Opus tessellatum 10. Mestieri e zodiaco

di Antonio Devicienti

(Anche Vittorio Bodini riprende in una sua famosa terzina l’assai conosciuto detto: è qui che i salentini dopo morti / fanno ritorno / col cappello in testa e il poeta si riferisce, ovviamente, a Santa Maria di Leuca de Finibus Terrae.

Eppure credo che lo Zodiaco coi mestieri nella Cattedrale di Otranto possa essere importante tappa del pellegrinaggio, di matrice tutta greco antica, di chi, dopo la morte, non sa ancora  staccarsi dalla terra e conserva un qualche ostinato dialogo coi vivi; è per questo, forse, che la scrittura può udire le voci di chi partecipò alle lotte contadine dell’Arneo e di chi, transitando per la Cattedrale idruntina, nei medaglioni dello Zodiaco incontra i propri antenati, plebe sfruttata e maltrattata).

«Nu mme le scerru, me le ricordo ancora le biciclette incendiate dai carabinieri per ordine dei padroni, me la ricordo la fatica, me li ricordo i figli emigrare mentre io restavo».

«Avevamo spietrato i latifondi, fianco a fianco, compagni di fatica, volevamo lavoro e giustizia».

«Abbiamo dormito sotto le stelle, fianco a fianco, fratelli di speranza»..

«Nun èrame rraggiàti, bbulìame giustizia».

«Sì, è vero, non abbiamo mai voluto fare del male, ma capivamo che dovevamo muoverci per noi e per i nostri figli».

«Gli avvocati ci difesero gratis al processo».

«Biciclette e coperte, zappe e picconi: occupare non voleva dire sederci ‘nterra e spettare – ma fatiare dissodare, ripulire, sarchiare, setacciare, portare acqua».

«Le terre le abbiamo avute, coltivate, accudite – ma tanta gente è dovuta comunque partire: alla Svizzera, alla Germania, allu Belgiu…».

«Ci siamo mossi da tutti i paesi dell’Arneo, furesi analfabeti, ma che sapevano che cos’è dignità».

«Mi ricordo: in silenzio siamo andati sui latifondi, abbiamo appoggiato la bicicletta al pietrone di confine, sopra ci abbiamo messo la giacca e la coperta, ci siamo messi a spietrare».

«La peṭra pe lle case, la peṭra te la fatìa, la peṭra era speranza».

«Hanno mandato puru nn’aériu per controllarci dall’aria, i carabinieri lanciavano lacrimogeni e caricavano – figli di furesi puru iḍḍi».

«O contadini che misero la firma nei carabinieri».

«Compagni dell’Arneo, era bello stare insieme attorno al fuoco: abbiamo resisitito e sperato, abbiamo avuto coraggio».

«Pensavo a mia madre tabacchina, a mio padre zappatore, a mio fratello disperso in Russia».

«Un fiasco di vino faceva il giro di tutti quelli messi intorno al fuoco la sera dopo la fatica».

«Ci hanno caricati con i manganelli, come sotto il Fascio».

«Avevamo paura e coraggio. Avevamo deciso».

«Bruciarono le coperte e le biciclette, rraggiàti comu érane».

«Noi no, non li abbiamo odiati, ma ci facevano pena: gente di Potenza, di Avellino, di Foggia…».

«Al processo gli avvocati spiegarono bene le cose».

«Nell’Arneo facemmo bene le cose».

«E mmoi? mmoi ca visciu l’àrbuli manciàti, distrutti, ‘ccìsi?».

«Mmoi ète tempu cu ‘ncigna n’auṭra speranza».

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Segnalazioni bibliografiche II

di Gianluca Virgilio

Ecologia e religione. A distanza di appena un anno dal suo primo libro divulgativo, Ecologia della bellezza (Besa, Nardò 2007)), già da me segnalato in questa rubrica, Ferdinando Boero pubblica Ecologia ed evoluzione della religione, Controluce, Nardò 2008, pp. 215.

