Un po’ mascalzone, quanto basta!

di Luigi Scorrano

In quel variegato serbatoio di impressioni e di pensieri, di osservazioni e di annotazioni fuggevoli oltre che di dure schegge di riflessione, (e mi riferisco al suo Viaggio in Italia), Goethe riversò non solo le sue impressioni di viaggiatore attento e curioso ma anche, come avviene a chi non è superficiale e un po’ distratto “turista”, molti suoi pensieri, delle buone riflessioni su come vada il mondo e come si comportano gli uomini. Insomma, il bel bagaglio che si accresce con gli acquisti e con le esperienze arricchiti a mano a mano lungo il cammino. Ed è proprio in questo repertorio degli “acquisti” che si torna a guardare di tanto in tanto per rinfrescare la memoria, per ripensare riposatamente qualche osservazione utile sulla quale soffermarsi. Sulla seguente,ad esempio,  estratta dal complesso un po’ a caso ma degna d’essere meditata. Scrive Il poeta mentre è a Roma: “… più volte ho avvertito nella vita, che l’uomo che  vuole il bene deve condursi con gli altri in modo non meno attivo e intraprendente dell’egoista, del meschino, del cattivo. Constatarlo è facile; non lo è altrettanto agire in conformità”.

Che cosa suggerisce l’osservazione dell’autore del Faust? Semplicemente che realizzare il bene costringe a imitare modelli negativi: l’intenzione è buona ma la metodologia messa in campo non può non essere venata almeno di risvolti negativi. Se si vuole costruire il bene non si può non agire con metodi che non siano quelli sperimentati e messi largamente a frutto dai “cattivi”. Così ci si trova nella dura necessità di  adottare quello che abbiamo sempre considerato riprovevole elevandone la giustezza pratica (funzionale) e la possibilità che l’adozione di un simile percorso non confligga con la nostra vita morale ma realizzi necessariamente il vieto detto della necessità che fa virtù. A leggere ben addentro l’affermazione goethiana si scopre, esposto in chiare lettere e non per speculum et in aenigmate, che le migliori intenzioni non ci salvano da un’abitudine che trova la sua radice nella natura umana che cerca di raggiungere i suoi scopi, anche quelli più encomiabili, battendo le vie traverse del compromesso, della raccomandazione e di altri ritrovati che la pratica della vita suggerisce. Insomma, si può accogliere il suggerimento di Goethe? Si capisce, ed è provato, che ad essere un po’ (o un po’ tanto?) mascalzoni ci si guadagna sempre.

(2016)

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Oltremare.  È il momento di lasciarlo, questo Salento!

di Paolo Vincenti

Outremer era il nome che i primi Crociati diedero al regno di Gerusalemme, la Terra Santa: destinazione finale, agognata mèta per tanti giovani che, dalle nostre coste, si imbarcavano non già o non solo alla volta di un luogo fisico, ma più che altro alla ricerca del proprio destino, della propria fortuna. Con questo nome venivano indicate nel Medioevo quelle terre del vicino Oriente che rappresentavano, nella fantasia degli artisti e dei sognatori, nella brama di ricchezza dei mercanti e degli affaristi, un favoloso altrove, un “oltre”, di là dal mare, dove tutto era possibile, realizzabile, una nuova terra promessa vagheggiata da cavalieri, religiosi, derelitti, ciarlatani, filosofi e poeti.

Outremer è dunque il sogno, il desiderio di fuga, l’ansia, l’aspirazione. Oltremare, “overseas”,  è l’anelito di libertà che agita i cuori tormentati, che scioglie il torpore, che smuove quell’inerzia in cui a volte si è precipitati  dalla noia, dalla disperazione, da un incidente dei tanti che la vita può riservare.  Oltremare è un colore: un blu intenso che prende il nome proprio da quei territori del vicino Oriente da cui venivano importate le pietre preziose come il lapislazzulo, dal quale deriva questa gradazione di blu. Oltremare è l’anelito, il desiderio di partire per rotte che nessun comandante ha tracciato, per traguardi che nessun equipaggio sa indicare o soltanto immaginare. Continua a leggere

