Superstite, io rammento

Luigi Mariano,  senza titolo, 98 cm x 116 cm, olio e stagnola su tela, composto a più riprese, versione finale seconda metà degli anni ’80 del Novecento, collezione privata.

di Giovanni Francesco Romano

Quando ascolti

Gino, quando ascolti miei versi

hai dentro una chitarra:

vibrano sulle corde le parole

e tu fremi … poi, nel silenzio,

le note sono gocciole di luce

raccolte nel tuo cuore.

1954

Nota: Gino è il pittore e incisore Luigi Mariano (1922-1999).

Nel giardino della Scuola Media “Giovanni Pascoli”

Tessono i ventagli delle palme

con dita pendule – zampe di ragni –

una rete d’aria a intrappolare il vento:

solleticato il vento si rabbuffa

e li scompiglia, tremuli …

1960

Ritorno da Barrea

E la cicala

da un pino

a slogarsi

di gioia

rivedendoci

scesi appena dai monti

nella piana

stordita

dal solleone

rinfrescata

laggiù

dal limpido lameggiare

del mare.

1965

[Giovanni Francesco Romano, Superstite, io rammento, Manni Editore, San Cesario di Lecce 1993, pp. 68, 77 e 92]

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I lavoratori istruiti sono inutilizzati

di Guglielmo Forges Davanzati

L’ultimo Rapporto SVIMEZ segnala una leggera crescita del Sud, caratterizzata, tuttavia, da crescente disoccupazione – soprattutto giovanile – riduzione dei salari e aumento della povertà. Si tratta dunque, di una crescita basata su crescenti diseguaglianze distributive, peraltro in aumento proprio nell’area del Paese che fa registrare la più elevata polarizzazione dei redditi e della ricchezza. La crescita è essenzialmente dovuta all’aumento degli investimenti privati e dei consumi, con investimenti pubblici ancora in riduzione. Gli investimenti sono stati effettuati prevalentemente in edilizia (a fronte del continuo calo dei residenti), mentre l’aumento dei consumi è in larghissima misura dovuto all’aumento degli afflussi turistici, quest’ultimo, a sua volta, imputabile alle crisi politiche e ai conseguenti rischi da assumere per percorsi turistici nella sponda Sud del Mediterraneo.

E’ opportuno chiarire che si tratta di una crescita irrisoria e che, nelle previsioni SVIMEZ, il tasso di crescita delle regioni meridionali tornerà a livelli pre-crisi solo nel 2028. Il costante aumento della disoccupazione giovanile sembrerebbe essere il problema meridionale, oltre che, più in generale, italiano. A ben vedere, l’ISTAT considera una condizione di disoccupazione giovanile quella che riguarda individui compresi fra i 15 e i 24 anni. In quella fascia d’età, non si cerca lavoro perché si è ancora studenti, a scuola o in Università, e, coloro che cercano lavoro spesso lo trovano a condizione di avere bassi livelli di istruzione. Il problema riguarda semmai la fascia d’età superiore, compresa fra i 25 e i 34 anni. L’aumento (modesto) dell’occupazione al Sud è imputabile essenzialmente all’aumento dell’occupazione di individui in età adulta e, per i neo-assunti, l’occupazione è precaria e di bassa qualità. Continua a leggere

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La scoperta di Confindustria

di Ferdinando Boero

Confindustria fa una scoperta: la fuga dei giovani dal paese è una perdita equivalente a 14 miliardi di euro. Il calcolo si fa considerando quanto il paese spende per formare il “capitale umano” (tenere in piedi un sistema di istruzione costa) e quanto si perde non utilizzandolo, anzi, regalandolo a paesi che competono con i nostri sistemi produttivi.

