Oltre gli algoritmi

di Paolo Maria Mariano

Spesso ci sono esposte analisi economiche e statistiche sull’andamento della percezione della politica, e chi le espone le rafforza dichiarando che esse emergono da algoritmi; perfino s’illustrano le previsioni che gli algoritmi forniscono. La ricezione di queste analisi condiziona talvolta le nostre scelte nel momento del voto o in altri aspetti del vivere civile. Non è del tutto inutile, quindi, cercare di chiarire alcuni aspetti della questione.

Un algoritmo è una struttura di calcolo. È la formalizzazione di una visione che si ha di una classe di fenomeni per quantificarne alcuni aspetti che sono ritenuti essenziali da chi propone l’algoritmo stesso. I limiti degli algoritmi sono nella precisione (l’errore dovuto all’approssimazione numerica, e che si può quantificare) ma soprattutto nella visione che li genera, cioè nelle ipotesi su cui si basano.

La questione riguarda, più in generale, anche i modelli matematici che costruiamo per descrivere il mondo che ci circonda. La loro valutazione non si basa solo sulla verifica della correttezza formale delle relazioni tra gli enti che compongono i modelli e sulla stima della difficoltà formale del discorso matematico che li esprime. È necessario considerare anche e soprattutto le premesse su cui si basano e poi la natura delle approssimazioni successive che portano a conclusioni particolari. Le ipotesi iniziali costruiscono un modello e soprattutto ne delimitano la validità; la sua adeguatezza (in questo senso il suo contenuto di verità) risiede nell’aderenza degli aspetti che si considerano peculiari nei fenomeni osservati agli enti matematici che si usano per rappresentarli. Continua a leggere

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Promenades d’hier et d’aujourd’hui (première partie)

di Gianluca Virgilio

Il fut un temps où mon père et ma mère, parfois, prenaient la voiture pour aller se promener à la campagne ; ils s’engageaient sur la route qui mène aux Paduli, tournant à droite vers Aradeo ou à gauche vers Cutrofiano, ou bien la suivant tout droit vers la campagne de Collepasso, où quelques années auparavant, en septembre, ils avaient passé un mois de vacances dans une petite maison sans électricité. Au début des années soixante-dix, on s’adaptait encore à de telles circonstances, nous les petits avec une certaine stupeur. Le soir, avant d’aller dormir, allumer une lampe à pétrole avec laquelle on se déplaçait de chambre en chambre et qui projetait de longues ombres sur les murs, ressemblait à un rituel antique inconnu de nous les enfants et plutôt inquiétant, mais dont nous avaient parlé nos parents qui, eux, semblaient simplement reprendre une vieille habitude.

Après une semaine de travail éprouvante, lorsque, pour la sortie du dimanche après-midi, mes parents renonçaient à aller à la mer de façon à échapper à la circulation, ils prenaient plaisir à se montrer mutuellement les cultures de fenouil et de chicorée, de poivrons et d’aubergines, de pommes de terre et d’oignons, les vignes et les oliveraies, les champs de céréales ou de tabac, selon les saisons ; et à nommer, en indiquant telle maison rurale ou telle autre, grande ferme ou fermette, la famille à laquelle elle appartenait. Quand mon père voyait la plaine s’élever au loin en un doux coteau planté d’oliviers ou le Canale dell’Asso former un méandre avec une roselière plus fournie, il se prenait à imaginer des lieux lointains, les collines siennoises ou les rives d’un ruisseau de la Brianza ou bien un bout de canal pavesan ; des lieux où cinquante ans auparavant il avait lui-même vécu, pendant quelques années ou quelques mois ou seulement quelques jours, d’abord devenus des lieux de sa mémoire, puis de son imagination capable de transfigurer les lieux réels, et donc, au moins en un moment d’enthousiasme, de resituer de lointains souvenirs dans le temps présent et en un coin de campagne où jamais personne n’aurait pensé qu’ils pussent être réévoqués. Continua a leggere