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Una domenica di passione salentina

di Augusto Benemeglio

Dalla Torre del Silenzio (Uluzzo)  che si affaccia sul Parco di Porto Selvaggio ordinavo – sulla carta – le mie vie, i miei giardini, i miei viali, le mie città invisibili, una ad una.  Eccomi più solo di un cane svagato sul pontiletto di Santa Caterina a guardare le barche ormeggiate e scattarmi un selfie dopo l’altro con il cellullare che forse poi pubblicherò su f.b. che gronda di facce celebri e non, intente a mostrarsi occupando la maggior quantità di spazio possibile. Viviamo in una società facciale nella quale – dice Thomas Macho – i visi sono svuotati di ogni connotazione davvero personale. Maschera , medium sociale per eccellenza nel teatro antico greco, capace di evocare la presenza degli dei in un rito, o di rendere presente il volto di un defunto. Ma oggi tutte queste facies, vultus, imago, persona celebrano la presenza del kitsch. Ricordo la maschera colossale di Mao Tse Tung, icona del potere e della pop art, i volti dilaniati di Bacon, o quelli cancellati di Rainer, i film di Bergman, e il  velo della Veronica su cui furono impressi i tratti del vero (?) volto di Cristo. Ma ecco la via Veneto di Fellini,  la fontana di Trevi di Anita Ekberg, dea del Walhalla che spunta dall’acqua,  e un drappello di marinai americani che la saluta con urla selvagge, – hurrà! Continua a leggere

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Il patire dell’altro. Intervista ad Antonio Prete

di Gianluca Virgilio

Mercoledì 7 maggio 2014, in occasione della terza ristampa presso Bollati Boringhieri di Compassione, Antonio Prete ci ha concesso la seguente intervista.

 

Puoi dirmi come è nata in te l’idea di scrivere un trattato sulla Compassione, di fare la storia di questo sentimento?

 Mi ha sempre attratto l’idea di capire qualcosa intorno alla storia dei sentimenti, pur essendo consapevole che una vera storia dei sentimenti umani non è possibile tracciarla, perché niente più del sentimento stesso è radicato nella singolarità, nella determinazione, nella irripetibile specificità. E dunque ogni individuo ha una sua propria storia del sentire. Tuttavia è possibile cogliere nel corso del tempo alcune figure, alcune costanti che riguardano i modi di rappresentare un sentimento. La compassione, tra i sentimenti, mi interessa perché è il luogo costitutivo del tu : dinanzi all’io il tu si mostra nella sua evidenza soprattutto nel momento del dolore, del disagio. La compassione è la rivelazione di un tu inerme, e tuttavia  fortemente presente. E quando il tu si rivela è l’io, il soggetto, che comincia a interrogarsi. A conoscersi.

“Compassione è condividere il patire dell’altro, patire insieme all’altro” (p. 50). Potresti illustrare  questa definizione?

 Diciamo oggi compassione pensando al patire con, alla prossimità nei confronti di chi soffre. Ma c’è anche, reso opaco nell’uso, l’altro senso : aver passione insieme, condividere il pathos dell’altro, essere insieme nella passione, in una passione. Da questo punto di vista compassione e amore appaiono due sentimenti contigui, o sovrapponibili. La compassione ha a che fare, in questo caso, col desiderio. Quanto al patire con l’altro, tutta una storia si dispiega nella rappresentazione di questo sentimento, a partire dal teatro greco, per quanto riguarda la cultura occidentale. Il tema della catarsi, della liberazione o purificazione dopo avere assistito alla tragedia o al dramma, ha a che fare con la compassione, con il patire insieme con i personaggi, con l’essere nel vivo del loro dolore. Continua a leggere

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La timida ripresa dell’economia pugliese

