La colpa è sempre degli alberi!

di Gigi Montonato

Quando a scuola s’insegnava ai bambini la grande importanza degli alberi, la loro utilità, la loro generosità, perfino la loro sacralità, ogni anno si dedicava loro un’apposita giornata, detta appunto “Festa degli alberi”. Fu istituzionalizzata nel 1923 e cadeva ogni anno il 21 novembre o il 21 marzo, a seconda delle condizioni metereologiche delle regioni, che in alta montagna non sono come in pianura.

Da allora non sono trascorsi secoli, solo pochi anni. I bambini, aiutati dai maestri e dalle maestre, piantavano filari di alberelli negli spazi pubblici degli abitati urbani, mentre la Forestale rimboschiva i dintorni non utilizzati dall’agricoltura. E’ stato così che i paesi si sono ritrovati con intere strade alberate, con giardini pubblici vere oasi di verde e di fresco, mentre negli spazi intorno ai centri abitati autentici boschetti rinsaldavano il terreno e trattenevano le piogge evitando smottamenti e allagamenti. Ovvio che gli alberi, essendo delle creature viventi, benché solo vegetali, hanno bisogno di assistenza e qualche inconveniente lo cauisano. Le foglie e i rami secchi che cadono, le radici che sollevano il piano stradale, la trasudazione di sostanze resinose e spesso anche infestazione di formiche ed altri insetti fastidiosi. Cose, queste, che ognuno sa, potendolo constatare perfino in casa sua, nel proprio giardino.

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Colloquio con la madre

di Giovanni Bernardini


Umberto Boccioni, “Ritratto della madre”, olio su tela, 1907, Galleria d’Arte Moderna, Milano.

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Dicevi e pregavi prossimo il tuo giorno.

Noi ti credevamo immortale,

cucendo una dopo l’altra le ore

della tua presenza come una maglia

che il tempo attraversa senza intaccare.

Dimori invece già dentro il passato,

un’ombra ti sigilla sempre più oscura.

Odora di fresia la tua camera, intatto

l’ordine dei piccoli oggetti a te cari.

Ma non ha risposta questo suono di parole,

questo grido represso nelle stanze

dove muovevi ormai col passo incerto.

Guardavi le tue mani, l’ultima bellezza

che sfioriva, rifiutavi la saggia accettazione:

non la morte, il decadimento t’angustiava.

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Il progresso è fatto dai sognatori

di Antonio Errico


Antonio Ligabue Autoritratto con berretto da motociclista s.d. 1954 1955 Gualtieri Reggio Emilia collezione privata

Sono quelli che scagliano lo sguardo oltre il punto in cui quello degli altri riesce a malapena ad arrivare. Quelli che immaginano fenomeni e storie che gli altri non sanno immaginare. Sono quelli che portano il pensiero a luoghi lontani, sconosciuti, mai visti, mai congetturati.

Qualcuno li chiama sognatori. Qualcuno li chiama visionari. Ma la storia è attraversata da sognatori e visionari. Il progresso si realizza anche per mezzo del loro vedere oltre, del loro sognare, del loro osare un pensiero diverso, dal loro scartare dalla comune grammatica che regola le cose, dallo scardinamento che fanno delle logiche ordinarie. Le grandi scoperte di scienza sono l’esito di questa divergenza.

La scienza ha bisogno di sognatori e visionari. Ne hanno bisogno le civiltà, perché le civiltà si sviluppano sui sogni, anche se spesso non se ne fa caso, anche se spesso quei sogni vengono contrastati.

Nel tempo che attraversiamo, a volte si ha l’impressione che solo la scienza sia ancora in grado di sognare, che soltanto ad essa sia fatta questa straordinaria concessione. Probabilmente un uomo di scienza fantastica universi di cui gli altri non hanno fantasia, la scoperta di cellule, materie, pulviscoli, elementi, equilibri di pianeti, la percezione di un suono, un sibilo, una vibrazione che possa far sospettare il principio del mondo. Probabilmente ha il sogno, più o meno segreto, di riuscire, un giorno, a dimostrare l’esistenza di Dio oppure la sua inesistenza, in che modo funziona la sua mente oppure che non esista un’altra mente oltre a quella dell’umano. Probabilmente sogna di riuscire a pensare qualcosa di quello che fino a questo momento abbiamo sempre considerato impensabile, di riuscire a tracciare un perimetro all’infinito. Certamente sogna di dare agio all’esistenza delle creature, come ha sempre fatto, come continua a fare.

