Enfance salentine 7. Septembre 2

Fortunato Depero, “Ciclista attraverso la città”, 1945, olio su tavola, Museo d’Arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto

di Gianluca Virgilio

Le plan de la ville

Galatina était une petite ville de moins de vingt-cinq mille habitants, j’y étais né, et pourtant je n’en connaissais pas toutes les rues et sa topographie ne m’était pas du tout familière. Faire un tour dans les rues de la localité, surtout dans celles qu’on n’avait pas coutume de parcourir lors des indispensables déplacements quotidiens, comme aller à l’école, au marché avec ma mère et dans les magasins où elle faisait ses courses, était alors pour moi quelque chose de nouveau et d’inhabituel. La ville était un territoire inconnu, fait de mille rues variées que je n’avais jamais eu l’occasion ni l’obligation de prendre, des gens eux aussi inconnus y vivaient, enfermés dans des maisons ou des immeubles – d’où ils sortaient et s’éloignaient dans un rayon qui sait combien plus grand que le mien – et les façades ne me renseignaient guère sur l’identité de ceux qui se cachaient derrière elles et à qui je n’aurais su que dire si jamais je m’étais trouvé forcé de leur parler. Dans mes tours à bicyclette, je voyais des gamins jouer aux billes sur la terre battue, dans les rares espaces que le béton n’avait pas envahis, s’adonner aux mêmes jeux que moi avec les camarades de mon quartier ; mais ceux-là, je n’aurais vraiment pas su dire qui ils étaient, comment ils s’appelaient, comment ils vivaient, hors de ces jeux qui d’une certaine manière faisaient d’eux mes semblables, même s’ils vivaient dans des lieux bien distincts de ceux où j’évoluais. Continua a leggere

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Inquieti e spaventati, così le paure ci nascondono le bellezze

di Antonio Errico

Abbiamo tutti paura. Abbiamo tutti una paura stravolgente. Al principio della sua Ultima lezione, Zigmunt Bauman si domanda per quale motivo oggi siamo tutti così inquieti, perché si fanno così tante oscure premonizioni su quello che ci aspetta, tanto che a volte non riusciamo neppure a mettere bene a fuoco la questione nei termini di fine del mondo ma la percepiamo come qualcosa di completamente nuovo e sconosciuto e, pertanto, minaccioso. Perché viviamo questa condizione in questa fase della nostra storia, si domanda. Anche quando ci divertiamo, da qualche parte del profondo avvertiamo ansia. Non ci sentiamo sicuri di riuscire a controllare le nostre vite, di averne la capacità, l’abilità, le risorse. Non riusciamo a dare alle nostre vite la forma che vorremmo, dice. Siamo spaventati perché viviamo una condizione di costante incertezza, con la sensazione di non poter prevedere come sarà il mondo quando ci sveglieremo la mattina seguente. Il mondo ci coglie sempre di sorpresa, impreparati per il futuro.

Bauman fa alcuni esempi come possibili risposte. Ma con molta probabilità, ciascuno ha una propria risposta che è determinata da una molteplicità di fattori, soggettivi, intersoggettivi, economici, sociali, culturali, psicologici, sentimentali: relativi al sentimento che si ha nei confronti delle creature che abitano il mondo, delle storie che lo attraversano, dei fenomeni che lo coinvolgono, delle cose di cui si compone, delle condizioni in cui si ritrova. Continua a leggere

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Le due leggi della natura

di Ferdinando Boero

In una recente intervista sul suo intervento al Festival della Comunicazione di Camogli, Roberto Cingolani, direttore e anima dell’Istituto Italiano di Tecnologie, riprende una proposta dell’astrofisico Stephen Hawking. Spiega che l’uomo sta distruggendo il pianeta con attività che non si curano della salvaguardia dell’ambiente, erodendo le premesse per la propria sopravvivenza. Gli ecologi lo dicono da molto tempo e ora anche altri cominciano a capire che questo è il problema numero uno. La soluzione proposta da Cingolani ricalca quella di Hawking: colonizzare altri pianeti. Non credo sia una soluzione praticabile. Lo spiega anche la Bibbia: Noè non porta solo la sua famiglia sull’arca, porta anche una coppia di tutti gli animali. Il resto della natura. Non bastano le condizioni chimiche e fisiche per rendere abitabile un altro pianeta, ci vogliono gli ecosistemi e la biodiversità. La possibilità che, altrove, si siano evoluti ecosistemi tanto simili ai nostri da permetterci di sopravvivere non vale neppure la pena di esser presa in considerazione. Pensare di portare gli ecosistemi con noi, sull’astronave, per ricrearli tali e quali su un altro pianeta è altrettanto impensabile. Non esiste il pianeta di riserva, abbiamo questo. Cingolani parla di decrescita felice come di un ritorno a quando l’uomo viveva in media meno di cinquant’anni. Non è questo che si intende. Le leggi della natura sono essenzialmente due. Una dice che tutte le specie tendono a crescere, l’altra dice che non tutte possono farlo perché il sistema che ci ospita è limitato e nulla può crescere senza limiti. Neppure noi. Le specie più a rischio sono quelle di maggiore successo, perché le loro popolazioni aumentano a tal punto da far schiantare gli ecosistemi che le sostengono. Poi l’evoluzione propone altre soluzioni. La storia della vita è costellata di estinzioni di massa. Continua a leggere

