La ragione conduce all’esclusione della guerra

di Antonio Errico

Alle sette del mattino, l’uomo esce dall’edicola con i giornali e un libro intitolato “Ulisse”, curato da Simone Beta, docente di filologia classica all’università di Siena.

L’amico che ha appena parcheggiato, con un sorriso ironico gli chiede se ancora legge le storielle di Ulisse.

L’uomo risponde di sì, che ancora legge le storielle di Ulisse, però poi si sofferma qualche secondo a pensarci tra sé e sè e a ripetersi la domanda se ancora legge le storielle di Ulisse.

Pensa che è da quand’era ragazzino che legge le storielle di Ulisse e su Ulisse, che da alcune di esse gli è parso di capire un sacco di cose, che qualche libro sull’eroe gli è sembrato fondamentale. Per esempio, “L’assedio e il ritorno” di Franco Ferrucci, oppure quelli di Piero Boitani e, in particolare, “L’ombra di Ulisse” e “ Sulle orme di Ulisse”: storielle di approfondite analisi sulle storielle dell’eroe.

Leggendo le storielle di e su Ulisse, per esempio ha capito che eroi si diventa quasi sempre senza volerlo, che nelle guerre ci si trova coinvolti quasi sempre per caso e di malavoglia.

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Il sottofinanziamento della ricerca scientifica e la disoccupazione giovanile

di Guglielmo Forges Davanzati

L’aumento della disoccupazione giovanile, secondo la visione dominante, è da imputarsi al mancato incontro fra la domanda di lavoro espressa dalle imprese e l’offerta di lavoro proveniente dai lavoratori. Questi ultimi – si sostiene – ricevono da scuola e Università una formazione generalista, eccessivamente calibrata sull’acquisizione di conoscenze e poco attenta alla trasmissione di competenze. Le competenze – il saper fare – sono (o sarebbero) quelle di cui le imprese, in un’ottica di breve periodo, hanno bisogno. La linea di politica economica che ne discende fa riferimento alla necessità di riformare i sistemi formativi per renderli funzionali alla produzione di forza-lavoro ‘occupabile’.

Il fatto che alcune imprese, in alcuni particolari segmenti del mercato del lavoro, trovino (o denuncino) difficoltà nel reperire manodopera con il livello e la qualità della formazione richiesta non implica che l’intera disoccupazione giovanile in Italia (superiore al 60% in alcune regioni del Sud) dipenda dal mismatch fra competenze offerte e competenze richieste. Per smentire questa tesi, può essere sufficiente considerare che oltre il 40% delle imprese italiane dichiara di non occupare – o non intendere assumere – laureati, a fronte del 18% della Spagna e del 20% della Germania.

La disoccupazione giovanile italiana – da molti anni superiore alla media europea – dipende essenzialmente dal combinato di un calo di lungo periodo della domanda aggregata (calo si è manifesto con la massima intensità a seguito dello scoppio della prima crisi, nel 2007-2008, e che ha avuto impatti anche sulla disoccupazione di individui in età adulta e anche sulla disoccupazione di lungo periodo) e dalla crescente fragilità della nostra struttura produttiva, particolarmente nel Mezzogiorno. La disoccupazione giovanile è aumentata sia perché le imprese hanno trovato conveniente, in una fase recessiva, non licenziare lavoratori altamente qualificati per non dover sostenere i costi della formazione dei neo-assunti, sia per il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego.

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IV Centenario Laurenziano

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Passeggiata settembrina nel centro storico di Lecce

La cupola della Chiesa del Carmine vista da Via Carlo Russi a Lecce. Fotografia di Ornella Barone.

