Bolle di sapone

di Evgenij Permjak


Édouard Manet, Ragazzo che soffia bolle di sapone, 1867, olio su tela, 100,5×81,4 cm, Museu Calouste-Gulbenkian, Lisbona.

Per «bolle di sapone» comunemente s’intende tutto quanto è lacunoso, imperfetto, assai fragile, instabile, dubbio, poco affidabile e chi più ne ha più ne metta… Nel frattempo le bolle di sapone hanno alcuni meriti e di ciò sarete convinti, se avrete voglia di ascoltare una favola chiamata, proprio come loro, «bolle di sapone».

E’ successo tanto tempo fa, se si misura il tempo in anni, ma di recente, se ci si esprime in secoli.

E’ successo in un ricchissimo, sfarzosissimo regno, a giudicarlo dai pizzi e dai merletti regali sulle maniche e i pantaloni dei cortigiani.

E’ successo in un paese di mendicanti, a valutarlo dagli strappi dei cenci di cui erano vestiti i sudditi di sua maestà e dai volti scarnificati e dalle guance infossate dei suoi tessitori e delle sue merlettaie.

E’ successo nella piazza principale del reame, dove era in corso un’eccezionale rappresentazione.

Nell’immensità del blu del cielo doveva sollevarsi la prima, per questo reame, mongolfiera, insieme con il suo aeronauta.

Sulla piazza principale del reame venne di persona il re, il seguito del re e tutta la corte. Sulla piazza principale del reame vennero dignitari, ministri e alti funzionari. Sulla piazza principale del reame accorsero bottegai, apprendisti e bighelloni. Sulla piazza principale del reame arrivarono agricoltori, pastori e artigiani. Sulla piazza principale del reame arrivarono a stento un vecchio e una vecchia da uno sperduto villaggio.

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Quale ruolo per gli ultimi testimoni della nostra cultura d’origine?

di Giuseppe Spedicato

La nostra cultura d’origine

I primi uomini vivevano raccogliendo cosa offriva loro la natura ed il loro ingegno e quando un territorio non aveva più niente da offrire, si recavano in un altro territorio. Quindi i nostri antenati erano raccoglitori e nomadi, questa è la nostra cultura d’origine.

Di questa cultura possiamo notare due caratteristiche:

  • il nomade ogni anno percorre lo stesso percorso, generalmente nei mesi freddi si reca in un territorio e nei mesi caldi in un altro. In questi territori conosce i luoghi dove ripararsi e dove trovare ciò che gli occorre per vivere;
  • se sul suo solito percorso annuale si incamminano molte altre persone, avrà maggiori  difficoltà a trovare ciò che gli occorre, così sarà costretto a cambiare percorso.

Questa seconda caratteristica spiega del perché l’uomo ha colonizzato l’intero pianeta in un tempo relativamente breve. Ci fa anche capire che il nomadismo o le migrazioni sono state spesso delle scelte obbligate.

Del nomade possiamo ancora osservare che, non essendo legato in particolare ad alcun territorio, si sente più libero di colui che lo è. Inoltre, anche se privo di legami con un territorio non è necessariamente privo di radici culturali. Il nomade, probabilmente, si percepisce come un essere che ha un profondo senso di libertà ed una cultura differente.

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Giuseppe Spedicato, Il viaggio del popolo Rom in Italia e nel Salento

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Baudelaire, l’infinito nelle strade

di Antonio Prete

Duecento anni fa, il 9 aprile, nasceva Baudelaire. Duecento anni: un tempo in cui la presenza del poeta è via via diventata più intima a quelle che oggi chiamiamo ragioni della modernità, ma anche più intima alla nostra lettura del mondo, dei suoi enigmi, delle sue ferite. La poesia di Baudelaire è il pentagramma su cui molta poesia venuta dopo di lui ha scritto la propria musica: dopo Baudelaire è un’espressione che può comprendere Rimbaud e Valéry, Trakl e Eliot, Whitman e Pasternak e moltissimi poeti. 

