La letteratura di una terra e il bisogno di nuove strade

di  Antonio Errico

Fino a un certo punto abbiamo saputo che cosa raccontare del Salento; abbiamo saputo come raccontarlo. Almeno questa era l’impressione, o l’ambizione, o l’illusione: sapere cosa raccontare di questa terra; sapere come raccontarlo. Almeno fino all’inizio di questo secolo nuovo, di questo  nuovo millennio, chi ha voluto raccontare il Salento ha avuto la suggestione del Mito, i riflessi e i rigurgiti della Storia, il tessuto dell’immaginario collettivo, le tristezze e gli stupori di quello individuale, ragioni da proporre, passioni da contagiare. Ha avuto riferimenti culturali e modelli di scrittura, riti da interpretare, identità da confrontare, proiezioni di lunghe ombre provenienti dal passato, condizioni di esistere e messinscena di quelle condizioni, nuclei di senso, figure di personaggi, profili di paesaggi, costruzioni di forme.   

Su questo ha potuto contare  Luigi Corvaglia quando ha scritto Finibusterre, per esempio; su questo  hanno potuto fare affidamento  Fernando Manno per  Secoli fra gli ulivi, Maria Corti per L’ora di tutti, Rina Durante per La malapianta, Giovanni Bernardini (in particolare per Provincia difficile), Antonio Verri,  Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, Girolamo Comi, Vittore Fiore, Salvatore Toma.

Avevano territori in cui muoversi, orizzonti verso cui procedere, pozzi di memoria dai quali tirare l’acqua di significati, di simboli, metafore.

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Un poeta e il suo interprete: il sodalizio tra Girolamo Comi e Arnaldo Bocelli (Parte prima)

di Antonio Lucio Giannone

Arnaldo Bocelli ha seguito ininterrottamente lo svolgimento dell’attività letteraria di Girolamo Comi per oltre un trentennio, dedicando una serie di accurate recensioni a quasi tutte le sue  raccolte di versi apparse  tra il 1931 e il 1960 e contribuendo in maniera determinante alla fortuna critica del poeta. Da questa “lunga fedeltà” nacque un duraturo rapporto di collaborazione e di amicizia, come dimostra anche il carteggio tra i due letterati. Di Comi sono state conservati quarantuno pezzi in tutto, tra lettere, cartoline, biglietti e telegrammi, inviati tra il 1931 e il 1968, l’anno stesso della sua morte[1]. Di Bocelli invece restano soltanto sette missive, scritte tra il 1950 e il 1960[2].  Le lettere del primo, in particolare, forniscono informazioni preziose non solo di natura biografica (i vari spostamenti, gli impegni editoriali e organizzativi, le condizioni di salute ed economiche), ma anche di carattere poetico e permettono altresì di conoscere l’immediata reazione di Comi ai giudizi espressi dal critico nelle sue recensioni. Questo rapporto infatti è stato sempre basato sull’estrema franchezza e libertà di giudizi da parte di entrambi. Da un lato, Bocelli non si dimostra mai compiacente nei suoi articoli e manifesta delle riserve, circoscritte peraltro alla prima fase della poesia comiana, che mantiene coerentemente fino alla fine, anche quando è invitato dal poeta a scrivere la prefazione a una sua antologia. Comi, dall’altro, pur esprimendo ripetutamente la sua gratitudine per l’attenzione riservatagli, risponde sempre in maniera franca e aperta alle obiezioni del critico, manifestando garbatamente, a sua volta, il proprio dissenso.

