Rosso vivo. Un cantautore da riscoprire: Stefano Rosso

di Paolo Vincenti

“E siamo noi siamo i fiori del male

Quelli che finiranno in galera o se no all’ospedale

Si siamo noi giocatori d’azzardo

Che ogni volta puntiamo la vita e preghiamo Gesù

Siamo l’erba cattiva l’occhiata furtiva la socialità

Siamo i disoccupati studenti o sbandati ma in sincerità

Siamo noi che scriviamo la storia sui vostri giornali

Parafulmini ai vostri peccati e alle false morali

Che accendiamo la parte più ingrata e facciamo i perdenti

Che altrimenti sarebbe toccata a qualcuno di voi

E invece noi figli di un Dio minore”

(“I fiori del male” – Stefano Rosso)

 

Ho amato fin dal primo ascolto Stefano Rosso, anche se l’ho trascurato per un bel po’ di tempo. Dacché ho iniziato questa rubrica dal titolo “I miei amici cantautori” però, sto compiendo un lungo viaggio, dal pop al song, nel mondo della musica d’autore di nicchia, e questo mi ha riportato a Rosso. Non disponendo dei suoi dischi, essendo stata la sua una scoperta tardiva, non mi è punto agevole ascoltarlo in rete, su Youtube o Itunes, e per questo motivo non ritorno alla sua musica così spesso come mi piacerebbe. Stefano Rosso musicalmente si può considerare il fratello maggiore di Daniele Silvestri (che lo cita in una sua canzone) ma ha ispirato tanti altri cantautori venuti dopo, sebbene il suo nome non sia noto al grande pubblico.

Stefano Rosso, 1948, romano di Trastevere, da Via della Scala, titolo di una sua canzone, iniziò la  carriera esibendosi in quel mitico locale che è il Folk Studio, prima insieme al fratello maggiore Ugo, formando il duo Remo e Romolo, poi da solista. Nel 1976 pubblica il suo primo album, “Una storia disonesta”, in cui è contenuta la sua prima canzone di successo e forse anche la più famosa, specie per il contenuto fortemente sovversivo della stessa, che inneggiava allo spinello libero. In quegli anni, Rosso cavalcava dunque l’onda delle contestazioni giovanili e di certe battaglie radicali come quella sulla liberalizzazione delle droghe leggere, ma lo faceva non certo comiziando, con furore rabbioso e iconoclasta, ma stemperando la serietà del tema con la sua vena ironica e sottilmente comica, in un brano all’apparenza disimpegnato, leggero. In quel primo, bellissimo album, sono contenuti pezzi come “Letto 26”, “Pane e latte”, “Anche se fosse peggio”.

Nel 1977 pubblica “E allora senti cosa fo”, in cui, oltre alla canzone omonima, vi sono canzoni importanti come “Odio chi” e “Bologna ’77” dedicata a Giorgiana Masi, la ragazza uccisa il 12 maggio 1977 durante una manifestazione del Partito Radicale a Roma. E ancora la poetica “Osteria del tempo perso”, le intense “Libertà… e scusate se è poco” e “C’era una volta e ancora c’è”.

La scrittura dei testi di Rosso è molto particolare. A dispetto del suo cognome ( si chiamava Rossi, che mutò in Rosso) e della chiara appartenenza alla sinistra radicale, egli non fa canzoni politiche in senso stretto, sebbene i temi trattati siano di impegno civile e alcune canzoni davvero di forte impatto. Tuttavia la sua è una scrittura funambolica che parte dal dato reale per sboccare spesso nel paradosso, nel non sense e sovente utilizza la tecnica dell’accumulo: parole concetti che ne richiamano altri per libera associazione. Una scrittura abbastanza surreale, vicina per certi aspetti a quella di Rino Gaetano, che, non a caso, fu suo grande amico. Rosso amava frequentare il cantautore calabrese col quale si erano incontrati al FolkStudio.

Nel 1979 pubblica “Bioradiofotografie, con brani come “Ragazza sola”, la bellissima “Ma niente più”, e “Lettera a un pulcino”, dedicata alla figlia più piccola Stefania. Questi primi album sono tutti da ascoltare, dalla prima all’ultima canzone, la loro riscoperta pareggia il conto di un mancato successo discografico quando essi furono pubblicati. Brani di impareggiabile bellezza come “La rosa e il gabbiano” o “Passeggiata” sono degni di stare accanto a brani più famosi di colleghi come Guccini o  De Gregori o Venditti.