Per questo riaprire I Fiori del male è ritornare a un principio in cui temi e figure, accenti e registri di tutta la poesia che diciamo moderna sono come raccolti, o annunciati. 

I Fiori del male sono un libro poetico che si può collocare nel cuore della nostra epoca. Come per la Commedia di Dante, quella poesia non ha mai cessato di interpretare un tempo successivo a quello in cui il suo autore è vissuto. Anche Baudelaire ha compiuto una peregrinazione, ma nell’inferno della metropoli, che è ancora la nostra metropoli. Lungo questa peregrinazione, l’invisibile si è mostrato nelle vesti del visibile. L’estremo nel ritmo del quotidiano, l’infinito nelle strade. L’infinito nelle strade: così sottointitolavo anni fa un mio saggio sui Fiori del male. Nel rumore della città il poeta avverte il suono di quel che è lontano, o cancellato, o perduto, oppure sacrificato sull’altare dei miti di questa nostra civiltà. Nell’anonimato della folla ecco il passo solenne di una bellezza fuggitiva, e con quell’apparizione il dischiudersi di un incantamento che cerca un altro tempo per dirsi: come il lampo impressiona la macchina fotografica, così uno sguardo impressiona la lastra del tempo interiore.

L’éclair di quello sguardo consegna la certezza di un amore non vissuto che è più forte di un amore vissuto. Nella città, dietro i fantasmi che fendono la nebbia, il grottesco implode nel misterioso, oltre i corpi corrosi dall’età prendono forma figure splendenti di donne innamorate, gli stracci della povertà nascondono una bellezza regale. Sotto i cieli della città – cieli tersi o lividi, funambolici o solenni, viola o rosati – prende figura l’essenza stessa della modernità: l’illusione del nuovo nel sempreguale. I tropici della malinconia, e le immagini della lontananza, i suoi bagliori, passano per la città metropolitana. E la poesia diventa la lingua di una inattesa ospitalità. Ospitalità per coloro che la città non accoglie, come la ragazza nera che, immigrata, è diventata tisica e continua a vedere dietro la muraglia della nebbia la sua Africa grandiosa. Ospitalità per coloro che sentono l’ansia dello spaesamento, o la ferita dell’esilio, o il morso del dolore. La lingua della poesia è la foresta dove il ricordo-personaggio, le Souvenir, chiama a sé tutto quello che la nuova città, – la “vie moderne” – lascia fuori dal suo recinto, o condanna all’esclusione, o all’oblio. Una resistenza all’oblio è la poesia di Baudelaire. 

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Una statua per Francesca Capece

di Paolo Vincenti

Una storia affascinante, quella di Francesca Capece (1769-1848), ultima feudataria di Maglie, che si inscrive nell’alveo della beneficenza magliese, in un’età storica che ha visto fiorire, non solo nel Salento, tantissime opere pie, realizzazioni della solidarietà e della filantropia umana. Alla Duchessa, la città di Maglie, oltre alla statua di cui ci occupiamo in questo contributo, ha dedicato una strada, una piazza, il famoso Liceo, un ente morale (oggi Fondazione Capece), una Galleria d’arte, una targa commemorativa nell’atrio del Palazzo Comunale ed un’altra nella Chiesa Madre, dove è sepolta. Discendente di un’antica casata, quella dei Capece, originari di Napoli, baroni di Corsano, Barbarano e Maglie, era figlia di Nicola Capece Castriota-Scandeberg, Barone di Maglie (1743-1772), e Maria Vittoria Della Valle di Aversa, sorella di Nicola junior (1772-1791), che nacque dopo la morte del padre, e di Geronima (1771-1846). Con la morte in giovane età del fratellino, Nicola junior, Francesca e Geronima rimasero sole, ancora bambine, insieme alla madre e a due anziane zie, Donna Barbara e Donna Concetta. All’età di diciannove anni, Francesca sposò il Duca di Taurisano Antonio Lopez y Rojo, aggiungendo ai propri titoli quello di Duchessa, con il quale più sovente viene ricordata. La sorella Geronima andò in sposa a Filippo Affaitati dei Marchesi di Canosa. Con la morte del fratello Nicola, erede legittimo del casato, tutto il patrimonio Capece passò alla sorella maggiore Francesca, che divenne nel 1805 unica feudataria di Maglie, cosa che creò non pochi malumori e invidie in famiglia, specie nella sorella Geronima e nel marito di lei Filippo Affaitati. Tuttavia, mentre Geronima aveva tre figli, la Baronessa Francesca non generò prole. L’amministrazione dei beni dei feudi rimase alla prozia, Donna Barbara, la quale fu una pessima amministratrice e portò i Capece quasi alla rovina.