Ora, questi giovani che scappano spesso vanno a lavorare per industrie straniere o, comunque, con strutture produttive, siano esse statali o private. Se ne vanno perché il sistema produttivo italiano non offre loro prospettive. E, ora, il sistema produttivo si lamenta. Come se la mancanza di prospettive di lavoro per i nostri giovani fosse indipendente dalle politiche di sviluppo messe in atto dai “sistemi produttivi”, cioè dagli industriali. Evidentemente siamo di fronte a una grave forma di schizofrenia, di sdoppiamento della personalità. I colpevoli di questa situazione se ne lamentano, come se la causa non fossero loro. Delocalizzare i sistemi produttivi dove la manodopera costa poco e non ci sono leggi per difendere l’ambiente e i lavoratori è stato considerato l’unico modo per guadagnare con l’imprenditoria. La politica governativa, in effetti, sta facendo di tutto per diminuire i vincoli ambientali (lo sblocca Italia, per esempio) e ha spinto in ogni modo la precarizzazione, associata ai bassi salari. Per diventare competitivi dobbiamo diventare come la Cina. I nostri giovani, ingrati, non ci stanno. Se ne vanno dove il loro valore viene retribuito in modo equo, dove è possibile costruirsi una vita. L’ambiente ne risente in modo drammatico, oramai non c’è bisogno di spiegare oltre. E ora chi ha fatto di tutto per creare questa situazione si accorge che non è bene per il paese. Ma guarda un po’! Se le industrie chiudono in Italia e si trasferiscono altrove, ci saranno sempre meno italiani che guadagnano e che spendono. Chi comprerà le merci prodotte altrove? Il miracolo italiano fu il risultato dell’industrializzazione e fu sostenuto dagli acquisti degli operai che compravano quel che la loro industria (e quelle degli altri colleghi) produceva. Se l’industria chiude, chi compra quel che produce? Questa politica è parallela al comportamento dei pescatori. Sanno perfettamente che se pescano in modo dissennato (prendendo i pesci quando sono ancora troppo piccoli, per esempio) poi la risorsa si esaurirà. Però dicono: se non lo faccio io lo fanno gli altri, e quindi tanto vale che lo faccia io. Poi qualche santo ci penserà. Questa visione miope del tornaconto immediato, incurante delle conseguenze, pervade il nostro modo di concepire il paese. Devastato l’ambiente, devastate le giovani generazioni. E, ora, i responsabili di tutto questo si preoccupano. Forse sperando di intercettare enormi investimenti per curare i danni che loro stessi hanno generato. L’anno prossimo saranno 50 anni dal ’68. I giovani di allora avevano un obiettivo: cambiare il mondo. I giovani di oggi non protestano, vanno dove quel mondo esiste, e non è in Italia!

[“Il Secolo XIX”, lunedì 18 settembre 2017]

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Guida dell’insegnante

di Gianluca Virgilio

Da quando lo disse quel tale, sempre più spesso, a proposito degli insegnanti, sento pronunciare la parola fannullone… Perché dovrei prendermela a male? Ci sono abituato. Da anni sento dire che diciotto ore di lavoro son poche: meno di quattro ore al giorno per cinque giorni la settimana. Chi è che lavora così poco? Piano piano mi stanno convincendo che è vero. Vediamo un po’ come stanno le cose …