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Charles Baudelaire

di Augusto Benemeglio

  1. 1. La sua anima s’incrinò al primo urto

Uno subito pensa che Charles Baudelaire non meritava quella madre, né quelle eterne angustie finanziarie; non meritava quel gretto “Consiglio di famiglia alla Monti” che lo deprivò della sua libertà d’agire, né quell’amante tirchia; non meritava di morire di sifilide a soli quarantasei anni… Tuttavia questo raffinato esteta che frequentava le più miserabili prostitute di Parigi, che aveva il gusto della miseria e della sporcizia, che respirava vicino al magro corpo di Louchette, al suo alito di malfamata “orribile ebrea”; questo solitario che aveva una paura spaventosa della solitudine, e non usciva mai senza un amico, che aspirava a una casa, a una vita familiare, questo apologista dello sforzo “abulico”, incapace di costringersi ad un lavoro regolare, questo poeta che ha lanciato a piene mani inviti al viaggio, all’avventura, come un tour operator, questo prigioniero di se stesso che ha sempre anelato all’evasione, sognato paesi sconosciuti, e l’unico viaggio che ha fatto gli è parso un lungo supplizio… in fondo queste cose l’ha cercate con il lanternino, le ha volute, e, alla fine, forse, ha meritato in pieno la propria vita infame.

Quando il padre morì, aveva sei anni, viveva nell’adorazione di sua madre; affascinato, circondato di riguardi e di cure, non sapeva ancora di esistere come persona, ma si sentiva unito al corpo e al cuore della madre da una sorta di partecipazione primitiva e mistica; si perdeva nella tiepida dolcezza del loro amore reciproco. “Tu eri unicamente mia – le scriverà più tardi. Eri tutt’insieme un idolo e un camerata”. Ma nel novembre del 1828…, quando lui ha solo sette anni, questa donna tanto amata si risposa con un militare di carriera e lui viene messo in collegio. Dirà Buisson: “Baudelaire era un’anima molto delicata, molto fine, molto originale e tenera, un’anima che si incrinò subito, come un cristallo, al primo urto della vita.” Viene gettato nell’esistenza “personale” (“Quando si ha un figlio come me, -scriverà più tardi- non si riprende marito”), scopre di essere “uno”, e che la vita gli è stata data per nulla. Al suo furore di vedersi scacciato si mischia un senso di decadimento profondo. Ne “Il mio cuore messo a nudo”, che iniziò a scrivere in un Natale in cui preferì rimanere in collegio (aveva quindici anni) che venire a casa per le vacanze, dirà: “Ho sempre provato un sentimento di solitudine totale, fin dall’infanzia. Nonostante la famiglia, soprattutto in mezzo ai compagni, sentimento d’un destino eternamente solitario”. Non solo non rinnega questo sentimento di disappartenenza a tutto, ma il giovane Charles vi si immerge, vi si precipita con rabbia, vi si rinchiude e, dal momento che ve lo hanno condannato, vuole che la condanna sia definitiva. Abbandonato, respinto, Baudelaire, vuole orgogliosamente far suo questo isolamento; per non doverla subire, rivendica la propria solitudine, ne fa una sorta di “compagna” prediletta, una scelta sua, personale. Lui sarà diverso da tutti gli altri. C’è già in nuce in tutto ciò “L’albatro”, la figura simbolica del poeta, che può solo volare, ma quando è costretto a camminare diventa ridicolo.