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Avanti (o) pop! di Paolo Vincenti 1. Il minimondo 5 stelle

di Paolo Vincenti

“Tu grillo parlante 
che parli alla gente 
ma chi t’ha invitato 
ma chi t’ha pregato 
sei un profeta di varietà 
e la tua predica 
non ci servirà!… “

(“Tu grillo parlante “ – Edoardo Bennato)

Grillo se la prende con la stampa di casa nostra, che a suo dire confeziona solo bufale, e parla di povertà e bisogno, ma lo fa dal suo megayacht ancorato a Malindi oppure a Porto Cervo, alla faccia della coerenza. Qualche tempo fa, il leader populista si era inventato una sorta di giuria popolare che potesse controllare la veridicità delle notizie date dalla stampa, a suo dire tutte, o quasi tutte, taroccate, costruite. Un coro di buuu e pernacchie ha seppellito l’ex comico, vittima delle sue stesse intemerate. Con buona pace del leader pentastellato e del suo tribunale popolare infatti, le fake news, ribattezzate “post verità”, continueranno a galleggiare nell’etere così come ci saranno sempre il giornalismo serio e quello asservito, prezzolato.  Nessun Polpot alla genovese potrà fermare le bufale;  potranno solo farlo le redazioni di giornali e tv, se  le stesse bufale  non siano funzionali ai diabolici disegni orchestrati da quarto e quinto potere. 

Il movimento non attraversa uno dei suoi periodi migliori. La Raggi a Roma indagata per falso e abuso d’ufficio, in Sicilia indagati per le firme false, Fico redarguito perché parla senza essere autorizzato. I laeder Grillo e Casaleggio minacciano espulsioni e pene pecuniarie per chi non si mette in riga. Un colorato e schizoide pandemonio quello dei Cinque Stelle, che assomiglia al Minimondo di “Avanti un altro”. Eppure, nonostante scandali, incoerenze e astruserie, i 5 stelle godono ancora del consenso popolare, gli errori di Beppe Grillo, i suoi avvitamenti e salti doppi e tripli, non bastano a fargli perdere voti. Ciò è esaltante da un lato, sconfortante dall’altro. Esaltante, perché dimostra quanto la democrazia nel nostro Paese sia in salute, se un terzo dell’elettorato accorda la propria fiducia ad un guitto divenuto leader di un movimento di straccioni populisti. Sconfortante, perché dimostra come la sfiducia nel sistema dei partiti tradizionali, dell’esecrato establishment, da parte degli italiani, sia così profonda, talmente radicata, che dei masanielli qualsiasi vengono incoraggiati e votati, chiunque insomma, meglio dei magnaccia dello status quo. Nella crisi poi, il malcontento cresce e diventa humus per i movimenti demagogici, di protesta e non di proposta. E così avremo ancora a lungo a che fare con gli indignados alla pecoreccia, ossia i grillini e i loro finti salti.

Gennaio 2017

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Che cosa significa tradurre

di Gianluca Virgilio

C’è una metafora particolarmente cara ad Antonio Prete, una metafora con la quale, meglio che in qualsiasi altro modo, l’autore riassume il senso del tradurre: l’esperienza amorosa. La si legge nel preludio intitolato Sulla soglia della sua ultima fatica, All’ombra dell’altra lingua. Per una poetica della traduzione, Bollati Boringhieri, Torino, febbraio 2011:  “C’è, in questa alchimia [la traduzione], qualcosa che somiglia all’esperienza d’amore, o almeno alla sua tensione: come poter dire l’altro in modo che il mio accento non lo deformi, o mascheri, o controlli, e, d’altra parte, come lasciarmi dire dall’altro in modo che la sua voce non svuoti la mia, il suo timbro non alteri il mio, la sua singolarità non renda opaca la mia singolarità” (p. 11). La metafora ricorre poi nella Premessa al saggio che chiude il libro, Dialoghi sul confine. Poeti che traducono poeti, uscito per la prima volta nel 2001 col titolo Dialoghi sul confine. La traduzione della poesia nel primo volume della Storia della Letteratura Italiana, Il Novecento. Scenari di fine secolo, a cura di Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, Garzanti, Milano 2001: “La traduzione come azzardo amoroso: dire l’altro senza alterare il suo accento e, allo stesso tempo, lasciarsi dire dall’altro senza che si attenui il timbro della propria voce” (p. 90). Quest’ultimo scritto si può considerare come il laboratorio nel quale Prete ha sperimentato sui maggiori poeti italiani del Novecento quanto già veniva sperimentando da tempo su se stesso in qualità di poeta-traduttore di poeti: di Baudelaire, innanzitutto, di cui ha tradotto Les Fleurs du mal (in copertina significativamente v’è il Ritratto di Baudelaire di Gustave Courbert  del 1848) e poi di Rimbaud, Mallarmé, Verlaine … fino a Char, Jabés e Bonnefoy.  Che Prete fosse anche poeta, valendo il principio leopardiano che “senza essere poeta non si può tradurre un vero poeta”, ciascuno avrebbe potuto dedurlo da queste traduzioni, di cui l’editore Piero Manni di Lecce nel 1996 pubblicò un quaderno dal titolo L’ospitalità della lingua. Baudelaire e altri poeti; ma la prova inconfutabile si ebbe solo nel 2007 con la pubblicazione di Menhir presso la casa editrice Donzelli di Roma. Importerà, dunque, al lettore che l’autore di questo libro è poeta e traduttore di poeti, non semplice indagatore delle altrui tecniche di traduzione. L’opera che qui si recensisce nasce infatti alla confluenza di molteplici sperimentazioni ed è il frutto maturo di un sapere nato sul campo, nella pratica poetica, traduttiva e critica.