di Guglielmo Forges Davanzati

L’economia pugliese e, ancor più, quella della provincia di Lecce ha subìto in modo rilevante gli effetti della lunga crisi in corso e delle politiche economiche che ne sono seguite (austerità e moderazione salariale). La crisi si è manifestata sotto forma di crescita della disoccupazione, aumento dei contratti precari, riduzione dei salari. A fronte di ciò, va registrato qualche timido segnale di miglioramento, soprattutto per quanto attiene al mercato del lavoro. E’ bene chiarire che si tratta di una modesta ripresa che, come nelle altre regioni meridionali, si fonda su un assetto produttivo fragile, reso ancora più fragile dalla drammatica caduta della domanda interna nel corso dell’ultimo decennio. In altri termini, le imprese pugliesi e salentine sono sempre più imprese di piccole dimensioni, poco innovative e poco esposte alla concorrenza internazionale; sempre più collocate in settori produttivi ‘maturi’ (agroalimentare e beni di lusso). La timida ripresa della crescita potrebbe essere imputata proprio a questa specializzazione produttiva: l’esponenziale aumento delle diseguaglianze distributive su scala globale produce un aumento della domanda di beni di lusso e di beni alimentari di elevata qualità (effettiva o percepita). In più, la crescita delle diseguaglianze distributive può aver avuto effetti anche sull’attrazione turistica, almeno per le fasce più alte di reddito, grazie anche al rischio crescente di viaggiare in Paesi con elevata instabilità politica, in guerra, o con rischio di guerra. In una condizione di sostanziale desertificazione industriale, il Mezzogiorno – e la Puglia e il Salento – sembrano aver tratto vantaggio da questi fattori. Sui quali occorre, tuttavia, porre attenzione, considerando la crescita delle misure protezionistiche nell’ultimo biennio e la conseguente possibilità (peraltro già parzialmente in atto) di un calo degli scambi internazionali e, per Mezzogiorno, Puglia e Salento, di un calo delle esportazioni. Continua a leggere

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Botta e risposta

di Gianluca Virgilio

Se dici griglia, un crampo mi piglia,

se prestazione, va’ in perdizione,

se dici verifica, dico: mummifica,

se dici prova, dico: riprova,

se vuoi valutare, non barare,

se dici grafico, per me parli africo,

se sei trasversale, io sono il maestrale,

se leggi un testo, non sono desto,

se un contesto, fuggo più lesto,

se pronunci fascia, adopero l’ascia,

se dai un punteggio, io fo un sortilegio,

il tuo cognitivo è un po’ primitivo,

è soggettivo il tuo obiettivo;

così ti rendo pan per focaccia,

tu pedagogista, io parolaccia.

1999

[da Versi di scuola]

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Solo le passioni possono salvare il nostro tempo

di Antonio Errico

L’uomo sale sul podio. Davanti a lui la folla che aspetta il suo discorso. Alle sue spalle un tabellone con parole colorate. L’uomo dice: c’è una parola che mi è particolarmente cara e qui – indicando il tabellone- non c’è. La parola è passione. Poi l’uomo continua recitando per intero “Chi esita” di Bertolt Brecht.

E’ una scena di “Viva la libertà” di Roberto Andò, con Toni Servillo.

Vengono tempi che più di altri hanno bisogno di passione. Ne hanno bisogno in ogni contesto, in ogni situazione, da parte di tutti, da parte di ciascuno. Forse sono quei tempi in cui si fa più fitta la confusione, quando l’incertezza si acuisce, il passaggio da un’epoca ad un’altra appare talvolta così stretto da impedire il movimento, talvolta così ampio che si sente la vertigine anche soltanto a pensarlo. Forse sono quei tempi in cui l’orizzonte è grigio, ambiguo, indecifrabile, e il paesaggio che si vede intorno sembra disordinato e incolore, attraversato da sentieri che si sovrappongono, si biforcano in continuazione, si interrompono all’improvviso.

Qualche volta il tempo che attraversiamo sembra così. Per questo ha bisogno di passione, in ogni luogo in cui si fa qualcosa, per qualsiasi cosa che si faccia. Senza distinzione di importanza tra i compiti e le responsabilità di ognuno, tra le funzioni e le prospettive. E’ un tempo che ha bisogno di quelle passioni che danno ai paesaggi più colore, che se non diradano la fumea almeno dimostrano che la si può oltrepassare. Continua a leggere

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Di mestiere faccio il linguista 17. Smartphone a scuola: le buone intenzioni del MIUR

di Rosario Coluccia

Da qualche settimana i media sono percorsi da un diluvio di interventi e di articoli (al quale ho contribuito anch’io) originato dai casi, purtroppo sempre più frequenti, di sopraffazione e di violenza che si verificano nelle scuole italiane e che coinvolgono studenti, professori, genitori. Allarmato da quello che tutti abbiamo letto e ascoltato un lettore mi scrive, chiedendo che il suo nome non venga citato nella mia risposta. Accolgo la richiesta perché la lettera è firmata, se fosse anonima non risponderei. Il lettore fa una premessa e pone delle domande. Il cellulare viene spesso usato per diffondere fatti riprovevoli, a volte sembra addirittura che i protagonisti (negativi) di questi episodi intendano, attraverso la diffusione in rete, vantarsi di gesti di cui dovrebbero vergognarsi, incuranti delle conseguenze. E allora, non è il caso di vietare l’uso del cellulare a scuola? Sappiamo, gli adolescenti (ma non solo loro) ne fanno un uso continuo. Ma, almeno per le ore di scuola, non possono rinunziarvi? Nelle ore di lezione si faccia lezione e basta, conclude il mio lettore.

