Un temperino frettoloso

di Evgenij Permjak   

Mitja piallava un bastoncino con un temperino, piallò sino a un certo punto e poi lasciò perdere. Il bastoncino era piallato tutto da una parte. Storto. Brutto.

«E come mai?» – domandò il padre a Mitja.

«E’ un cattivo temperino» – rispose Mitja, – «pialla storto.»

«Ma no» – disse il padre, – «il temperino è buono. E’ solo un po’ frettoloso. Bisogna insegnargli la pazienza.»

«E come?» – domandò Mitja.

«Guarda come» – disse il padre.

Prese il bastoncino e si mise a piallarlo lentamente, leggermente, con molta cura.

Mitja comprese come si deve insegnare la pazienza ad un temperino e si mise anche lui a piallare lentamente, leggermente, con molta cura.

Per tanto tempo il temperino frettoloso non volle obbedire. Si affrettava, correva troppo: ora andava troppo storto, ora cercava di scartare tutto da una parte, ma non ci riuscì. Mitja lo obbligò ad essere paziente.

Cominciò a piallare bene il temperino. Diritto. Liscio. Bello. Docilmente.

[Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti]

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Poesia della sera

di Gianluca Virgilio


La “Madonna della Pergola” di Bernardino di Antonio Detti (1498-1571/72), già “Madonna dell’Umiltà” ma comunemente ricordata come “Madonna della mosca“ .

Invano stasera il ciel s’infosca:

sulla mia melodia vola una mosca.

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Maurizio Nocera, Neruda e Tallone

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Manco p’a capa 4. Il grande valore di “niente”. Verso una vita rural-high tech

di Ferdinando Boero

Sono in vacanza in un posto dove non c’è niente. È un minuscolo paesino tra la provincia di Genova e quella di Piacenza, in una valle nei pressi della Val Trebbia. In inverno non c’è nessuno, la popolazione residente se n’è andata negli anni sessanta, per trasferirsi in gran parte a Genova. Tornano in estate, per sfuggire al caldo cittadino, ridando vita al paese. Da qui viene la famiglia di mia moglie che, da bambina, passava qui le sue estati, quando la scuola finiva a giugno e ricominciava a ottobre. Non c’è niente significa: niente negozi, locali, giornali, niente linea per i cellulari e nessuna copertura per la rete; bisogna fare la spesa nel paese più vicino, a circa 15 km di distanza, e percorrere una stradina stretta, lunga e tortuosa, asfaltata solo in parte, che sale a 1500 m e scende in una valle a 1000 m. D’inverno la neve isola il paese, ma con il riscaldamento globale l’isolamento è sempre più breve. I boschi di faggi, tagliati in passato per fare carbone, stanno ricrescendo e la boscaglia di 30 anni fa sta prendendo la forma del bosco colonnare tipico delle faggete. Ci sono: cinghiali, daini, istrici, aquile, ghiri, faine, ramarri, vipere (poche), scoiattoli, lupi, lepri, ghiandaie, upupe, gufi reali, allocchi e altri uccelli di cui non riconosco il canto (sono un biologo marino e sui monti sono un dilettante). Persone poche, pochissime. Intorno al paese gli abitanti temporanei allestiscono orti per limitare i viaggi nel paese vicino, e coltivarli è una delle attività principali, oggetto di maniacali attenzioni. Le case sono addossate le une alle altre, di pietra, anche se qualche orrore anni sessanta c’è. Le pietre grigie dei tetti sono state sostituite con tegole rosse. Due case abbandonate sono venute giù, ma il resto del paese “tiene”. Io passo parte delle mie giornate nei boschi.

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A Castro, prima della dea Atena

Le scoperte durante la campagna di studio dei reperti

di Francesco D’Andria

Anse di brocche rituali con serpenti plastici, ceramica messapica del VII sec. a.C.