“Questo libro, però, non ha lo scopo di fornire una documentazione su come si sia evoluta la religione, si chiede invece perché si sia evoluta e abbia avuto così grande successo. Non mi interessa molto ricostruire quel che è avvenuto, con estremo dettaglio, mi interessa capire perché la nostra specie è religiosa, perché la religione è così diffusa in tutte le culture”. (p. 44) Per far questo Boero prende le mosse da alcune esperienze extranaturali, in cui degli spiriti (per fortuna benigni!) sono entrati in contatto con lui. Le sue esperienze extranaturali gli hanno fatto maturare la convinzione che “avere fede in uno spirito la cui esistenza è stata rivelata da qualcuno che lo ha visto, che è entrato in contatto con lui (e che magari è stato persino toccato da lui), è un primo passo per la costituzione di una religione” (p. 40). “Insomma, la religione è il marchio di fabbrica della nostra specie. Fa parte integrante della nostra cultura” (p. 48). A dare ragione a Boero c’è il fatto che pare non esistano e non siano mai esistiti popoli sulla faccia della terra che non abbiano sviluppato uno spirito religioso. La domanda che ne deriva, allora è: come si spiega l’universalità della religione e a cosa la religione serve? La risposta per Boero è che “l’uomo è un animale sociale e ha sviluppato la cultura proprio per comunicare, ed è forse proprio la religione il primo motore di questo processo. Tutte le culture umane hanno sviluppato una qualche forma di religione e spesso le manifestazioni culturali sono tutt’uno con quelle religiose.” (p. 54). Questa è poi la tesi cardine, “l’idea che ha portato a scrivere questo libro: la religione è la principale forma di cultura che l’uomo ha evoluto per agevolare e promuovere la socialità. Quanto più un individuo ha comportamenti sociali, tanto più sarà una “brava persona”” (p. 126). E tuttavia i riti lo annoiano né lo soddisfa alcuna religione istituzionalizzata in cui prevalgono gli intermediari religiosi, coi quali, purtroppo, talvolta occorre scendere a patti. Ma sentiamo Boero: “Usare dio come strumento di convinzione è una bestemmia. Ma non abbiamo altra strada che abbia un barlume di speranza. Allora forse dobbiamo scendere a patti con quei signori dagli strani vestiti, che parlano in strani edifici, dicono strane parole con una strana cadenza…” (p. 162). Ed io mi chiedo se non significhi “scendere a patti” anche la convinzione di Boero circa il ruolo del cristianesimo nella costituzione europea. Egli dice in proposito: “In questi mesi si sta discutendo moltissimo della costituzione europea, e molti chiedono a gran voce che vengano citate le radici cristiane dell’Europa. Non trovo che sia una richiesta bislacca. (…) Le nostre radici culturali sono nel cristianesimo…”. (p. 137). Forse, data la varietà e la complessità del nostro passato, varrebbe un supplemento di riflessione in proposito.

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La statua di Atena Troiana a Castro e la scoperta della “pietra leccese”

di Francesco D’Andria

La nave era partita, due giorni prima, dal porto di Taranto, la grande metropoli del Mediterraneo, negli anni trenta del IV sec. a.C. Aveva imbarcato un carico di anfore vinarie, destinato alle città della Messapia sulla costa adriatica e il nocchiero aveva accettato di trasportare anche un gruppo di scultori, con i loro attrezzi di lavoro, sino al Santuario di Atena, situato sul promontorio iapigio, nella parte meridionale della penisola salentina, dove oggi sorge l’abitato di Castro. Agli artigiani era stato affidato l’incarico di realizzare la statua di culto di Atena e tutta la decorazione scultorea del santuario.

Dopo le spiagge sabbiose dello Ionio, la nave aveva costeggiato le rocce a picco di Leucopetra e, subito dopo, nel punto in cui le terre dei Balcani si avvicinano all’Italia, formando uno stoma, l’imboccatura dell’Adriatico, ecco stagliarsi all’orizzonte il tempio della dea, sull’alta collina di pietra, a dominare le rocce turrite, contro cui si infrangono i flutti,e la piccola insenatura, curvata ad arco dalle onde d’oriente. E quando la nave entra nel porto, che si apre proprio sotto la collina del santuario, ”refugitque ab litore templum”, “il tempio arretra da riva” e non è più visibile, come nella celebre descrizione di Virgilio nel libro III dell’Eneide, che racconta il primo arrivo di Enea e dei profughi troiani sulle coste dell’Italia, e che l’archeologia permette ora di ubicare con certezza a Castro.

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Taccuino estivo 2. Copertino

di Antonio Prete

Dietro il Castello di Copertino – un bastione angioino sorto intorno a una precedente torre sveva e a sua volta circondato da una severa fortezza cinquecentesca, con fossato e pontile – si apre la via che porta al mare: dopo poche curve la strada corre diritta verso le cale sabbiose e le scogliere di Sant’Isidoro. Quando, ragazzi, si andava al mare in bicicletta, dopo alcuni chilometri appariva la striscia del mare e poi, dagli ultimi dossi, la torre saracena alta sugli scogli. Di là dalla torre, il profilo dell’isoletta che avremmo raggiunto a nuoto, sostando sulla sua riva di sabbia bianchissima. Tutt’intorno le acque trasparenti. In lontananza il blu del golfo, con la linea di cobalto all’orizzonte. 

La via del mare, percorsa poi tante volte in auto, era fino a qualche anno fa una riga d’asfalto che tagliava un manto fitto, selvosissimo, di ulivi. Le chiome folte sovrastavano tronchi nodosi che sulla terra rossa disegnavano geometrie d’ombra. Si arrivava al mare, insomma, attraversando un altro mare, un mare verde cupo che s’inargentava quando un vento ne agitava il fogliame. Se nei meriggi estivi si sostava in qualche campo prendendo una delle stradine che portavano a una masseria, e fiancheggiando muretti di pietra viva, si era subito avvolti dalla fortissima monodia delle cicale.

