Crepuscolo

di Antonio Prete

Nel cielo corso da nuvole

la scia di un aereo che si gonfia

facendosi nuvola anch’essa.

.

Il grido di un uccello tra gli ulivi.

.

Oscilla il ventaglio della palma

al vento che è privo di voce.

.

Il celeste nelle mani della sera

si traveste  d’ eternità.

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Antonio Stanca, Universum A-19


12-11-2003, olio su MDF, cm 29,3 x 40,1.
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Una lettera di… 7: Una lettera (e una mostra) di Mino Delle Site, aeropittore futurista leccese

di Antonio Lucio Giannone

Roma 21 – 12 – 1978

Egregio Signor Giannone,

ho ricevuto la lettera e “IL PRIMO BODINI” che ho molto apprezzato e trovato attuale come iniziativa culturale.

Ho notato la seria documentazione e l’intelligente analisi del saggio che rinfresca gli anni ruggenti del periodo che mi vide con Vittorio non solo nel FUTURISMO, (e a puro titolo di curiosità) nella stessa aula, alla prima e alla seconda elementare della sezione Centrale, poiché il 1914 fu il nostro anno di nascita.

Ho accluso tra i cataloghi le fotocopie della copertina e della dedica della tesi di laurea di Giuseppe Fedele, 1971; perciò se vorrà ricercarla nell’archivio dell’Università di Lecce troverà oltre agli articoli… forse…avrebbe una vera fortuna, anche l’album della raccolta fotografica dei quadri di quel tempo.

Le faccio notare che le dodici foto di pitture allegate alla presente sono RARE e perciò la prego, se pubblicate, di recuperarle a tutti i costi.

La ringrazio anticipatamente per il suo interessamento alla mia opera artistica e in attesa di sue gradite nuove la saluto e le faccio i migliori auguri per le feste di fine anno.

Cordialmente

Mino Delle Site

Via Monte Argentario, 12 – 00141 ROMA – Tel. 06/891498

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Parole, parole, parole 22. Il linguaggio della politica

di Rosario Coluccia

«Sono quella stronza della Meloni, come sta?». Non voglio parlare della frase, millanta volte ritrasmessa dai media, con cui la Presidente del Consiglio dei Ministri si rivolge al Presidente della Regione Campania in una situazione ufficiale, nella quale autorità statali e regionali inaugurano un centro sportivo a Caivano, località dominata dalla camorra, teatro di efferatezze e di stupri su bambine dodicenni. Me ne servo per sottolineare quanto sia frequente, nel linguaggio usato da esponenti politici di primo piano e di diverso schieramento, il ricorso al turpiloquio, spesso accompagnato da messaggi denigratori e intolleranti. Segno dei tempi, potremmo banalmente concludere, con una nota di sconsolata deprecazione.

Invece non è così semplice. Il linguaggio della politica, istituzionalizzato e variamente legittimato fin dai tempi più antichi, si avvale di elaborate strategie finalizzate, a seconda dei momenti e dei protagonisti, a convincere razionalmente e a persuadere emotivamente; tecniche accorte, che hanno lo scopo di favorire l’adesione dei cittadini alle proprie tesi, a un certo progetto, a uno specifico programma. I cittadini sono destinatari di messaggi ben studiati, dove formule a effetto e parole chiave vengono usate per stabilire legami fiduciari tra politico ed elettore, specialmente in occasione di campagne elettorali, nazionali, europee, amministrative, referendarie. Forme di spettacolarizzazione e non messaggi razionali,  come desidereremmo per una crescita consapevole della coscienza civile collettiva.

S’intitola La lingua della neopolitica. Come parlano i leader, un bel libro di Michele A. Cortelazzo appena uscito (maggio 2024) per Treccani Libri. Cortelazzo è  professore emerito di Linguistica italiana all’università di Padova. Da anni, ogni quindici giorni, analizza su un sito un termine emergente della neopolitica. Neopolitica perché nel 2013 la vita politica italiana ha vissuto una vera e propria rivoluzione, quando nelle aule parlamentari è entrato un numero rilevante di eletti che avevano scarsissima esperienza specifica: si misuravano quindi con un mondo nuovo e per certi versi semisconosciuto. Le ripercussioni sul piano linguistico sono state enormi: la lingua un po’ forbita e ideologizzata (l’ideologia, correttamente vissuta, non è negativa) della cosiddetta Prima Repubblica entra in crisi già nel 1994, con l’avvento della Seconda Repubblica, che instaura un linguaggio più immediato e più vicino a quello dell’uso; poi, nel 2013, irrompe nella vita degli italiani il linguaggio dei social, spezzettato e con frasi brevi, che trascina con sé le consuetudini più deteriori del modo di comunicare tipico della rete. Sul palcoscenico del marketing politico la tecnologia determina le modalità della comunicazione, fondamentali per il successo e per l’insuccesso del messaggio.   

