Incontri salentini

di Giovanni Invitto

Nel 1969 Vinicius De Moraes, Giuseppe Ungaretti e Sergio Endrigo composero un disco dal titolo “La vita, amico, è l’arte dell’incontro”. Questa formula può sembrare generica ma il termine “arte” invia ad ognuno di noi la responsabilità di scegliere coloro che ci accompagneranno nel nostro percorso di vita e che noi, per converso, accompagneremo per il tragitto che ci sarà dato dagli eventi esistenziali e/o da Qualcuno che li governa. Questa premessa introduce il mio rapporto con due amici di Galatina, cioè il professore Giuseppe – Peppino per gli amici – Virgilio e suo figlio Gianluca, anch’egli docente. Per essendo sposato dal 1973 con Marisa, galatinese, non è stata Galatina a farci conoscere ma, negli anni precedenti, Leuca dove la mia famiglia paterna villeggiava da sempre. Per uno o due anni la mia casa leucana – in fitto – aveva di fronte l’appartamento dove il prof. Virgilio villeggiava.  I nostri rapporti erano quelli formali del saluto quando ci si incontrava o quando ci affacciavamo dai rispettivi balconcini-ingresso.

Con il tempo e con il mio insegnamento liceale a Galatina, divenni collega di Virgilio senior, quindi nacque una familiarità più solida e ricca. Lo conobbi non solo come docente ma come studioso soprattutto della storia del meridione italiano. Agli inizi del 1999, mi inviò un suo libro su Galatina e mi invitò alla presentazione dello stesso. Purtroppo non potetti andare e gli anticipai il fatto con questa lettera: «4 gennaio 1999, Caro Giuseppe, purtroppo, come temevo, non mi sarà possibile essere materialmente presente stasera alla presentazione del tuo volume. Le altre presenze e gli altri interventi già da soli sono giusto e qualificato riconoscimento al tuo lavoro. Come ho avuto modo di scriverti appena lessi il tuo volume, ripeto che per la storia di Galatina nel Novecento il tuo studio inaugura una lettura e un metodo storiografico ancora non esercitati su quell’oggetto. La mia competenza scientifica, nell’ambito della storia civile e politica, è assai scarsa, quindi i miei giudizi rischiano di essere provvisori e non pertinenti. Ma non mi manca l’attenzione per i fatti nostri e, soprattutto, per una storia della “società civile” che si affianca e determina la storia delle istituzioni locali e nazionali. La tua opera valorizza tutto questo, anche sulla base di un’antica sensibilità gobettiana (e oggi, forse, bobbiana) che ancora traspare dalle tue pagine. Tu hai inaugurato un modo di fare la storia di Galatina che si affianca e integra le altre storie e cronache, pure importanti, che hanno riguardato personaggi notevoli, singoli eventi, oltre la storiografia della pietà e della coscienza religiosa materializzate in monumenti, pratiche, culti. Quindi ancora grazie per l’invito rivoltomi, ma anche, e soprattutto, per il tuo umile, paziente, nascosto lavoro di custodia e di alto insegnamento di una nostra storia veramente “civile”». Continua a leggere

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Italo Calvino, un autore in veste di lettore

di Luigi Scorrano

Calvino lettore di classici

Ricordo che nel 1995 l’amico bibliotecario Salvatore Matteo m’invitò, a Cutrofiano, a commentare un’opera di Italo Calvino, un romanzo che aveva suscitato molto interesse, Se una notte d’inverno un viaggiatore. Quel romanzo aveva protagonisti un Lettore e una Lettrice: più la seconda che il primo, veramente. A ogni modo poneva, in un intrigante gioco di immaginazione, un tema: quello della lettura.

Non c’è autore italiano del Novecento che (salvo prove in contrario) più di Italo Calvino abbia posto al centro dei suoi interessi la figura del lettore e le modalità della lettura, ora attraverso un discorso  – per così dire – “teorico”, ora, ed ancor più, attraverso l’invenzione narrativa o la prosa varia della risposta ad un quesito, della nota giornalistica, della recensione ad un libro, del divertissement letterario. Perciò ho scelto come tema da trattare Calvino lettore di classici, ritagliando uno spazio particolare nel più ampio quadro del tema “lettura”.

