Vanno al primo chiarore lungo il fiume

le sillabe del giorno. 

Il mondo, un pendolo fermo.

[in Menhir, Donzelli 2007]

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La bellezza delle cose che non sono necessarie

di Antonio Errico

Sono passati quasi centotrent’anni da quando in una pagina del capitolo VIII del “Ritratto di Dorian Gray”, Oscar Wilde faceva riferimento a certa gente all’antica che non capiva di vivere in un’epoca in cui le cose superflue sono le sole necessarie.

Ma le epoche, per molti aspetti, si somigliano tutte. Probabilmente era la stessa cosa anche prima che Wilde lo dicesse, è così in quest’epoca, sarà così nelle epoche che verranno.

Probabilmente, per poche o molte cose dell’esistenza il nostro desiderio è richiamato prevalentemente dal superfluo, da quello che eccede la necessità, che non incide sulla condizione sostanziale dell’essere, sulla nostra quotidianità, sul nostro ordinario benessere. Del necessario si sente il bisogno più o meno forte; del superfluo si avverte il desiderio nella stessa misura, più o meno forte.

Accade la stessa cosa anche nei processi di conoscenza, nella nostra costante approssimazione al sapere.

Ci sono cose che è necessario, indispensabile conoscere, perchè molto spesso determinano la nostra relazione con gli altri, la nostra stessa sopravvivenza.

Ce ne sono altre che non sono altrettanto indispensabili, ma delle quali avvertiamo il desiderio, qualche volta anche inspiegabilmente. Le cose che in qualche modo hanno un rapporto con la bellezza, per esempio, quelle che si può dire che rientrino nella sfera dell’estetica. Continua a leggere

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Che cosa deve essere l’ISUFI

di Ferdinando Boero

Mi sono candidato per due volte alla guida dell’ISUFI (Istituto Superiore Universitario di Formazione Interdisciplinare) e ogni volta ho presentato un programma. L’Università del Salento ha sempre ritenuto che la mia candidatura non fosse ideale per quella mansione. I miei programmi prefiguravano due cardini della formazione (e della ricerca) che si sono in futuro esplicitati sul piano nazionale e europeo. Potrei pronunciare l’orrido “ve l’avevo detto”, e in effetti non riesco a resistere.

Il primo cardine è l’eccellenza. Parola inflazionata e spesso autoreferenziale. La valutazione della ricerca, pur con tutte le sue magagne, è arrivata a definire i dipartimenti eccellenti delle Università italiane. L’Università del Salento ne ha solo uno, il DiSTeBA, per la sua componente biologica, e la partecipazione al bando per ottenere i cospicui finanziamenti che puntualmente sono arrivati è stata garantita dall’eccellenza delle valutazioni scientifiche di singoli docenti. Quel’S nella dicitura ISUFI significa “Superiore” e lo si potrebbe definire come sinonimo di Eccellente. Se guardiamo la composizione dell’ISUFI nell’ambito delle sue Scuole vediamo che la Biologia, il tema trattato nell’unico Dipartimento di Eccellenza dell’Ateneo, è rappresentata in minima parte. L’unico dipartimento Eccellente dell’Università del Salento dovrebbe essere il perno su cui far ruotare l’ISUFI… e invece no. Le varie componenti dell’Università si sono spartite la torta e ognuna ha gestito le fette come ha ritenuto opportuno. La biologia è rimasta fuori dalla spartizione e l’interdisciplinarità è stata sostituita dall’iperdisciplinarità, visto che nell’ISUFI si tende ad approfondire ulteriormente il tema specifico di alcuni corsi di laurea. Ebbi la fortuna di essere chiamato nel Quarto Settore ISUFI, Beni culturali e ambientali, e lì ebbi occasione di interagire con colleghi di tutta l’Università nel disegnare percorsi veramente interdisciplinari. Ma quel settore fu presto spazzato via, per tornare alla separazione dei saperi. Parlo per sentito dire perché, dopo l’eliminazione del Quarto Settore, non ebbi più occasione di partecipare alle attività, se non con qualche sporadico seminario. Il primo cardine dell’ISUFI, quindi, dovrebbe essere l’eccellenza scientifica di chi vi lavora, ed è misterioso, anche se non troppo, che la biologia vi sia corpo estraneo. Continua a leggere

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Interventi sull’Università di Ferdinando Boero 4. (Anno 2016)

di Ferdinando Boero

Cattedrali nel deserto

Quando si inizia un’impresa si deve fare un piano industriale che valuti i costi e i benefici di quel che si sta per fare. E il piano deve essere a breve, medio e lungo termine. Certo, si possono fare imprese di vita breve, in cui si sfrutta un’occasione nel breve periodo e poi si chiude. Come fanno i negozi temporanei che sempre più sorgono nel periodo natalizio. Ma se si costruiscono grandi edifici che costano milioni e milioni di euro non si può pensare solo nel breve termine.