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Le visite dei pontefici Pio VI e Pio VII a Padova

di Rocco Orlando


Pompeo Batoni, Ritratto di papa Pio VI del 1775; olio su tavola, 137×98 cm, National Gallery of Ireland, Dublino

     Nel 1782 giunse a Padova Pio VI (Giovanni Angelo Braschi) di Cesena il quale, partito da Roma il 27 febbraio, si era recato a Vienna per cercare di convincere l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo-Lorena (1741-1790) a desistere dai suoi propositi scismatici, che tendevano a staccare l’Austria dalla Chiesa di Roma. Padova fu onorata della presenza di Pio VI, nato a Cesena il 1717 e morto a Valence il 1799. “Il 13 maggio vi giunse da Vicenza, incontrato a Slesega (Arlesega) dal Vescovo Nicolò Antonio Giustiniani ( 1712-1796) e da Alvise Mocenigo, capitano e vice podestà della città dal 22 settembre 1781 agli ultimi  giorni di giugno o ai primi di luglio 1783, il quale si era presa tutta la maggior cura ed il più diligente pensiero per procurare che nulla potesse mancare al fine che l’ingresso del sommo pontefice nella città di Padova fosse con la maggiore solennità festeggiato da tutti gli ordini della città stessa” (Sartori).

     Giunse al Monastero di S. Giustina dopo le ore 23 e prese alloggio in un nobile appartamento preparato con “arazzi, damaschi e altri drappi con chioche di cristallo e cere, che restò ognuno a sì magnifico apparato” (Sartori).  E ancora il Sartori dice: ”Salito il santo Padre nell’appartamento nobilmente preparato  per il di lui alloggio, ivi con tutta la più significante amorevolezza e dimostrazione di stima accolse  il sopranominato sig. cav. Mocenigo, mons. Vescovo e molta nobiltà della città. Soddisfece indi al desidero del popolo adunato nella gran piazza, avendolo benedetto, e di poi trattenne in colloquio li sigg. Contarini e Manin procuratori di S. Marco destinati a dover accompagnare s. Santità per il veneto dominio ed il Sig. Abondio Rezzonico (1742-1810, ndr) senator di Roma”.

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Il turismo e le condizioni di lavoro giovanili

di Guglielmo Forges Davanzati

I problemi derivanti da una marcata e crescente specializzazione nel settore turistico come è accaduto in Puglia negli ultimi decenni sono ben noti e riassumibili in due punti. In primo luogo, l’elevato afflusso di turisti è connesso alla gentrificazione, che si manifesta con l’insediamento, in particolare nei centri storici, di strutture di accoglienza con la conseguente espulsione delle famiglie tradizionalmente lì residenti e la perdita di identità dei luoghi. Vi è, dunque, congestione e produzione di esternalità negative, sia sotto forma di crescenti impatti ambientali, sia sotto forma di spinte inflazionistiche. In secondo luogo, il turismo è un settore con bassa produttività, bassi salari e con elevata incidenza dell’economia sommersa. Il turismo in Puglia è essenzialmente stagionale e balneare. L’Osservatorio regionale rileva, inoltre, il più basso livello di istruzione dei dipendenti e dei gestori di attività turistiche nella regione rispetto alla media italiana.

