Note sul pensiero politico di Luigi Corvaglia

Popolo Sacralità Religiosità

di Cosimo Scarcella

La produzione letteraria, filosofica e politica di Luigi Corvaglia è pervasa da un sentimento di perenne fede razionale, che si sostanzia del convincimento che il reale costituisce un’infinita Totalità indivisibile sia della natura e sia dell’umanità. Nelle sue opere, infatti, prevale una visione dell’uomo e del mondo, che affonda le radici nel naturalismo antropocentrico del XV e XVI secolo, il quale a sua volta aggiorna e reinterpreta il panvitalismo dell’antica filosofia greca, soprattutto del neoplatonismo. Privati di questa solidità speculativa, gli scritti corvagliani rischiano di non essere compresi in modo veritiero ed esaustivo, e addirittura d’essere fraintesi. In tutte le sue opere – Commedie, Romanzo, Scritti Politici – Corvaglia dissemina affermazioni e riflessioni sull’infinito universale, di cui ogni realtà individuale è parte viva e indispensabile.  Nella commedia “Tantalo”, alla vista d’una processione di monaci benedettini cantilenanti tristi nenie, l’Autore chiosa: “Anime penanti sono. Hanno il vero infinito e lo vogliono vivisezionare. Creati all’infinito si studian di porlo sotto chiave, illudendosi di poter dire ‘l’Infinito è mio’. Mentre è di tutti. Anzi è in tutti! In un punto che si chiama io (…). Sfugge il senso dell’universale. Fuori di quell’infinito mancherà il senso della nostra destinazione immanente (“Tantalo”, Fratelli Carra Editori, Matino, 1929, p. XXXVIII). Nel romanzo “Finibusterre” afferma per bocca del suo alter ego, don Paolo Santacroce, che l’uomo durante la vita terrena deve rimanere saldo come roccia, perché è parte dell’infinito e “l’impronta del divino, una volta impressa, non si cancella più” (Finibusterre, Editrice Dante Alighieri, Roma,1936, p. 326).

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À propos du vrai et du faux

di Giorgio Agamben


Un dipinto di Lorenzo Lippi (1606-1665) al Museo di Angers: una donna, una maschera e una melagrana.

Comme on pouvait s’y attendre, la phase 2 confirme par décret ministériel à peu près les mêmes  restrictions de libertés constitutionnelles que seule une loi permet de limiter. Mais tout aussi importante est la limitation d’un droit humain qu’aucune constitution ne garantit : le droit à la vérité, le besoin d’une parole vraie.

Ce que nous sommes en train de vivre, avant d’être une manipulation inouïe de la liberté de chacun, est en fait une gigantesque opération de falsification de la vérité. Si les hommes consentent à limiter leur liberté personnelle, c’est parce qu’ils acceptent les données et les opinions que leur fournissent les médias sans les soumettre à aucune vérification. La publicité nous a habitués depuis longtemps à des discours qui agissent d’autant plus efficacement qu’ils ne prétendent pas être vrais. Et cela fait également longtemps que le consensus politique s’obtient sans conviction profonde, tenant en quelque sorte pour acquis que la vérité n’entre pas en jeu dans les discours électoraux. Ce qui est actuellement en train de se dérouler sous nos yeux est cependant quelque chose de nouveau, au moins parce que notre mode de vie même, l’entièreté de notre existence quotidienne dépendent de la vérité ou de la fausseté du discours passivement accepté. Il serait donc urgent que chacun cherche à soumettre tout ce qui lui est proposé au crible d’une vérification minimum.

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Castro protostorica

di Francesco D’Andria

“…Eppure quel mistero agisce, ha il fascino di un’inquietudine senza scampo, popola di fantasmi le contrade accidentate delle ultime serre salentine o le sconfinate pianure donde riaffiorano le bodiniane dentature bianche di cavalli….dove l’aratro continua ad inceppare in massi troppo pesanti per essere rimossi o in lastre tuttora dai segni incomprensibili…” Così, con queste parole, Donato Valli, allora Rettore dell’Università di Lecce, apriva il trentesimo Convegno tarentino del 1990, dedicato ai Messapi, gli unici tra i popoli indigeni dell’Italia meridionale, a cui era stato riservato il privilegio di uno degli incontri annuali promossi dell’Istituto di studi sulla Magna Grecia. Ma quello era il periodo della scoperta della Grotta della Poesia a Roca, con il suo straordinario apparato epigrafico, in gran parte in lingua messapica.