              L’incontro tra i due avviene nel 1931. Proprio quell’anno Bocelli era stato chiamato da Antonio Baldini a curare la rubrica letteraria della “Nuova Antologia”, a cui collaborerà fino al 1943[3]. Dal canto suo Comi, nel 1931, aveva pubblicato la raccolta Nel grembo dei mattini, che si colloca nel  secondo tempo della sua poesia, in quanto “gli anni dal 1929 al 1936 […] sono caratterizzati da una costante, rappresentata dalla persistenza della tematica panica e cosmica e dalla contemporanea crescita di un’ansia religiosa sempre più esatta e consapevole”[4]. Questa raccolta dunque  venne presa in esame da Bocelli in una recensione nella quale riusciva a individuare acutamente le caratteristiche della poesia di Comi, fissando già da ora alcune linee-guida della sua interpretazione che manterrà anche in seguito. In primo luogo, dunque,  metteva in rilievo  l’ispirazione panico-sensuale del poeta: “Nel Comi – scriveva – è ardentissimo l’anelito alla comunione col tutto, alla liberazione cosmica: ma – precisava – a una comunione e liberazione in cui sia tuttavia presente la coscienza di sé e di codesta comunione e liberazione; e con la coscienza, il piacere  dell’una e dell’altra”[5]. Da qui derivavano le differenze con la poesia di Onofri a cui quella di Comi era fin da allora frequentemente accostata[6]. Per il critico romano, infatti, mentre il primo partecipa attivamente alla “molteplice vita del mondo”, all’ “eterno travaglio della creazione”, il secondo è un “semplice spettatore”[7]. Così pure mentre in Onofri è sempre presente la realtà terrestre, nell’altro l’astrazione da questa è costante. Tutto ciò porta a una “scarsezza e staticità di motivi spirituali talvolta esasperante” a  “una cordialità chiusa e quasi scontrosa; donde l’uso continuo della parola in quanto suono e non in quanto verbo”[8]. Alla fine però Bocelli riconosceva che in quest’ultima raccolta si poteva notare “uno schiarimento interiore, una semplificazione e liberazione verso la poesia vera”, essendo “assai più ricca di momenti poetici che non le due precedenti”[9]. In particolare osservava che qui, più che la comunione con l’universo era celebrata la “luce”, “sintesi d’ogni armonia, e il sentirsi come essa, con essa, diffusi nel mondo”[10].

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Nove poesie

di Antonio Semproni

[Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo di seguito nove poesie tratte dalla raccolta Mercati & Mercati (Transeuropa edizioni, 2022), nella quale si racconta l’economia di libero mercato e le sue catastrofali ricadute: dalle morti bianche al precariato, fino alla vera e propria mutazione antropologica indotta dal concetto di resilienza. Nella raccolta si cerca di fare luce, come in un’inchiesta, anche sulle cause, fra le quali la globalizzazione, la fede incrollabile nei mercati e la dissoluzione di una coscienza di classe.]

***

Pelle

La gomma si consuma più sensibilmente della pelle?

Sì, lo dimostrano le suole delle scarpe d’uso comune

e la supremazia di chi calpesta

quelli come noi

che dobbiamo tirarci a lucido ogni mattina

e siamo costretti a lunghi tempi di attesa

per i rabberci con la gomma

e subiamo gravi fenomeni di emarginazione

con addosso i rabberci di gomma

*

Resilienza

Cadendo

ha imparato a rimbalzare

e rimbalzando

a prendere lo slancio

per cadere da altezze sempre maggiori

Vengano gli amanti degli sport estremi

a vedere cosa sa fare un corpo resiliente

cosa può fare il mercato libero da funi e cavezze

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Nuove segnalazioni bibliografiche 6. Che cos’è la libertà

di Gianluca Virgilio

La patria della libertà – e del liberalismo – è senza dubbio il mondo anglosassone. Quando si arriva a New York dall’oceano, la prima cosa che si vede è la statua della libertà, che svetta maestosa e monumentale sulla Liberty Island.  Ecco, questa è la patria della libertà, uno si dice, senza pensare alla genesi dell’idea, la conoscenza della quale illumina sul reale contenuto della parola, la prima della terna immortalata dalla rivoluzione francese del 1789: liberté, egalité, fraternité. Non è un caso che la grande statua newyorchese, opera di Frédéric-Auguste Bartholdi, sia stata donata dai francesi agli Stati Uniti nel 1883. Sanciva la vicinanza tra due nazioni, ma soprattutto permetteva agli americani (e ai francesi) di dichiarare al mondo la propria fede, la fede nella libertà.