La crescita dell’incidenza regionale del settore (il suo contributo al Pil regionale passa da circa il 3% dei primi anni Duemila a circa il 9% attuale) è strettamente connessa alla de-industrializzazione. Questa ricomposizione della specializzazione produttiva (con perdita di oltre il 2% di produzione manifatturiera negli ultimi venti anni nella Regione Puglia) è parzialmente l’effetto di una dinamica globale ed è anche il risultato di politiche nazionali e regionali che la hanno assecondato e promosso. Occorre, a riguardo, considerare l’andamento della bilancia turistica negli ultimi anni, che fa registrare (su fonte Consiglio Nazionale delle Ricerche, nel Rapporto del 2023) un attivo tendenzialmente in aumento per la Puglia. L’evidenza empirica segnala un aumento del turismo di prossimità, che viene spesso generato mediante un aumento del reddito locale derivante da altre attività (tipicamente manifatturiere, dove i salari sono mediamente più alti).

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Franz Kafka, il costruttore di un mondo misterioso

di Antonio Errico

Cento anni fa, il 3 giugno del 1924, nel sanatorio di Kierling, vicino Vienna, moriva Franz Kafka. Era nato nel mese di luglio del 1883. Non  aveva ancora compiuto i   quarantuno.

Una vita breve. Un’opera breve: ma profonda; a tal punto profonda da determinare l’aggettivo kafkiano, per significare qualcosa di assurdo, allucinante, paradossale, qualcosa di avvilente, angosciante, inquieto, deprimente grottesco,  sconvolgente. Incomprensibile.

Incomprensibile vuol dire impenetrabile, misterioso, enigmatico. Qualsiasi romanzo, qualsiasi racconto, un frammento, hanno dentro un mondo complesso, complicato, hanno grovigli di significati che non rispondono alla logica, alle categorie di tempo e di spazio, di vero e di falso. E’ un mondo completamente sconosciuto o che in superficie presenta fattezze conosciute ma poi ad un certo punto apre una botola oscura nella quale si può anche tentare di scendere ma da cui si risale con gli occhi accecati da quell’oscurità. Oppure non si risale.

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Per Filippo Giacomo Cerfeda

di Mario Spedicato                                                                        

Filippo Giacomo Cerfeda ci ha lasciati anzitempo, prima che il suo straordinario talento di ricercatore potesse pienamente produrre i frutti più maturi. Chi ha seguito la sua incessante attività di docente ed archivista si convince che nella sua breve esistenza abbia seminato e raccolto molto, certamente di più di quanto si può attendere da uno studioso che ha dovuto fare i conti per lungo tempo con una malattia subdola e menomante. Pochi amici e colleghi si sono accorti dalla sequenza cronologica dei suoi studi pubblicati che dietro la loro ideazione e redazione vi era una battaglia per la sopravvivenza combattuta con animo non rassegnato, ma con energica determinazione di vincerla. Filippo non ha mai messo in vetrina i suoi problemi di salute, non ha mai cercato compassione, neppure nelle ultime settimane di vita, quando non potendo più comunicare verbalmente, ha voluto onorare tutti gli impegni, completando e consegnando puntualmente i suoi lavori per consentire l’approdo ai diversi progetti scientifico-editoriali a cui aveva assicurato la sua partecipazione.

Nonostante questo straordinario e irripetibile contributo fornito alla ricerca storica siamo convinti che Filippo non ha avuto il tempo necessario per esprimere tutte le sue potenzialità, quelle che per la lunga esperienza di archivista e di collaudato ricercatore avrebbero potuto rendere ancora più visibili e nello stesso tempo più prospettici i suoi interessi di studio. Ha dovuto. gioco-forza, limitare e parcellizzare gli ambiti della ricerca a mirate, e spesso eterogenee, sollecitazioni provenienti dal territorio, cercando più di non deludere la fiducia e le aspettative riposte in lui dalle istituzioni di riferimento e trascurando l’obiettivo di perseguire un organico progetto di studio, autonomamente elaborato e fuori dai condizionamenti imposti dai ruoli esercitati all’interno degli ambienti culturali di cui è stato un indiscusso protagonista. Filippo, insomma, non ha trovato il tempo di pensare a sé stesso, di elaborare e realizzare in età matura un ambizioso e, per certi aspetti, atteso programma di ricerca, avendo dovuto rincorrere e soddisfare una domanda diversificata, a cui non ha saputo e neppure voluto sottrarsi. Ha preferito mettere le sue competenze di ricercatore al servizio delle comunità salentine piuttosto che isolarsi per dare sostanza ad un percorso scientifico-editoriale di più alto profilo, più volte auspicato da autorevoli accademici che lo hanno conosciuto ed apprezzato.