 

Il lettore al centro

Il discorso sul lettore, o il colloquio con il lettore, non sono invenzioni di Calvino, notoriamente. Sono rinvenibili, con relativa facilità, presso tutte le letterature. Noi pensiamo a due esempi canonici: Dante e Manzoni. Del primo sono stati studiati i cosiddetti “appelli al lettore” presenti nella Comedìa; il secondo non manca di rivolgersi, con aria complice talvolta, ai suoi “venticinque lettori”. Se una notted’inverno un viaggiatore apparve in un momento in cui l’attenzione “teorica” sulla lettura era stata risvegliata da studi e discussioni sull’argomento, e quindi il gioco dell’immaginazione era andato ad incastrarsi in una casella di quella riflessione con estrema pertinenza ma conservando quel che le era proprio: la libertà fantastica dell’immaginazione.

Parlando di quel romanzo, analizzandolo, si può toccare con mano, per così dire, la centralità del lettore; il lettore stesso vi assume lo statuto di una funzione narrativa. Non ritorno sulle osservazioni sulle quali mi soffermai tanti anni fa, e ho scelto un argomento diverso per allontanarmi dal discorso sulla figura del lettore in Calvino e anche, in parte, da quella del lettore di Calvino. Ho voluto, invece, esplorare gli atteggiamenti di Calvino lettore, e lettore, in particolare, di classici. Continua a leggere

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Qualche nota su Giovanni Francesco Romano

Luigi Mariano, Il pallone giallo, olio su tavola, 1955.

di Paolo Maria Mariano

Se penso a Giovanni Francesco Romano ho nella mente un’immagine del mio periodo pre-adolescenziale. Lo vedo giungere nella casa di campagna dei miei genitori, Luigi Mariano e Rosa Dell’Anna, accompagnato in macchina dalla moglie. Lo vedo scendere dall’auto, fermata per garbo e per discrezione solo al cancello del viale d’ingresso, e avanzare verso mio padre, le braccia protese, chiamandolo “fratello”, perché lo riteneva tale in spirito. Aveva fatto fatica a raggiungere la campagna in quell’estate calda come lo sono quelle del Salento, sia pur egli lontano pochi chilometri, per quel peso difficilmente codificabile che, doloroso, si era riversato spesso nei suoi versi.

Questo è il mio unico ricordo di un evento tangibile. Altri provengono dai racconti di mia madre. Uno è quando egli mi sollevò in alto, nella festa per il mio battesimo, dedicandomi un generoso augurio di matrice omerica, testimonianza priva di enfasi della sua preparazione classica, completata nell’Università di Napoli. Un altro risale al tempo in cui i miei genitori non si erano ancora incontrati e Romano si avviava dalla sua casa verso quella dei miei nonni paterni, a cercare mio padre, stringendo nella giacca un qualche libretto di versi, per parlare di poesia, di un singolo verso, del suono di una parola nella struttura ritmica di un componimento, finché l’ora non diventava tarda e invitava al sonno. È lo stesso Romano che ricorda quei giorni in Quando ascolti, una poesia del 1954, inclusa nella raccolta Superstite, io rammento, pubblicata nel 1993: Gino, quando ascolti miei versi / hai dentro una chitarra: / vibrano sulle corde le parole / e tu fremi … poi, nel silenzio, / le note sono gocciole di luce / raccolte nel tuo cuore. Continua a leggere

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Di mestiere faccio il linguista 21. Libertà e limiti nell’uso della lingua

di Rosario Coluccia

 Questa volta la nostra rubrica settimanale parte dalle sollecitazioni dei lettori, come spesso è capitato nei mesi precedenti. Ne scelgo alcune, vengono da lettori tra i più affezionati che già altre volte hanno posto domande interessanti. Le elenco nell’ordine in cui mi sono pervenute. E mi scuso se un po’ ho tardato a rispondere, gli argomenti della rubrica sono spesso legati all’attualità, suggeriti da quel che capita nella nostra lingua quotidiana.