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La poesia della lontananza

di Antonio Prete

La parola lontananza mi ha sempre colpito, insieme con altre parole della nostra lingua che hanno la terminazione in –anza: per esempio, ricordanza. Ho messo in rapporto lontananza con ricordanza, giacché molti anni fa me ne sono occupato a proposito di Leopardi. Mi sono accorto allora che la parola lontananza, come ricordanza, dice un movimento.
Dire ricordanza è diverso che dire ricordo. Il ricordo è ciò che prende forma e si presenta quasi come solidificato, definito. I francesi dicono souvenir. Noi stessi diciamo “ti ho portato un souvenir”, cioè ho reso oggetto un ricordo. Ma ricordanza indica invece il ricordo nel suo movimento verso il farsi forma, presenza. Leopardi dà molto rilievo alla ricordanza e scrive un noto testi poetici Le ricordanze, dandone questa definizione nello Zibaldone: “Non la rappresentazione di una cosa, ma il riflesso, la ripetizione, la ripercussione di un’immagine antica”, cioè qualcosa che dall’antico torna nel presente. La ricordanza per Leopardi è qualcosa che si muove, che esce dalla prigione dell’oblio, dal chiuso della dimenticanza, e torna a pulsare, a prendere vita: “Silvia, rimembri ancora…”. Silvia torna a prendere presenza, lei che non c’è più ritorna a vivere, a pulsare, ridiventa figura, ma non è vita nel senso comune, è un’altra vita, la vita della poesia, Silvia entra nel tempo della poesia. La poesia riesce ad annullare l’irreversibilità del tempo – questa è una caratteristica del tempo riconosciuta da tante filosofie e anche dalla fisica quantistica contemporanea; la tecnica è tanto avanti, ma la macchina del tempo non è stata ancora inventata -, a bucarla, a cancellarla, perché il tempo irreversibile torna nella lingua, assumendo la figura del ritmo della poesia, immagine, Leopardi diceva parvenza. Analogamente, lontano indica qualcosa che non è presente, è assente, e che sta lì, fuori del nostro orizzonte, mentre il termine lontananza indica un movimento del lontano verso la figura, la forma, ciò che non c’era, che non appariva, che non esisteva alla vista, e che appare, prende forma, si fa presente: questa è la lontananza. Una linea di confine, un orizzonte che man mano per me diventa una figura di presenza. Continua a leggere

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Come contribuire al progresso della scienza meridionale

di Ferdinando Boero

Il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (MIUR) ha appena lanciato il bando per i Progetti di Rilevante Interesse Nazionale. Questa volta con somme relativamente elevate, se paragonate alle miserie degli anni scorsi.

Un occhio di riguardo è stato tenuto per il Sud. Una porzione sostanziale (64 milioni di euro) del finanziamento è stata dedicata a Regioni identificate come “in ritardo di sviluppo”. La Puglia è una di queste. Ci sarà, quindi, una “riserva di caccia” intitolata SUD. Ovviamente le regioni del sud potranno partecipare anche al resto del bando, ma avranno una quota dedicata esclusivamente a loro.

Posso dirlo? A me pare umiliante. E temo che non contribuirà al progresso della scienza meridionale. Le montagne di soldi arrivate con l’Obiettivo 1 dell’Unione Europea non hanno sortito grandi effetti, visto il ritardo che continua ad affliggerci e alle cattedrali nel deserto che sono state costruite con quei fondi (mi sono stufato di fare l’elenco).

L’Unione Europea, comunque, per quel che riguarda la ricerca, ha adottato una strategia completamente differente. Promuove progetti in cui gruppi di ricerca degli stati leader in una data area scientifica lavorino assieme a gruppi di ricerca di stati emergenti, e richiede un alto tasso di scambio tra le varie comunità scientifiche, incluse anche quelle del Nord Africa e del Medio Oriente. Nei 40 anni della mia carriera ho visto paesi praticamente inesistenti nel campo delle scienze marine crescere sensibilmente a seguito di questa politica di “mescolamento”. La tendenza, sulle prime, è stata di prendere i soldi e non far niente, lasciando lavorare i più esperti. Ma, progetto dopo progetto, le comunità scientifiche di questi paesi si sono adeguate agli standard dei paesi più avanzati. Per le scienze del mare, tra i paesi arretrati, tempo fa, c’era anche l’Italia. Ho assistito con sgomento alle resistenze all’uso della lingua inglese per pubblicare i risultati delle ricerche italiane, subendo anche ritorsioni per aver pubblicato il mio lavoro su riviste non italiane. Chi è entrato nei circuiti europei ha assunto una dimensione internazionale, chi si è adagiato nei facili canali preferenziali (prima di tutto regionali) è rimasto indietro. Ricco, arretrato, e sempre pronto al lamento.  Continua a leggere

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Come siamo diventati brutti!

di Gianluca Virgilio

“Io pure, una volta, ero bello, ma mi sono imbruttito a forza di presunzione…”.

Saul Bellow, Herzog.

Voglio raccontarvi quello che mi ha detto un amico qualche giorno fa. Ero appena entrato in un bar per prendere un caffè, ed ecco che l’amico entra dietro di me, guadandosi intorno. Io lo saluto e lo invito a bere il caffè; egli accetta e, mentre il barman lo prepara, comincia il racconto di quanto gli era accaduto la sera prima.

–         Certe cose non si dovrebbero mai fare…

–         Che cosa? – gli chiedo.