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Il tocco immortale dell’eroe Pavese

di Adele Errico

“L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia”, confida Circe a Leucotea in “Dialoghi con Leucò”, pensando al destino degli uomini che, da creature mortali, vivono pienamente ogni singolo istante, consapevoli che mai più si potrà ripetere. Così Cesare Pavese definisce il senso dell’essere al mondo, unico senso al quale un mortale può aspirare durante il proprio passaggio brusco e immediato sulla terra, continuamente teso verso un’immortalità che si può raggiungere solo entrando a far parte della dimensione memoriale. Quale ricordo, dunque, ha lasciato quest’uomo mortale?

Sono trascorsi 110 anni dal 9 settembre del 1908, giorno in cui Cesare Pavese nacque a Santo Stefano Belbo, in Piemonte, paese di origine del padre Eugenio che, cancelliere al tribunale di Torino, dal paese si era trasferito nel capoluogo insieme alla madre di Cesare, Fiorentina Mesturini, figlia di una ricca famiglia di commercianti. Il piccolo paese delle Langhe piemontesi era per Pavese il luogo delle vacanze estive, un luogo dell’anima che custodisce l’universo infantile dell’autore e che si innalza a luogo letterario in quanto ambientazione delle vicende dell’ultimo romanzo, “La luna e i falò”, del 1950. Questo romanzo diventa opera di addio al paese d’origine e tutto quello che, nel corso della narrazione, prende vita tra le “quattro baracche e un gran fango” del Belbo, altro non è che una dedica d’amore a questo luogo, sentimento che Saba avrebbe definito “amore doloroso”, l’amore di un Odisseo che, fuggendo le onde, insegue la sua Itaca. Il paese dell’origine è sinonimo di identità. Avere un paese al quale tornare dopo una lunga assenza vuol dire restituirsi alle radici, “vuol dire”, come realizza Anguilla, protagonista del romanzo, “non essere mai soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. E per Pavese nessuna città avrebbe rubato la dolcezza del suono di quel nome: ambizioso com’era, voleva girare il mondo per poi fermarsi e pronunciare quel suono alle orecchie degli estranei e dire “Ebbene, io vengo di là”.  Continua a leggere

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La sapienza, la saggezza

di Luigi Scorrano

In una delle opere filosofiche più lette e studiate nel Medioevo, l’Etica Nicomachea,  l’autore, Aristotele, istituisce un confronto tra la sapienza e la saggezza: due concetti che potrebbero sembrare intercambiabili ma che vanno considerati nelle loro sottili differenze. Che cosa, in realtà, chiamiamo la sapienza?  e la saggezza? Il grande filosofo spiega che sapienza è andare alla radice delle cose, ai principi che su di esse si fondano.  La saggezza si configura invece come ricerca dei beni umani e solo di quelli riconoscibili come necessari. Che cosa sono per noi, oggi le due indicazioni su cui il grande filosofo speculava? Possiamo considerarle un puro oggetto di studio: qualcosa distaccato da noi che ci consenta, magari, di tenere una brillante conversazione sull’argomento e nulla di più. Se vogliamo semplificare proprio al massimo, diremo che la saggezza ci aiuta a valutare  e utilizzare le cose che ci servono per la vita, la sapienza ci indirizza sui principi che alla nostra vita dovrebbero servire come indicatori, elementi-guida.

Ridotti ai minimi termini, semplificati e aggiustati secondo le nostre prospettive quotidiane, quegli indicatori sono ancora funzionali? La tentazione sarebbe di rispondere affermativamente indossando un abito di virtù. Ma forse ci vergogneremmo un poco dell’inganno e della cattiva coscienza da travestire. Il  tempo cambia la faccia delle cose, fa assumere loro un aspetto troppo diverso da come esse si presentarono ai nostri occhi quando con uno sguardo vergine eravamo convinti di cambiare il mondo. Continua a leggere

