Conversazione con Antonio Prete (Galatina, Chiostro dei Domenicani del Palazzo della cultura, 11 luglio 2018, h. 19:00)

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Di mestiere faccio il linguista 26. La punteggiatura

di Rosario Coluccia

Dalla redazione di «Nuovo Quotidiano» mi arriva una lettera che in parte cito e in parte riassumo. Diversi lettori, e ripetutamente una lettrice, fanno domande sulla lingua scritta e sull’uso della punteggiatura. Perché esistono diversi segni di interpunzione e a cosa servono? Sono tutti necessari o possiamo fare a meno di alcuni? O aggiungerne di nuovi? Quali differenze esistono tra l’uno e l’altro e in particolare tra virgola, punto e virgola e due punti? Esistono regole precise che ci aiutino a usarli in maniera corretta o dobbiamo affidarci alle valutazioni personali?

Ho già parlato una volta della punteggiatura, più di un anno fa, ci torno su volentieri. Aiutato dai lavori di una grandissima studiosa, Bice Mortara Garavelli, professoressa emerita all’università di Torino. L’argomento non è semplice e l’incertezza dei lettori è giustificata. Scuola e università si occupano raramente di certi temi, dando per scontato che chi scrive se la sappia cavare da sé. Invece non è così, usare in maniera adeguata la punteggiatura non è semplice. Tra le varie norme che regolano la lingua scritta, quelle relative alla punteggiatura sono le meno codificate e le meno esplicite. Perfino gli specialisti mostrano incertezza e disaccordo quando si tratta di definire esattamente valore e funzione dei singoli tratti. Nell’oralità all’efficacia della comunicazione contribuiscono l’uso adeguato delle pause, le intonazioni, l’intensità della voce, ecc. Pause e cambi d’intonazione, oltre ad avere un effetto emotivo, aiutano a esplicitare l’andamento sintattico del discorso. Quando la complessità della comunicazione orale si trasferisce nello scritto, al raggiungimento dell’efficacia contribuiscono in maniera decisiva i segni d’interpunzione. Essi individuano le relazioni logiche e sintattiche tra le diverse parti della frase, indicano le pause, segnalano le intonazioni interrogative o esclamative. Il va e vieni tra voce e trascrizione si realizza nelle modalità d’uso della punteggiatura. Si dice comunemente che esistono almeno due diversi tipi di punteggiatura: punteggiatura logico-razionale e punteggiatura stilistico-espressiva. La prima corrisponde, più o meno, ai rapporti sintattici tra le parti del discorso (periodi, proposizioni), la seconda alle variazioni del flusso di voce che rendono incisiva la declamazione. Continua a leggere

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Migranti: la falsa narrazione della Lega

di Guglielmo Forges Davanzati

In Italia, il numero di immigrati residenti è passato da 4.5 a 5.9 milioni, dal 2009 al 2017, con un aumento del 30.9%. La gran parte di loro è residente nel nostro Paese da oltre cinque anni. Più della metà proviene da un altro Paese dell’eurozona e solo il 21% da altre aree. Nel complesso, i residenti non nati in Italia costituiscono il 10% della popolazione, a fronte del 13.3 del Regno Unito e dell’11.3% della Francia. Per la Lega di Salvini i c.d. extracomunitari (termine ambiguo, giacché includerebbe anche i migranti provenienti da Paesi ricchi, mentre lo si usa solo per chi fugge da povertà estrema e guerre) sono troppi e danneggiano innanzitutto i lavoratori italiani. L’argomento utilizzato è una variante – del tutto impropria – della teoria marxiana della sovrappopolazione relativa, la quale stabilisce che un aumento dell’offerta di lavoro riduce il potere contrattuale dei lavoratori e ne riduce conseguentemente i salari. Innanzitutto, si rileva l’aberrazione di un Marx spostato a destra: gli extracomunitari, nell’accezione di Salvini, rientrerebbero semmai nel sottoproletariato e non entrerebbero in concorrenza con i lavoratori salariati nativi; Marx prefigurava il superamento del capitalismo non il ritorno all’era della caccia alle streghe, alla barbarie.