Per insegnare ci vuole una laurea, sebbene  per molte materie pratiche basti il diploma, all’incirca senza differenza stipendiale; poi bisogna fare un concorso e, una volta “entrati”, si può fare a meno di studiare. Certo, se non si ha proprio niente da fare, si può preparare la lezione il giorno prima, ma per questo non c’è alcun obbligo, nel senso preciso che nessuno ti costringe a studiare il giorno prima per la lezione del giorno dopo: dovresti già saper tutto! D’altro canto, a che serve studiare, se in classe basta ripetere ai ragazzi quello che c’è scritto nel libro di testo? Il professore è un ripetitore, che nulla aggiunge al già scritto. Quando poi va a verificare la stato dell’apprendimento degli studenti, gli viene vivamente consigliato di usare le verifiche preconfezionate che tutti i libri di testo recano con sé come indispensabili appendici. Le risposte sono già date e al professore non è richiesto alcuno sforzo interpretativo, basta affidarsi alla Guida dell’insegnante (altra appendice), che ti dà tutte le soluzioni. Poi è il momento della valutazione: no problem, per questo c’è una griglia già pronta. Qui non si tratta di pensare, ma solo di contare e applicare, non di valutare, ma di misurare. Lo studente chiede che il suo voto gli venga spiegato? Bene, l’insegnante apre la griglia  e gli mostra quali sono i parametri corrispondenti al voto riportato: è lì la spiegazione, e tu, docente, non puoi farci nulla, non sei responsabile di quel voto, responsabile è la griglia, che ti separa dal discente, come una grata separa il carcerato dal suo carceriere. Continua a leggere

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110 anni fa la nascita di Francesco Politi, spirito salentino tra i più aperti e ricchi di inquietudini del Novecento

di Gigi Montonato

Il 14 settembre 1907, 110 anni fa, nacque in via Vanini a Taurisano Francesco Politi, primogenito di cinque figli; a lui seguirono tre sorelle e un fratello. Famiglia importante la sua, della piccola borghesia terriera e impiegatizia. Il padre, Luigi, era un amministratore di proprietà agricole. La madre, Concetta Baglivo, era un’insegnante elementare. La nonna materna, Angiola Leone di Casarano, era un’ispettrice scolastica. Un ambiente famigliare grave e rigoroso. Francesco era destinato a conferire alla famiglia, attraverso i suoi successi professionali, lustro e benessere, come a quei tempi era nelle aspirazioni delle famiglie borghesi. Fu avviato agli studi e si può dire che dall’età di undici anni in poi trascorse la sua vita lontano da Taurisano. Vi ritornava per brevi periodi all’anno. Nel poco tempo andava a visitare i suoi luoghi dell’anima: una campagna, un muretto di pietre a secco, un albero, un trullo, un vecchio contadino. Traeva ispirazione e si ricaricava di aria natìa prima di affrontare un altro lungo addio.

Non gli fu facile trovare l’ingresso della carriera. A Lecce si era maturato al Liceo Scientifico, che, per la riforma Gentile, consentiva l’accesso solo ad alcune facoltà universitarie. Dovette conseguire la maturità classica al Liceo “Cavour” di Torino. Anche l’indirizzo universitario era stato incerto. All’Università di Genova si era iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza. Si laureò in Lettere all’Università di Firenze.

Fu professore di liceo a Bressanone, prima di intraprendere la carriera diplomatica. Nel Trentino era stato attratto da uno zio materno, Francesco Baglivo, medico chirurgo e veterinario, che era stato colà insignito di medaglia d’oro dall’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe per i suoi studi sull’afta epizootica. Quel soggiorno gli cambiò la vita, studiò e apprese la lingua tedesca, che gli avrebbe aperto le porte alla carriera. Fu dirigente degli istituti italiani di cultura, a Vienna, a Bucarest, a Berlino, prima della guerra; a Marburg Lahn e a Monaco di Baviera dopo; dirigente della “Dante Alighieri”, per la quale tenne numerose applauditissime conferenze in diverse città e capitali europee. Continua a leggere

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Foto di memoria salentine: da don Tonino a Verri