Sin da quando iniziarono le ricerche archeologiche a Castro, a seguito della segnalazione di Luigi Capraro, nel maggio del 2000, sulla presenza di blocchi squadrati di calcarenite, nella zona Capanne, ho pensato a quel testo di Valli, di dieci anni prima, che evocava il fascino e la novità della ricerca in queste “ultime serre salentine” a cui egli, nato a Tricase, era legato da un filo tenace. E “bodiniane dentature bianche”, di tori e di giovenche, non di cavalli, continuano ad affiorare negli scavi nel Santuario di Atena sull’acropoli di Castro: ossa deposte entro l’altare del tempio, nei sacrifici praticati in questo spazio durante il IV secolo prima di Cristo.

E la forma letteraria si rivela capace di esprimere l’emozione che, in questi ultimi quasi vent’anni, ha costantemente motivato il lavoro di ricerca nella parte dell’abitato di Castro rivolta verso Oriente; specie quando le brezze del mattino scacciano la foschia e si rivela lo straordinario spettacolo che la geografia mette in scena al di là del Canale di Otranto, con i monti albanesi dell’Acrocerauno e, a sud, le isole greche di Fanos e di Othoni, di fronte a Butrinto, da dove era partita la flotta troiana di Enea, per raggiungere all’alba, le basse coste salentine dell’Italia. Gli scavi si sono concentrati nei due siti di fondo Capanne, dove abbiamo portato alla luce l’Athenaion del Capo Iapigio, e nel fondo Palombara dove, grazie all’impegno di Luigi Coluccia, l’Amministrazione Comunale ha acquisito, con finanziamenti regionali POIn, l’area in cui gli scavi hanno reso visibili strutture difensive e parte dell’insediamento dell’età del Bronzo. Di queste attività Luigi Coluccia e Marco Merico presentano in questo volume i principali risultati scientifici che permettono, per la prima volta, di identificare a Castro un abitato del secondo millennio a.C., di notevole complessità.

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Qualche considerazione sul tempo della pandemia

di Antonio Prete

Qualche breve considerazione su questo tempo che stiamo attraversando. La pandemia – come è accaduto, lungo i secoli, in occasione di pestilenze, di genocidi, di stragi – richiama il pensiero verso la necessità di uno sguardo sul tempo tragico. Il tragico è l’apertura di una voragine nella quiete di un’esistenza pensata come succedersi prevedibile di eventi, come sistema consolidato di relazioni, come definiti rapporti tra saperi e poteri. Irruzione  dell’ inatteso, e insieme evidenza del limite costitutivo dell’umano.  Trionfo della morte – come celebri iconografie medievali e rinascimentali hanno raccontato – che disvela le illusioni della tecnica e della civiltà.

Le reazioni rischiano di chiudersi nella logica discorsiva del singolo sapere: al punto di vista medico si oppone il punto di vista politico, alla salute dei corpi la complessità che definisce le forme del vivere. Difficili le mediazioni. Rischiose le oscillazioni tra tutela esclusiva della salute pubblica e attenzione alla necessità che il corso economico e sociale delle cose riprenda il suo ritmo. Quali i modi e le forme che possano far convivere diritti alle libertà individuali, necessità del lavoro, diritto alle cure? Cercare, e praticare, questo equilibrio è compito delle comunità, dei loro interpreti, dei loro delegati.