L’argomento leghista è smentito teoricamente e fattualmente, per la gran parte dei lavoratori italiani.

Va infatti riconosciuto che i fenomeni di deindustrializzazione (globali, ma molto accentuati in Italia) hanno prodotto una rilevante compressione della domanda di lavoro qualificato e, considerando che molti immigrati sono scarsamente qualificati, va riconosciuto che per alcuni segmenti del mercato del lavoro vi è concorrenza effettiva fra immigrati e nativi. La Lega vede esclusivamente questo effetto – amplificandolo mediaticamente a dismisura rispetto alla sua reale misura – e lo propaganda come IL male per i lavoratori italiani. In ciò assumendo che, per un’assunzione di carattere morale, anche questa del tutto estranea al pensiero di Marx, sia in sé preferibile che ad essere assunti siano gli italiani. Si tace, per contro, su un assunto di carattere morale che avrebbe valenza superiore, ovvero il dovere di accogliere chi fugge da miseria estrema e guerre. Con un paradossale ribaltamento semantico, chi si riconosce in questi valori viene etichettato “buonista”: colui, cioè, che non fa i conti con gli stringenti vincoli del bilancio pubblico (che peraltro la Lega stessa intende sforare), per questa sola questione assunti come esogeni e antepone valutazioni di ordine morale a quelle economiche, più rilevanti. Continua a leggere

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Meriggio

di Antonio Prete

Alta, sul brivido di scaglie e lampi,

la torre saracena.

Barche capovolte sulla rena.

Spente voci di approdi

nel blu che trascolora.

La linea della lontananza

è negli occhi della riva.

L’ombra di un gabbiano trascorre

sugli scogli, radente.

L’ora svapora verso il niente.

 

[Se la pietra fiorisce, Donzelli, 2012]

 

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J’aspire au repos

di Gianluca Virgilio

 

« Le bonheur ? Ce serait le repos. Mais il est précisément incompatible avec la volonté »

Les pages immortelles de Schopenhauer, choisies et expliquées par Thomas Mann, édit. Corrêa, 1939

 

De tous les hommes de la terre qui cherchant la vérité la trouvent en Dieu ou en un système philosophique et se contentent de l’un ou de l’autre ; de tous ceux qui entassant richesses sur richesses en font une montagne en haut de laquelle ils voudraient prendre la pose satisfaits ; de tous ceux qui ambitionnant de meilleures carrières ne dorment pas la nuit pensant à la lourde tâche du lendemain, qui leur assurera succès, honneurs et places, petits trônes sur lesquels finalement s’asseoir ; de tous ceux-là je ne diffère aucunement concernant le but ultime à atteindre – et comment pourrait-il en être autrement ? Moi aussi j’aspire au repos.

J’aspire au repos dans le devenir précipité du monde, tandis que j’assiste avec une stupeur sans cesse renouvelée à la métamorphose des pensées et visions, aux innombrables changements qui surviennent chaque jour en nous et autour de nous. Me fussé-je endormi à l’âge dix ans et réveillé à cinquante-quatre, je ne reconnaîtrais pas les lieux de mon enfance. Tout entre-temps a changé et moi je ne suis plus moi.

J’aspire au repos non par indolence, apathie ou paresse mais par illusion naïve qu’à mon état de stase correspondra celui de toutes choses, la fin de leur devenir : arrêter le temps irréversible, faire de l’espace le lieu des choses intangibles, ne plus les souiller d’actions inconsidérées, leur permettre de durer et de se décomposer au rythme de leur nature. Dans la quiétude le battement du cœur ralentit et les yeux clos je peux m’imaginer passant à travers les murs des maisons tel un fantôme.

J’aspire au repos comme à l’impossible et à l’inaccessible, comme aspirent au repos tous les hommes, tant les discrets qui conservent les choses et s’efforcent de les laisser comme ils les ont trouvées, que les indiscrets qui les restaurent, simulant pour le temps une possibilité de revenir en arrière, ou bien usent, abattent et construisent pensant ainsi se moquer du temps qui passe : les uns et les autres, comme moi, aspirent au repos et selon toute apparence ils sont toujours très satisfaits quand, au moins pour un instant, ils ont cessé de travailler.

