Nessuno resti indifferente: la storia, tra bellezza e malinconia, è ora

di Antonio  Errico

Fino ad un certo punto si è pensato e si è detto che la storia fosse scritta nei libri. Era vero.  Il nostro rapporto con la storia avveniva esclusivamente attraverso di essi, con uno scarto di tempo che stabiliva una distanza dai fatti e, di conseguenza, riduceva la dimensione emotiva, il livello di partecipazione. Tutto quello che era fuori dai libri, non era storia. Poteva essere cronaca, più o meno significativa, ma non era storia. Quasi sempre la storia era qualcosa di lontano, una realtà vissuta da gente sconosciuta, che si verificava in situazioni anche incomparabili con quelle del tempo che si viveva, determinata da cause alle volte persino incomprensibili, che provocava effetti in alcun modo influenti sul presente. Banalmente si potrebbe dire che la storia ci riguardava esclusivamente come modello, ma non interveniva nella nostra quotidianità, non interferiva con i nostri destini.  Il nostro sentimento della storia era un sentimento freddo che in alcuni casi mostrava anche profili di indifferenza.

Da un certo punto in poi le forme e gli strumenti della comunicazione di massa hanno completamente trasformato il nostro rapporto con la storia, forse anche il concetto che abbiamo di essa; sicuramente hanno cambiato il nostro sentimento nei suoi confronti.

La storia non è più soltanto quella che è scritta nei libri. Non c’è più quella distanza di tempo che rende possibile la freddezza del sentimento. Non solo: l’immediatezza con cui veniamo a conoscenza dei fatti alza polvere sui confini tra cronaca e storia, e la polvere confonde le differenze.

Allora forse non è del tutto azzardato sospettare che la cronaca non esista più. Che tutto diventi storia nel momento esatto in cui si verifica una comprensione di quello che accade, e quindi si riesce a rintracciare relazioni tra i fatti, a stabilire analogie e differenze, a riconoscere i processi che hanno determinato quell’evento, a intuire i riflessi che può avere nello spazio e nel tempo. 

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Di mestiere faccio il linguista 19. Internet? Irrinunziabile, ma…

di Rosario Coluccia

Il cellulare e la rete non generano solo  nomofobia, vamping, neet, hikikomori, cioè vere e proprie patologie comportamentali, mi scrive un lettore riferendosi all’articolo pubblicato qualche settimana fa sul nostro giornale; al contrario, cellulare e rete  sono potentissimi e molto utili, migliorano la qualità della nostra vita. E poi, perché parlare dei comportamenti patologici (che riguardano numeri molto ristretti, forse irrisori, di persone)? Occupiamoci piuttosto del modo con cui milioni di altri utenti si accostano quotidianamente alle potenzialità straordinarie offerte dal digitale. Parliamo della consuetudine, insomma, non della patologia, conclude il mio garbato lettore, che preferisce restare anonimo.

L’ho scritto più volte, lo ripeto. Internet, nelle sue diverse manifestazioni, è elemento irrinunziabile della nostra vita. Un paese che non sfrutta a fondo le opportunità dell’evoluzione tecnologica si condanna al regresso e al fallimento. Con riferimento al territorio nel quale viviamo, la prima pagina di «Nuovo Quotidiano» del 21 settembre titola: «Banda larga, ma non per tutti»; l’articolo giustamente lancia l’allarme: «Un quarto dei comuni del Salento fa quotidianamente i conti con connessioni internet lente, con gravi disagi per le amministrazioni pubbliche, le aziende e gli utenti privati». È così, senza dubbio. Non possiamo neppure immaginare un mondo senza internet. Nessun ritorno al passato, la mitica età dell’oro non è mai esistita, né l’arcadia incontaminata e tutta natura. Mai preconcetti, di nessun tipo. E tuttavia. Riflettiamo su quel che succede intorno a noi, considerando tutti gli aspetti della questione.

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Povertà della parola

di Antonio Prete

Ottone Rosai, L‘uomo che scrive, 1933.

.

Può l’esistenza farsi alfabeto,

suono, verbo di presenza?

.

Il respiro della terra e del dolore

sfiora la pelle delle sillabe,

non è sangue e corpo della lingua,

ma solo ospite, solo passeggero.

.

Il mare lambisce appena la lettera

che lo dice.

E si spegne il cielo nella parola

che lo accoglie.              