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Di mestiere faccio il linguista 11. L’analfabetismo di ritorno

di Rosario Coluccia

Nella storia dell’umanità la nascita della scrittura risponde al bisogno di comunicare con altri valicando le restrizioni di spazio e di tempo intrinseche all’oralità. Consegnando il proprio pensiero allo scritto l’uomo supera la contingenza e l’effimero, tende all’eterno. Fin dalle manifestazioni più remote (oltre 5 mila anni fa) si scriveva per soddisfare esigenze diverse (pratiche, documentarie, religiose, narrative) ma il numero di coloro che erano in condizione di accedere alla scrittura (e alla lettura) rimase a lungo limitato. L’avvento della stampa (intorno alla metà del Quattrocento) e la fabbricazione dei libri in serie rappresentarono un salto qualitativo di enorme importanza. Il libro a stampa, riproducibile con una certa facilità e meno caro rispetto a quello copiato a mano, produsse una formidabile spinta culturale, anche in ambienti socio-economici non elevati. Gli uomini poterono più agevolmente accostarsi ai libri e al sapere in essi contenuto, sia pure con progressione lentissima. In Italia, al momento dell’unità politica, poco più di centocinquant’anni fa, il 78% della popolazione non sapeva né leggere né scrivere. Solo da qualche decennio, dopo la seconda guerra mondiale, gli italiani hanno conquistato l’alfabeto.

Il livello di civiltà di una società si misura dalla quantità di libri in circolazione e dal numero dei lettori. La popolazione adulta di una società che non legge regredisce ineluttabilmente verso forme di analfabetismo o di semianalfabetismo. Se il cervello delle persone in età adulta non viene costantemente allenato arretra rispetto ai livelli raggiunti nell’adolescenza e in gioventù, le competenze acquisite a scuola si deteriorano, entrano in crisi perfino le abilità di base (leggere, scrivere e far di conto). Al contrario, se si creano le condizioni, l’apprendimento può continuare a qualsiasi età, non si finisce mai di imparare. La ricerca internazionale PIAAC («Programme for the International Assessment of Adult Competencies»), ideata dall’OCSE, esamina la capacità degli adulti di 24 paesi nel mondo (tra cui l’Italia) nei seguenti ambiti: lettura e comprensione di testi scritti, risoluzione di problemi matematici, conoscenze linguistiche. Dall’inchiesta risulta che all’Italia spetta il primato negativo in Europa per il cosiddetto «analfabetismo di ritorno» (si chiama così). Solo il 30 per cento degli italiani adulti ha un rapporto sufficiente con lettura, scrittura e calcolo. Gli altri si muovono in un orizzonte ristretto, subiscono quel che succede nel mondo senza comprendere esattamente il senso degli avvenimenti, quindi hanno ridotte possibilità di partecipare attivamente alla vita sociale ed economica. Ne risulta minata la democrazia, dalle fondamenta.