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Se nelle nostre mense si serve il pangasio

di Ferdinando Boero


Quando ero bambino, più di mezzo secolo fa, nelle pescherie di Genova c’era solo pesce pescato in Liguria. A parte lo stoccafisso del Mare del Nord. Oggi, il pesce più venduto è il salmone, allevato in Norvegia, e altri prodotti di acquacoltura, come spigole e orate. I pesci “nostrani” sono sempre più scarsi e più cari, i prodotti ittici devono essere importati. In pochi anni abbiamo depauperato le popolazioni selvatiche e anche in mare, come a terra tantissimo tempo fa, stiamo passando all’allevamento: l’acquacoltura. I mammiferi e uccelli terrestri che cacciavamo erano specie che non generano grandi numeri di nuovi individui ad ogni riproduzione. Se ne vengono uccisi più di quanti se ne producono naturalmente, le popolazioni crollano. Questo vale anche per i pesci, ma nelle aree marine protette le loro popolazioni si riprendono rapidamente. Come si stanno riprendendo i tonni a seguito di politiche restrittive sul loro prelievo. Il motivo è semplice. Le femmine dei pesci producono milioni di uova. La mortalità larvale è altissima ma i numeri di nuovi nati sono comunque elevatissimi. Non tanto, però, da sostenere il prelievo industriale: se si catturano anche gli individui più piccoli, prima che si riproducano, le specie marine fanno la fine di quelle terrestri. La pesca è sostenibile se il ritmo di prelievo è compatibile con il rinnovo delle popolazioni attraverso la riproduzione. Invece, al diminuire delle rese della pesca, abbiamo migliorato le tecniche di prelievo passando dalla pesca artigianale a quella industriale. Il capitale economico per un po’ è aumentato, grazie all’aumentata efficienza dei mezzi di pesca. Poi sono finiti i pesci. Un fenomeno non previsto dalle analisi economiche che, di solito, non considerano l’erosione del capitale naturale: i pesci. I milioni di uova prodotti da ogni femmina, però, ci dicono che, in mare, possiamo rimediare. Dobbiamo pescare con criterio la gamma di specie che il mare ci offre, a cominciare dalle acciughe, lasciando che le specie più grandi si riprendano, come sta avvenendo con i tonni. La pesca soffre della tragedia dei beni comuni: i pesci sono di chi li prende. Si innesca una corsa a chi pesca prima e i pesci sono pescati quando ancora non si sono riprodotti adeguatamente. La pesca misura la salute del mare: se crolla significa che il mare sta male. E’ interesse dei pescatori che il mare stia bene e che i pesci “naturali” tornino sulle nostre tavole. Anche l’acquacoltura deve essere sostenibile, ma non può essere di carnivori: van bene mitili e ostriche che non hanno bisogno di mangimi. C’è bisogno di regole, e possono essere i consumatori ad imporle. Solo che le devono conoscere. Se nelle nostre mense si serve il pangasio e nei ristoranti trionfa il salmone, allora il pubblico non è abbastanza informato su quel che mangia. Il fine di slow fish è proprio di promuovere una cultura che permetta ai consumatori di fare scelte responsabili, per il bene dei pesci, dei pescatori e di tutti noi. 

[“Il Secolo XIX” di domenica 12 maggio 2019]

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Itali-e-ni 17. Pensamenti

di Paolo Vincenti

“È una questione politica, una grande presa per culo, in questa nuova repubblica, non mi somiglia nessuno, no…”

(“Prendilo tu questo frutto amaro” – Antonello Venditti)

La privacy prima di tutto. Tornate alla ribalta mediatica in seguito all’inchiesta giudiziaria sull’affare Tempa Rossa, le intercettazioni telefoniche sono finite sotto accusa per via del loro uso, a dir poco smodato, fatto dalla magistratura. Nel caso specifico, dalla magistratura d Potenza, che indagando sui presunti illeciti in seguito allo scandalo del Centro Oli di Viaggiano, Basilicata,  ha potuto poi allargare lo spettro delle indagini, con relativa inchiesta e conseguenti arresti eccellenti, anche alla installazione del gigante petrolifero della Total a Corleto Perticara e quindi del nuovo porto di Augusta, Sicilia. A scagliarsi contro le intercettazioni è stato proprio il Premier Matteo Renzi, che ha attaccato pesantemente la magistratura.  In seguito alle esternazioni di Renzi, si è scatenata l’opinione pubblica, chi per difendere il Presidente del Consiglio, contro la presunta dittatura della magistratura, chi all’opposto per difendere la magistratura, la cui indipendenza sarebbe messa a repentaglio dalla politica, chi ancora scegliendo la terza via dei “distinguo” e di quelle che Orazio chiamava “questioni di lana caprina”.  La tesi che sostengono questi ultimi (vedi Arturo Diaconale su “Il Giornale” del 6 aprile 2016) è la seguente: quando c’era Berlusconi erano tutti a favore della magistratura. “Dagli al puzzone, i magistrati sono degli eroi”, gridava compatto tutto il blocco di centro sinistra; ora che al governo c’è il Pd e quindi  i poteri forti bancari e finanziari, i magistrati debbono stare al loro posto, guai a sconfinare in ambiti che non gli pertengono. Non bisogna che le intercettazioni sconfinino anche nel privato, dando adito a pettegolezzi, è il ragionamento di Renzi, al Tg5.