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Il «prismatico genio»: momenti della ricezione letteraria di Leonardo nel Novecento

di Antonio Lucio Giannone

Nel corso dei secoli, la figura di Leonardo da Vinci ha suscitato costantemente l’interesse dei letterati italiani che lo hanno interpretato in base ai gusti e alle tendenze delle varie epoche. Tra Otto e Novecento, ad esempio, si andò affermando, in Italia ma un po’ in tutta Europa, un’immagine del sommo artista caratterizzata da alcuni aspetti particolarmente cari alla sensibilità di quel periodo, come l’ambiguità, il senso del mistero, il titanismo, l’eccezionalità. Nacque così un vero e proprio  “mito” di Leonardo, che si diffuse soprattutto attraverso le opere di Walter Pater e di Gabriele d’Annunzio, di Dmitrij Merežkovkij e di Sâr Joséphin Peladan, di Edouard Schuré e di Angelo Conti, di Dino Campana e di Giovanni Papini, come è stato ampiamente dimostrato in un volume a cui si rimanda per questo specifico approfondimento[1].  Meno esplorati sono stati invece, finora, i decenni successivi, che costituiscono l’oggetto del nostro articolo, durante i quali a quella immagine, decadente-estetizzante tipica della fin de siècle, se ne sostituisce una assai diversa e decisamente più moderna, in cui, fra l’altro, accanto alla componente artistica trova il giusto posto anche quella scientifica. La figura di Leonardo perde così definitivamente quell’alone di mito, di magia, quasi di soprannaturale da cui era circondata e assume connotati più realistici, pur restando immutata ovviamente la convinzione della sua assoluta unicità.  Quest’immagine si viene delineando in Italia soprattutto dalla fine degli anni Trenta, allorché una grande mostra dedicata al genio di Vinci, con la “scoperta” dell’inventore e dello scienziato, impone un ripensamento globale della sua personalità.  Da allora, di lui si occupano alcuni tra i maggiori poeti e prosatori italiani che prendono in esame i diversi aspetti della sua multiforme, geniale attività. E, sorprendentemente, alcuni di essi, anche a causa della loro formazione, rivolgono l’attenzione proprio all’aspetto scientifico, quasi completamente trascurato in precedenza.

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Passeggiata scolastica

di Gianluca Virgilio

Alle 9:00 del mattino, gli insegnanti e gli studenti hanno raggiunto la scuola, i bancari sono dietro gli sportelli, gli impiegati comunali hanno timbrato il cartellino, gli operai sono nelle officine, tutti insomma hanno raggiunto il proprio posto di lavoro.

Anch’io sono al lavoro. Ho appena chiamato l’appello, ma oggi non si fa lezione, almeno non nel modo tradizionale. Da tempo io e i miei studenti abbiamo programmato una passeggiata nella strade della nostra città, alla scoperta del centro storico. Ma il tempo incerto ci ha fatto procrastinare l’uscita.  Ora finalmente è giunta la primavera e la giornata è bella, l’aria tersa grazie ad una tramontana che ha spazzato via le nubi e invita a uscire; e allora, dico ai ragazzi: “Riponete negli zaini le vostre cose, chiudeteli e… andiamo: oggi faremo lezione all’aperto!”.  I ragazzi esultano, si alzano in piedi, mettono via penne, libri e quaderni e sono subito pronti ad uscire col cellulare nella tasca posteriore.

Le strade sono semiderserte, c’è poco traffico, in giro si vedono solo pensionati che fanno la spesa o sonnecchiano sulle panchine della villa comunale, commessi alla guida dei furgoni che recapitano la merce presso gli esercizi commerciali e pochi vigili che fanno su e giù per le principali vie cittadine. C’è stato un momento, verso le otto, nel quale la città sembrava essersi improvvisamente svegliata, donne e uomini, bambini e adolescenti e giovani abbandonavano i loro tetti per andare a scuola, molte auto per strada, agli incroci, in fila ai semafori, pullman rumorosi, tutti con la solita fretta; poi, un’improvvisa risacca, gli edifici hanno inghiottito migliaia di persone, e alle nove c’è poca gente in giro: la città riprende il suo sonno mattutino, da cui si sveglierà all’uscita di scuola. E in quel sonno mattutino, ecco che trenta cinguettanti studenti col loro insegnante fanno la loro insolita apparizione. Non procediamo in fila per due come nel film Arrivederci ragazzi, ma neppure in ordine sparso: ognuno sceglie con chi accompagnarsi, io li precedo e spesso mi volto a sollecitarne il passo. La nostra scuola è ubicata in periferia e dunque ci dirigiamo a passo spedito verso il centro, camminando sul marciapiede. “La città è nostra”, dico ai ragazzi, “ma perché sia nostra bisogna orientarsi”. La lezione all’aperto comincia dunque con un esercizio di orientamento. Siamo fuori dalle vecchie mura e l’occasione è giusta per mostrare l’impianto urbanistico della città, le porte nord, sud, est e ovest, che fungono da ingresso nel borgo antico e da cui si dipartono, a raggiera, gli assi viari principali della città nuova. Un tempo da qui entravano, provenienti dal contado, contadini e mercanti, chierici e laici, viaggiatori e mendicanti.