Detto questo, non si è detto nulla; perché se poi si va a vedere a scapito di chi questa libertà è stata acquistata, di sicuro si giungerà alla conclusione che se ne sarebbe fatto volentieri a meno, talmente insanguinato appare il suo vessillo. La libertà individuale può giustificare il genocidio dei nativi americani, la schiavitù degli afroamericani nel sud degli Stati Uniti e la loro deportazione nelle piantagioni di cotone ad opera dei britannici, il regime di apartheid a cui furono sottoposti, e la de-umanizzazione dei popoli coloniali, ecc.? Può la libertà valere tutto questo. La nostra sensibilità ci impone una risposta negativa, soprattutto dopo la lettura di Domenico Losurdo, Controstoria del liberalismo, Laterza, Roma-Bari 2004, ristampato nel 2022, che qui si segnala.

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Le confusioni tecniche dell’agenda Meloni

di Guglielmo Forges Davanzati

Il Governo ha terminato il lavoro di preparazione e stesura della sua prima Legge di Stabilità ed è ora possibile commentare il risultato raggiunto. La professoressa Chiara Saraceno, una delle massime esperte in Italia di politiche pubbliche per il contrasto alla povertà, nonché coordinatrice del comitato scientifico di studio del reddito di cittadinanza per il Ministero del Lavoro, la ha definita “una manovra confusa tecnicamente”, espressione della “aporafobia” della Destra, ovvero della paura e del disprezzo dei poveri. L’agenda del Governo ha solo due interventi nuovi, per il resto è una prosecuzione della cosiddetta agenda Draghi: la revisione del reddito di cittadinanza e l’autonomia differenziata. Peraltro, la legge di stabilità del governo Meloni è quella, nella storia recente italiana, consegnata più tardi al Parlamento e, dunque, con minore tempo per la sua discussione (le leggi di stabilità devono essere approvate entro il 31 dicembre di ogni anno).

La revisione del reddito di cittadinanza comporta un risparmio irrisorio: solo 1,6 miliardi su un totale di oltre mille miliardi di spesa pubblica nel bilancio dello Stato italiano. È pochissimo, se solo si considera il tempo e le energie spese per persuadere gli elettori della necessità dell’attacco ai cosiddetti “divanisti” e l’impatto divisivo della linea politica assunta. Chi conosce i dati e la realtà di molti piccoli paesini del Mezzogiorno, peraltro, sa che quasi tutti i veri poveri il divano non lo hanno, perché il divano sta nei salotti buoni.

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L’isola e il leone (terza puntata)

di Augusto Benemeglio

Capitolo 11°

Il re-pescatore

“Io sono la madre di cento dinastie di uomini di mare”, – disse la donna delle rocce-   Tu non tornerai più alla tua nave.

“Il tuo mondo è questo, ormai, dove il vento gira più in fretta, tu sei il cavalcatore dei mari, il cacciatore dei venti. Tu sei il re-pescatore”, disse Marien.

“Viva il re pescatore”, dissero le figlie del mare.

“Viva il re-pescatore!”, dissero l’uomo dalle tre aste e il commerciante cieco.

L’uomo dalla memoria ferita voleva fuggire, salire nell’aria con una scala di luce, là dove uomini invisibili fabbricavano frecce di sole. D’intorno era tutta roccia, dove non si poteva sostare, né restare, né fuggire.

“Sulla roccia non fioriscono mandorli, né rimangono gli uccelli. Tutto è secco e sterile”, pensò Giacomo Marcello, e aumentava il suo desiderio di fuggire.

“Tu sei il bambino che mi cantò sul seno, tu hai bevuto il sangue del sole che raccolgo ad ogni tramonto

“Hai la stessa bocca triste e i grandi occhi d’un tempo”, disse la donna delle rocce.

“ Ora ti ho ritrovato, torneranno a danzare di gioia i cavalli bai, rinasceranno le piante e i fiori. E dalle rocce sterili nasceranno nuovi bambini e ciascuno mi porterà un mazzetto di giacinti. E anch’io tornerò la ragazza dei giacinti, come un tempo…”.