(Traduzione di Annie et Walter Gamet)

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Israel. Come un racconto

di Adele Errico

Ti guardo da quassù, sei fra le braccia di tuo padre e stai bene.  Tu ce l’hai fatta. Sei piccolo, piccolissimo, come un guscio di noce, e dormi stringendo forte gli occhi.

Caro Israel, avrei voluto anche io abbracciarti come sta facendo tuo padre, ma devo farmi bastare poterti guardare da quassù.

Israel. Mi piace questo nome, ricorda una promessa lontana, la stessa promessa che ti ho fatto prima di arrivare quassù, la promessa che tu, almeno tu, ti saresti salvato.

Una traversata infernale quella verso il confine. Volevamo raggiungere la Francia, io portando te in grembo e, ormai da mesi, quel male nell’addome, e quella notte, nella neve, quel male mi impediva di respirare. Eravate così vicini, l’uno accanto all’altro, tu e quel male contro cui lottavo perché non diventasse più forte della gioia di farti nascere.

Avevo freddo, Israel, il freddo provocato dalla neve fino alle ginocchia e l’unica cosa che riuscivo a percepire era il braccio di tuo padre che mi sorreggeva. Quel confine sembrava irraggiungibile e me lo aveva detto tuo padre come si chiamava: Bardonecchia, Bardonnèche. Un po’ mi faceva sorridere quel nome, mi ricordava il verso che fa la rana. Nella mia mente Bardonecchia era diventata la speranza, il simbolo del passaggio dall’Italia alla Francia, lo Stato che volevo raggiungere perché è lì che c’è mia sorella: volevo portarti da lei. Sai, quel male all’addome non mi avrebbe permesso di vederti crescere, di ascoltare le tue prime sillabe e di accompagnarti nei primi passi. Lo avrebbe fatto lei al mio posto, lei insieme a tuo padre. Ma ricordo che improvvisamente ho sentito urlare: “Vous ne pouvez pas passer”, non potete passare. Io non li avevo visti, non so se tuo padre se ne fosse accorto e se tentasse di farci passare inosservati. Dal buio avanzavano cinque sagome. Continua a leggere

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Il Novecento di Mario Marti

di Antonio Lucio Giannone

Prima di entrare nel merito del discorso, è necessario fare una breve premessa. Nel maggio 2009 fui invitato a tenere una conversazione nella sede del Circolo culturale «Galileo» di Trepuzzi, in occasione del novantacinquesimo genetliaco di Mario Marti. Accettai subito l’invito non solo con grande gioia ma anche con un pizzico di emozione, perché è dal 1968, cioè da quando mi iscrissi alla Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Lecce, che ho il piacere di conoscere il professore Marti. Durante i quattro anni di corso, seguii assiduamente le sue lezioni, partecipai ai seminari da lui organizzati, sostenni con lui gli esami di Letteratura italiana. Poi, attratto dalla modernità letteraria, decisi di laurearmi con Donato Valli in Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea, con una tesi sul petrarchismo novecentesco, della quale egli era il correlatore. Ma Marti è rimasto sempre, per me, un punto di riferimento costante dal lato metodologico e un esempio di serietà e rigore scientifico a cui ho cercato di improntare la mia attività, un vero maestro, insomma, nel campo dell’italianistica. Ho continuato a frequentarlo, a seguire le sue conferenze, a leggere i suoi numerosi volumi, che mi ha donato sempre con dediche affettuose, ad avere un ininterrotto e proficuo rapporto con lui fino ad oggi. Tra l’altro, ha avuto la bontà di ospitare due miei lavori in collane da lui dirette: uno, la mia prima monografia in assoluto, Bodini prima della «Luna», nella «Minima» della casa editrice Milella di Lecce, nel 1982; l’altro, una raccolta di saggi, Futurismo e dintorni, nella collezione di studi e testi, «Humanitas», delle Edizioni Congedo di Galatina, nel 1993.