Da qualche anno quel mare di ulivi è una selva di scheletri arborei, con tronchi che sono monconi bruciati, con rami secchi spezzati che penzolano sospesi nel vuoto, con basi nodose annerite dal fuoco. Lungo le coste del Salento e nelle piane dell’interno e sulle serre – come sono chiamate qui le alture – quelle che un tempo erano distese foltissime di ulivi sono ora trasformate in immensi cimiteri vegetali.

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Una mostra d’arte: L’“edicola” di Sandro Greco

di Antonio Lucio Giannone

            Sandro Greco opera in campo artistico da quasi sessant’anni, se si tiene conto anche dei  suoi esordi di tipo figurativo, ma la fase più originale e significativa del suo lavoro incomincia intorno al 1967-‘68, allorché egli abbandona tele e cavalletto e sceglie la strada della più avanzata sperimentazione, non per adeguarsi alle mode del tempo ma per una sentita esigenza di novità. Così attraversa quasi tutte le tendenze più innovative di quegli anni, dall’arte concettuale a quella comportamentale, dall’arte povera alla land art, ma sempre con assoluta leggerezza e una buona dose di ironia.

Ricordo, ad esempio, di quel periodo, certe performance come i “fiori di carta” sulla sabbia, sulla roccia e sull’asfalto, o le “strisce di carta” sugli alberi secchi e sui rifiuti industriali, che sembrano anticipare le tematiche ambientaliste, e poi, via via, tra le numerose serie di creazioni: i “farmaci concettuali” per curare soprattutto… le deficienze estetico-culturali; i farmaci a base della funzione del tempo, indicati per ogni senilità sia psichica che fisica; le “cassette di legno” contenenti concetti astratti come parole non dette e non scritte, il solipsismo di Duchamp, i limiti del proprio linguaggio, il dentifricio-art, da usare prima di parlare d’arte, il vero e falso di un dato fatto, ecc; e ancora le “scacchiere”, fino ad arrivare ai “tapp-arazzi”, al ciclo su Eluard, alle “maschere agli specchi” e, in ultimo, alle “farfalle”. In tutto il suo percorso artistico Greco ha dimostrato sempre una grande capacità inventiva unita a un’indubbia abilità manuale, che si rivela nell’uso sapiente di svariati materiali (dal legno alla cartapesta, dalla terracotta al mosaico, dalla ceramica alla lana al ferro) con i quali realizza le sue opere. 

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Segnalazioni bibliografiche I

di Gianluca Virgilio

[Tra il 2008 e il 2009 ho tenuto una rubrica di informazione libraria nel quindicinale “Il Galatino”. Ne riprendo le varie puntate, salvate miracolosamente nel computer, affidandole all’archivio di Iuncturae, per chi voglia rileggerle. G.V.]

Annuario scolastico. Il Liceo-Ginnasio Statale “Giuseppe Palmieri” di Lecce ha affidato all’editore Santoro di Galatina la stampa dell’Annuario 2007-2008 (gennaio 2009, pp. 299), opera che merita senz’altro una segnalazione ed un elogio. Infatti, nel panorama delle scuole italiane, inaridito e reso sterile dalla burocrazia e da un’attenzione morbosa ai meri processi didattico-pedagogici, che qualcuno stoltamente suppone possano esistere svincolati da qualsiasi rapporto con il sapere, pare quasi un evento fortunoso, un vero monstrum, che una scuola si impegni nella redazione e pubblicazione di un lavoro serio ed impegnativo, nel quale prevale la logica della collaborazione tra studenti e docenti, entrambi tesi alla ricerca nei vari campi disciplinari. Ebbene, tutto questo è riuscito molto bene alla Redazione di questo Annuario, coordinata dalla professoressa Maria Teresa Ingrosso e diretta dal dirigente scolastico Umberto Mazzotta. Tra i contributi più significativi, segnalo la seconda parte del saggio di Luigi Guerrieri dal titolo Ascesa e tramonto del sistema mondo (la prima parte si poteva leggere nel precedente Annuario), la ricerca di Mario De Marco riguardante Lecce – Le iscrizioni latine della Basilica di Santa Croce, e le riflessioni su Testo poetico e traduzione di Cosimo Faggiano, che firma anche i Due dialoghi con Cesare Pavese, in occasione del centenario della nascita dello scrittore piemontese (9 settembre 1908). Ma si leggono bene anche i contributi degli studenti, alcuni dei quali si cimentano con problemi filosofici di grande complessità. Per esempio, Tania Ciccarese scrive su L’essere e il nulla. La sfida planetaria di un nuovo pensiero e Grazia Pia Licheni firma La tensione verso l’infinito, studi rispettivamente presentati dalle professoresse Santa De Siena e Maria Teresa Ingrosso. Non c’è spazio per citare tutti e tutto. Vale la pena, però, tornare a dire quanto sia proficua la collaborazione tra docenti e discenti per la crescita culturale degli uni e degli altri e quanto sia importante che essa trovi un momento di sintesi nella forma tradizione ma sempre pregevole dell’Annuario. Sicché non si può che essere d’accordo con le riflessioni che Luigi Guerrieri premette allo studio sopra citato, nelle quali scrive, non senza un certo comprensibile orgoglio, che “un Liceo senza l’Annuario è inconcepibile: è come un uomo senza carta d’identità. Pochissime scuole italiane sono capaci di scrivere un Annuario.” (p. 12).