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Una strada e una guerra

di Paolo Maria Mariano

«Non avevo mai visto tante stelle», racconta Nine – un nome, solo un numero – dopo una notte passata, come altre, a fare esperienza del contatto con gente di una terra non sua.

L’altro protagonista de La Parata, romanzo di Dave Eggers  (Feltrinelli, 2019), è Four: anche qui un numero scelto come nome, per ragioni di sicurezza, perché in quella terra incognita è appena terminata una guerra civile. Lì, entrambi non hanno nomi né documenti per non diventare oggetto di sequestro da parte di bande armate, e quindi merce di scambio. Four e Nine partecipano alla ricostruzione, e lo fanno senza conoscere ciò che è accaduto e perché è accaduto. Hanno un contratto, un impegno di dodici giorni: asfaltare una strada di 230 kilometri, che va dal sud rurale al nord urbano del paese, una strada dove si prevede una parata. Four è un tecnico; guida la macchina pavimentatrice. Nine è il suo battistrada; dovrebbe eliminare gli ostacoli. Four è più vecchio, ha visto più atrocità, o almeno le ha sfiorate, ma non ne offre testimonianza. Parla poco; passa accanto a scene di ricostruzione e a simulacri della distruzione; desidera fare il proprio lavoro, essere ignorato e, infine, dimenticato; pensa alla famiglia lontana, lavora e ascolta la registrazione dei suoni della cucina di casa nel momento della colazione o in altre ore del giorno. Nine è entusiasta delle possibilità della vita intorno e non si cura del lavoro; semmai vuole solo essere riconosciuto. Four è «l’Orologio» ma non è privo di umanità, semmai è consapevole di ciò che possono fare gli umani. Nine è «un agente del caos»; vuole esplorare l’umanità intorno ma lì cade e ogni suo gesto finisce per ostacolare l’opera per cui ha ricevuto l’incarico con Four, anzi mette in pericolo non solo la sua incolumità ma anche quella di Four, e lo fa per superficialità, ma anche per un’enfatica sovrastima del proprio desiderio di gioia.

I loro ritratti sono un disegno in punta di matita, com’è lo stile di Eggers per tutta la narrazione, una scrittura asciutta, quasi schematica, necessaria alla natura de La Parata: un’allegoria.

La domanda di Eggers è evidente, sia pur implicita: Cosa veramente comprendiamo delle guerre altrui e delle conseguenze del nostro agire (o evitare di farlo) in esse e dopo la loro “burocratica” fine?

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Di mestiere faccio il linguista 18. Incontro con Francesco D’Andria

di Rosario Coluccia

Via Palmieri, vicino l’università, una mattina di metà ottobre. Incontro casualmente Francesco D’Andria, ci fermiamo a scambiare qualche parola. D’Andria è professore emerito di archeologia dell’Ateneo salentino, socio dell’Accademia dei Lincei, studioso di grande qualità. Ha diretto a lungo la missione archeologica italiana nel sito di Hierapolis in Turchia e condotto scavi importanti in varie località salentine, tra cui Rudiae (riportando alla luce il sito e il notevole anfiteatro, oggi visitabili dopo secoli di interramento) e Castro (dove ha scoperto il Santuario di Atena). Penso di non far torto agli altri studiosi delle civiltà antiche che lavorano a Unisalento se affermo che, più di ogni altro del suo settore, D’Andria ha contribuito a valorizzare il patrimonio archeologico della nostra terra, collocandolo sotto i riflettori della comunità accademica non locale, unendo insieme capacità scientifica e impegno civile.