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La silloge L’una e tre di Paolo Vincenti

di Abele Longo

Dopo la silloge L’una e due, Paolo Vincenti ci propone L’una e tre. Come se la lancetta del pendolo che è la vita, avesse scoccato un solo minuto appena, un minuto di eternità che crea un piccolo caos, le “discordanze” del sottotitolo. Pur ritrovando de L’una e due la stessa distinzione in due parti, alcuni tralci e cellule tematiche, l’effeto qui è dirompente. Entrambe le parti contengono componimenti brevi e icastici, con un verso ridotto all’essenza nella prima parte, “Disco”, che omaggia il postmoderno nelle sue varie declinazioni; mentre l’influenza dei poeti greci e latini della tradizione epigrammatica, invece, caratterizza la seconda parte parte, “Danze”.

Sono schegge su cosa siamo o vorremmo essere, frammenti non per forza collegati di un puzzle di cui non riusciamo a venirne a capo.  La prima parte riprende il “disco”, che già suonava in liriche più ampie de L’una e due, ma conferendo questa volta più ritmo; un terzinato con l’accento sulla seconda: “patito, perduto, spostato/sconvolto, scaduto, splittato”; passando al quaternario con accento sulla terza: “Disco noia/disco rabbia/disco gioia” – al su e giù, in battere o levare, al tonico/distonico… versi che si fanno musica e andrebbero letti ad alto volume (ci si chiede se non avrebbe giovato l’inclusione di indicazioni di brani da ascoltare durante la lettura). Viene il sospetto che l’autore abbia scritto in stato di ebbrezza, sotto l’effetto della musica, appunto.

Cosa dice il disco? Immagine, metafora del tempo, dei suoi corsi e ricorsi, senza inizio né fine. Vico, naturalmente, ma come dicevamo il postmoderno; ovvero spezzato ogni concetto di storia lineare, spazzata la speranza di andare in paradiso o di sbarazzarsi del Capitale, rimane la consapevolezza del fragore di un’esistenza senza più grandi narrazioni (“nel tempo instabile/tutto è imprevedibile/io dissipo tenebre”). In un crescendo ci troviamo catapultati nel senso di disagio, incompatibilità o scollamento con i tempi.

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L’una e tre (DiscorDanze) di Paolo Vincenti

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Il sottofinanziamento della ricerca scientifica e la ‘quarta rivoluzione industriale’

di Guglielmo Forges Davanzati

Il nuovo esecutivo dovrà gestire una fase non semplice del ciclo economico e l’economia italiana non può più permettersi di avere una classe dirigente che ragioni esclusivamente in un’ottica di breve periodo ai fini dell’acquisizione di consenso. Un primo segnale che ci si aspetterebbe da un governo interessato a una prospettiva di crescita economica di lungo periodo è il ripristino di un livello ‘fisiologico’ del finanziamento delle Università e della ricerca scientifica. Vi è, infatti, un diffuso accordo fra gli economisti sul fatto che la ricerca scientifica è il primo fattore che traina la crescita economica, oltre che lo sviluppo civile di un Paese. E, nel caso italiano, il rafforzamento dei centri di ricerca porrebbe rimedio a un vero e proprio paradosso: l’esistenza di un’ampia platea di giovani con livelli elevati di istruzione, costretti a emigrare per l’impossibilità di essere assunti nel settore della formazione e della ricerca. Il caso della carenza di medici nel servizio sanitario nazionale è, in tal senso, emblematico. Così come dovrebbe destare preoccupazione il dato per il quale solo l’8% delle imprese italiane (peraltro tutte localizzate nel Nord del Paese) utilizza un solo dispositivo della cosiddetta quarta rivoluzione industriale (la rivoluzione dell’Internet delle cose, della robotizzazione, dell’automazione, dei big data, delle stampanti 3D).

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