di Augusto Benemeglio

E poi,  in un balzo, eccomi ad Otranto,  a osservare sulla banchina altri innumerevoli volti disfatti di albanesi, maschere allucinate da speranze e furori troppo a lungo repressi.  Ma dalla piana delle matineès  rosate viene loro incontro don Tonino con un fascio di spighe di grano, e quel suo sorriso pieno di miraggi e di utopie, tipo la sua chiesa del grembiule – Non vi abbandonerò – dice – in questo giorno di abbandonati, non vi abbandonerò in mezzo alle croci, al deserto e  alle macerie, alla puzza di vomito e di sudore, e poi va in tivù, nell’arena, nella trappola di Telekabul, che Michele il Rosso gli ha teso per darlo in pasto ai leoni, come Daniele. – Era destino che si dovesse perdere la ragione , e perfino il pudore, lacerarsi i sensi e fare un falò del tuo decoro, per inseguire una follia della santità. – La santità è come la genialità,  non si eredita, è un dono che richiede – tuttavia – un esercizio costante e paziente  di feroce umiltà.  E solo allora, l’anima intimidita entra nella spirale dell’immensità, e non cerca più nulla, poiché nulla è da cercare e da capire: è solo Amore, e l’amore non ragiona!

Non il vedere per primo qualcosa di nuovo, bensì il vedere come nuovo l’antico, ciò che è già anticamente conosciuto e che è da tutti visto e trascurato, contraddistingue la mente diversa”.  Mi ricordavo un po’ Turoldo e un po’ Nietzsche, un po’ Ravasi , un po’ (chissà perché) Empedocle, tra le balaustrate di pietra e le simmetrie dei chiostri domenicani, coi finestroni lobbati, l’altare di Dio e i luoghi un tempo solcati dai torrenti. Me ne andavo come un girovago smemorato, metà viaggiatore e metà pellegrino,  per le vie e per le piazze del Salento, in direzioni da me non volute. Chi mi portava avanti, chi spingeva i miei passi per i labirinti  del granchio e della vite, per seguire una stella cometa già spenta, tra i campi liberi di Lancellotto, la Madonna di Costantinopoli e il menhir di Montebianco?  Ecco Vernole, tra le serre di Martignano e il litorale,  e l’albero di pino col suo profondo silenzio, chiuso e segreto, i suoi casali bianchi, e Acaia, dentro le sue mura e il suo grandioso castello, che celebra la sagra della pittula. “Più non conosco la fame/ più non conosco la tavola vuota/ il piatto vuoto di orzo e di cacio/ il focolare senza fuoco”, scrisse la poetessa Luigina Corciulo,  una sorta di Emily Dickinson salentina, che soffriva di epilessia, malattia di cui allora ci si vergognava e si faceva divieto a chi ne fosse affetto di contrare matrimonio.  Continua a leggere

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Osservazioni a margine della divulgazione scientifica

di Paolo Maria Mariano

La produzione scientifica è spesso vista dai non addetti ai lavori come una fabbrica di certezze asettiche che emergono da qualche antro dove qualcuno parla un qualche linguaggio difficile. Il successo di tanta divulgazione della scienza indica forse non tanto la propensione al conoscere – se così fosse, gli indirizzi dati da chi cura l’organizzazione del sistema scolastico sarebbero probabilmente diversi e comunque le richieste degli utenti di quel sistema sarebbero altre – quanto proprio il desiderio di aggrapparsi a certezze anche nei casi in cui queste non abbiano aspetti consolatori; rincorrere, quindi, la sicurezza che ci sia qualcuno che sa. E per divulgazione della scienza intendo il racconto di una qualche disciplina scientifica a un immaginario lettore che non abbia della disciplina stessa informazioni almeno analoghe (e forse non basterebbe) a ciò che è istituzionalmente indicato nei programmi di un percorso universitario che possa essere ritenuto ragionevole da chi nella disciplina ha avuto un ruolo creativo.