Non abbiamo, Francesco e io, una particolare frequenza né molte occasioni di incontro, al di fuori delle contingenze universitarie più o meno ufficiali. Ma quando, anche per caso, ci incontriamo non manchiamo di informarci reciprocamente sulle nostre attività e di scambiare qualche parere su quello che succede intorno a noi. Francesco mi dice di aver appena partecipato ad un incontro all’interno di un «Press Tour» che si è svolto in una vicina città salentina. Incuriosito, gli chiedo cosa è il «Press Tour». Si tratta, apprendo, di un progetto che prevede ospitalità rivolte a giornalisti e a personaggi che (per il prestigio, per il carisma posseduto, per la carica ricoperta) sono in condizione di influenzare le scelte della pubblica opinione (opinion leader o opinion maker, direbbero quelli che vogliono a tutti i costi usare l’inglese). Queste attività promozionali, sostenute dagli enti locali, sono finalizzate a favorire la conoscenza del territorio e delle sue attrattive, facendo apprezzare a ospiti non locali luoghi, architetture, artigianato, gastronomia, paesaggi, cultura pugliesi. Per un momento rifletto sul nebbioso neologismo che hanno scelto per definire tale promozione territoriale, unendo insieme una parola inglese (press ‘stampa’) e una parola che può essere francese o inglese (tour ‘giro’). E mi chiedo: perché dobbiamo continuare a pensare che una buffa locuzione straniera sia più attrattiva della lingua italiana? Ma tant’è, il provincialismo ammantato di esterofilia è il morbo dei nostri giorni. Ce ne libereremo, una buona volta?

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A scuola di biofilia

di Ferdinando Boero


Edward O. Wilson
Faculty Emeritus in the Museum of Comparative Zoology
Pellegrino University Professor, Emeritus.

Tutti gli umani cominciano la loro vita con una naturale tendenza alla biofilia, una parola inventata dallo zoologo Edward Wilson: amore per la vita. Tutti i bambini e le bambine, se messi/e in un contesto naturale, sono curiosi e vogliono imparare. Gli mostri gli alberi, le alghe, gli animali e loro ricordano immediatamente i loro nomi, e ti chiedono di raccontare ancora. Vogliono esplorare, guardare, capire. Non hanno bisogno di studiare con sacrificio, per loro è un piacere. Ecco perché a scuola non andavo bene: rimandato sempre, sin dalla prima media, bocciato due volte, al liceo. Persino alla maturità. Eppure sin da piccolo ho amato leggere, leggevo tutto quello che c’era in casa (e c’era molto) sugli animali, la natura, e le arti. Ma a scuola … niente di tutto questo. Poesie, tabelline, teoremi da mandare a memoria. Non avevo problemi di memoria: conoscevo i nomi di moltissimi animali e dei grandi pittori, senza alcun bisogno di rompermi la testa ripetendoli mille volte. Avevo la biofilia e “loro” cercavano di togliermela. Arrivato all’università finalmente trovai cose interessanti, e le mie prestazioni cambiarono radicalmente. Ma la base culturale data a tutti gli italiani non comprende la natura: cultura senza natura. In compenso c’è molta natura in televisione, e anche in molte riviste (come Focus) ma di solito è intrattenimento. Si mostrano organismi e ambienti iconici, carismatici, e si raccontano storie.

Ora ci rendiamo conto che l’ambiente è importante, che dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento nei suoi confronti. Ma non ci sono scorciatoie: si deve iniziare dalla scuola. E l’impresa non sarebbe difficile. Da questo punto di vista con me hanno fallito: la biofilia non mi ha mai abbandonato, e ancora cerco di tenerla viva. Con Focus ho fatto una campagna di scienza dei cittadini per raccogliere segnalazioni sugli avvistamenti di meduse (animali di solito odiati dai più). Il poster finì appeso nelle stanze di migliaia di giovanissimi. Le mamme mi scrivevano preoccupate: mio figlio conosce tutti i nomi latini delle meduse, ieri mi ha detto: mamma stai attenta che ci sono le Olindias, e a malapena sa leggere! 

Se si vuole che il nostro paese abbia più cura dell’ambiente (perché ora non ne ha) bisogna cominciare dalla scuola, e bisogna incentivare la biofilia, mentre ora si sopprime.