La questione è importante e delicata. Fino a poche settimane fa dettava le regole una circolare del 15 marzo 2007 emanata dal ministro dell’Istruzione dell’epoca che vietava l’uso del cellulare in classe. Non per opposizione di principio alle nuove tecnologie: il rifiuto era motivato dalla volontà di assicurare uno svolgimento efficace e corretto dell’attività didattica. Quella circolare diceva più o meno così. Continua a leggere

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Lo scempio delle coste salentine

di Ferdinando Boero

Le coste del Salento sono semplicemente meravigliose. Niente a che vedere con la lunga e monotona costa sabbiosa che si estende a nord del Gargano. Alcune coste rocciose sono basse, altre sono alte, a falesia, e poi spiagge con alte dune, e spiagge basse, faraglioni, e grotte fuori e dentro il mare, e laghi costieri, paludi, insenature, fiordi, in un susseguirsi di paesaggi sempre differenti. Se mi portassero bendato in un qualunque tratto di costa e mi lasciassero sbirciare per un secondo, potrei dire dove mi trovo. Oppure potrei non saperlo, perché ancora non l’ho visto: ogni posto è differente da tutti gli altri. Il bello è che tutto questo cambia non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Sono qui da 30 anni e, se guardo con attenzione, capisco che i posti sono cambiati.

Il motivo di tutto questo ha un solo nome: erosione. Il mare, assieme al sistema d’acqua sotterranea che permea tutto il Salento, scava le grotte, e poi le fa crollare. Ed ecco la Grotta della Poesia. Scava fiordi, come il Ciolo, o Porto Badisco. Oppure forma faraglioni, come nel tratto di costa tra Torre dell’Orso e Torre S. Andrea. Insenature come la Strea, a Porto Cesareo. Potrei andare avanti a lungo, e descrivere ogni tratto.

L’uomo da sempre ha plasmato questa costa. Ne ha anche tratto dei materiali da costruzione, come a Tricase Porto, dove ci sono ancora i segni del prelievo dei blocchi di roccia con cui si sono costruiti i palazzi di Tricase. O a Santa Cesarea. Per non parlare di Porto Miggiano, scavato nella roccia. E poi i muri di pietra con cui gli antichi contadini creavano le “mantagnate” per riparare le coltivazioni dal vento di mare. Muri attraversati dal vento.  Continua a leggere

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La città abbandonata

di Gianluca Virgilio

Forse sarebbe bene che passassimo la maggior parte dei nostri giorni e delle nostre notti senza alcun diaframma tra noi e i corpi celesti, e che il poeta non parlasse e il santo non abitasse tanto a lungo sotto un tetto. Gli uccelli non cantano nelle caverne, né le colombe nutrono la loro innocenza nelle colombaie.

Henry David Thoreau, Walden ovvero vita nei boschi.

 

A novembre può accadere, a dispetto dell’estate di San Martino, che per tre, quattro giorni di seguito, il sole rimanga nascosto dietro le nubi e il cielo sia grigio e gonfio d’acqua. La pioggia batte sulle case e le rende scure, scivola sui muri lasciando dietro di sé molte strisce sporche, precipita nei canali di scolo, scorre nelle strade invadendole con milioni di particelle sottratte ai cancelli, ai muri, alle terrazze, che vanno a finire nella fogna e di lì chissà dove. I contenitori  dentro i quali vivono gli uomini si consumerebbero impercettibilmente per effetto di queste lunghe piogge, se gli abitanti non facessero periodicamente la manutenzione delle loro abitazioni, e nel tempo di cinquanta, cento anni al massimo l’intera città sarebbe ridotta a un niente.

A sera, dopo cena, indosso l’impermeabile, prendo l’ombrello, lego Billie al guinzaglio ed esco. Ha appena smesso di piovere, le strade sono bagnate e piene di pozzanghere, il cielo minaccia altra pioggia. Continua a leggere

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