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Manco p’a capa 116. Il disastro di Ischia: lo sapeva già Humboldt!

di Ferdinando Boero

Chi chiede attenzione ai temi ambientali è ora impegnato, dopo l’ennesima tragedia, quella di Ischia, a ripetere sempre lo stesso messaggio. Il primo a parlare di queste cose fu Alexander von Humboldt quando vide in che condizioni era la Mesopotamia, la culla dell’agricoltura, ridotta a un deserto, e vide quel che si stava perpetrando in Sud America. Era la fine del 700 e l’inizio dell’800. Humboldt previde gli impatti dell’industrializzazione e dello “sviluppo” che la civiltà occidentale stava intraprendendo a livello globale. Ovviamente fu inascoltato, anche se ebbe grandissimo successo. In teoria: in pratica tutto continuò fino ad oggi. Tutti dicono che non va bene quel che stiamo facendo, ma poi nessuno ha il coraggio di cambiare rotta in modo deciso.
Non ci vuole Einstein per prevedere che il caldo intenso provoca intensa evaporazione di acqua oceanica che si condensa nelle nuvole e prima o poi arriva giù. Gli eventi estremi, come previsto, si verificano puntualmente. La gente ci lascia la pelle, gli stati spendono cifre enormi per cercare di sanare le emergenze, ma raramente si decide di intraprendere una radicale inversione di rotta. Sono in molti a dire che è inutile che siamo noi a decarbonizzarci se non lo fanno anche gli altri. Gli “altri” sono sempre una buona giustificazione per continuare come se niente fosse. Ma questo non vale per il dissesto idrogeologico.
Le cause di frane e inondazioni sono globali, e dipendono da sistemi di produzione ancora basati sulla combustioni. Ma gli effetti sono locali. Se gli “altri”, per esempio, dovessero fare come noi, e costruissero in modo dissennato abitazioni, infrastrutture, siti industriali e agricoltura, non sarebbe un buon motivo per fare altrettanto. Se la casa dei vostri vicini cominciasse a deteriorarsi, si staccasse l’intonaco, crollassero i balconi, trovereste logico non fare manutenzione alla vostra abitazione perché “loro” non lo fanno? Il nostro dissesto ambientale è prima di tutto affare nostro, non ci sono giustificazioni per portare al degrado il nostro ambiente.

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Conversazione a Roca Vecchia

di Antonio Devicienti

È un buon luogo, questo, per ritrovarsi a conversare: il mare invernale, lasciato finalmente solo, si dà in tutta la sua austera significanza ed è parca, commovente la sua bellezza priva dei facili trionfi dell’estate.

«Ho sempre amato questi luoghi del passaggio, questi approdi momentanei da cui ripartire».

Accosta il pollice, l’indice e il medio (tra i quali è accesa una sigaretta) alla tempia destra e con l’anulare dell’altra mano percorre più volte l’orlo del bicchiere.

«Sì, capisco e qui il passaggio tra una sponda e l’altra è stretto, i nomi si richiamano tra una riva e l’altra e pure gli dèi (e i demoni) non sono stranieri gli uni agli altri».

Con la punta della penna strofina i margini della tovaglietta di carta posata sul tavolo cui siedono tracciando fitte linee zigzaganti blu.

«Per anni alla radio ho ascoltato le trasmissioni anche nelle lingue che non capivo – spostavo continuamente il cursore scoprendo decine e decine di emittenti. Sognavo».

«A me accadeva con i libri: ne ho comprati non pochi in lingue (e anche in alfabeti) a me sconosciute e li ho sfogliati lentamente – lasciavo tra le pagine foglie o biglietti del bus o del treno».

Guarda i cartelli direzionali in strada: MELENDUGNO OTRANTO BORGAGNE. La veranda del bar-tabacchi non ha altri avventori se non loro due.