Nel caso del virus che ha circolato, e circola, in questi tempi, secondo una diffusione appunto pandemica, lo sguardo va anzitutto verso quei numeri che sono nomi, quei nomi  che sono vite, quelle vite che sono storie – storie di legami, di desideri, di esperienze e di sogni – trasformate in sequenza tragica di sparizioni, di sottrazioni all’esistenza. Qui è il centro della vicenda: il dilagare, dove più dove meno, della morte. L’estensione implacabile, ostinata, del dolore. Dire di questo coronavirus significa dire del dolore. Se rileggiamo la Peste di Camus, vediamo che il punto di osservazione sulla malattia, sui corpi, sulle relazioni che si formano e disfano, sull’immaginazione di nuovi rapporti è quello del dottor Rieux, un punto di osservazione che è anche, sebbene in terza persona, quello del narratore. Uno sguardo che ha il dolore come costante riferimento, il suo dilagare, il suo ritrarsi, le sue tracce, i suoi annunci, le sue ferite.

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Italia pensante 13. Il De natura hominis di Agostino Doni (II)

di Andrzej Nowicki

Gli Italiani che vivevano in Polonia non videro di buon occhio Doni, non l’uomo, non l’i t a l i a n o, non ebbero per lui sentimenti di solidarietà umana e nazionale; né videro in lui il c o r r e l i g i o n a r i o. Erano “eretici” come lui, ma appartenevano ad eresie diverse dalla sua. La sua educazione medica, letteraria, filosofica ed il suo sapere non suscitarono rispetto verso la sua superiorità intellettuale, ma paura, che spinse a combattere e calunniare il c o n c o r r e n t e per i favori della corte reale e dei magnati polacchi.

Posso dare un esempio. Nella lettera scritta da Cosenza il 10 aprile del 1970 Luigi De Franco scrive: “Mi sto occupando attualmente di un medico e filosofo cosentino del ‘500, Agostino Donio, che dedicò la sua opera De natura hominis […] al re di Polonia […]. Potrebbe Lei far fare delle ricerche a qualche suo amico o alunno di Cracovia per vedere se nelle biblioteche della città esistono altre opere o lettere di questo Donio o qualcosa che lo riguardi? […]”.

Sul risultato delle mie ricerche scrissi nella mia risposta da Warszawa, il 28 giugno 1970, ma ho il sospetto che De Franco non abbia ricevuto la mia lettera, perché nel suo libro manca qualsiasi traccia delle mie informazioni. Avendo nel mio archivio una copia della mia lettera, mi permetto di citarla:

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Lo Stato e i privati: a cosa serve pagare le tasse

di Ferdinando Boero

La burocrazia, come le tasse, è una cosa bellissima. Tutti i soldi che arriveranno per permetterci di ripartire derivano da tasse pagate da qualcuno, in Italia e in Europa. E quei soldi arriveranno se ci sarà una macchina burocratica che tradurrà in azioni concrete le decisioni del governo che, altrimenti, resteranno nel vuoto come le proverbiali gride manzoniane. Siamo abituati a pensare che le tasse siano un’imposizione odiosa (mettono le mani nelle tasche degli italiani) e che la burocrazia sia un ostacolo, così come, ai tempi di Reagan e Thatcher, passò il concetto che lo stato non fosse la soluzione ma fosse il problema. Arriva una pandemia e tutti chiedono che lo stato risolva i problemi, che vi faccia fronte. Ma non era un nemico da smantellare? E tutti chiedono soldi. Ma da dove vengono se non dalle tasse? E tutti chiedono che arrivino presto. Ma come arrivano se non c’è un apparato che li distribuisce? Il bello è che li vogliono anche a fondo perduto. Senza controlli. Abbiamo visto come l’assenza di controlli ha fatto crollare il ponte Morandi, e ha devastato i sistemi sanitari e ambientali. Certo, abbiamo bisogno di uno stato che funzioni, che spenda bene i soldi che vengono dalle tasse che paghiamo, e che li distribuisca in modo efficiente, attraverso un sistema burocratico che funzioni molto bene. Senza le tasse e senza la burocrazia non esiste lo stato. 