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Compianto

di Antonio Prete

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Sono scritti sulle acque i loro nomi.

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Il desiderio è un’asse

del barcone sferzata dalla schiuma.

L’azzurro, una bottiglietta di plastica

che galleggia sull’onda.

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Il cielo guarda con occhi di pietra.

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Nel grido del gabbiano c’è il tuo nome,

Dunya, nel nome le braccia che stringono

il figlio. Nello strepito del mare

c’è, Mahamed, il tuo nome,  nel nome

l’arcata delle gambe mentre corri.

C’è il tuo nome, Yasmin,

nella voce del vento,

nel nome il lampo degli occhi, la grazia

acerba del tuo passo.

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Le scogliere laggiù gridano nomi,

nei nomi ombre di palme,

vociare di mercati, carovane

nella notte sotto mondi stellati.

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L’ indifferenza, in alto, delle nuvole,

ebbre del loro volo verso oriente.

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Zibaldone galatinese (Pensieri all’alba) XXXII

di Gianluca Virgilio

Il nichilismo e la metamorfosi. Nell’intervista postuma che George Steiner ha rilasciato a Nuccio Ordine, Ho sempre inseguito la poesia. Ecco la mia intervista postuma, “Corriere della Sera del 4 febbraio 2020, pp. 34-35, leggo questo passaggio: alla domanda “Pensi che ci sia qualcosa dopo la morte?” Steiner risponde: “No… Sono convinto che non ci sarà niente. Però il momento del passaggio potrà essere molto interessante. Mi pare infantile la reazione di coloro che, dopo aver pensato sempre al nulla, nella fase finale della loro vita cambiano idea, immaginando un “mondo” ultraterreno. Credo che sia un fatto di dignità il non avere paura: non bisogna perdere il rispetto della ragione e le cose vanno chiamate chiaramente con il loro nome.”

Mi chiedo che cosa esattamente significhi l’affermazione secondo la quale, come dice Steiner, dopo la morte “non ci sarà niente”. A conti fatti, essa non dice assolutamente nulla. Del niente, infatti, niente si può predicare. Pertanto, sarebbe stato meglio ammettere che non si ha alcuna idea di che cosa ci sia dopo la morte.

Una posizione più ragionevole è invece quella di chi sostiene che dopo la morte noi ritorniamo in uno stato inorganico, pura materia priva di vita, come foglie morte ai piedi di un albero. Il nostro corpo animato e senziente cambia stato, diviene materia inanimata e insenziente. La vita è una molteplicità di mescolanze chimiche che danno origine a reazioni sempre diverse. Quando queste reazioni vengono meno, la vita si ritira dai corpi, e la materia inerte subisce un riciclo naturale, offrendosi a nuove mescolanze chimiche, a nuove reazioni, a nuova vita (noi diventiamo concime). Questo è il processo che va sotto il nome antico di metamorfosi. Solo l’incapacità di pensare fino in fondo questo pensiero è alla base del nichilismo (“non ci sarà niente”).