Tra il pollice e l’indice della mano che regge la brocca, un serpentello striscia verso l’imboccatura del vaso, per leccare il liquido, ma pronto anche a mordere l’incauto offerente. Per fortuna non si tratta di un evento reale e nessuno corre il rischio di morire avvelenato come Euridice: il serpentello è soltanto raffigurato sopra uno dei vasi di argilla rinvenuti a Castro. Dopo la campagna di scavi (settembre-dicembre 2019) realizzata nella zona del centro storico, a sud-est della Cattedrale, sta per concludersi una seconda campagna di attività, questa volta di scavo nei magazzini, nello splendido Laboratorio messo a disposizione dal Comune di Castro, che si trova negli spazi sotto piazza Perotti, sempre attraversati da una brezza leggera e con una vista mozzafiato sul mare. Dopo che le cassette dei materiali rinvenuti sono state lavate, è emersa una quantità di nuove scoperte: ripulendo le ceramiche dalle incrostazioni e dal terreno di scavo è ora possibile riconoscerne le decorazioni, a volte molto raffinate. Molte nuove iscrizioni messapiche sono state così scoperte e le conoscenze sulla lingua di questi nostri antenati si vanno ampliando ogni giorno di più.

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Serve memoria per essere artefici del futuro

di Antonio Errico

Si dimentica tutto, o quasi tutto; si dimentica in fretta. Consapevolmente o senza rendersene conto.  Si dimentica anche quello che è accaduto poco tempo prima, pochi giorni prima. Così è come se quello che è accaduto non fosse mai stato.  Si dimentica tutto e quindi non si apprende, e senza apprendimento non c’è conoscenza, non ci può essere. Senza apprendimento non ci può essere altro che una superficiale informazione su qualcosa che viene sostituita assai rapidamente da un’altra informazione che molto spesso sostiene l’esatto contrario di quello che sosteneva la precedente.

Nessuno può dire se ciascuno di noi, per se stesso, ricorda o dimentica. Un uomo ricorda finché può ricordare.

Ci sono quelli che ricordano molto e per molto tempo. Ci sono quelli che ricordano appena qualcosa probabilmente perché si tratta di qualcosa che non si può dimenticare. Ci sono quelli che dimenticano tutto. Quelli che ricordano le cose vicine e non quelle lontane. Quelli che ricordano le cose lontane e non quelle vicine.  Ma queste condizioni appartengono alla dimensione naturale di ciascuno, e forse nessuno può farci niente.

La circostanza che invece compromette le strutture fondamentali di una civiltà è la dimenticanza che viene prodotta dalla stessa civiltà. Il che vuol dire che una civiltà dimentica se stessa: si dimentica, rimuove la propria memoria, si rappresenta con una identità superficiale, con un volto senza storia, anonimo, insignificante. Senza una consapevolezza ed una coscienza del passato che ha  fondato culturalmente il presente, non si può formare nessuna identità, o se ne può formare una frammentata e indefinita.

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Di mestiere faccio il linguista 10. La lingua della pandemia

di Rosario Coluccia

Il 13 luglio abbiamo assistito a immagini insolite, mai viste prima. Due Capi di Stato, il presidente italiano Mattarella e il Presidente sloveno Pahor, mano nella mano davanti all’ingresso della foiba di Basovizza a Trieste, commemoravano le vittime italiane delle foibe nei mesi finali della seconda guerra mondiale; dopo l’omaggio dei due si è ripetuto davanti al cippo che ricorda quattro membri della comunità slovena che nel 1930 furono messi a morte a seguito di una condanna emessa da un tribunale speciale italiano. Successivamente i due presidenti hanno incontrato lo scrittore sloveno con cittadinanza italiana Boris Pahor, vecchio venerabile (compirà 107 anni il 26 agosto), simbolo vivente del travagliato rapporto fra i popoli italiano e sloveno. A lui sono state consegnate onorificenze importanti dei due Paesi. In un lungo articolo apparso in un numero di aprile della «Lettura» lo scrittore parla della pandemia che oggi ci ha colpito e rievoca l’influenza Spagnola che devastò il mondo un secolo fa (1918-1920), quando lui era bambino; ricorda la paura che investì l’umanità anche allora, l’illusoria «pastiglia» che veniva distribuita nella speranza di contrastare l’epidemia, percorre le catastrofi dei decenni successivi, la seconda guerra mondiale e oltre. Chiudendo con una nota di speranza utopica: un giorno, forse, un Parlamento mondiale sarà in grado di affrontare e risolvere le intollerabili disuguaglianze che affliggono i popoli della terra, un pianeta in cui troppi muoiono ancora di fame e di sete.