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Marcello Toma, Il sacrificio necessario (Effetti collaterali)


Olio su tela, 80×80 cm, 2024.
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Oceani a rischio: ecco cosa ne pensa Ferdinando Boero

di Marevivo

La presenza di acqua allo stato liquido rende possibile la vita sulla Terra. Ricoprendone il 71% della superficie, è il mare che permette al nostro Pianeta di essere un unicum. Se esistiamo lo dobbiamo ai mari che sono direttamente responsabili di un nostro respiro su due. Essi sono i polmoni del nostro Pianeta, generano fino all’80% dell’ossigeno, assorbono il 90% del calore in eccesso prodotto dal riscaldamento globale e con le loro correnti svolgono un’azione regolatrice del clima.

E allora perché gli esseri umani sembrano non tenerne affatto conto? Nei mari si riversano non solo milioni di tonnellate di plastica, ma rifiuti di ogni genere da microfibre, micro e nanoplastiche a fertilizzanti adoperati in agricoltura, da depositi acidi prevenienti dall’aria, traffico, sostanze inquinanti che sono sparse nei fiumi e altre che entrano nell’acqua attraverso falde freatiche alle sostanze chimiche industriali. Così facendo l’uomo sta uccidendo i mari, il cui delicato equilibrio, frutto di millenni di evoluzione, è minacciato anche dalla pesca intensiva industriale.

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In aure melos: d’una sympatica melodia per continuamente curarsi. Il Tarantismo, fra gesuiti, impostori e commedianti

di Francesco Frisullo – Paolo Vincenti

     Un testo del 1661 mai fino ad ora studiato né citato sul tarantismo, vale a dire su quel complesso fenomeno storico, medico, antropologico, etnico e musicologico su cui nei secoli è stata prodotta una corposa bibliografia scientifica. Il testo, che fa un chiaro riferimento al tarantismo pugliese, è il Pregio XXV ammirabile il santissimo nome di GIESU, come melodia d’ogni harmonia all’orecchio, opera del gesuita milanese Ortensio Pallavicino tratto da I PREGI MARAVIGLIOSI DEL SANTISSIMO NOME[1]. Rosario Quaranta, nel suo saggio La tarantola nella predicazione sacra (secoli XVII – XVIII)[2], affronta il tema del tarantismo o tarantolismo nella predicazione sacra. In particolare l’autore propone alcuni testi tratti dalle opere di quattro famosi predicatori dei secoli XVII-XVIII. Di Caspar Knittel (Glatz/Klodzko 1644-Telc 1702), gesuita boemo, famoso predicatore, matematico e filosofo, propone l’opera Conciones Academicae in precipua totius anni festa[3], ovvero “Discorsi accademici per le principali feste di tutto l’anno”, stampato postumo nel 1718 a Praga. «Abbiamo ritrovato, con nostra grande meraviglia», scrive l’autore, «un discorso dedicato alla “Festa della Visitazione della Beata Vergine Maria” in cui egli si serve con disinvolta arguzia (ma non sappiamo con quanta efficacia da un punto di vista spirituale e pastorale) appunto della nostra Tarantola per costruire un discorso strabiliante rivolto “a sollievo e a utile diletto per tutti gli amanti della parola di Dio” e specialmente alla prima nobiltà e a tutti gli Accademici che si riunivano per ascoltarlo nell’Auditorium»[4]. Secondo Knittel, la Tarantola è «il Peccato Originale, anzi ogni peccato mortale, perché, come afferma San Giovanni Crisostomo “il peccato lascia nell’anima un veleno”»[5].

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Gaetano Minafra, Opere grafiche 40. Volto di donna

1965, matita, cm. 10 x 8.
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Sonetti dei destini III

di Antonio Devicienti

3

La Germania, coraggio nel tentare abissi, nello scalare la vertigine: per Heinrich von Kleist.

La scrittura nei giorni si dispiega,

s’ammùtinano o s’addensano i versi:

ali pentesilea non ha e annega

nel braciere annega degli universi.

.

Hanno posto l’assedio a Königsberg

ché dal Baltico, spinta non clemente

la scrittura, accampàti nella mente

tutti, tutti: guiscardo con von homburg,

.

kohlhaas ed alcmena nel risplendere

di luce nera e di kantiani soli

reclamano esistenza per contendere

.

al mutismo dei giorni senza voli

la pienezza di stadi dell’intendere.