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Il desiderio di conoscere oltre i limiti dell’umano

di Antonio   Errico


Giuseppe BertiniGalileo Galilei presenta il cannocchiale al doge Leonardo Donati, 1858, affresco, cm 491 x 238. Biumo di Varese, Villa Ponti, Salone d’onore

Una notte di gennaio dell’anno Milleseicentodieci, Galileo riesce ad approssimare lo sguardo alla luna; con il suo cannocchiale vede cose che senza quello strumento non avrebbe mai potuto vedere. 

Il 30 dello stesso mese, a Belisario Vinta scrive che il cannocchiale gli ha fatto ritrovare una moltitudine di stelle fisse e, “quello che eccede tutte le meraviglie”, quattro nuovi pianeti, e gli ha permesso di osservare i loro movimenti propri e particolari “differenti fra di loro et da tutti li altri movimenti dell’altre stelle”.

Con quello strumento, Galileo aveva superato un limite, uno dei tanti limiti che la scienza si pone proprio per essere scienza; uno dei tanti limiti che la scienza supera proprio perché è scienza.

Ora, il telescopio James Webb, con il suo sguardo affondato nella lontananza estrema, potrebbe aver  rilevato una galassia con un’età di 13,4 miliardi di anni, formatasi, quindi, quando l’universo aveva un’età di circa  300 milioni di anni.

Ancora il superamento di un limite. Ancora la scienza che penetra nei segreti dell’universo, e li rivela.

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Opus tessellatum 9. La Torre di Babele

di Antonio Devicienti

(Mi piace immaginare che in un pomeriggio di maggio il poeta Ercole Ugo D’Andrea accompagni sua madre in Cattedrale, poi in una passeggiata sul lungomare otrantino).

«Alle porte dell’estate nella luce del mosaico la preghiera sarà ancora più semplice, ancora più scarna che sull’inginocchiatoio in casa davanti al crocifisso di legno.

Tra le mille figure del monaco otrantino la Torre, innalzandosi come scacchiera incontro al cielo, pur prova di tracotante superbia, mi commuove nel suo farsi di cantiere dove fervorose maestranze faticano ed edificano.

Masserie dalle linee euclidee, rettilinee e pulite, case a corte intorno al pozzo, pagghiàre…

Dulcissima mater, raccoglimento della grande Cattedrale ogni mestiere santifica lo sforzo degli esseri umani, li accosta al pane per nutrirsi, all’acqua per dissetarsi. Intimità della luce e del silenzio, nicchie di quiete, attesa.

E tra le rampe della Torre fresche di calce rondini, cardellini, gechi troveranno incavi sicuri, nelle stanze in penombra potranno maturare le noci».

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Lo spread non aumenta per le dimissioni di Draghi

di Guglielmo Forges Davanzati

È opinione molto diffusa che la crisi di governo possa far aumentare lo spread fra titoli del debito pubblico italiani e titoli tedeschi. Ci si preoccupa per gli effetti che l’aumento dello spread ha sulla tenuta delle finanze pubbliche e, dunque, sulla capacità dello Stato italiano di rimborsare il debito. E tuttavia, va rilevato che a un’analisi attenta questo timore è infondato. Vediamo perché.

Innanzitutto, va ricordato che il 16 luglio, due giorni dopo le dimissioni di Draghi, il differenziale di rendimento con i titoli decennali tedeschi è arrivato a quota 218, partendo da 199. Torna alla memoria ciò che accadde nel novembre del 2011, quando l’impennata dello spread portò alla sostituzione del governo Berlusconi con il governo Monti e alle successive e nefaste politiche di austerità: politiche che non solo causarono la più intensa recessione che ha colpito l’Italia nei tempi più recenti, ma che neppure riuscirono nell’intento che perseguivano, ovvero ridurre il rapporto debito pubblico/Pil (che per contro aumentò). Va ricordato che nell’aprile 2011 lo spread fra BTP e bund tedeschi si aggirava intorno a 120 punti base, sostanzialmente stabile fino all’agosto di quell’anno. Ad agosto 2011 cominciò ad aumentare arrivando a 350 punti base, impennandosi fino a raggiungere i 600 punti base ad ottobre. È convinzione diffusa, ma sbagliata, che gli investitori scontino il fattore credibilità del governo come principale determinante delle loro decisioni di acquisto e vendita di titoli del debito pubblico: vendono nel caso del venir meno della credibilità. Va chiarito che è, questa, una tesi che non trova riscontro né nella teoria né nei fatti. Nel caso dell’attuale crisi di governo, infatti, non si capisce per quale ragione all’atto delle dimissioni del presidente Draghi non abbia fatto seguito la vendita in misura massiccia di titoli di stato italiani (infatti lo spread è aumentato in misura irrilevante). Alcuni analisti mainstream giungono a ritenere che il mancato aumento dello spread sia dovuto alla reazione del Presidente Mattarella e al suo rifiuto delle dimissioni di Draghi. Chi sostiene questa tesi non tiene conto di tre fatti: a) il modestissimo calo dello spread nell’intervallo che passa dalle dimissioni di Draghi al rifiuto di Mattarella riflette un rimbalzo tecnico (un movimento dei prezzi di mercato nella direzione opposta alla tendenza in atto), b) l’aumento dello spread è un fenomeno strutturale, che data a partire dall’inverno scorso, c) sotto il Governo Draghi lo spread è passato da 100 a 220 punti base. Per comprendere le cause dell’andamento recente dello spread, occorre considerare tre ulteriori fattori:

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Un libro per l’estate 6. “Moby Dick o la Balena” di Melville e il luccichio “delle cose lontane”

di Adele Errico

“Laggiù soffia! Laggiù soffia! La gobba come una montagna di neve! È Moby Dick!”.

Pallida come la neve, voltola per i mari selvaggi la sua massa simile a un’isola, Moby Dick, la Balena. Nuota e si dimena per mare, fuggendo e sfidando la furia di colui che per vendetta la insegue, perché la Balena si è portata con sé un pezzo di lui, della sua carne, della sua gamba: il capitano Achab che, tetro e tirannico, guida il suo equipaggio, come diavolo a comando di una legione di dannati, nella spietata caccia alla balena.

“Moby Dick” di Melville non racconta di un’avventura per mare. “Moby Dick” è il mare.  Con i suoi gorghi e le sue onde e i suoi mostri. È un’odissea di furia e di lotta, di orrore e meraviglia ricamata attorno alla Balena bianca che, bellissima e mostruosa, conduce alla follia Achab, ossessionato dal disperato tentativo di ucciderla.  Ma Moby Dick non lo cerca, “sei tu, tu che insensato cerchi lei”, urla Starbuck ad Achab nel delirio del terzo giorno di caccia sventurata.  E, in fondo, Achab non insegue solo la Balena. Non insegue, forse, un sanguigno desiderio di conoscenza? Non insegue, forse, bruciante di passione, l’ignoto che si nasconde tra l’arrotolarsi delle onde? Non rincorre, magari, la Balena nell’illusione di sconfiggere, non solo lei, ma tutto il Male che incarna? Achab, “simile a un Dio”, ignora deliberatamente la voce della ragione in nome del desiderio di vendetta che, però, cela molto altro. Cela l’incapacità di restare uomo. Soffocato dalla sua “infatuazione d’odio”, magari Achab non odia la Balena, ma la invidia. Invidia la sua maestosità e la sua capacità di sfiorare gli abissi più profondi del mare che a lui sempre resteranno ignoti. Invidia la possibilità di conoscere i segreti più oscuri e paurosi di quel luogo che, per Achab, resterà sempre un mucchio di onde azzurre. Sempre superficie, mai abisso.  

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Carlo Pagetti, Il mondo secondo Philip K. Dick

di Adele Errico

Philip K. Dick muore il 2 marzo del 1982 e il suo corpo viene deposto accanto a quello della gemella Jane, morta subito dopo la nascita. In quel momento, dopo una separazione durata cinquantaquattro anni, i due sono di nuovo accanto, le due metà si ricongiungono e Dick avrà avuto le sue risposte. A un certo punto della sua esistenza, trascorsa alla ricerca di un’anima gemella che, incestuosamente, rassomigliasse all’immagine mentale della sorella defunta (la dark-haired girl dei suoi romanzi), aveva iniziato a chiedersi se, dei due, non fosse lui il morto e lei la metà viva, se non fosse lei che, nel mondo dei vivi, pensava a lui. O se lui altro non fosse che l’attore dei pensieri di una morta, se la sua vita non fosse solo la proiezione della mente morta di Jane che, dalla sua minuscola bara sottoterra, dalla sua bolla di oscurità, lo sognava vivere. Questo costituisce, in fondo, il gigantesco interrogativo che ingloba tutta la letteratura dickiana: chi è che sogna e chi è che viene sognato?  Nell’intento di fornire un’indagine accurata del mondo dello scrittore americano – dei suoi mondi molteplici e raggomitolati l’uno nell’altro – e una possibile risposta a questo interrogativo, il saggio di Carlo Pagetti, Il mondo secondo Philip K. Dick (Mondadori 2022) ricostruisce trame, personaggi, sogni e incubi letterari dello scrittore statunitense che, nella seconda metà del Novecento, ha rivoluzionato la letteratura fantascientifica. Nel saggio recentemente pubblicato Pagetti raccoglie ampia parte del lavoro critico da lui compiuto per l’editore Sergio Fanucci di Roma che, tra il 2000 e il 2017, pubblica tutte le opere narrative di Philip K. Dick: romanzi distopici, realistici, di fantascienza.