Ma, per tornare ora all’incontro in suo onore, decisi di trattare come argomento gli studi di Marti sul Novecento, e questo per vari motivi. Intanto perché mi occupo, in particolare, di letteratura italiana contemporanea; in secondo luogo perché questo tema, che io sappia, non era stato mai affrontato da nessuno fino ad allora; e in terzo luogo perché lo stesso professore Marti me ne aveva dato lo spunto. Qualche tempo prima, infatti, mi aveva inviato una lunga lettera, nella quale metteva a fuoco proprio i suoi rapporti col secolo passato.

Tutto era nato da un mio saggio sull’attività critica di Gino Rizzo, allievo di Marti, prematuramente scomparso nel 2005. In questo articolo, a proposito della tesi di laurea di Rizzo su Lavorare stanca di Cesare Pavese, facevo notare che la tesi era stata assegnata «nonostante una certa diffidenza del suo maestro Mario Marti, con cui egli [Rizzo] si laureò, verso la contemporaneità, poi nel corso degli anni attenuatasi al punto da trasformarsi in frequente attenzione verso autori e opere del Novecento»1. Marti, dunque, in questa lettera, datata «Lecce, 31 agosto 2007», dopo aver espresso un lusinghiero giudizio sul mio lavoro, riteneva opportuno «aggiungere e precisare qualche altra considerazione» riguardo a questo argomento, in modo – scriveva – che «se lo riterrai opportuno, potrai, se capiterà altra occasione, usufruire della vera verità sullo svolgersi dei miei rapporti col Novecento». Continua a leggere

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Diagnosi e terapia

di Ferdinando Boero

Nel 1981 ottenni un posto di ruolo nell’università e, nel 1983, durante un lungo periodo in California, predissi quello che sta arrivando a compimento oggi in Italia. Nel paese più ricco del mondo si lavorava molto più che da noi, e con meno garanzie: stavamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità. Il debito pubblico spropositato che attanaglia l’intero paese ebbe inizio allora, quando mi fu regalato un posto a vita senza che avessi dimostrato gran che. Nel mio piccolissimo, da allora, cerco di meritarlo, perché so che non ci sono pasti gratuiti, come dice una regola dell’economia. Prima o poi il conto va pagato. Se non paghi, pagheranno i tuoi figli. Quel temporaneo benessere tolse la voglia di combattere, visto che non c’era nulla per cui combattere: ma era un benessere fittizio, ottenuto contraendo debiti.

Allora, sinistra voleva dire stare con i più deboli, gli sfruttati. E voleva dire cultura. Gli intellettuali non potevano non essere di sinistra, pur con qualche eccezione. C’erano sezioni, gruppi culturali, circoli, e giornali, riviste, cinema, teatro e letteratura, musica, filosofia, arte e scienza. Sinistra voleva dire riscatto sociale, miglioramento delle condizioni, per tutti. Le condizioni sono migliorate, apparentemente a seguito delle “lotte”, a partire dagli anni Ottanta. Chi, come me, era figlio di un portuale poteva diventare professore universitario. Mi accorsi allora che quei “passi avanti” si stavano facendo contraendo debiti. Se i deboli migliorano la propria condizione, viene a mancare il motivo per essere di sinistra: sembrava che tutto sarebbe andato sempre meglio e che l’evoluzione avesse reso inutile la rivoluzione. Ma era solo un’illusione. Continua a leggere

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L’età dell’odio

di Giuseppe Spedicato

Recentemente mi è capitato tra le mani un interessante testo di André Glucksmann, “Le discours de la haine[1], la cui lettura mi ha sollecitato a fare alcune riflessioni sulle nuove forme di manifestazione dell’odio e della violenza. Argomento che ho già trattato su questo sito.

Purtroppo Glucksmann ha ragione quando scrive che con la bomba atomica a Hiroshima si ha un avvenimento che spinge l’umanità in una nuova era. Prima di Hiroshima solo Dio poteva distruggere l’intero pianeta in pochi secondi, dopo tale potere lo hanno anche gli uomini. Abbiamo fatto un passo in “avanti” notevole.

D’altra parte Auschwitz è il vero simbolo della civiltà moderna e non ne sono mancati altri a conferma che l’epoca della barbarie, dell’assenza del senso di umanità, non è affatto alle nostre spalle, nell’era preistorica, ma continua a essere presente, anzi è ancora più presente. Questi sono solo alcuni esempi: massacro dei tutsi, terrorismo di matrice islamica, guerra in Iraq, Siria e nella Repubblica Democratica del Congo.

