Quel che resta all’immaginazione

di Antonio Errico

Una volta, in fondo ad una notte lontana lontana, un uomo guardava il cielo che splendeva e provò il desiderio di conoscere come fosse da vicino quella cosa più grande delle altre, che non brillava come le altre ma era più grande e bianca, e aveva un alone intorno e qualche nuvola che le passava sopra e un poco l’ adombrava.

Allora immaginò di alzarsi in volo e di raggiungerla.

La notte del 21 luglio del 1969 veniva da quella notte. Neil Armstrong era figlio di quell’uomo che guardava il cielo nella notte lontana, del suo desiderio di raggiungere quello che sembrava irraggiungibile.

Così è cambiata anche la nostra immaginazione del cielo. E’ cambiata quando abbiamo capito che un uomo può arrivare fin lassù, può lasciare la sua orma sulla luna e metterci anche una bandiera. Questo si chiama progresso, che non azzera l’immaginazione ma la trasforma, com’è naturale che sia, com’è sempre avvenuto nella storia dell’umano. L’immaginazione ha prodotto conoscenza che a sua volta ha prodotto immaginazione. Probabilmente non c’è stata invenzione che non sia stata prima immaginata, sulla quale non sia stato tessuto un racconto, forse anche solitario, che l’uomo di scienza faceva a se stesso, in segreto. Einstein, che è uno a cui bisogna dare retta, diceva che l’immaginazione è più importante della conoscenza perché la conoscenza è limitata mentre l’immaginazione abbraccia il mondo, stimola il progresso e l’evoluzione.

Ogni cosa nuova, ogni scienza, ogni scoperta, ogni invenzione, tutto quello che c’è ma che non c’era, è la conseguenza di una immaginazione: si è prima configurato, anche un po’ confusamente, nel pensiero di qualcuno; poi più o meno lentamente, più o meno rapidamente si è sostanziato, è stato sottoposto a più verifiche, a molte prove, a smentite, a conferme, a validazioni, si è strutturato, ha sviluppato le sue forme e le sue funzioni.

Però in principio è stata un’immaginazione.

Immaginare vuol dire prefigurare: elaborare figure di pensiero inesistenti fondandole su elementi esistenti. Vuol dire pensare oltre, superare barriere.

Anche se con il senno di poi sembra tutto più facile, probabilmente si può ipotizzare che per l’uomo di quella notte lontana lontana non fu oltremodo difficile immaginare di volare perché il desiderio di volare è connaturato. Però poteva immaginare cose anche molto più semplici da immaginare non avendo quasi niente o proprio niente intorno. Poteva immaginare di alzare i muri di una casa, di costruire un altare, una zattera, una ruota, poteva immaginare di accendere un fuoco per riscaldarsi, di farsi una scala per salire sugli alberi quando l’età non gli permetteva più di arrampicarsi, oppure di trovare un modo per parlare con qualcuno che si trovava in un punto in cui la sua voce non poteva arrivare. Poteva immaginare tutto questo e molto altro. Infatti lo ha immaginato e poi lo ha costruito. Sì, per lui era molto più facile immaginare. Per l’uomo di questo tempo invece è difficile, a volte difficilissimo, perché quelli che sono venuti prima hanno già immaginato e già costruito la ruota, la zattera, l’aeroplano.

A un certo punto abbiamo avuto l’impressione che non si avesse niente più da immaginare. Lo diceva Jean Baudrillard in un libretto dell’’87 intitolato L’altro visto da sé, che ritrovo in uno scaffale, incastrato tra L’ immaginazione di Sartre, edito in Italia nel ’62, e L’immaginazione di Maurizio Ferraris , tutti e tre occultati dal Dizionario di Psicologia di Umberto Galimberti.

Immaginare le terre australi è inutile, dice Baudrillard, perché le si può raggiungere in venti ore d’aereo. Immaginare gli altri è inutile perchè la comunicazione ce li rende immediatamente presenti. L’immaginazione del tempo, nella sua durata e nella sua complessità, è inutile, perché abbiamo la rappresentazione della storia.

Che cosa potrà mai immaginare un bambino: quale giocattolo che non ha visto; quale vestito che ha sognato. La televisione ha immaginato tutto prima di lui e glielo ha passato negli occhi impedendogli di immaginare. Ha reso visibile l’immaginabile. Ha rivelato ogni segreto. Nessuno può immaginare qualcosa che non sia già apparsa su qualche schermo. Se poi l’immaginazione ha una relazione con il desiderio, allora nessuno ha più un desiderio che non sia mediato da un’immagine ricevuta da un’icona del mercato, che non sia provocato da un messaggio spesso subdolo dei media. Per aggirare quella facoltà esclusiva del pensiero di figurarsi l’irreale, la tecnologia ha escogitato gli effetti speciali. Così viviamo in un’epoca che scialacqua effetti speciali e fa la fame di immaginazione, per cui siamo incapaci di un pensiero nuovo e se talvolta qualcosa ci sembra che sia nuova in realtà è soltanto un rifacimento dell’esistente o una rielaborazione dell’antico.

L’uomo di questo tempo ha la possibilità di immaginare soltanto quello che già c’è ma che da qualche parte ancora manca. Ha solo la possibilità di immaginare di poter riparare ad alcune o a molte colpe. Per esempio: può immaginare di costruire ospedali dove non ce ne sono; non ci vuole molto o comunque ci vuole molto meno di quanto serve per vecchi e nuovi armamenti. Può immaginare di costruire case che servono alle creature; non ci vuole molto o comunque ci vuole molto meno di quanto serve per traforare una montagna. Può immaginare di costruire scuole in alcune zone del mondo dove vivono bambini che non hanno neppure la possibilità di immaginare che cosa siano le scuole. Può immaginare di ridurre l’inquinamento dell’aria e del mare, di far arrivare l’acqua, il pane, i medicinali dove un’aspirina, un tozzo di pane, un sorso d’acqua significano sangue nelle vene. Può immaginare di abbassare il livello di disoccupazione. Può immaginare un benessere diffuso.

Può fare solo questo, se vuole che la sua immaginazione abbia una relazione con l’esistenza. L’uomo di un altro tempo ha già immaginato, scoperto e inventato tutto. Ha già pensato e teorizzato che cosa sia l’immaginazione e quali siano le sue potenzialità. Lo hanno fatto Platone, Aristotele, Plotino, Giordano Bruno, Vico, Hobbes, Kant, Jean Paul Sartre. Tanto per fare pochi nomi. Hanno detto forse o comunque molto di quello che si poteva dire sul pensiero che oltrepassa l’orizzonte. Per cui a noi non rimane altro che considerare quello che ci ritroviamo a un solo palmo dal naso.

C’è stato un tempo in cui si pensò che l’immaginazione potesse arrivare perfino al potere. Era il tempo che sui muri si scriveva “siamo realisti, pretendiamo l’impossibile”, oppure “i miei desideri sono realtà”, oppure “dimenticate tutto quello che avete imparato e cominciate finalmente a sognare”. Ma dopo quasi cinquant’anni dal Maggio Francese, l’immaginazione al potere non ci è andata e probabilmente non potrà andarci mai.

L’uomo di questo tempo non ha altra possibilità che quella di immaginare la sconfitta dell’egoismo. Ma è più facile immaginare e costruire un disco volante. Infatti il disco volante l’hanno già immaginato e già costruito. Per la sconfitta dell’egoismo c’è ancora molto da aspettare. Però si spera. Hai visto mai!

[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, lunedì 20 febbraio 2017]

 

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