–         Erano trent’anni – mi risponde – trent’anni che non incontravo i miei compagni di liceo. Ti consiglio di non fare mai questo errore.

–         E’ un errore incontrare i compagni di scuola dopo trent’anni? Io la considero una bella rimpatriata.

–         Sì, ma ti è mai capitato di fare mai questa “bella rimpatriata”?

–         No, almeno non ancora… ma… Continua a leggere

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Sofia Stevens poetessa anglo-gallipolitana

di Augusto Benemeglio

Sofia Stevens nacque nel 1845 a Gallipoli, figlia del vice Console inglese, a Gallipoli, Henry Stevens, che rimase in carica fino al 1867, anno in cui morì. Anche il nonno di Sofia , Richard, era stato vice console dal 1829 fino al 1853. Mentre la madre di Sofia era una nobildonna di origine franco-napoletana: Carolina Auverny.

Sofia era la seconda di cinque figli (3 femmine e due maschi) ed era stata educata prima a Galatina, poi, all’età di undici anni, fu mandata a Napoli, dove ebbe per maestro di lingue e di poesia Federico Villani; a quindici anni ritornò a Gallipoli e di qui ebbero inizio, come era norma per i giovani di buona famiglia, i viaggi di formazione in Europa . Con lo zio Giovanni Auverny, per due anni, Sofia non fece che viaggiare: Parigi, Madrid, Berlino, Zurigo, Monaco di Baviera, Copenaghen, ecc. Si perfezionò negli studi classici conoscendo oltre l’italiano, il francese, l’inglese, lo spagnolo e il tedesco e, rientrata a Gallipoli, cominciò a scrivere per proprio conto finché, morto il padre, nel 1867 (Sofia ha 22 anni), si trasferì, con la madre e tutta la famiglia, a Napoli. Qui sposò, senz’amore, Settimio Bartocci. I due vissero tra Gallipoli e Napoli, a seconda delle stagioni, finché nel 1873 venne diagnosticato a Sofia ( ha soltanto 28 anni) un tumore al seno. Da questo momento in poi Sofia si trasferisce definitivamente a Napoli. Non rivedrà più Gallipoli. Operata tre anni dopo, muore il 9 agosto 1876, a soli 31 anni di età… Muore con il rimpianto di un amore infelice e con la sua Gallipoli nel cuore.

Lascia, scritte con il lapis, in vari quaderni-diari, 350 poesie, che aveva cominciato a scrivere fin dall’età di 15 anni. Verranno pubblicate postume, nel 1879, sotto il titolo “Canti”, come avrebbe desiderato lei stessa, che ammirava e amava moltissimo i “Canti” leopardiani.

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Quello strano impulso che ci fa tutti scrittori

di Paolo Maria Mariano

Perché si dovrebbe voler scrivere un libro? O, in maniera più ristretta, … perché si potrebbe voler scrivere un libro con il desiderio che abbia un valore letterario, che esprima, cioè, un contenuto estetico che possa sopravvivere al trascorrere del tempo? In quest’ultima versione la domanda è l’espressione particolare di una più generale: perché si dovrebbe voler fare arte? Segue dibattito ampio e non conclusivo … forse perfino infinito … che include il riconoscere la relazione dell’estetica con la natura e la condizione umana, anzi, richiede proprio d’indagare sull’origine dell’estetica dal modo che hanno gli umani di percepire il mondo: fisiologia e psicologia, quindi, e non solo … di sicuro. Se ci si limita alla sola letteratura, la questione di cui dibattere è … perché si scrive?

Primo Levi nel suo L’altrui mestiere indicava nove possibili ragioni: (1) “perché se ne sente l’impulso o il bisogno”; (2) “per divertire o divertirsi”; (3) “per insegnare qualcosa a qualcuno”; (4) “per migliorare il mondo”; (5) “per far conoscere le proprie idee”; (6) “per liberarsi da un’angoscia”; (7) “per diventare famosi”; (8) “per diventare ricchi”; (9) “per abitudine”, quest’ultima, per Levi, la ragione più triste. Jorge Luis Borges era più sintetico: “si scrive perché si vuole dire qualcosa”. Attenzione: si vuole, non perché si ha qualcosa da dire. La volontà è sollecitata da una o più delle ragioni elencate da Levi e forse da qualche altra cosa, tutti fattori che appaiono in vario grado in ciascuno e forse variano da momento a momento. Certo, se si sceglie uno pseudonimo, o una serie di eteronimi, come faceva Fernando Pessoa, e si resta nell’ombra, probabilmente si esclude il morbo della visibilità personale (punto 7 dell’elenco di Levi) e forse anche l’abitudine, anche se non la tristezza. Se poi si scrive un libro di poesia, si esclude con altissima probabilità anche l’ottava ragione di Levi. Continua a leggere

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Il tempo autentico è quello che tiene viva la speranza

di Antonio Errico

Molti conoscono quella poesia di Elli Michler che dice così: ti auguro tempo per divertirti e per ridere, per il tuo fare e per il tuo pensare. Ti auguro tempo non per affrettarti a correre ma semplicemente per essere contento. Ti auguro tempo perché te ne resti, e tempo per stupirti, per fidarti, non per guardarlo sull’orologio. Ti auguro tempo per guardare le stelle, tempo per crescere, per maturare, per sperare ancora una volta, per amare.