Casto achille, helleborus hyemalis.

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Ricordo di Giacomo Furia

[A nove anni dalla scomparsa di Giacomo Furia, ripropongo questo ricordo di Antonio Mele /Melanton]

Breve corsivo di cinema-nostalgia. Per non dimenticare

di Antonio Mele / Melanton

Alla bella età di 90 anni è morto il 5 giugno scorso, a Roma, l’attore Giacomo Furia, di origini casertane, fra i più bravi e amati caratteristi del cinema comico italiano.

Recitò, in vari ruoli e in molti film (più di 140), anche accanto a Totò e a Peppino De Filippo (era uno dei tre falsari pasticcioni nell’indimenticabile pellicola “La banda degli onesti”), offrendo un contributo di grande simpatia e alta professionalità.

In un altro memorabile film – “L’oro di Napoli”, tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Marotta – ebbe una parte di rilievo, interpretando l’ingenuo marito della formosa pizzaiola del Rione Materdei, nel cui ruolo si poteva ammirare in tutta la sua giovanile avvenenza una spumeggiante Sophia Loren.

Con Giacomo Furia – persona amabilissima, che ho conosciuto un po’ di anni fa, con altri bei personaggi dello spettacolo, in una serata di beneficenza alla Villa dei Cesari sull’Appia Antica – scompare l’ultima grande figura di interprete “di spalla”: un ruolo che il pubblico ha spesso (e a torto) considerato minore, ma che è stato di massima e fondamentale importanza, contribuendo a rendere famosa nel mondo la “commedia all’italiana”, e ad esaltare le doti recitative dei nostri grandi attori di quella stagione felice.

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Rassegna SIROCO. Culture a Sud – Casarano, 6 giugno 2024


Agave Culture organizza Siroco Culture a Sud, una rassegna letteraria che si volgerà nei mesi di giugno e luglio 2024 nelle località salentine di Casarano e Matino. Siroco, come lo scirocco caldo e disfacente che infesta le regioni meridionali. Lo scirocco è caratteristica precipua e identitaria del Salento. A queste latitudini o si impara a convivere con il favonio o si emigra. Noi che siamo restati, per forza, per scelta o per entrambe, e crediamo nell’edificazione culturale di questa terra, ci incontreremo giovedi 6 giugno alla prima presentazione del ciclo di incontri.
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Manco p’ a capa 202. Elezioni europee: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

di Ferdinando Boero

Ho già scritto quali caratteristiche dovrebbero avere i miei candidati ideali al Parlamento europeo (leggi qui), ma ho qualcosa da aggiungere. Approvo incondizionatamente il Green Deal (il Patto Verde) di Von der Leyen, che innesca la transizione ecologica, e il Next Generation EU, dedicato alle prossime generazioni europee. Ho apprezzato il PNRR e la fiducia concessa all’Italia, con finanziamenti a fondo perduto e prestiti a condizioni molto più vantaggiose di quelle offerte agli investitori che ci prestano soldi comprando i buoni del tesoro. E quindi voterò uno dei partiti che condividono questa politica, lungo la strada tracciata dalla Commissione uscente. Solo che, ora, Von der Leyen sostiene la transizione militare, e sfuma la transizione ecologica: l’Europa si deve armare, e vince la logica del se vuoi la pace, prepara la guerra. Per Meloni gli aiuti militari all’Ucraina non costavano niente: abbiamo dato armi che avevamo già! Quindi se regaliamo i mobili di casa nostra non spendiamo niente, tanto li avevamo già (leggi qui). Ora ci rendiamo conto che ci mancano le armi che avevamo già: dobbiamo comprarne altre! In effetti all’Ucraina abbiamo dato armi obsolete, accumulate e non utilizzate: le abbiamo smaltite e ora vanno rinnovate. Le industrie che producono armi si fregano le mani: il loro valore azionario aumenterà, e anche il PIL. Queste guerre sono arrivate a proposito: un volano di crescita economica. I fondi del 110% e del reddito di cittadinanza sono uno spreco insostenibile, quelli per le armi no. Suvvia!