«Il Mediterraneo in inverno: visto da qui ha qualcosa di francescano, la salutare ruvidezza di un saio».

Sorride all’idea, fa un cenno d’assenso col capo.

«E la birra è ancora buona come allora…»

Sotto la veranda le loro sagome sembrano dissolversi, sperdersi nel vento spumoso di mare. Chiuse da mesi coi lucchetti le serrande del bar-tabacchi, spenta l’insegna.

(Chi lo desiderasse può immaginare Fabrizia Ramondino e Pedrag Matvejević seduti al tavolo di un bar-tabacchi chiuso durante l’inverno. Roca Vecchia è sempre un buon posto per ritrovarsi a conversare).

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Paolo Vincenti, Bar Florida

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Su Il mal de’ fiori di Carmelo Bene

di Antonio Lucio Giannone

Dopo essersi fatto conoscere (e apprezzare) in tutti questi anni come attore, autore teatrale e regista cinematografico, Carmelo Bene si è recentemente presentato nell’insolita veste di poeta con un libro dal titolo (rovesciato rispetto a quello di Baudelaire) ‘l mal de’ fiori pubblicato in una veste editoriale assai ricercata e con una prefazione di Sergio Fava (Milano, Bompiani, 2000). A dire il vero, il Bene scrittore non rappresenta una novità in senso assoluto. Non più di cinque anni fa era apparso un grosso volume di oltre millecinquecento pagine, Opere, edito sempre da Bompiani nella collana dei “Classici”, che raccoglieva la sua produzione letteraria, oltre ai testi delle numerose messinscene. Carmelo Bene infatti ha sempre alternato alla sua attività in campo teatrale e cinematografico quella di carattere creativo. Ma fino ad ora si era limitato, per così dire, a pubblicare scritti in prosa, a metà strada tra l’invenzione e la saggistica, ispirandosi spesso al “reale-immaginario” del Salento, il “sud del Sud”, come lui lo chiama, nel quale affondano le sue origini.

Incominciò proprio con Nostra Signora dei Turchi, apparsa nel 1964, fantasmagorica rivisitazione dell’epopea otrantina, da cui nel 1968 ricavò un film visionario e barocco. Nel 1976 uscì il volume A boccaperta che conteneva, tra l’altro, lo scritto Giuseppe Desa da Copertino dedicato al “più grande santo tra i santi, colui che eccede la santità stessa” (il “monaco rissoso” che “vola tra gli alberi”, che colpì anche l’immaginazione del leccese Vittorio Bodini, suo amico e maestro). E al 1983 risale Sono apparso alla Madonna sorta di autobiografia, in cui a un certo punto rievoca proprio la figura di Bodini; che fece una spettrale apparizione nel film di Bene, Don Giovanni (1971).

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Azzurro, nero

di Antonio Prete

I solchi nella terra rossa tra gli ulivi,

la lucertola che guizza tra la pietra e il cardo,

il garrulo parlottare della gazza,

il cane Alì che segue i tuoi passi.

E tutto quell’azzurro che s’affonda

sopra le mura bianche delle masserie.

 .

 È il film dell’infanzia. Un sipario

 sui campi insanguinati dell’Europa.

 Sul nero latte dello sterminio.

.

Poi, in un pallore da pellicola sfocata,

l’urlo delle sirene, il solco

delle squadriglie nel cielo,

il rifugio scavato sotto il fico.

.

Una faccia di gesso t’inseguiva

in sogno, scarmigliata, veste nera,

correvi a perdifiato nella strada

di polvere, svoltavi l’angolo:

la guerra, mamma, la guerra,

gridavi svegliandoti nel buio.