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Lezione leopardiana in compagnia di Antonio Prete

di Gianluca Virgilio

Al rientro a scuola dalle vacanze estive, tra la fine di settembre e la prima metà di ottobre, il primo autore che si studia nelle classi quinte di tutti i licei è Giacomo Leopardi. I giovani studenti sono ancora assordati dai rumori estivi, portano nella loro mente immagini di una vita distratta e annoiata, sebbene il bel tempo dell’autunno incipiente faccia loro rimpiangere, ora che sono costretti sui banchi di scuola, i divertimenti dell’estate appena trascorsa. A loro, al loro stato d’animo ho parlato anche quest’anno del giovane recanatese. Recavo in mano l’agile libro di Antonio Prete, La poesia del vivente, con sottotitolo Leopardi con noi, che la casa editrice Bollati Boringhieri di Torino ha pubblicato proprio in questo settembre e che costituisce la summa del pensiero di Prete su Leopardi.

“Era uno sfigato, un depresso” dice Manuel, riassumendo così, dopo dodici anni di scuola, il suo sapere leopardiano. In realtà, egli ha tradotto con parole sue quello che critici e antologisti ripetono da troppo tempo col temine pessimismo.

Ho letto ai miei studenti titolo e sottotitolo del libro che avevo in mano, chiedendo di rifletterci su, e subito un silenzio meditabondo è subentrato, tra i banchi, all’eco dei rumori estivi e delle facili definizioni. Che cos’è il vivente e che cos’è la sua poesia e perché tra noi, oggi, c’è posto per un ospite desiderato, il giovane recanatese vissuto due secoli fa?

“Il vivente è tutto ciò che vive, ovvero tutto ciò che nasce pasce e muore, per legge di natura…”, dice Elisa; “… e nel frattempo fa la guerra, inquina, rapina, uccide, distrugge, ecc.” aggiunge Daniel.

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Di mestiere faccio il linguista 20. La lingua di papa Francesco

di Rosario Coluccia

Anche questa settimana rispondo alle sollecitazioni di lettori che scrivono al giornale. Questioni d’interesse generale e temi vasti, così seleziono le domande. Ricordo le regole. Il nome del mittente verrà indicato o omesso (rispettando la volontà di chi scrive) ma i messaggi vanno sempre firmati, non si potrà tener conto di scritti anonimi.

Questa settimana traggo spunto dalle osservazioni di un collega che insegna all’università del Salento. Donato Scolozzi, ordinario di matematica generale al dipartimento di Scienze dell’economia, osserva che il 1 ottobre 2016 papa Francesco, durante la messa allo stadio di Tblisi, ha tenuto l’omelia in italiano. È giustamente colpito: siamo in Georgia, solo pochissimi tra i presenti avranno potuto capire le parole del papa, che è poliglotta e avrebbe potuto usare un’altra lingua lì più nota. Si chiede: certo ci saranno state ragioni precise alla base di quella scelta linguistica, ma non sono chiare. E conclude: «viene da pensare, e lo faccio ormai da tempo, che doveva venire un argentino con origini italiane a tenere alto il valore della nostra bellissima lingua».

Nella scelta linguistica del papa ragioni di carattere generale si sommano a motivazioni legate alla personalità del pontefice.

La Chiesa cattolica ha nella Città del Vaticano il suo centro mondiale: da lì promana nel mondo il processo di evangelizzazione. Ne risulta che, accanto alla dottrina, la Chiesa svolge un ruolo di grande importanza anche per quanto riguarda la promozione della nostra lingua. In italiano stampa la maggioranza dei suoi scritti e pubblica l’«Osservatore romano», quotidiano a diffusione universale (al quale negli ultimi anni si sono affiancate edizioni settimanali o mensili in altre lingue), svolge l’insegnamento nelle proprie università e nei collegi pontifici che attraggono studenti di varia nazionalità, assicura le comunicazioni tra prelati di diversa origine e in genere tra coloro che hanno contatti con la vita ecclesiale, diffonde parole universali relative ad attività istituzionali, a titoli ecclesiastici, perfino all’abbigliamento clericale: conclave, confessionale, monsignore, nunzio, papalina, ecc. Veniamo all’episodio da cui siamo partiti. Nelle omelie pubbliche e nelle occasioni ufficiali i pontefici (al di là della loro nazionalità originaria) usano quasi esclusivamente l’italiano come lingua della comunicazione veicolare, orale e scritta; anche nelle visite all’estero, quando non adoperano la lingua del luogo. L’abbiamo visto con gli ultimi tre pontefici. Woytila, Ratzinger, Bergoglio, tutti stranieri, nei loro viaggi all’estero hanno usato spesso l’italiano, come ha fatto recentemente papa Francesco, prima in Corea del Sud e poi in Georgia.

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