Il nostro territorio è stracolmo di cattedrali nel deserto. Si costruisce qualcosa perché c’è un finanziamento per farla, ma non si sa bene cosa poi si farà di quel che si è costruito. Succede anche per le ristrutturazioni di gioielli architettonici che stavano andando in malora. Si rimettono a posto, ma poi non si sa che farne. E dopo qualche decennio tornano quel che erano: ruderi.

Il classico del nostro paese è l’edificio bello nuovo, usato poco, che, pian piano, si deteriora. Non si fa manutenzione, i muri cominciano a scrostarsi, gli impianti si rompono, e magari i vandali iniziano ad agire. I vetri rotti non si riparano e inizia, appunto, la proverbiale sindrome del vetro rotto: si comincia con una piccola cosa e poi si finisce con il degrado totale.

L’unico modo per far prosperare un edificio è usarlo in modo proficuo. Prima, magari, accadeva che il politico che aveva “trovato i soldi” per costruire o restaurare, poi li trovava anche per assumere un bel po’ di persone che, in molti casi, facevano persino finta di lavorare, tenendo aperto un luogo che non frequentava nessuno. Ma i tempi sono cambiati. I posti fissi per non far niente sono sempre più rari. Mentre continua la disponibilità di moltissimo denaro per fare appalti per costruire edifici o per restaurarli. L’appalto è sempre in voga. Continua a leggere

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Di mestiere faccio il linguista 3. Sindaca, certo. Il rinnovamento è anche questo

di Rosario Coluccia

Un articolo di Luca De Carolis, pubblicato nel «Fatto quotidiano» del 3 luglio, si intitola: «Virginia Raggi, giunta nel caos. Beppe Grillo chiama la sindaca di Roma». Comincio a leggere l’articolo e trovo: «Ha osservato a distanza per giorni il caos della Roma a 5Stelle, con ansia. Ha chiesto informazioni sulle prime nomine, invocato spiegazioni sulla giunta che pare una tela infinita. E alla fine, di fronte al brutto intoppo, è intervenuto. Giovedì Beppe Grillo ha telefonato al sindaco Virginia Raggi e le ha recapito un messaggio chiaro: “Devi rimuovere il tuo vice-capo di gabinetto, non va bene, non ce lo possiamo permettere”».

Non entro nel merito della questione politica trattata nel pezzo giornalistico, ognuno avrà le proprie idee in proposito. Colpisce però che nello stesso articolo, a poche righe di distanza, si scriva una volta «la sindaca» e un’altra «il sindaco», sempre con riferimento alla medesima persona. In effetti dopo le recenti elezioni amministrative, che hanno visto prevalere, tra l’altro, Virginia Raggi a Roma e Chiara Appendino a Torino, la stessa oscillazione (il sindaco ~ la sindaca) ricorre in queste settimane negli articoli di giornale, nelle trasmissioni e nei dibattiti televisivi, nelle conversazioni quotidiane. Sorge spontanea la domanda: quale è la forma corretta? come si decide? oppure è indifferente, ognuno può fare come gli pare? Il Direttore di «Repubblica» ha pubblicato su «twitter» la foto di un articolo del suo giornale dove è scritto: «il giorno delle sindache»; il «Corriere della sera» ha sentenziato: «E adesso chiamiamola sindaca», aggiungendo: «Evitiamo i pasticci, le formule scombinate e gli orrori grammaticali. La sindaca esiste e va chiamata sindaca».

Tutto risolto? Su questo punto sì, l’indicazione specifica è corretta: diciamo e scriviamo la sindaca, senza esitazione. Ma la questione è complessa, cerchiamo di capire. Continua a leggere

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