La pandemia che devasta il nostro paese e il mondo obbliga a riflettere, nel bene e nel male. Mi ha colpito la sfrontatezza con cui sono state espresse opinioni mai sentite o lette prima: «Tanto, tutti alla fine dobbiamo morire» (per giustificare l’inazione); o anche, pur non dichiarata in maniera esplicita, la presupposizione che la vita di tutti non ha lo stesso valore, e che a partire da una certa età è già come se si fosse un po’ morti. Comunque la si pensi, la malattia ha provocato e provoca enormi problemi medici, economici e sociali. Forse un barlume si intravede alla fine del tunnel, se non comprometteremo il buono con comportamenti sciagurati, che trasformano l’«homo sapiens» (l’uomo moderno che dall’Africa ha popolato il pianeta) in «homo stupidus stupidus» (come argutamente mi suggerisce Domenico Lenzi, matematico). E allora, con ottimismo ingenerato più dalla volontà di normalità che dall’ottimismo di quel che vedo e sento, torno a trattare un aspetto non trascurabile delle novità introdotte nella nostra vita dalla pandemia. Parlo delle conseguenze che essa ha provocato nella lingua.

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Ricordando Aldo Vallone

di Giovanni Bernardini

Oggi che la nostra Università del Salento ha compiuto sessant’anni di vita, ricordare Aldo Vallone significa per me anche aprire una pagina mai scritta di quel primo Anno Accademico 1955-56 quando la denominazione era Libera Università di Lecce, appena nata con la sola Facoltà di Magistero.

Alla cattedra di Letteratura italiana era stato invitato il prof. Mario Sansone, docente nell’Ateneo di Bari, dove con lui relatore m’ero laureato a luglio ’46.

Nel corso degli anni successivi la frequentazione del prof. Sansone da parte mia aveva fatto nascere e consolidare una bella amicizia, naturalmente nel rispettoso rapporto da discepolo a Maestro. Fu così che Sansone, tramite l’amico Michele Tondo, mi comunicò che mi avrebbe gradito quale suo assistente a Lecce.

Io, già titolare d’Italiano e Latino al Liceo Scientifico “Cosimo De Giorgi”, giovane e pieno di progetti, accettai molto volentieri la proposta.

Purtroppo la nota ostilità dell’Università barese verso la neonata salentina impedì a Sansone di accettare l’incarico. Questo fu assunto allora dal galatinese Aldo Vallone, ben conosciuto particolarmente per i suoi studi danteschi e docente in un Liceo Scientifico a Roma. Di conseguenza parve sfumare il mio assistentato, sennonché Sansone volle benevolmente segnalare a Vallone il mio nominativo. Quantunque di persona non ci conoscessimo affatto, Aldo accettò di buon grado il mio nome. Fece presente che egli aveva già coinvolto il suo amico prof. Ennio Bonea, comunque si poteva lavorare benissimo in tre.

Ricordo con qualche nostalgia quel pomeriggio in cui Bonea ed io, nell’atrio dell’edificio ex GIL, stavamo in attesa di Aldo, io un po’ ansioso per la nuova conoscenza. Quando egli arrivò con la grossa borsa e il sorriso cordialissimo mi mise subito a mio agio non permettendomi di dargli del lei. In un colloquio amichevole ci dividemmo i compiti e cominciò il nostro lavoro insieme.