Il sig. Luigi Misciagna scrive: «Risulta un ammanco DA € .….; Il bilancio è DA € …..; Il buon risultato DA € .….. Sono esempi dell’uso generale della preposizione DA invece di DI, specie nei  giornali, e non è pensabile che si voglia significare ‘a partire DA  …..’ perché l’ammanco (o il bilancio o il risultato) è solo uno. La Crusca non può in qualche modo intervenire perché la questione venga chiarita?». Si può avvicinare alla precedente la questione sollevata dal prof. Giovanni Bernardini, di Monteroni:  «Leggo spesso o ascolto frasi del genere: “Non ti lasceremo da solo”. Non suonerebbe meglio senza il “da”, cioè “Non ti lasceremo solo”? Viceversa il “da” va messo in frasi come: “Ho scavato questa buca da solo”. Un dettaglio trascurabile?». Il prof. Luigi Pranzo, di Torre Santa Susanna, mi chiede se sia preferibile usare l’espressione «Carabinieri in abiti di alta uniforme»  oppure «Carabinieri in alta uniforme». Chiudono la lista due amici di cui ometto il titolo di studio che agli stessi compete, non riesco ad essere così formale. Simone Mele di Lecce mi scrive: «Oggi  [17 aprile 2017] un titolo di giornale recita: “morto durante una battuta di pesca”. È corretto dire “battuta”? La battuta non è solo di caccia?». Pietro Montinari di Galatina mi manda una mail che ha come oggetto “Incernierare…e dintorni”. Ecco il testo: «La collaboratrice di mia madre, attenta “a vista d’occhio”, ogni giorno di più alle cose della lingua italiana, mi chiede se esista un lemma che rappresenti l’azione dell’aprire e del chiudere la cerniera del giaccone, appurato il fatto che esiste – secondo il Sabatini-Coletti dal 1983 – il vocabolo incernierare che però significa ‘predisporre, applicare la cerniera’ non ‘utilizzarla’. La signora si chiede se ci sia una lacuna nel lemmario della nostra lingua. È così? E se è così, si potrebbe rimediare con un neologismo ? È materia codesta di esame della Crusca?». Aggiunge in un secondo messaggio: «Il Conciso Treccani forse colma quella che parrebbe essere una lacuna di altri pur pregevoli dizionari […]. Ecco la descrizione del lemma: ‘munire di cerniere; collegare mediante cerniere’». Continua a leggere

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Antonio  Prete, Il cielo nascosto. Il teatro degli affetti che vive dentro di noi

di Antonio Errico

Come l’universo, anche il testo, per Antonio Prete, è infinito. Nel testo convergono e si riuniscono e si addensano storie, memorie, concetti, parole, suggestioni, emozioni, sentimenti, letture, interpretazioni, linguaggi, trasalimenti, fantasticherie, sguardi, perplessità, riflessi di colori, analisi approfondite, lucidissime, scandagli delle profondità di un verso, di una prosa, di un’immagine dell’infanzia, l’eco di una voce che canta nel meriggio fra le foglie di tabacco.  Ogni elemento rimanda ad altri elementi uguali o diversi, ogni cosa rassomiglia ad un’altra o se ne distacca nettamente. Ancora una volta Antonio Prete si muove sui confini fra il saggio e la narrazione; al saggio appartiene l’argomentare, mentre il passo, la forma, lo stile, appartengono alla narrazione. Ancora una volta tesse con sapienza, con leggerezza, con accuratezza, con un gesto amoroso una parte della sua lunga conversazione con i testi. L’ultimo libro è una parte di questa conversazione: Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità, edito da Bollati Boringhieri. Non è necessaria una lettura che proceda dal principio alla fine. Si può aprire una pagina a caso e ci si ritrova sprofondati nell’ermeneutica delle figure e delle parole che dicono, raccontano, i significati di dentro; si assiste alla scena di un corpo a corpo delicatissimo ma impietoso  anche con quelli che sono i sensi dell’interiore che si sottraggono non solo alla definizione, ma anche alla dicibilità.