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Satura lanx – Nardò, 28 novembre 2022 – 19 maggio 2023


La delegazione di Nardò dell’Associazione Italiana di Cultura Classica, in collaborazione con il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università del Salento, è lieta di presentare ai soci e a tutti coloro che vorranno partecipare il ciclo di incontri, intitolato “SATURA LANX. Miscellanee di cultura dall’antichità ad oggi”.
Satura lanx è un’espressione latina che indica il piatto misto di primizie della terra destinate agli dèi.
I temi affrontati in questi incontri, infatti, danno il senso di una lanx satura, che, nel senso originario del termine, si riferiva, appunto, a primizie alimentari varie, disparate, tutte presenti nello stesso piatto, ma tutte con un loro «sapore» specifico.
Questo ciclo, che si terrà presso il Chiostro dei Carmelitani a Nardó, verterà su riflessioni, dialoghi e confronti su tematiche apparentemente diverse, quali, ad esempio, l’arte, la poesia, la musica, la medicina, il mistero, ma sostanzialmente legate dall’esigenza di reperire il senso delle cose e dei vissuti, in tutte le forme nelle quali l’uomo lo presenta.
Un filo rosso che parte dall’antichità, accresce il nostro sapere e giunge sino a noi, come strumento che ci orienta e ci guida in questo cammino affascinante di cui non conosciamo la meta.
La partecipazione agli incontri potrà essere riconosciuta come attività di formazione e aggiornamento docenti. A conclusione del ciclo di eventi sarà rilasciata apposita attestazione a coloro che ne faranno richiesta.
#saturalanx #miscellaneadicultura #civiltàclassica
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L’isola e il leone (seconda puntata)

di Augusto Benemeglio


Antonio Guardi, Jacopo Marcello dirigere l assalto di Gallipoli, 1750-1760.

Capitolo 6°

La madonna lanciatrice

Mentre le navi da carico, le caracche e parte delle galee guadagnavano la rada di scirocco per trovare un approdo e sbarcare gli stradiotti, le batterie, i carri e i cavalli, l’Ammiraglio Giacomo Marcello pensava che quel contrattempo, quell’assurdo delirio di grecità antica da parte di un popolo di pescatori ignoranti, avrebbe avvantaggiato l’avido e cupo Don Ferrante le cui truppe, comandate dal figlio, il Duca Alfonso di Calabria, avevano sbaragliato quelle pontificie.

“Sono ben presidiati e disposti a battersi. Ci terranno in scacco chissà per quanto tempo”, pensò a voce alta.

“ E il tempo è prezioso”, disse una voce che veniva dall’alto.

Guardò in silenzio il suo segretario seduto alla scrivania, intento ad annotare qualcosa e gli parve come se fosse un fantasma.

“Alvise!”, lo chiamò.

Ma quello non rispose. Allora l’Ammiraglio uscì fuori dal suo alloggio e vide che il cielo era tornato vivo, pieno di macchie rosa. Da lontano osservò la costa piana, a tratti sabbiosa, a tratti rocciosa, che gli veniva incontro  come un angelo enigmatico. Ne era affascinato, io porto dentro questa città, non la posso perdere. Essa mi è stata assegnata per dono segreto. Ma dovrò combattere per averla. Nella sua anima altera cantava una voce, si risvegliava un eroe-bambino solo, sul filo del mondo, che scova nidi d’ambra. Quel popolo di pescatori che si desta all’improvviso da un lungo sonno di morte, quella terra abbarbicata e ramificata ai primordi  della creazione, così aspra, così selvaggia e bagnata di luce, lo pervadevano facendogli perdere il senso della realtà. Si scosse:  “Che idiozia battersi per don Ferrante, un bastardo metà spagnolo e metà ungherese! E contro una flotta di settanta navi! Chissà perché l’avranno fatto?.”

“Essi non hanno nulla da perdere, tranne l’onore”, rispose una voce che era alle sue spalle.

“Nulla da perdere? E la vita? Chi perde la vita perde tutto!”

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Inchiostri 20. Per Ilaria Seclì

di Antonio Devicienti

Foto di Ilaria Seclì.