E come se non bastasse ora ci sono anche le “bombe umane” a seminare paura e morte, ma anche ad alimentare altro odio. Tutti possiamo essere vittime di un atto di violenza terroristico. Non è necessario aver fatto qualcosa per esserlo, basta essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Pertanto, non esiste più un monopolio della violenza, della devastazione, questa è alla portata di tutti. La cosa più sconvolgente è che si uccide senza avere una vera ragione se non quella di propagare terrore. Continua a leggere

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Enfance salentine 6. Vacances à Leuca 1

di Gianluca Virgilio

 

« …la fidélité aux choses qui ont traversé notre vie. »

Walter Benjamin, Journal parisien.

 

Préliminaires

Pendant de nombreuses années, nous avons passé les vacances à Leuca. Tout commençait l’après-midi d’un dimanche du mois d’avril, quand vers quinze heures, c’est-à-dire avec une bonne demi-heure de retard sur l’horaire convenu, Uccio Pensa venait nous prendre devant la maison, s’annonçant  par un double coup de klaxon. Nous, nous étions prêts depuis pas mal de temps, habillés de pied en cap, ayant avancé à midi et demi le déjeuner dominical, car d’ordinaire nous ne nous mettions pas à table avant treize heures. Nous montions dans la voiture et en route pour le long voyage – long par rapport à nos excursions habituelles distantes tout au plus de trente, quarante kilomètres de la maison ; Otrante, Santa Cesarea et Castro sur l’Adriatique, Porto Cesareo sur la mer Ionienne étaient déjà des destinations trop lointaines pour une excursion d’après-midi, tandis que Gallipoli, Santa Maria ou Santa Caterina, où l’on avait l’habitude d’aller, étaient des localités côtières situées à une vingtaine de kilomètres et donc faciles d’accès. Ce long voyage allait nous mener jusqu’où il était possible d’aller vers le sud : Santa Maria di Leuca, car au-delà il n’y avait plus rien d’accessible, sinon à bord d’un bateau.

Concernant Leuca, mon père était passé maître dans l’élaboration d’une mythologie détaillée et mystérieuse. Nous n’allions pas dans un lieu quelconque, mais à Santa Maria de finibus terrae, là où les deux mers, Ionienne et Adriatique s’unissaient, mêlant leurs eaux en un point indéterminé devant lequel dans l’heure qui suivait nous serions les fervents témoins d’un événement qui, même s’il se répétait, immuable depuis des millions d’années, n’en perdait pas pour autant sa séduction naturelle, son prodigieux mystère ; grande fut donc ma stupeur quelques années plus tard de découvrir que la géographie démentait cette mythologie, faisant passer la ligne de partage entre les mers Ionienne et Adriatique à  de nombreux kilomètres plus au nord. Ainsi le nom de Punta Ristola désignait-il conventionnellement l’autel devant lequel étaient célébrées les noces des deux mers, auxquelles nous avions, cet après-midi-là, le privilège d’être conviés. La frénésie des préparatifs qui précédait le départ pour Leuca le dimanche d’avril n’était qu’une répétition générale, quelque peu approximative, mais tout aussi remplie de cette même attente à laquelle nous serions confrontés le jour du départ pour les vacances, lorsque Uccio Pensa nous conduirait à Leuca pour un séjour d’un mois entier, aussi long qu’une saison entière de la vie. En avril, nous allions à Leuca dans le but précis de confirmer la location de la maisonnette que nous avions occupée l’année précédente, ou bien d’en trouver une autre plus confortable et moins chère ; et à cause de l’incertitude sur l’issue favorable de notre voyage, l’angoisse et la tension nerveuse à notre départ étaient à leur comble et ne se dissipaient que si mon père scellait d’une poignée de mains le contrat oral avec le propriétaire de la maison. Alors, la maîtresse de maison offrait aux adultes un petit verre de vermouth et à nous, les enfants, une friandise, et tout le monde était heureux et satisfait. Continua a leggere

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