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Due medici patrioti: Rosato e Aureliano Demitry originari di Magliano

di Mario Spedicato

 Nelle vicende storiche di Magliano hanno trovato poco spazio due medici, Rosato e Aureliano Demitry, padre e figlio, originari di Magliano. Rispetto alla produzione storiografica concessa ad Antonio Miglietta, medico nativo di Carmiano, padre della terapia vaccinica, i Demitry hanno avuto una scarsa attenzione, limitata quasi esclusivamente ad Aureliano per aver studiato e pubblicato diverse terapie farmacologiche. Del padre Rosato invece poche e sintetiche notizie, oscurato anche per l’impegno profuso, come aderente alla massoneria murattiana, per essersi speso nella lotta antiborbonica. Eppure padre e figlio sono stati medici-patrioti che Magliano può orgogliosamente vantare, pionieri in Terra d’Otranto dei principi della rivoluzione francese che sono alla base della moderna democrazia occidentale.

Rosato Demitry nasce a Magliano nel 1774, formandosi presso il seminario di Lecce e laureandosi in Medicina nel 1796 a Napoli, dove si stabilisce ricoprendo il ruolo di aiutante medico nell’Ospedale degli Incurabili per poi ottenere la nomina di Chirurgo militare. Tornato in Puglia esercita la professione in provincia di Lecce per stabilirsi in seguito a Veglie, dove muore nel 1844. A Napoli entra in contatto con il compaesano Antonio Miglietta, collaborando nella ricerca e pubblicando nel 1819 Memoria teoretica sui fenomeni vaccinici, ma i due non entrano mai in sintonia se dopo qualche anno il Demitry si occupa di altro, interessandosi dapprima dell’uso dell’oppio nella terapia medica e poi allontanandosi del tutto da questi studi per interessarsi delle malattie degli ulivi di Terra d’Otranto e del fenomeno del tarantismo in Puglia.

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Non omnis moriar. Studi in memoria di Filippo Giacomo Cerfeda, a cura di Mario Spedicato

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Da Vaste a Cocumola

Foto di Ornella Barone.
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Debitori e creditori

di Gianluca Virgilio


Quentin Massys, Il cambiavalute e sua moglie, 1514, olio,
Museo del Louvre, Parigi.

“Un piccolo debito crea un debitore, un grosso debito crea un nemico”.

Seneca, Lettere a Lucilio I, 19, 11.

Mettiamo che un giorno lo Stato-debitore decida di non pagare il suo debito. Che cosa accadrebbe il giorno dopo? I piccoli risparmiatori, depositari di titoli di Stato si ritroverebbero senza il becco d’un quattrino, i ricchi perderebbero un bel po’ di soldi, ma non sarebbero ridotti in miseria, sarebbero salvati dal loro istinto a “delocalizzare” anche il denaro e inoltre rimarrebbero proprietari di molti beni immobili, che potrebbero sempre rivendere sul mercato. I grandi gruppi bancari e industriali e gli Stati creditori barcollerebbero come palazzi scossi da un terremoto, ma alla fine rimarrebbero in piedi. Ci sarebbe una rivolta di popolo, che lo Stato-debitore insolvente dovrebbe fronteggiare come una spiaggia l’arrivo di uno tsunami. Risparmiatori che si sentono derubati, dipendenti pubblici con famiglie a carico senza stipendio, un enorme numero di lavoratori improvvisamente senza lavoro scenderebbero in piazza urlanti e arrabbiati e comincerebbero a menare le mani contro ogni simbolo della loro miseria: le auto di lusso, le banche, le ville dei ricchi, ecc. Uno scenario spaventoso, che abbiamo già visto in Argentina una quindicina di anni fa. Quando il tira e molla tra creditore e debitore avrà teso troppo a lungo la corda, quando il debitore non ce la farà più a pagare, sarà strozzato e non sentirà più l’onta del disonore, allora mollerà la presa e si dichiarerà insolvente, e dall’altra parte il creditore rimarrà con la corda in mano. Il cupio dissolvi del debitore manderà in fumo il denaro del creditore e tutti saranno più poveri.

La ragione di questo possibile patatràc sta tutto nella enorme diseguaglianza economica tra gli uomini che il liberismo selvaggio ha provocato negli ultimi quarant’anni.

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