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Antonio Stanca, Composizione astratta con macchia rossa


Antonio Stanca: Composizione astratta con macchia rossa, 1982, olio su tela, cm 60 X 79,3.
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Scritti su Giacomo Leopardi 5. Poesia e filosofia ne “Il Parini ovvero della gloria”

di Giuseppe Virgilio

Il linguaggio e lo stile poetico italiano, non già la poesia, si è formato non prima del Settecento e dell’Ottocento, nel senso che è venuto perdendo aspetti del familiare e del quotidiano e si è determinata così la distinzione del linguaggio poetico da quello prosaico. Leopardi ce ne indica le ragioni in Zib.3416 : “(…) dovunque non è sufficiente antichità di lingua colta, quivi non può ancora essere la detta eleganza di stile e di lingua, nè linguaggio poetico distinto e proprio ec. ( 11 sett 1823)”.

Accade che, a differenza della poesia, la prosa si allontana dall’antico in quanto obbligata ad accostarsi all’uso corrente, cioè al familiare e al quotidiano, ma vi si accosta senza la spontaneità dell’arte propria dei classici, e perciò Dante e Petrarca furono nello stile più vicini dei cinquecentisti alla perfezione e lo stile poetico del Trecento quindi è superiore a quello del Cinquecento. In Zib. 3418 leggiamo: “(…) Del resto, il linguaggio e lo stile delle poesie di Parini, Alfieri, Monti, Foscolo è molto più propriam. e più perfettam. poetico e distinto dal prosaico, che non è quello di verun altro de’ nostri poeti, inclusi nominatamente i più classici e sommi antichi (…).(12 sett.1823.)”.

Due concetti, quasi per attrazione, hanno preso luogo nel pensiero di Leopardi: 1) l’antico, più che una categoria, è una fonte eterna del grande e del bello; 2) da quella fonte sgorga la poesia, somma dello spirito umano, la quale molto più dell’eloquenza, riempie l’animo di idee vaghe, infinite  e vaste.

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Prefazione a “Metodo e intelligenza”. Gli studi di Gino Rizzo tra filologia e critica

di Antonio Lucio Giannone

Nel 2015 è ricorso il decimo anniversario della scomparsa di Gino Rizzo, avvenuta a Monteroni di Lecce il 18 ottobre 2005. Insieme all’on. Gaetano Gorgoni, allora sindaco del Comune di Cavallino, Rizzo è stato l’ideatore e fondatore del Centro Studi «Sigismondo Castromediano», del quale fu anche il primo Presidente. Il  Centro, come recita l’art. 1 dello Statuto, da lui steso, «ha lo scopo di incentivare e coordinare la ricerca sulla cultura salentina nelle sue vicende plurisecolari, in correlazione con quella nazionale ed europea». In particolare, esso «intende dare impulso agli studi e alle ricerche sulla cultura salentina dell’Otto-Novecento, con specifico riferimento alle figure e alle opere di Sigismondo Castromediano e di Giuseppe De Dominicis, alla luce delle coeve esperienze nazionali».

In tale direzione andavano anche le iniziative culturali che Rizzo promosse a Cavallino immediatamente dopo la fondazione del Centro, negli ultimi anni di vita. Tra queste, non si possono non citare due importanti Convegni nazionali di studi da lui organizzati, ai quali presero parte studiosi provenienti da varie Università italiane: il primo, nel 2003, intitolato «L’identità nazionale. Miti e paradigmi storiografici ottocenteschi»; il secondo, nel 2005, dal titolo «Giuseppe De Dominicis e la poesia dialettale tra ‘800 e ‘900». Di entrambi, negli ultimi mesi del 2005, vennero pubblicati gli Atti, che egli purtroppo non fece nemmeno in tempo a vedere.  Il primo volume, che inaugurò la collana del Centro Studi, da lui curato insieme ad Amedeo Quondam, apparve presso Bulzoni di Roma, mentre il secondo vide la luce, sempre a sua cura, presso le Edizioni Congedo di Galatina.  Dopo la morte di Rizzo, al fine di onorarne la memoria, si decise di associare il suo nome a quello di Castromediano e di attribuire quindi al Centro Studi la denominazione di «Centro Studi Sigismondo Castromediano e Gino Rizzo».

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Taccuino estivo 1. Heidelberg

di Antonio Prete

A Heidelberg, di là dal vecchio ponte sul Neckar, una funicolare porta in alto, ai piedi del grande Castello, poi prosegue più oltre, fino al Königstuhl, che è una collina fitta di conifere e querce. Dal belvedere si può osservare, a valle, il fiume che scorre tra le case della città inarcandosi lungo la pianura.