Ma il percorso critico di Prete ha sempre avuto un movimento trasversale, obliquo, interdisciplinare; è stato sempre attratto dall’andare lungo gli argini. Il suo insegnamento universitario di letterature comparate è stato la perfetta coincidenza tra definizione giuridica e connotazione metodologica. Ogni sua interpretazione è sempre un viaggio che orienta lo sguardo ora sul paesaggio ora su un particolare del paesaggio; lo sguardo osserva, scruta, indaga, discerne, individua l’elemento che di quel paesaggio si costituisce come condizione unica, irripetibile, essenziale. Parte da lì, da quella irripetibilità,  e tesse riferimenti provenienti da sfere diverse del sapere, raduna testi e autori, li chiama a testimoni delle sue rappresentazioni del pensiero. Come in questo libro, che si confronta con una materia più profonda di ogni abisso, con i misteri dell’anima. Come in questo viaggio, nel quale chiama per compagni Agostino e Calvino, Montaigne e Joyce e Proust, e tanti altri,  e poi i compagni di sempre, quelli con i quali ha attraversato tutta la vita: Leopardi e Baudelaire. Si apre  una pagina a caso, dunque, e ci si ritrova coinvolti nelle riflessioni sulle relazioni fra poesia e cosmologia, per esempio, sul legame fra il sentire umano e la sua rappresentazione linguistica, sul rapporto profondo fra il sentire e il mondo, fra lo spazio dell’interiorità e gli spazi stellari. Si apre una pagina a caso e  si fa esperienza mediata della parola silenziosa nella sua significanza di meditazione, di indagine sul sé, di interrogazione intorno agli accadimenti della coscienza. Una parola interiore. La parola della scrittura è parola interiore, dice Prete: perché lo è stata prima di salire verso la luce e la fissità della lettera e perché continua ad esserlo quando il lettore l’ascolta nel silenzio, e la protegge, sentendola come propria. E’ proprio attraverso  la parola silenziosa della lettura che si stabilisce prima una condizione di prossimità e poi una relazione di intimità con il testo: con l’universo di sensi che il testo spalanca.

I libri di Antonio Prete credo – spero-  di averli letti tutti, e ho sempre pensato che il punto più profondo dell’analisi, l’armonia dell’espressione, li avesse raggiunti con il Trattato della lontananza. Più di questo non può fare, mi dicevo.  L’ho pensato fino a quando non sono arrivato alla pag 106 del Cielo nascosto, dove cominciano le cosmografie interiori. Ha potuto fare di più. In questo luogo del libro, Prete espone – indirettamente- il suo concetto di teoria, come spesso ha fatto in altri saggi, riferendosi alla scrittura critica, al metodo. Dice a un certo punto che la teoria è, nella sua origine, un vedere che si dispiega in sapere, un osservare nella luce che si svolge come conoscenza. E’ stata questa, infatti, la teoria di Antonio Prete: una visione tradotta in parola, un’osservazione che ha portato conoscenza resa in espressione, una curiositas verso le storie d’ogni genere, quelle della vita e quelle della letteratura,  che poi sono esattamente l’identica cosa. Ecco: Antonio Prete ha dimostrato questo: che le storie della vita e quelle della letteratura sono esattamente l’identica cosa.

[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 18 settembre 2016]

 

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Zibaldoni e altre meraviglie. Una rivista per l’avvenire: Simona Carretta, L’arte del saggio

a cura di Enrico De Vivo

L’arte del saggio

di Simona Carretta

Questo testo costituisce l’introduzione alla rubrica “L’arte del saggio”, che Simona Carretta cura per ZIBALDONI E ALTRE MERAVIGLIE da circa cinque anni. “La rubrica” – scrive Carretta – “è dedicata al saggio; più specificatamente, alla valorizzazione della sua autonomia artistica, contro la tendenza contemporanea a confonderlo con un genere di discorso semplicemente divulgativo o, al massimo, filosofico. Intitolata dunque all’Arte del saggio, ossia incentrata sul saggio, considerato nella sua accezione originaria di arte del dubbio, l’intento della rubrica non consisterà tanto nel collezionare quei testi saggistici, ancora rispondenti alla tradizione avviata da Montaigne, ma soprattutto nel dare spazio ad una riflessione intorno al senso stesso di quest’arte e alle sue possibilità conoscitive”. [Enrico De Vivo]

 

Basta dare un’occhiata ai titoli riportati in cima alle «top-ten» dei libri più venduti per rendersi conto di quale sia l’accezione dominante a cui sembra essere ridotta, ormai, l’arte del saggio. Come un grande calderone, la sezione delle classifiche dedicata alla saggistica assembla opere di ogni tipo: per la maggior parte, resoconti giornalistici (quando non vere e proprie rese dei conti) firmati da stars del giornalismo televisivo, oppure studi eruditi pubblicati da docenti universitari.
Ma non solo: nella stessa sezione figurano anche altre opere, dall’uso e consumo più disparato: manuali di viaggio, manuali di giardinaggio, libri di cucina (anche questi scritti da stars del cinema o della televisione, secondo la nuova tendenza in auge), messaggi di propaganda elettorale mascherati da parabole bibliche, autobiografie di calciatori, autobiografie di managers d’azienda (insieme ai calciatori, nuovi guru del nostro tempo)… Continua a leggere