La metamorfosi è l’apparenza della vita in tutti i suoi aspetti: ciò che noi siamo, ovvero il modo in cui noi mutiamo, e ciò che noi vediamo intorno a noi, il mondo che muta. Tutto ciò che muta è vivo, eppure perché questo cambiamento avvenga è necessario che la materia passi attraverso lo stato che noi chiamiamo morte. La coscienza della morte, della nostra morte, ci impedisce di apprezzare, per quello che è, questo momento critico dell’esistenza, al quale cerchiamo di sfuggire con le credenze religiose più diverse, tutte tendenti a negare la morte. Il non credente si rifugia nella ragione, la quale non sa dire se non che dopo la morte “non ci sarà niente”: la ragione, di cui, come dice Steiner, “non bisogna perdere il rispetto”, conclude la sua parabola progressiva con una insensatezza. Ed invece, dopo la morte tutte le forme cangianti della vita continueranno ad esserci e noi, non più noi, in esse! Allora comprendo che alla frase “non ci sarà niente”, Steiner avrebbe dovuto aggiungere “di umano”: dopo la nostra morte, non sopravvivrà di noi niente di umano. L’umano è infatti solo una delle metamorfosi del vivente.

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Manco p’a capa 36. Se la nostra impronta ecologica è devastante…

di Ferdinando Boero

L’impronta ecologica è la porzione di natura che una specie usa per sostenersi. La nostra impronta indica che consumiamo più di quello che la natura produce: viviamo a debito. Coltiviamo piante e alleviamo animali per nutrirci e ottenere materiali per i nostri manufatti, estraiamo materiali inerti, dal petrolio all’uranio, che elaboriamo per i nostri scopi. I sistemi di raccolta, stoccaggio, distribuzione e vendita occupano spazio accessorio, consumano energia e generano scorie e rifiuti. Grazie a una strategia “estrattiva” sempre più efficiente la nostra popolazione cresce a dismisura, ma cresce anche la sua impronta.

Un tempo producevamo energia dal cibo, il combustibile dei lavoratori umani e animali (buoi, cavalli, cammelli, cani), dal vento e dai fiumi, con vele e mulini. Bruciando il legno ci siamo scaldati e abbiamo cucinato, poi abbiamo prodotto energia con il vapore, l’elettricità, il motore a scoppio, basandoci sempre sulla combustione di legna, carbone, petrolio, gas. Non abbiamo abbandonato la combustione, l’abbiamo solo resa più efficiente.

Jevons, un economista coetaneo di Darwin, avvertì che questo sviluppo ha conseguenze paradossali: l’innovazione tecnologica che migliora l’estrazione o la produzione di una risorsa porta ad un aumento del consumo di quella stessa risorsa, mettendone a rischio l’integrità. Dato che le risorse che usiamo derivano tutte dalla natura, è l’integrità della natura ad essere a rischio.

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Dall’anfiteatro di Taranto al Progetto AnfiTar

di Francesco D’Andria

E’ lecito, a questo punto, l’auspicio che, nei tempi più rapidi, sia possibile incontrare il Sindaco, gli amministratori della nostra città e della Regione, la Soprintendente, per presentare loro una bozza del Progetto che, insieme a Grazia Semeraro, abbiamo preparato, per uscire da una discussione che ha visto la partecipazione di rilevanti personalità della cultura e della politica, ma che necessita ora di un approdo nella concretezza.

Abbiamo anche il nome del Progetto: AnfiTar. Esso si compone del prefisso Anfi, di anfiteatro (dal greco αμφι- che significa doppio, che si osserva da una parte e dall’altra come questo edificio, formato da due teatri contrapposti) e dalle prime tre lettere del nome di Taranto, come metafora di una città contemporanea che si rispecchia nel suo doppio di metropoli dell’Antichità, dalla quale può ricevere nuove e salutari energie.