Spesso ci accade di pensare al tempo che abbiamo attraversato, che attraversiamo, a quello che speriamo di attraversare; ci accade così, spesso senza nemmeno un occasione consapevole; ci accade perché in fondo siamo un impasto di tempo, perché con esso ci confrontiamo, perché ad esso dobbiamo dare conto di quello che facciamo o non facciamo, di quello che siamo, che non siamo, che vorremmo essere, oppure non essere.

Poi ci sono circostanze in cui una più profonda considerazione diventa pressoché inevitabile, che impongono, quasi, un bilancio e una progettazione, un voltarsi indietro ed un guardare avanti, un pensarsi come si è stati e nel modo in cui si immagina di poter essere, a volte con malinconia, con rammarico, con rimpianto, a volte con felicità, con entusiasmo.

Accade che ci si dica: ho fatto questo, quest’altro e quest’altro ancora; ho fatto tutto quello che potevo, come meglio potevo. Continua a leggere

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Il compito della scienza

di Ferdinando Boero

Bella la disamina di Michele Carducci sulla scienza condizionata dal potere economico privato. Diverse volte mi è capitato di leggere dichiarazioni “strane” di luminari come Umberto Veronesi, ad esempio sugli OGM, dipinti come qualcosa di assolutamente buono e senza alcuna controindicazione. O dichiarazioni sul nucleare che dicevano solo porzioni di verità.

Queste cose spesso avvengono da parte di luminari in alcune branche della scienza che si addentrano in altre branche, pretendendo di esser competenti anche in quelle. La reputazione di uno scienziato dipende al prestigio che gode nella comunità scientifica per quel che ha realizzato, e non è difficile verificare, dalle produzioni scientifiche, quali siano gli ambiti di competenza di ognuno. Se parlo io di giurisprudenza, la mia competenza di ecologo non vale gran che. Come le competenze giuridiche valgono poco se si parla di ecologia. Non credo proprio che sia possibile “curare” le tendenze denunciate giustamente da Carducci se non con la scienza. Non è la scienza in quanto tale ad essere tiranna, è l’uso che se ne può fare. La democrazia non c’entra, con la scienza. In democrazia la maggioranza vince, ma non è detto che abbia ragione. Non basta che la maggioranza ritenga giusta qualcosa per renderla giusta! Ci vogliono verifiche sperimentali o, almeno, comparative. Ha però ragione Carducci: sono i soldi a rendere possibili le verifiche. Per esempio: quale è l’impatto dei pesticidi che dilavano in mare dai terreni agricoli? Sappiamo che i fertilizzanti possono causare fenomeni di eutrofizzazione, e ci sono fior di ricerche su questo. Continua a leggere

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Gli arrabbiati

di Paolo Vincenti

“Compagni dai campi e dalle officine
prendete la falce e portate il martello
scendete giù in piazza picchiate con quello
scendete giù in piazza affossate il sistema”

(“Contessa” – Paolo Pietrangeli)

 

E poi ci sono quelli fuori di testa come Paolo Pietrangeli, che si collocano nel filone della canzone di protesta, fortemente impegnata, che scrivono dei testi politici che se non hanno avuto un grosso riscontro di vendite sono tuttavia stratificati nella memoria di chi ha vissuto quegli anni, tanto da diventare degli inni generazionali.

Come si sa, fra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, fioriscono i più importanti cantautori italiani, quelli impegnati. Si lascia da parte l’easy listening, la canzonetta facile e orecchiabile, tutta cuore e amore, e si cavalcano temi di grande respiro, sociali e politici.  Anche i cantautori della prima generazione, quelli che avevano iniziato nei Sessanta con le canzoncine d’amore, virano sui temi impegnati. Pietrangeli si colloca su questa scia e compone canzoni che concedono poco alla melodia e al sentimento ma che trattano tematiche sociali nel solco della tradizione dei canti di lotta operai, tanto che le sue canzoni sono talmente impersonali che sembrano anch’esse canzoni popolari. Il nome di Pietrangeli si identifica da sempre con il suo manifesto: “Contessa”. Il brano diventò il vero inno delle occupazioni studentesche del 1968. Continua a leggere

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