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Digiuni rituali e convivialità nell’opera di Patience Gray

Norman Mommens e Patience Gray in una foto di Francesco Radino

di Aldo Magagnino

Ricorre quest’anno il centenario della nascita di Patience Gray, scrittrice, giornalista e artista inglese che per trentacinque fece del Salento la propria patria elettiva. Patience era nata a Londra nel 1917, ma all’inizio degli anni settanta aveva scelto di vivere sulla serra di Spigolizzi, in agro di Salve, in una masseria spartanamente restaurata, senza elettricità, assieme al suo compagno, lo scultore di origine fiamminga Norman Mommens. Con sincronismo perfetto è appena uscita la biografia di questa donna fuori dal comune, Fasting and Feasting, the life of visionary food writer Patience Gray, di Adam Federman, pubblicata negli Stati Uniti dalla Chelsea Green Publishing e presentata a Londra il 3 luglio scorso. Recensendo il volume sul Sunday Times, Bee Wilson scrive che l’influenza di Patience Gray ha “creato significativi cambiamenti per ben due volte” nella mentalità di coloro che si accostano ai libri di cucina, la prima volta nel 1957, quando il suo libro Plats du Jour fece accostare il pubblico anglosassone a una serie di semplici piatti della cucina straniera. La seconda volta, con quello che è considerato da tutti il suo capolavoro, Honey from a Weed (Prospect Books, Londra 1986). Adam Federman, giornalista d’indagine che si occupa di energia e ambiente per l’Investigative Fund of the Nation Insitute di New York, ha condotto una scrupolosa ricerca sulla vita della scrittrice, attingendo informazioni e dettagli dai suoi diari, dalla fitta corrispondenza con scrittori, artisti, amici e parenti, e anche parlando con tanti che, qui nel Salento e altrove, l’hanno conosciuta. Federman segue le orme della Gray, dalla fanciullezza e dall’adolescenza, vissute secondo le regole rigide dell’educazione edoardiana, ai difficili anni della Seconda Guerra Mondiale, alla sua carriera come disegnatrice e poi giornalista nel dopoguerra, all’incontro con Norman che cambierà per sempre la sua vita (“Norman mi ha dato non solo una vita nuova, ma una vita sempre nuova”), ai viaggi e le avventure degli anni successivi, fino all’approdo pugliese, dopo lungo peregrinare in Toscana, Catalogna e Naxos, sempre sospinti dalla fame di pietra dello scultore. L’esperienza di Naxos ispirerà a Patience il romanzo autobiografico Ringdoves and Snakes, pubblicato da Macmillan nel 1989. Nella loro nuova dimora salentina continuarono a coltivare ognuno la propria arte, ma si trasformarono ben presto in cultori e difensori della macchia mediterranea, delle vestigia archeologiche e dei paesaggi del Salento, che cominciavano ad essere stravolti dall’ondata di speculazione edilizia degli anni settanta. Continua a leggere

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Le Train de la mémoire, quelle barbe !

di Gianluca Virgilio

Quand on m’a demandé d’accompagner mes élèves à Lecce, j’ai tout de suite accepté de bon gré, savourant d’avance le plaisir d’une promenade en ville en leur compagnie, le matin, au lieu de devoir rester en classe à faire cours. J’ai fait un peu la grimace quand j’ai su que nous visiterions Le Train de la mémoire. J’ai quarante-deux ans et toute ma vie j’ai entendu parler d’Auschwitz, de solution finale, de génocide des Juifs, de Shoah, etc., toutes choses auxquelles je crois fermement sans demander de preuve d’aucune sorte, comme le chrétien croit, parce qu’il a la foi, au mystère de l’incarnation ou de l’immaculée conception. Je pense que celui qui nie l’holocauste n’est qu’un m’as-tu-vu ou un provocateur.