La vista dall’alto fa esperienza di una lontananza che comprende nel suo spazio torrioni e case, macchie boscose e costruzioni di epoche diverse. E allo stesso tempo la vista oscilla tra due campi di attenzione: da una parte gli accadimenti che trascorrono nel cielo – le nuvole, il trascolorare dell’ora, il volo degli uccelli, il solco di un aereo – e dall’altra il contrarsi della vita cittadina in un disegno inerte, in una cartolina che solo l’immaginazione può sottrarre alla fissità. Nel bosco si apre un sentiero-natura: agevole, ombreggiato da abeti, e abitato, qua e là, da presenze scultoree, lungo i cigli di felci e di lamponi: alcuni artisti hanno usato la materia arborea per modellare corpi di animali.

Non l’uso dell’albero per le imprese “civilizzatrici” – le selve incontaminate che già i romantici vedevano violate e piegate agli scopi dell’industria – ma il passaggio dell’albero, per mano di un artista, verso la forma, verso la gratuità e la grazia dell’arte. Ecco un ramarro disteso su un tronco, poi una marmotta che si affaccia da una roccia, un grande uccello che con l’apertura delle ali fa da schienale per una panchina disposta ad accogliere il viandante, ecco ancora un lungo tronco di albero caduto che in forma serpentina si inarca e solleva la testa sopra i cespugli, e via via molti altri animali scolpiti che accompagnano il cammino.

A un certo punto, in uno slargo, c’è un maestoso xilofono, con tutti i suoi pezzi lignei che oscillano lievi al vento, a lato un litofono dalle lastre affiancate: strumenti arborei e pietrosi che invitano il passante a improvvisare un motivo musicale, usando appositi tronchi. Piccole citazioni di una natura anch’essa “civilizzata”, ma in direzione ludica e musicale. 

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Opus tessellatum 8. Il profeta Giona

di Antonio Devicienti

(Ogni notte, non visti e non uditi, i Salentini ormai privati del corpo, MA NON DELLA  LORO MEMORIA TERRESTRE, fanno ritorno nei luoghi fascinanti: Leuca de Finibus Terrae, la Centopietre di Patù, i pochi ruderi di Casole, le mura di Castro alta, la Cappella di San Paolo a Galatina … )

(Parla Claudia Ruggeri, commossa dalla bellezza selvaggia e apparentemente caotica dell’opus di Pantaleone, s’inginocchia in una porzione dietro l’altare, tocca il pavimento con evanescenti, inesistenti dita).

«La pianta di ricino, eccola, e Ninive grande città; Giona nel ventre del pesce sul fondo del mare e l’urto del singulto che lo rigetta a riva.

Il cielo riversato nella terra e nel mare e i mosaicisti organando a schiere.

I pesci, l’acqua e la città da convertire al bene. Un’umile pianta di ricino (eccola!),  un matto e un attore e il suono del silenzio dal fondo del mare.

Un ventre (di pesce di balena di mare di deserto) che divora o che accoglie, che distrugge o che rigenera, un ardere di vento che secca.

E non ci si perde in questa grande scacchiera dell’essere, in questo precipitare a testa in giù, ma pesci o piante di ricino si nuota, si germoglia sentendo i passi dei bimbi sul ventre e sulla testa.

Artù temerario e solenne, basilisco dai mille colori, asino di Apuleio, gatto calzato, monaco e unicorno.

Se ci fosse un posto per me nel tappeto di mosaico sarebbe proprio tra bordo della nave e superficie marina, volo della mente e grazia profonda degli abissi».

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Antonio Lucio Giannone, Ricognizioni novecentesche. Studi di letteratura italiana contemporanea

di Alessio Paiano

Il volume di Antonio Lucio Giannone, Ricognizioni novecentesche. Studi di letteratura italiana contemporanea, Edizioni Sinestesie, Avellino 2020, pp. 276, raccoglie alcuni studi e interventi dell’autore pubblicati in diverse sedi negli ultimi anni. La selezione operata da Giannone, professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università del Salento, offre un resoconto dei molteplici oggetti di studio che hanno interessato la sua attività: dai debiti della letteratura di Otto-Novecento nei confronti di due autori paradigmatici come Angelo Poliziano e Leonardo da Vinci, si passa alle questioni fondamentali che animano i dibattiti del “secolo breve”, fra tutte l’esperienza futurista, di cui l’autore ricostruisce nel dettaglio il passaggio al paroliberismo e lo scontro ideologico-formale che ne derivò. A questi si affiancano alcuni scritti nei quali Giannone ha messo in dialogo esperienze letterarie rimaste ai margini del canone letterario novecentesco con quelle più consolidate; ne fa riscontro lo stile peculiare dell’autore, per cui all’assoluto rigore dell’analisi si affianca da sempre una limpidezza del discorso che si lascia agevolmente assorbire dal lettore.