Il mondo fece credere inadatto il Principe di Perfezione.
Bucò l’acqua della sua Sapienza Dolce per dividerla nei terreni paludosi
e farne cibo per i molti.
Lei nel sonno di bambina, dita al pianoforte, silenzi e solitudini delle lunghe estati.
I codici aprivano. Preparavano i giorni senza calendario, novilunio taciturno.
Notti bianche e corte, la distanza delle stelle. I numeri dell’Acqua.
Calmo il suo tormento al mondo, così poco indaffarato e scalzo: pioggia di cuori, offerta sacra e prima negazione.
Altri anni e luoghi paralleli li sapevano gemelli, integri nello spazio delle larve, voci morte. Lei non venuta al mondo, alga espansa, contorni incerti per l’ordine dei tempi. Lui incarnata volontà di ciò che è vivo nelle cose morte.
Ritornerà a me, ritornerà nel lago di Silenzio.
Non ho cantato che per la fresca e splendida mattina che tutto ha preceduto

Che quelli di Salvatore Toma, di Claudia Ruggeri e di Antonio Leonardo Verri non siano gli ultimi nomi della poesia d’area salentina è cosa acclarata e che l’etichetta di “poeti maledetti salentini” sia stupida e fuorviante è, per me, un’ovvietà; si legga allora, tra le scritture più originali e persuasive di questi nostri anni, quella di Ilaria Seclì cui dedico questo breve Inchiostro.

Ho trascelto tra i molti, che pure amo, proprio questo testo perché mi appare acceso (e illuminato) da una tensione intellettuale e psichica che dimostrano come la poesia possa essere ancora energia, creatività, danza del vivere e del pensarsi vivere – e non solo sapiente tecnica o sfida del e nel linguaggio.

Sempre c’è nella scrittura di Ilaria un’opposizione agonica tra l’aspirazione dell’io poetante e il reale quando quest’ultimo cerchi di prevalere, volgare e mercantile – ecco allora che la figura in qualche modo mitica del “Principe di Perfezione”, pur diffamato dal “mondo”, può dissetare e sfamare molti, mentre “lei” (Ilaria stessa? la poesia?) attende, sogna, ascolta e legge l’acqua (anzi: l’Acqua), elemento e presenza fondante di tutta la scrittura di Ilaria Seclì.

Il condursi del discorso e della sintassi, immaginifico e direi oracolare, imbastito per accostamenti privi di trapassi logici, ma affidati all’intuizione e all’immaginazione, attraversa le regioni oscure della pre-vita e della pre-lingua, dialoga, come ogni scrittura di valore, col silenzio nutrendolo e nutrendosene, respira in regioni acquatiche e amniotiche, cerca il canto che celebri la vita.   

Chi desiderasse approfondire può trovare al “link” seguente ulteriori suggestioni:

Il “blog” di Ilaria Seclì è Le ragioni dell’acqua https://leragionidellacqua.wordpress.com/

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La lingua cambia continuamente perché racconta l’esistenza

di Antonio Errico

Le parole vengono dalle creature che nella loro esistenza hanno quelle parole.

A volte le creature vengono da luoghi lontani e dunque anche le parole vengono da luoghi lontani. Da storie lontane. Da lontane, inimmaginate esperienze.

Babele è ancora – sempre – un mito, un’irresistibile attrazione, ombra che si stacca dalla torre e si spande sull’umanità, sempre babelica, nomade, errante, sempre in cerca, sempre protesa verso un  progetto di comunione, attratta da una speranza di convivenza.

Una lingua cambia col tempo perché appartiene al tempo. E’ il tempo che determina il suo lessico, le sue strutture. La lingua rappresenta il tempo, lo esprime sotto forma di documento, di letteratura, di narrazione, di filosofia, di canto, di proverbio, di preghiera. Racconta le felicità e i dolori della gente. I sogni, le speranze, le illusioni, le battaglie, le sconfitte, le vittorie, le partenze, i viaggi, i ritorni, si dicono con una lingua, oltrepassano il tempo che hanno perché le parole fanno da ponte verso il tempo futuro.

Una lingua cambia nel tempo.

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L’arte di Paola Montanaro

di Massimo Galiotta

Paola Montanaro, il nuovo si muove nella “sua” Pop Art


Silenzi – Paper collage – carta e colla su tela, 90×60 cm (2018).