D’altra parte, però, la divulgazione stessa è spesso deviante perché è tendenzialmente enfatica – la narrazione di chi fece l’impresa, una narrazione degli eroi – e difficilmente riesce a rendere evidente il cammino accidentato, arduo e incerto che percorre chi opera ogni giorno nel campo scientifico, come in ogni altro cammino che ha come fine il conoscere, e alla fine come tutta la vita. La divulgazione di teorie specifiche – e la mia è solo una valutazione di media – non riesce spesso a fornire una percezione esatta dei conflitti interiori ed esteriori, degli errori e dei ripensamenti, dei tentativi, dei tormenti, dell’ignavia, dell’impeto e dell’allegria, dei meandri concettuali che si percorrono per giungere alfine a un risultato che può essere la soluzione di un problema specifico, l’approfondimento di un concetto, l’analisi dei fondamenti di una teoria, la costruzione di una nuova o anche l’estensione di un corpus già esistente, perfino un risultato negativo, l’indicazione, cioè, di qualcosa che non si può fare. E d’altra parte, anche tra chi fa scienza la percezione di questi aspetti varia a seconda della cultura personale, della sensibilità, del valore. Non voglio con ciò affermare che la divulgazione sia inutile. Ha la sua importanza nello stimolare ulteriori approfondimenti e nel far percepire un’idea dello stato delle cose, quella percezione che può far inclinare la propensione a destinare risorse pubbliche e private allo sviluppo della ricerca, oltre il naturale – e per taluni perfino anomalo – rarissimo mecenatismo che spinge la ricerca animato da puri fini di conoscenza. Continua a leggere

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Dante nella letteratura del Novecento

di Luigi Scorrano

Parlando di Dante nel Novecento è necessario precisare e limitare: esploro qui la presenza di Dante nella letteratura italiana del Novecento soffermandomi solo su qualche esempio. L’argomento, poco o per niente trattato dalla critica nella prima metà del Novecento, ha assunto rilievo a partire dalla fine degli anni Sessanta. Da allora gli studi su questo argomento si sono intensificati.

Il relativo disinteresse per l’argomento derivava probabilmente dalla convinzione che Dante avesse poco a che fare con il Novecento. Fino al primo Novecento funziona un’immagine, ed un’accoglienza, di Dante che si riferisce al ruolo, assegnatogli soprattutto nella letteratura risorgimentale, di simbolo della nazione. Diffuso era il culto di Dante, che si esprimeva in vari modi. Valeva, soprattutto, l’omaggio. La figura e l’opera di Dante erano intoccabili: sacri. Tra fine Ottocento e primo Novecento le cose cominciano ad assumere un aspetto diverso. Con D’Annunzio il culto di Dante padre imbocca una direzione nazionalistica. In Pascoli questo aspetto appare con minore evidenza. Dopo si sperimentano altri modi di accostamento o di distacco. Sono espressioni di questo nuovo orientamento la parodia e l’attentato (uso questi termini come possibili approssimazioni). La parodia, o il filtro di una a volte corrosiva ironia, è nei crepuscolari e in Gozzano in maniera più evidente; l’attacco è nei futuristi. Marinetti dichiara che la Commedia è un verminaio di glossatori, che lui vorrebbe spazzare via. Se la prende, dunque, non tanto con il poeta (che anzi aggrega d’ufficio alla squadra dei futuristi) ma soprattutto con i commentatori di Dante.

Dal secondo dopoguerra matura, invece, un recupero della parola dantesca come sangue della riflessione poetica e come lettura di sé e della contemporaneità attraverso Dante. Si hanno allora situazioni fortemente differenziate. Si abbandona il tipo di lettura univoca che era data dalla tradizione romantico-risorgimentale e si arricchiscono le modalità della lettura e del recupero di materiali danteschi all’interno di nuovi percorsi poetici. Il Dante risorgimentale e post-risorgimentale e quello nazionalistico si presenta unilaterale; il Dante propriamente novecentesco ha connotazioni multiformi che non è possibile ricondurre ad un’unica formula che comprenda e riassuma tutte le esperienze. Perciò va osservato nella singolarità di ogni esperienza di scrittura nella quale lo si ritrovi. Gli esempi scelti e presentati in queste pagine mostrano questa diversità e danno un’idea almeno della forza con cui Dante ha agito sulla poesia del Novecento (non solo di quello italiano, ma di quello mondiale). Ungaretti e Montale, Luzi e Pasolini, Giudici e Sanguineti, Quasimodo e Gadda e Saba e molti altri che si potrebbero aggiungere (e ho citato sparsamente) hanno tutti, in misura diversa, attraversato Dante. Utile mi sembra soffermarmi solo su alcuni esempi mettendo in evidenza il dantismo di due poeti (Dino Campana e Vittorio Sereni) e di un romanziere in piena attività (Alberto Bevilacqua). Continua a leggere