Gli anarchico insurrezionalisti che, come Reagan e Thatcher, volevano smantellare lo stato e promuovere regimi di deregolamentazione in cui fosse il mercato a dettare le regole del gioco, hanno fallito. Ma avevano ragione a criticare lo stato. Funzionava male! Lo abbiamo visto con le autostrade, l’acciaio, i trasporti aerei, la sanità e in tanti altri campi. Le privatizzazioni hanno dato esiti peggiori. Tra buono stato e buoni privati, è ovvio che i proventi delle cose di stato vadano in tasca allo stato, mentre i proventi delle cose private vadano ai privati. Se lo stato li usa bene, i guadagni vanno a vantaggio di tutti i cittadini, invece che andare a vantaggio dei privati. Va benissimo l’iniziativa privata, basta che si faccia con i soldi dei privati. E che se le cose vanno male siano i privati a pagare il conto. Invece no, se le cose vanno bene i guadagni vanno ai privati, se le cose vanno male, le spese le deve pagare lo stato. È normale che poi lo stato sia indebitato in modo indecoroso. Abbiamo visto, storicamente, che i sistemi a base statale funzionano male, ma abbiamo visto che funzionano male anche quelli a base privata. Forse c’è bisogno di un’altra via, tutta da inventare. Questa emergenza, però, ci mostra che lo stato è insostituibile e che lo è anche l’Europa.

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Quel 12 marzo il giorno più triste in questo mondo

di Antonio Errico


La sfogliatella di Marassi del 12 marzo 2020

I giorni vengono e vanno, e si portano dietro, si portano dentro, tutta la loro irripetibilità, tutto il senso che ogni creatura attribuisce ad ognuno di essi, il prevedibile e l’imprevedibile di ogni istante, i trucchi che inventiamo per illuderci che ci appartengano, che siano di nostra proprietà. Senza fare il conto con la condizione dell’imponderabile, con il destino di cui a volte possiamo essere soltanto stupefatti spettatori.

Ma i giorni vengono e vanno, una volta per tutte e una volta soltanto, e non c’è modo e motivo con cui li si possa trattenere, e non c’è moneta con cui si possano pagare per farli restare un solo attimo in più degli attimi che hanno.

Nessuno dei giorni che vengono rassomiglia a qualcuno di quelli che vanno. A volte si può anche intravedere una rassomiglianza vaga.  Ma è un trompe-l’oeil, una percezione falsa. Se per ogni uomo il giorno che viene è diverso da quello che va, diventa davvero difficile riuscire a pensare che possa essere uguale a quello di un altro uomo: che possa esserci un giorno che sia più felice per tutti, uno che sia più infelice per tutti. Diventa difficile, per esempio, riuscire a pensare che in tutto il pianeta il giorno 12 del marzo passato sia stato il giorno più triste. Anche se questo è l’esito di una ricerca condotta dall’ Università del Vermont, negli Stati Uniti, che ha analizzato 50 milioni di messaggi che le persone si sono scambiati sui social.

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Il matrimonio secondo Ernesto Lionetto

di Valentina Vincenti

Julien Ries, il Cardinale belga fondatore dell’Antropologia religiosa, sostiene che l’uomo nasce come homo religiosus.

Ernesto Lionetto nel suo saggio sul matrimonio (Matrimonio. Dal ripudio all’inscindibilità, Ed. Youcanprint, 266 pp., 2019) ha dato il proprio contributo all’edificazione di quella religiosità che connatura l’uomo e che non si può mai comprendere o afferrare completamente. Lo ha fatto parlando di qualcosa che, evidentemente, conosce da vicino: il sacramento del matrimonio.

Lionetto ha voluto adottare uno sguardo onnicomprensivo, non soffermandosi sul racconto autobiografico, ma ripercorrendo ed abbracciando questioni teologiche e relazionali che pertengono al matrimonio.

Il saggio, in effetti, potrebbe dividersi in due parti: una prima basata sul dato scritturistico e sui documenti conciliari, una seconda parte votata a fotografare il dato di realtà che questo sacramento vive oggi.

Sin dalle prime pagine emerge che il matrimonio è un evento di relazione tra uomo e donna (e nelle società patriarcali, ove vigeva il matrimonio combinato, tra famiglie e sposi). L’archetipo della coppia è costituito da Adamo ed Eva, creati per stare insieme, per essere in comunione a partire da differenze strutturali, votati ad essere una caro. Individuare la matrice genesiaca del matrimonio consente all’Autore di riallacciarsi alla teologia di Vladimir Sergeevič Solov’ëv, di Pavel Nikolaevič Evdokimov e di Giovanni Paolo II, per i quali il matrimonio è un accadimento da vivere nella sua interezza, a partire dall’evidenza del dato corporeo.