Infatti non è possibile comprendere la realtà di Taranto senza misurarsi con un ricorrente concetto di bipolarità: un limite ed una contraddizione, ma anche uno straordinario serbatoio di significati e di senso. La città, bimare, sorge tra il Mar Piccolo ed il Mar Grande e lo stesso Mar Piccolo è diviso nei due seni; Taranto Vecchia (Paleopoli) si contrappone a Taranto Nuova (Neapoli); nella stessa città vecchia il fronte sul Mar Piccolo, con le case popolari, presenta un carattere totalmente diverso da quello sul Mar Grande, caratterizzato dalla sequenza dei palazzi pubblici. Due isole, S. Pietro e S. Paolo, chiudono la grande insenatura sulla quale essa si affaccia. Ed anche nelle tradizioni religiose, tra le più radicate, sono due, Cosimo e Damiano, i santi medici ai quali i tarentini si rivolgono per la grazia della guarigione, così come in antico invocavano i gemelli Castore e Polluce, i Dioscuri, che i coloni spartani avevano portato dal Peloponneso nelle loro colonia, unica sul suolo d’Italia.

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Caro alle Muse: Luigi Marti da Ruffano a Pallanza

di Paolo Vincenti

Il poeta salentino Luigi Marti nasce nel 1855 a Ruffano da Pietro ed Elena Manno. La sua era una famiglia della media borghesia delle professioni ma tuttavia indigente a causa dell’alto numero dei suoi componenti. Dovevano infatti pesare non poco sul magro bilancio famigliare quindici figli, come apprendiamo da alcune memorie inedite di Pietro Marti (1863-1933)[1], l’ultimo e il più noto dei suoi fratelli. Pietro infatti fu storico e giornalista, fondò e diresse molte riviste letterarie, ad alcune delle quali collaborò lo stesso Luigi. Esperto di arte e di archeologia, fu Direttore della Biblioteca Provinciale “Bernardini”di Lecce e nonno del famoso poeta Vittorio Bodini[2].

Altri fratelli furono: Donato, il primogenito, Giuseppe, Francesco Antonio, nato nel 1856, Maria Domenica Addolorata, nel 1858, Caterina, Raffaele, nato nel 1859, Pietro Efrem (che morì dopo 3 mesi) nel 1861. La loro fu una famiglia di letterati, a partire da Giuseppe, per il quale Pietro Marti, nelle sue memorie, ha parole di grande lusinga ed ammirazione, sebbene le condizioni di estrema povertà impedirono anche a lui di spiccare il volo verso la gloria artistica. Alfredo Calabrese, Le memorie di Pietro Marti cit., p.33.

Luigi trascorre gli anni della fanciullezza a Ruffano proprio sotto la guida del fratello maggiore Giuseppe, che però scompare prematuramente. A lui il poeta era molto legato, tanto da dedicargli la sua opera Un eco dal Villaggio. Dopo lo smembramento della famiglia (Pietro e Raffaele, per esempio, vennero condotti a Lecce in un orfanotrofio), Luigi, insieme ad Antonio e altri fratelli, si trasferisce a Maglie per gli studi ginnasiali presso il Liceo Capece e poi a Lecce presso il Liceo Palmieri, nel cui Convitto entra con la qualifica di “Prefetto di Camerata”[3], dove consegue il titolo di Dottore in Lettere. Oltre all’amore per la storia e lo scavo erudito, ha una notevole inclinazione per le arti visive, in particolare per il disegno, che però non estrinseca se non in bozzetti che restano manoscritti e nelle illustrazioni di alcune sue opere, arabescate da ornati e volute e piccoli quadrettini. L’amore per il disegno però si riflette nelle sue composizioni poetiche e nei romanzi, in cui si avverte una potenza espressiva che ha la stessa forza del colore sulle tavole pittoriche, specie nelle descrizioni paesaggistiche e degli spettacoli della natura, come dalla critica del tempo gli viene unanimemente riconosciuto. I suoi principali referenti letterari sono il Foscolo e il Carducci.

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