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Colloquio

di Antonio Prete

Franz Marc, Cavalli al pascolo (1910).

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Dove vai, mi diceva, è buio intorno,

e l’erba è alta, è nera come il cielo.

Vedevo in quell’oscuro la criniera, 

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e il dorso e il muso: era un bassorilievo

contro la  pietra notturna del cielo.  

   Non sai, diceva, non sai quanti prati

.

ho calpestato, alla luce del giorno

e della notte, un caso è ch’io t’incontri,

qui, su quest’erba nera, dopo tanto

.

andare per contrade e per radure.

E’ vero, gli chiedevo, che i cavalli  

     sono su questa terra i più sapienti? 

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E’ vero che quando battete il campo

a grandi cerchi, impazienti, ostinati,

andate misurando con la mente

.

la geometria dell’universo, e come

in un lago mattutino vedete

riflessa l’ombra opaca dell’enigma?

.

Chiedevo, e  nella notte di velluto

nero  lui camminava lentamente,

scuotendo al vento lasco la criniera,  

.

mentre, sapiente è l’erba, mi diceva,

sapiente è il sole che tra poco sorge,

il silenzio è sapiente che protegge

.

le radici dell’albero, soltanto

questo sappiamo che voi non sapete.

Diceva, ed era già da me lontano,

.

punto guizzante nella notte nera.

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 [in Menhir, Donzelli 2007]            

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La Vita nuda di Gianluca Virgilio

di Annie Gamet

Gianluca Virgilio tra Walter e Annie Gamet a Lille nell’agosto del 2013.

Quando Gianluca Virgilio mi ha proposto di riunire, in vista della loro pubblicazione, l’insieme dei suoi testi che Walter Gamet ed io avevamo tradotto in lingua francese nel corso degli ultimi tre anni, ho accettato spontaneamente con immensa gratitudine. Comprendevo che, toccato profondamente dalla morte di Walter, un amico per lui, e per me il compagno di tutta una vita, mi tendeva affettuosamente la mano con un progetto comune, fedele al ricordo che entrambi custodivamo, per riavvicinarmi alla vita. Siamo impotenti di fronte al destino che ci priva della presenza di una persona cara, ma il nostro obiettivo era fare in modo che quel legame speciale tra noi tre durasse nel tempo, impedendo che il lavoro svolto insieme cadesse nell’oblio.

Poi il dubbio è sorto di pari passo all’inventario delle nostre traduzioni. Mi trovavo di fronte ad una serie di testi a prima vista eterogenei, sia per la forma che per il contenuto, scritti e pubblicati da Gianluca Virgilio in vari momenti della sua vita. Attingendo dalle sue opere, Walter ed io avevamo redatto queste traduzioni in base al nostro umore, semplicemente spinti dal desiderio di avvicinarci sempre più ad una riflessione, un pensiero, un sentimento in cui avremmo potuto rispecchiarci, mettendo a disposizione dei nostri cari ciò che aveva interessato in primis noi stessi. In che modo avremmo potuto far risultare questi testi, scelti nella più totale libertà senza un progetto editoriale, un insieme unico e coerente nella stessa raccolta? E con quale titolo?

Il piacere che ho provato nel rileggerli mi ha dato fiducia nel progetto. Così com’erano, nel loro disordine, con la loro varietà di toni, confermavano ancora una volta le ragioni che avevano guidato le nostre scelte; in ciascuno di essi ritrovavo i nostri dubbi, le nostre curiosità e la nostra soddisfazione quando ci sembrava che l’immersione nel testo straniero ci avesse portato ad una comprensione più profonda, una percezione più intensa del mondo che ci accomuna. La mia adesione al progetto è stata totale quando Gianluca mi ha reso partecipe della struttura compositiva della raccolta e del titolo che intendeva dare ad essa: La vie nue.