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Tra gli uomini scimmia e i pipistrelli. Leggere e rileggere

di Francesco D’Andria

Elsa Morante, i suoi gatti, i suoi libri.

Tra le infinite noie e tristezze che il virus cinese ci ha portato in dono durante questi mesi di confinamento (ma dovrei usare piuttosto l’ormai, ahimè, italianissimo termine di lockdown, così irto di k e di w), non secondaria appare anche la chiusura di librerie e biblioteche. Siamo precipitati ormai in una dimensione informe, priva di spazio (salvo quello di casa nostra) e di tempo (a che serve l’agenda?), a causa di un virus senza qualità; così lo definisce Michel Houellebecq che, dalla Francia, dopo i non-luoghi di Marc Augé, ci fa giungere anche il non-evento della pandemia, nonostante migliaia di morti ogni giorno in tutto il pianeta. Non ci restava perciò altra scelta che guardare alle domestiche librerie, per iniziare un vero e proprio scavo archeologico, alla scoperta di libri che non toccavamo da anni, anzi da decenni; ed è stata un’attività ricca di sorprese e di soddisfazioni! Tornare, dopo quarant’anni, a commuoversi sino alle lacrime per le vicende del piccolo Useppe nella “Storia” di Elsa Morante e scoprire come la sensibilità di uno scrittore possa descrivere ed evocare scenari che si verificheranno nel futuro. O immergersi nella divertente Preistoria di Roy Lewis “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene”; parola del greco antico che significa, semplicemente, l’età più recente: iniziata soltanto più di due milioni di anni fa per spegnersi poi intorno al diecimila a.C. Un testo che ogni studente di archeologia dovrebbe leggere, anche se è difficile etichettarlo nelle gabbie disciplinari dei curricula didattici, e, com’ è noto, niente nuoce di più ad un libro che non sapere su quale scaffale collocarlo! 

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La médecine comme religion

di Giorgio Agamben


Rembrandt Harmenszoon van Rijn, Lezione di anatomia del dottor Tulp, 1632, olio su tela, 169,5×216,5 cm, Mauritshuis, L’Aia.

Que la science soit devenue la religion de notre temps, en laquelle les hommes sont initiés à croire, cela est désormais évident. En occident, l’époque moderne a vu cohabiter trois grands systèmes de croyances, qui dans une certaine mesure cohabitent encore : le christianisme, le capitalisme et la science. Au cours de l’histoire de la modernité, ces trois « religions » ont dû plusieurs fois se croiser, entrant quelquefois en conflit puis se réconciliant de diverses façons, jusqu’à atteindre progressivement une sorte de cohabitation pacifique, articulée, sinon une véritable collaboration au nom de l’intérêt commun.

Le fait nouveau c’est qu’entre la science et les deux autres religions, s’est réanimé à notre insu un conflit souterrain et implacable, dont l’issue victorieuse pour la science nous saute aux yeux aujourd’hui et détermine de manière inouïe tous les aspects de notre existence. Ce conflit ne concerne pas, comme c’était le cas dans le passé, la théorie et les principes généraux, mais pour ainsi dire, la praxis cultuelle. La science aussi, comme toute religion, connaît diverses formes et niveaux à travers lesquels elle organise et ordonne sa propre structure : à l’élaboration d’une dogmatique subtile et rigoureuse correspond dans la praxis une sphère cultuelle extrêmement ample et capillaire, qui coïncide avec ce que nous appelons la technologie.

Il n’est pas surprenant que la protagoniste de cette nouvelle guerre de religion soit la médecine, dont l’objet immédiat est le corps vivant des êtres humains, c’est-à-dire cette partie de la science où la dogmatique est moins rigoureuse et l’aspect pragmatique plus fort. Essayons de fixer les caractères essentiels de cette foi victorieuse avec laquelle nous allons devoir compter de façon croissante.

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