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Viaggio nella memoria tra fantasia e realtà

di Augusto Benemeglio

Eravamo in tanti, quella fine di Agosto di più di vent’anni fa, a bordo del suo veliero, “Ikarus”, – sloop di 60 piedi disegnato da Roberto Starkel, pluripremiata imbarcazione per lunghe crociere veloci, il meglio che si può trovare a veleggiare in mare, – ormeggiato nel porto di Gallipoli.  E Massimo D’Alema, abbronzato e in perfetta forma, disse: “La conoscete la leggenda della Grotta della Poesia di Roca Vecchia?  Se due persone, un uomo e una donna vi entrano, i due non possono fare a meno di innamorarsi. A me è successo proprio questo, infatti mia moglie, Linda Giuva, è pugliese”.  Un applauso scrosciante e tanti hip hip hurrà per lui, ormai gallipolino d’adozione.  Il leader continuò a parlare: “Per me dopo Gallipoli, ci sono Otranto e Leuca, e lo sapete perché?  Sono luoghi ancestrali, rimangono sostanzialmente com’erano all’origine dell’uomo:  è come tornare nel cuore dell’uomo, nell’utero della storia. E poi ci sono la pizzica e la taranta, musiche rituali,  cose esorcistiche e sfrenate, fanno parte di quella cultura musicale popolare di grande qualità. Io sono qui non per rifare il Salento, ma per ridare al Salento la sua maestosità, la sua grandezza storica e antropologica, la sua dignità.”

Intanto avevamo preso il mare e in  mezzo al mareggiare di verde ecco apparire un sole grandioso, estremo: la cattedrale di Otranto col suo albero della vita che si colloca tra Bisanzio e il medioevo. “Il mare d’ Otranto – dice lo studioso d’arte algerino Abdul  Hamdi  – io  lo accosto all’Oceano Atlantico. È un mare violento, battuto dai venti proprio come l’Oceano che batte la costa di Casablanca. Le onde gigantesche dell’oceano le ho viste sotto la scogliera di Castro, di Otranto, di Leuca. Come l’Oceano, il mare si accaniva contro la costa rocciosa. Il sud è il luogo della dialettica e della complementarità.   Niente è scisso nel sud, tutto è complementare in modo spesso violento. Otranto è un luogo del passato dove il passato non è stato soppiantato dal presente. Per me il Salento è il luogo d’incontro tra l’occidente e l’Islam, una penisola protesa fra due mari; la vedo ferma da secoli, ma al tempo stesso naviga verso incontri e scontri con lingue, arti, culture, crociate invasioni, è una terra di confine e non finirà mai d’essere tale. Hanno ragione i politici pugliesi a chiedere il riconoscimento come luogo di frontiera, perché la Puglia è già frontiera mentale, pensiero, sogno, prima ancora che luogo reale, affacciato sul mare, sulle  coste dell’altra sponda. Ma sicuramente il Presidente D’Alema si darà da fare molto per ottenere questo riconoscimento”. Continua a leggere

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La fuga dal Sud verso le Università “di eccellenza”

di Guglielmo Forges Davanzati

Sgombriamo il campo da un luogo comune. Le Università del Nord non sono migliori di quelle meridionali.

L’ultimo rapporto SVIMEZ restituisce la fotografia di un’economia del Mezzogiorno in caduta libera. Pressoché tutti gli indicatori macroeconomici (tasso di crescita, occupazione, saldo demografico e migrazioni) assumono valori negativi, segnalando un sentiero recessivo che dura ormai da oltre un decennio con continua crescita dei divari regionali. Ciò che maggiormente desta preoccupazione è l’inarrestabile emorragia di giovani istruiti che vanno via, senza flussi di rientro, e di giovani che scelgono di studiare in sedi del Nord o all’estero, anche in questo caso senza flussi di rientro.

Nell’anno accademico 2016-2017, a fronte dei 685mila meridionali iscritti all’Università, il 25.6% (pari a 175mila unità) studia in un Ateneo del Centro-Nord. La quota di residenti al Centro-Nord che studia nel Mezzogiorno è solo dell’1.9%, pari a 18mila studenti. Il saldo migratorio netto è di circa 157.000 unità, ed è in continuo aumento. Gli studenti emigrati per motivi di studio costituiscono lo 0.7% circa della popolazione meridionale residente. Continua a leggere

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La letteratura tradotta in Italia

di Walter Nardon

Nell’ambito degli studi letterari, lo sviluppo di un’impresa che si propone di mettere a punto uno strumento istituzionale, destinato a tutti, può suscitare una certa partecipazione emotiva, tanto più che questi fenomeni nella maggior parte dei casi avvengono in modo quasi impercettibile. Ciò che si prova davanti a un progetto come questo, infatti, è dovuto sia alla fiducia nel futuro degli studi che l’impresa esprime – fatto già di per sé non scontato –, sia alla dedizione degli attori in gioco, che come quasi sempre accade nell’attività di ricerca devono lavorare con silenziosa assiduità prima di poter conseguire e pubblicare i risultati di un progetto destinato a dare frutto soprattutto nel lungo periodo.