L’arte è il quinto elemento della natura … umana! Arriva come una forza cosmica nelle donne e negli uomini che hanno un cuore in grado di percepirne gli impulsi che, in un secondo momento, la mente dovrà decodificare in immagini vibranti, forti, appassionanti.

Paola Montanaro è stata eletta a questo ruolo, difficile, complesso ma frutto della sua natura, di donna, di madre. Taglia la materia, la carta, e la trasforma come gli antichi “mosaicisti” (bizantini) facevano con le minuscole tessere monocromo che modellavano fino a farle diventare elementi imprescindibili dell’opera d’arte. I suoi occhi d’artista guardano al futuro ma non disdegnano, volgendo lo sguardo al passato, quelle correnti che l’hanno preceduta. Interessanti e degni di nota i suoi punti di vista su Amedeo Modigliani o su Tamara De Lempicka.

È stimolata dalle immagini, dal potere che celano, e dall’interpretazione delle stesse che nel tempo hanno dato autori come Pier Paolo Pasolini o Quentin Tarantino pionieri o verosimilmente, come lei, acuti lettori del contemporaneo.

Nelle sue opere si legge il ruolo e la condizione della donna nel tempo, punti di vista nuovi, omaggio di Paola a chi la donna l’ha resa libera, anche nei fumetti. Meravigliosi i suoi collage su tela omaggio alle “eroine” erotiche di Milo Manara e Guido Crepax, che la Montanaro rende opere degne d’essere esposte nei musei d’arte contemporanea e che non hanno paura di sfidare lo sguardo di chi credeva, fino ad ora, di amare solo il classico, il vero.

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Giornata contro la violenza sulle donne – Galatina, 25 novembre 2022

Per il programma vedi allegati.
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Paolo Vincenti, Al mercato dell’usato – Gallipoli, 24 novembre 2022

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Letteratura e cinema: dal romanzo Pricò di Cesare Giulio Viola al film I bambini ci guardano di Vittorio De Sica

di Antonio Lucio Giannone


Cesare Giulio Viola

I rapporti tra letteratura e cinema sono stati sempre assai intensi nel nostro paese, non solo perché numerosi film sono stati tratti da opere letterarie, ma anche per il contributo offerto direttamente da tanti scrittori in qualità di soggettisti, sceneggiatori e, in qualche caso, di registi. Anche il commediografo e narratore tarantino Cesare Giulio Viola ha scritto alcune sceneggiature per vari registi italiani, soprattutto dal 1938 al 1946. In particolare, ha collaborato con Vittorio De Sica alla realizzazione di due film, I bambini ci guardano (1943) e Sciuscià (1946). Il primo titolo, per di più, deriva da un suo romanzo, Pricò, pubblicato dall’editore Mondadori nel 1924 e ristampato nel 1929 (da Treves) e nel 1943 (ancora da Mondadori).

Proprio questo film è stato sottoposto recentemente a un accurato restauro, diretto da Manuel De Sica per l’Associazione Amici di Vittorio De Sica, e presentato in anteprima ad Alassio nel marzo scorso. In quest’occasione è stata pubblicata anche una splendida monografia, I bambini ci guardano di Vittorio De Sica, a cura di Gualtiero De Santi e Manuel De Sica (Roma, Editoriale Pantheon, 2000), che contiene testimonianze, interventi e la sceneggiatura, oltre ai dati tecnici relativi al restauro della pellicola e della colonna sonora e a parecchi fotogrammi.

Il film narra la storia di un bambino di sette anni, Pricò, che assiste alla crisi coniugale dei suoi genitori, dovuta alla passione della madre per un uomo con il quale decide di andare a vivere, abbandonando il figlio e il marito. Dopo un breve periodo in cui tornano insieme, i due si separano definitivamente e mentre la donna raggiunge l’amante, il padre si toglie la vita, dopo aver affidato il figlio a un collegio di preti.

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G. C. Vanini. Un novatore finito sul rogo – Taurisano, 24 novembre 2022

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