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La caratteristica fondamentale della nostra specie

di Ferdinando Boero

Un rapporto delle Nazioni Unite sullo stato della biodiversità del pianeta lancia un allarme: se continuiamo con questi stili di vita, nei prossimi 50 anni un milione di specie scomparirà. Un panel internazionale ha lavorato per analizzare la situazione e ha reso pubblico questo dato che ci informa come la nostra sopravvivenza sia a rischio. Fin dalla dichiarazione di Rio de Janeiro, nel 1992, i grandi del pianeta hanno dichiarato che la nostra sopravvivenza dipende dalla diversità della vita, la biodiversità. È grazie ad essa che gli ecosistemi che ci sostengono sono in grado di funzionare. Non si tratta di romantiche battaglie per difendere qualche specie a rischio, tipo le tartarughe o i delfini. La cosa ci riguarda direttamente, riguarda il nostro benessere. Quante specie ci sono sul pianeta? La stima è che la vita si esprima con più di otto milioni di specie, e quindi se ne dovesse sparire un milione la perdita sarebbe molto grave. Ma siamo sicuri che le cose siano davvero così? Ho letto il rapporto con gli occhi di un politico scettico, tipo Donald Trump, cercando i dati. Se nel prossimo futuro scomparirà un milione di specie mi aspetterei che un certo numero sia già scomparso. Cerco quindi l’elenco delle specie che già si sono estinte. Come minimo dovrebbero essere migliaia, per arrivare poi a quel milione dei prossimi cinquanta anni. Non trovo l’elenco, non c’è. Ci sono stime. Anche gli otto milioni di specie sono il risultato di una stima. Se mi chiedete quante sono le specie conosciute, so la risposta: circa due milioni. Continuiamo a trovarne di nuove, cioè continuiamo a trovare specie che, ovviamente, ci sono ma la cui presenza ci era sconosciuta: sono nuove per la scienza. Il che significa che ci sono almeno sei milioni di specie che non conosciamo!

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Di mestiere faccio il linguista 10. La scomparsa del congiuntivo

di Rosario Coluccia

Alla fine dell’ultimo numero della serie estiva ho preso l’impegno di rispondere ai quesiti dei lettori, se non a tutti almeno a quelli più stimolanti e di interesse generale. Ne scelgo uno che viene dal prof. Giovanni Bernardini di Monteroni, ultranovantenne; il professore scrive a mano, con una grafia nitida e ordinata. Più che una domanda è un’osservazione: «Quanto al regresso del congiuntivo, forse è accettabile nel parlato, ma mi sembra che impoverisca lo scritto, salvo rare eccezioni. Condivide?».

Condivido, e aggiungo qualche riflessione. La questione è importante, ne trattano spesso i giornali, ne discutono alcune grammatiche, con posizioni diverse. Gli osservatori più pessimisti arrivano a dichiarare che il congiuntivo sta scomparendo, soprattutto nel parlato. Sarebbe questo il motivo: ai parlanti il congiuntivo appare difficile da gestire (i linguisti dicono che è poco economico) e quindi viene sostituito con l’indicativo.

Negli anni novanta del secolo scorso ebbero molto successo un libro e un film che decretavano fin dal titolo «Io speriamo che me la cavo», invece di «Speriamo che me la cavi» (o, più correttamente, «Speriamo di cavarcela»). In quella frasetta l’indicativo la faceva da padrone e c’era pure un mancato accordo tra soggetto («io») e verbo («speriamo»). Insomma, un tipo di italiano che segnalava le difficoltà linguistiche che incontrava quel simpatico gruppo di ragazzi napoletani. Ma il fenomeno è generale. Nella lingua di oggi  non sono infrequenti frasi come «credo che non hai capito», «non voglio che fai storie» (sarebbe meglio dire, e soprattutto scrivere: «credo che tu non abbia capito», «non voglio che tu faccia storie»). Il regresso del congiuntivo è evidente, anche in soggetti dotati di buona cultura; oltre che nelle oggettive (come abbiamo appena visto), si manifesta in particolare nelle interrogative indirette: «non so se questo è vero», e nelle ipotetiche dell’irrealtà: «se venivi prima, ti dicevo tutto».

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