Il primo contributo del volume scaturisce data dalla scoperta di una recensione di Giuseppe Ravegnani al Porto Sepolto (1916) di Ungaretti, riemersa dalle pagine della gazzetta barese «Humanitas» (1911-1924). Lo scritto risale al 1918 e ha l’intento di analizzare alcune raccolte poetiche di nuova uscita: secondo il critico, la cui biografia presentata da Giannone sottolinea la formazione fortemente classicista, l’opera di Ungaretti testimoniava una “moda” negativa del tempo, da lui denominata «poesia a contagocce» (p. 23). Il discorso di Ravegnani è evidentemente dettato non da questioni puramente formali ma anche ideologiche: Giannone, che ne sottolinea l’evidente ispirazione crociana, cita in proposito Appello neoclassicista, introduzione a firma dello stesso Ravegnani alla sua raccolta Sinfoniale (1918), in cui l’autore si scaglia contro ogni produzione poetica non filtrata ab origine dal pensiero logico. L’articolo di Ravegnani, seppur in accezione totalmente negativa, ha in ogni caso il merito di aver già individuato in Ungaretti «la funzione di caposcuola di un preciso filone della poesia italiana di quel periodo» (p. 23).

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Le relazioni tra le generazioni umane

di Cosimo Scarcella

Tra negazionismo, revisionismo e integrazione critica

          Per tutto il tempo dominato dalla pandemia causata dal Covid-19 si sono avuti (e si hanno tuttora) frequenti e significative manifestazioni di grave decadenza della civiltà, di preoccupante insensibilità umana e di pericolosa carenza di senso morale. Tralasciando, infatti, il fenomeno assurdo e paradossale dell’agnosticismo scientifico, del negazionismo ideologico e del fanatismo pseudoreligioso, si resta attoniti nel leggere  e nell’assistere a forme di caccia al colpevole dell’ignota e funesta calamità pandemica dilagante per l’intero pianeta; e si fa a gara nell’indicare qualcosa o qualcuno su cui scaricare la colpa, additando, ovviamente, categorie diverse da quella cui appartiene l’«accusatore», e si punta in particolare sulle generazioni più indifese: ora sui giovani “irresponsabili” ora sugli anziani “imprudenti” ora sui malati “abbandonati” ora sui migranti “inopportuni”. Come se non fossimo una sola e unica «famiglia» sociale di esseri umani. Nasce e s’impone, allora, l’amara e  dolorosa percezione che la frattura nei rapporti tra generazioni e tra stati di varie condizioni sociali è diventata un pauroso abisso, che tutto fagocita. E’ assurdo, infatti, che non si comprenda o non si voglia condividere una verità fattuale semplice, evidente e chiara: che in ogni società si è tutti uniti ed equamente coinvolti sia nelle evenienze favorevoli sia negli accadimenti negativi: quando, per esempio, soffrono particolarmente  i bambini e i giovani, nello stesso tempo soffrono a modo loro  anche gli adulti e gli anziani: e non c’è motivo, quindi, per mettere gli uni di fronte o, peggio, contro gli altri: una società, che non rispetta e non si cura dei suoi vecchi, non si preoccupa e non si cura nemmeno dei suoi giovani. Si tratta, in questi casi, di società ”malate”  di insensibilità umana e indifferenza sociale, la cui sola cifra è il maggiore e più immediato profitto, che ovviamente non dànno né assicurano i  giovani e gli anziani.

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Antonio Prete, Del silenzio

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Zibaldone galatinese (Pensieri all’alba) XLIV

di Gianluca Virgilio

Il rapporto uomini e animali, secondo Claudio Magris, Danubio, in Opere I, I Meridiani Mondadori, seconda edizione, Milano 2016, p. 1059: “Il disagio della civiltà, magistralmente evocato da Freud, nasce anche da un’insanabile contraddizione. La civiltà e la morale si basano su una distinzione necessaria e difficilmente fondabile, quella fra uomini e animali. È impossibile vivere senza distruggere la vita animale, non fosse altro quella di minime esistenze che sfuggono alla nostra percezione, ed è impossibile riconoscere agli animali dei diritti universali e inviolabili, considerare kantianamente ogni animale un fine anziché un mezzo; la fraternità solidale può abbracciare l’umanità, ma sia arresta ad esse. Questa impossibilità rende inevitabile la separazione fra mondo umano e mondo naturale e costringe la cultura, che si batte contro le sofferenze inflitte agli uomini, a costruire il suo edificio sulla sofferenza animale, cercando di lenirla ma rassegnandosi a non poterla eliminare. L’irredimibile dolore degli animali, popolo oscuro che accompagna come un’ombra la nostra esistenza, getta su quest’ultima tutto il peso del peccato originale.”

Dunque noi umani siamo condannati non solo ad infliggere immani sofferenze agli altri animali, ma anche a sentirne tutto il senso di colpa. Facciamo il male senza nessuna prospettiva di poterci redimere. Non potremo mai sapere se il leone che sbrana il cerbiatto o il serpente che ingoia il topo provano la stessa cosa alla fine del loro pasto, quando godono del riposo indotto dalla sazietà. Pertanto, chi ipotizza che è la nostra separazione dal mondo animale e, dunque, la nostra cultura, a renderci sensibili alle sofferenze animali non ha più ragione di chi pensa che noi non siamo affatto separati dal mondo animale, che siamo animali noi stessi e che il senso di colpa in noi non sia che una sorta di acido gastrico adatto a favorire una migliore digestione.

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