Mais ceci dit, les scènes filmées par les Alliés à la fin de la seconde guerre mondiale, quand ils découvrirent les infamies et les horreurs qui se cachaient derrière les barbelés des camps de concentration nazis, les monceaux de cadavres, les squelettes déambulants, les enfants décharnés échappés au massacre, les malheureuses rescapées, toutes ces images qu’on ne cesse de montrer à la télévision et qu’on repasse sans distance critique à l’école, suscitent en moi un profond dégoût et même de l’ennui. Les présenter sans arrêt, c’est faire preuve de mauvais goût, puisque le seul but poursuivi c’est de persuader le spectateur de l’abomination nazie à travers la présentation de violences atroces et indicibles ; ce qui est inutile et redondant à partir du moment où ces choses-là sont parfaitement connues, même sans aller revoir les images pour la énième fois. C’est aussi pour cette raison qu’elles m’ennuient, et qu’au cours des années, leur répétition m’est devenue insupportable. La répétition détermine « la désémantisation » des images, c’est-à-dire la perte de leur sens pur et véridique ; comme il est advenu à celles des avions qui se sont fracassés contre les tours jumelles le 11 septembre 2001. Vues et revues mille fois, elles finissent par nous faire oublier la réalité qu’elles impliquent : la mort d’environ 3000 personnes et les deuils infinis qui en ont découlé. Manifestement, la mémoire s’en trouve ici affaiblie et non pas renforcée, et cela précisément à cause de ces choix iconologiques qui annulent la signification des choses et déforment notre façon de les percevoir. J’appelle choix iconologique un choix idéologique transmis par l’image. L’Occident post-nazi a fait ce choix iconologique après la défaite de l’Allemagne en 1945. Depuis, le nouveau cours de la politique mondiale semble demander à ces images de mort (je pense au film de Spielberg, La Liste de Schindler), sa propre légitimation puisque celles-ci, mieux que beaucoup d’autres, mettent en relief la vitalité du nouveau pouvoir sorti vainqueur de la seconde guerre mondiale. Continua a leggere

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Hannu li labbri toi…

di Cino da Portaluce (Fedele Salacino)

(A A. P.)

Hannu li labbri toi tutta la tinta

de lu curaddhu quando spicca a mare;

e li dentuzzi, poi, le vampe chiare

comu de perla lùcida, distinta;

de rose vellutate, a maggiu, pare

la faccia toa de n’àngelu ripinta;

d’oru la trezza morbida, mai vinta,

a cànnuli piecata, a nocce rare.

Ma l’occhiu, soprattutto, rubbacore

è sulitariu sìmile  lla stella

ci mai lu vitte Rre né Mperatore.

Tene Crisu la petra minutella,

l’oru, l’argentu, l’elisir d’amore

ma manca de na cosa e la cchiù beddha:

la facce verginella

manca, la facce toa, manca lu vezzu,

sommu trisoru ci nunn’àve prezzu!

[A tiempu persu, Marra e Lanzi, Galatina 1927, con una lettera di Tommaso Fiore]

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Il bene comune del nostro territorio

di Ferdinando Boero

Il neo sindaco di Lecce, Carlo Salvemini, si muove spesso in bicicletta e ha ben presente lo stato della viabilità ciclistica nel territorio comunale. Personalmente, vado a lavorare in bicicletta, da Lecce a Ecotekne e ritorno. Il mese scorso è stata scavata una trincea nella parte destra alla fine del percorso verso Ecotekne, servito anche dal filobus cittadino. Ce n’era già una, e ne è stata scavata una seconda, coperta con materiale incoerente che il traffico sta disperdendo. Quella trincea aperta rende pericolosissimo il transito ciclabile e costringe i ciclisti a stare verso il centro della strada. Sorge spontanea la domanda: ma perché due trincee? Non si potrebbe utilizzare quella già esistente, in modo da minimizzare gli interventi sulla strada? E non si dovrebbero obbligare le ditte a rimettere la strada nelle condizioni originarie? In estate non ho problemi, esco ed è ancora chiaro, ma in inverno torno col buio. Mi vedranno? Un ciclista è stato ucciso recentemente sulla via per Arnesano. Ci vogliono piste illuminate, riservate ai ciclisti. Mentre pedalo, cerco di immaginarne una a lato della strada, e mi scontro con una ininterrotta serie di pali. I pali del filobus sono vicino ai pali della luce. E sorge spontanea la domanda: ma non si potevano usare i pali della luce per sostenere anche i fili del filobus? Conosco la risposta: se si fosse seguita questa strategia come avremmo fatto a spendere milioni di euro in pali? Le strade di Lecce sono martoriate da lavori rattoppati male e i ciclisti, in attesa delle piste riservate, sono esposti a rischi per la propria incolumità. I pali renderanno costosissima la realizzazione delle piste ciclabili. A qualcuno brilleranno gli occhi: sai che affare spostare centinaia di pali!!! E scommettiamo che ne metteranno altri per illuminare le piste?  Continua a leggere

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