Se vi interessa lo studio della letteratura, andate a dare un’occhiata a questo sito: www.ltit.it il portale LTit – Letteratura tradotta in Italia. Si tratta di una banca dati digitale, ancora in via di sistemazione, dedicata alla letteratura tradotta in Italia nel Novecento, che mette in rapporto le opere originali con le varie traduzioni uscite nel corso di questo secolo. Per essere più chiari, se vi interessa capire che cosa ne sia stato nel nostro paese del Faust di Goethe o del racconto A Painful Case dai Dubliners di Joyce, nel portale potete trovare le date e le sedi di pubblicazione delle varie traduzioni, i nomi dei traduttori, le edizioni in volume, come pure sintetici profili sull’attività dei traduttori e mediatori culturali. Naturalmente, il portale non mette a disposizione i testi (va tenuto conto che molte traduzioni, opportunamente riviste, sono ancora in commercio) ma non è difficile orientarsi: alcuni possono addirittura essere reperiti con grande agio e legalmente in rete, ad esempio sul portale LiberLiber del Progetto Manuzio, dove potrete consultare un’edizione della traduzione del Faust del 1960. Come detto, il lavoro è in corso d’opera: per la letteratura tedesca arriva fino al 1950, mentre per le altre letterature i dati sono in via di inserimento. Continua a leggere

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Santa Maria al Bagno

di Gianluca Virgilio

Svegliarsi al mattino

sotto il cielo più terso dell’estate…!

Tra cielo e terra è l’orizzonte

spezzato dal volo dei gabbiani.

Al di là si bagnano ancora

cavalli sudati e popolani urlanti

giunti dalla campagna infuocata:

dall’alto li guarda la villa del padrone.

Dalla notte giungono pescatori

assonnati, stanchi,

sopra cilestri paranze

– aprono larghe scie bianche –

per vendere il pesce sul molo.

La luce del mattino spande

fino al mare -oltre il volo dei gabbiani-

uno strato di smalto rosa,

e dietro si nascondono le ombre.

(1990)

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Norman Mommens e Patience Gray a Spigolizzi

di Maurizio Nocera

Edoardo Winspeare che mi scrive

Per lettera, come ai vecchi tempi, chiedo ad Edoardo Winspeare un ricordo del belga Norman Mommens (1922–2001) e della britannica Patience Gray (1917-2005), i due artisti venuti dal nord Europa e stabilitisi in Salento a vivere l’ultimo quarto della loro vita. Ormai non ci sono più,  riposano entrambi nell’eternità del cimitero di Salve, e per questo la nostra terra, che li ha ospitati per decenni, oggi si sente un po’ meno gioiosa. Norman è volato via per sempre che era l’inverno 2001, Patience appena il 10 marzo 2005.

Edoardo, sempre gentile e solerte, mi scrive: «Un maestro non impone la sua conoscenza,  illumina la via scelta per arrivare al sapere: lui sa che la Sapienza assoluta è una meta ideale, egli stesso ti spinge a percorrere il cammino d’incomparabile bellezza che conduce a questa Fata Morgana. Un maestro ricorre alla cultura per celebrare con gratitudine coloro che lo hanno preceduto e guidato nella ricerca di un senso, conciliando serietà e leggerezza. Le sue lacrime sono grida d’amore per l’umanità,  le sue risate  preghiere di gioia per la vita, i suoi silenzi mute parole alle coscienze.

La stupidità dell’uomo lo indigna, allo stesso tempo la contempla con affetto, consapevole che nessuno n’è immune, nemmeno lui: lo ha capito ed  è  intelligente per questo. Un maestro non pensa di avere dei discepoli ma esseri umani con i quali condividere lo stupore per il mistero della vita. Un maestro non afferma la sua esperienza, ma la racconta con tenerezza e ironia. Un maestro sa ascoltare e imparare da chi ha vissuto meno primavere e insieme all’amico giovane coltivare l’arte del dubbio, portatrice di pensiero. Un maestro non pensa di essere un maestro, lui sa, n’è consapevole, di essere un uomo, qui e ora. / Gli angeli di Spigolizzi sono stati dei maestri come pochi per me nel Salento. La visione del mondo “ab finibus terrae” non sarebbe la stessa in assenza della loro vita radicale ed esemplare. I miei stessi film sarebbero stati altra cosa senza di loro… e forse non sarebbero esistiti. / “Norman e Patience, angeli anglo-fiamminghi, non ve l’ho mai detto in vita, ve lo dico ora: grazie per avermi fatto capire che ogni esistenza in un determinato luogo diventa metafora per la salvezza del mondo. Quest’esistenza siamo noi e questo luogo è il Salento”, il Salento come metafora per la salvezza del mondo». Continua a leggere

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