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Mon grand-père Luigi

di Gianluca Virgilio

Il est absolument impossible qu’un homme n’ait pas dans le sang les qualités et les prédilections de ses parents et de ses ancêtres, quoique les apparences puissent faire croire le contraire.

Friedrich Nietzsche, Par-delà le bien et le mal, aphorisme 264.

Vers midi, un peu avant que la sonnerie ne retentît, Uccio Pensa vint me prendre à l’école. Le concierge m’accompagna jusqu’à la sortie et je montai dans l’auto avec une certaine anxiété. Je ne me rappelle plus si j’étais seul, avec ma sœur ou mon père, ou avec les deux ensemble. Ma mère était déjà à Corigliano d’Otrante, car mon grand-père était mort quelques heures auparavant et elle s’y était rendue immédiatement avec sa voiture, dès qu’elle avait appris la nouvelle au téléphone. C’est Uccio Pensa, rappelé à la rescousse pour la circonstance, qui m’annonça la mort de mon grand-père. C’était en mai mille neuf cent soixante-treize, j’avais dix ans, j’étais en CM2.

On me poussa vers lui, allongé sur le lit, vêtu de noir, très élégant comme jamais je ne l’avais vu auparavant : je devais l’embrasser. Je porte encore en moi la sensation de la joue rugueuse – d’ici peu le barbier allait venir le raser. On lui avait mis un mouchoir blanc autour de la tête pour lui maintenir la mâchoire de façon qu’il garde la bouche fermée, comme on me l’expliqua par la suite. Continua a leggere

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Quando la natura presenta il conto…

di Ferdinando Boero

Ho scritto troppi articoli per il Quotidiano (e non solo) dicendo che con la natura non si scherza. Quando c’era la siccità, quest’estate, ho scritto che ce la saremmo presto dimenticata all’arrivo delle alluvioni causate da precipitazioni intense. La previsione si è puntualmente verificata. Accusiamo la protezione civile che ha dato l’allarme rosso a Genova ma non a Livorno. A Genova oramai è sempre allarme rosso, dopo che una sindaca è stata condannata per non averlo dato in un’occasione in cui ci sono state vittime. Ma non è che la cosa si risolva dando un allarme rosso ogni volta che sono previste piogge.

Veltroni, su Repubblica, emula (con 20 anni di ritardo) Al Gore e dice che la sinistra non può non essere ambientalista. Concordo con lui e, quindi, la sinistra attuale non è sinistra. E’ un governo di sinistra a concedere i nostri fondali ai petrolieri, è un governo di sinistra a dire di non andare a votare a un referendum con risvolti ambientali. È un governo di sinistra a non avere l’ambiente nei suoi programmi. Dalla destra ci aspettiamo la totale insensibilità nei confronti dell’ambiente, il negazionismo, l’insofferenza a ogni vincolo, l’opportunismo. I condoni e le furbizie. La sinistra dovrebbe essere differente, e invece rincorre la destra. Neppure il M5S, che pure ha iniziato con temi ambientali, tipo le rinnovabili, ha oramai perso la vocazione ambientalista e strizza l’occhio agli abusivi “per necessità”. I verdi non ci sono mai stati e contano pochissimo. Ci sono movimenti, associazioni, ma hanno scarso valore politico. Non riescono ad incidere sulle scelte governative, se non molto marginalmente.  Continua a leggere

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