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Piazza Italia 7. Luigi Grechi. Storia di un pastore di nuvole

di Paolo Vincenti

Gli stivali e la tequila sono complici perfetti 
le ragazze e le cantine hann scaldato le mie notti 
ma i chilometri percorsi e la gente che incontrai 
non riescono a domare tutti i sogni di un cowboy 

(“Stivali e tequila” – Luigi Grechi)

Il viaggio attraverso gli anni Settanta in musica continua con un nome che la stragrande maggioranza dei lettori assocerà subito ad un altro. E del resto questo è stato il destino di Luigi Grechi, straordinario folksinger e talentuoso chitarrista, uno dei protagonisti più stimati della scena underground italiana, ma che viene quasi sempre ricordato per essere il fratello di Francesco De Gregori. Chi lo conosce però sa che la sua è stata una carriera ricca e coerente, un lungo percorso in cui Grechi non ha mai tradito sé stesso, per inseguire quel successo commerciale che evidentemente non gli era riservato. È spietatamente il mercato ad operare una selezione, ma ciò non toglie che Grechi abbia sempre avuto le carte in regola per arrivare al grande pubblico e che, se non ce l’ha fatta, è perché il suo “azzardo”, per citare il titolo di una sua canzone, non è stato premiato. Egli, “stivali e tequila”, da cowboy milanese (anche se romano d’origine) ha solcato, chitarra a tracolla, le fertili praterie della discografia italiana con una grande voglia di dire e tanta ispirazione. E infatti, “da casello a casello”, ha trovato grande affetto e dimostrazioni di entusiasmo da parte del ristretto pubblico che ha seguito i suoi concerti in tutta Italia. Probabilmente il genere country, applicato alla musica italiana, declinato in chiave cantautorale, era davvero una scommessa azzardata, ma Grechi, che alla scuola americana ha fatto l’apprendistato, ha sempre tenuto da conto quelle matrici musicali. E infatti ha viaggiato a lungo negli Stati Uniti, suonando con Peter Rowan e Tom Russell, ha partecipato a festival itineranti con i poeti della Beat Generation, accompagnando alla chitarra Lawrence Ferlinghetti.

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Ricordo di Pippi Romano

di Gianluca Virgilio

Astolfo sull’ippogrifo vola verso la luna-

Giuseppe Romano è morto a Galatina il 13 giugno 2020, all’età di 63 anni, essendo nato il 14 gennaio 1957. Non trovo modo migliore per commemorare la sua scomparsa che quello di ripubblicare alcuni scritti di qualche anno fa, che gli dedicai per far conoscere la sua arte. Ora la casa di Via Emilia è deserta, ma io so che dentro ci sono i quadri di Pippi. Che gli eredi ne abbiano cura e li facciano conoscere, questo è l’auspicio!

Arte di Pippi Romano

Ci sono uomini solitari, viventi lontano dai clamori del mondo, operanti nel silenzio della propria casa, dei quali non si sa nulla e il cui lavoro non appare se non a pochi amici che hanno il privilegio o la fortuna di averli incontrati. Questi uomini sono come quella specie di animali che abitano le profondità degli oceani – calamari giganti, balene imprendibili – e conservano la memoria di interi evi, inalterata e perenne. Raramente riemergono alla superficie delle acque, perché sanno che esperti scienziati naturalisti e vivisezionatori o balenieri interessati alla loro carne sono in agguato, pronti ad arpionarli per farne oggetti da museo o bistecche arrostite.

Ho conosciuto Pippi Romano quando ero un adolescente inquieto, in cerca di un compagno più grande o di un fratello maggiore che mi raccontasse la sua esperienza di vita, nella quale potessi divinare il mio futuro. Facevamo giri interminabili intorno alla villa, secondo lo spirito deambulatorio circolare che caratterizza l’antropologia galatinese. Discutevamo di politica, di cultura, di arte. Pippi aveva letto molti libri, io molti di meno. Mi regalò un disegno a matita, che ora credo di aver perduto: al centro del foglio bianco aveva disegnato un puntino prospettico, in alto a destra un segmento minuscolo inclinato rispetto alla base del foglio, come un atomo democriteo che cada seguendo un clinamen nel vuoto del foglio bianco. Che cosa ci potevo capire io, allora? Come potevo capire la scarna essenzialità di quella rappresentazione, che mi appariva vaga e insensata, frutto di una “stranezza” più che d’un calcolo artistico?

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