Nel 1980 partecipò al Festival di Sanremo con “L’italiano”, inserito nell’album “Io e il signor Rosso”, insieme a canzoni come “Quello che mi resta”, “Milano”, “Per male che gli vada” e “Quarant’anni”.

 Nel 1981 pubblica “Vado, prendo l’America e torno”, concept album dove il pezzo più importante è “Amerika”, con la cappa, e compaiono anche alcuni brani strumentali. Occorre dire infatti che Rosso era un chitarrista sopraffino e allo strumento da lui amato dedicò degli album interi, come  “La chitarra fingerpicking di Stefano Rosso”.    Nel 1982 esce “Donne”, concept album sul mondo delle donne e dei sentimenti, ma sempre scarso fu il ritorno di vendite dei suoi lavori. Nel 1985 esce “Stefano Rosso”, con brani indimenticabili come “Il poeta” e “Ancora una canzone”.

Nel 1987 viene pubblicato su 45 giri “Com’è difficile”, e nel 1989 esce l’album “Femminando”. Per un certo periodo Rosso si ritira dalle scene e si arruola perfino nella Legione Straniera. Viene pubblicato nel 1997 “Miracolo italiano”, una raccolta con tre inediti, fra cui l’esilarante brano che dà il titolo e le importanti “I fiori del male” e “Canzone per un anno”, mentre nel 2001 “Il meglio” racchiude nuove versioni delle sue canzoni più famose oltre ad alcuni inediti come le scoppiettanti e allegre “Quando nonna andava col tranvai”, “Neurologico reggae” e “Calipso”, veri capolavori di ironia e leggerezza.

In occasione della sua scomparsa Rosso occupò per un breve istante la ribalta perché la stampa riportò la notizia della sua morte con l’immancabile riferimento alla sua canzone manifesto “Una storia disonesta”. Ma il pubblico dei suoi fans e chi lo ha conosciuto bene in vita sanno che Rosso non era solo quello dello spinello e dell’amore libero, ma molto di più. Per esempio, sa che Rosso fu un cantautore profondo e un uomo molto complesso, il suo pianista e amico Giovanni Del Grillo, cantautore romano, che nel 2009 ha organizzato a Roma una due-giorni di musica e poesia per ricordare Stefano Rosso. Lo sa la figlia maggiore, Stefania Rossi, che nel 2011 ha pubblicato insieme a Mario Bonanno il libro “Che mi dici di Stefano Rosso?” edito da Stampa Alternativa. E lo sa bene il cantautore Andrea Tarquini, che è stato suo chitarrista, e che nel 2013 ha pubblicato l’album “Reds! Canzoni di Stefano Rosso”, disco finalista alle Targhe Tenco 2013, con dieci canzoni di Rosso interpretate da Tarquini ( autore notevole, di cui è uscito da poco il secondo disco ). A questo album, prodotto da Paolo Giovenchi (chitarrista di Francesco De Gregori), ha partecipato anche  Luigi Grechi.

Negli ultimi anni Stefano Rosso pubblica alcuni dischi strumentali, spesso live, come il cd “Live at the station”, registrato nel 1999 in una sala d’aspetto della stazione, oppure “Fingerstyle guitar” e “Live at the Folk Studio” del 2003, “Banjoman” del 2004, “Lullaby of birdland “del 2006. Nel 2007 torna alla forma disco tradizionale, sebbene autoprodotto, con “Mortacci” e “Piccolo Mondo Antico” del 2008, anno della sua scomparsa.

Nel 2013, il cantautore romano Simone Avincola realizza un docufilm su Rosso: “Stefano Rosso – L’ultimo romano”  lavoro in cui Stefano è ricordato attraverso le parole di alcuni colleghi (Claudio Lolli e Luigi Grechi tra gli altri) e in cui si ripercorre il suo percorso artistico. Intervistato da “Il fatto quotidiano on line”, Avincola spiega : “la mia passione nasce molti anni fa, quando da bambino tornando da scuola ascoltavo le sue canzoni con il walkman. Essendo anch’io un cantautore, e avendo ascoltato veramente tutto il repertorio di Stefano, mi sento di dire che è stato davvero uno dei più grandi cantautori italiani degli anni ‘70. Il fatto che questo non gli sia stato riconosciuto, né in vita né dopo la sua scomparsa, mi ha sempre fatto rabbia. Forse è proprio da questa rabbia, da questa voglia di riscatto, che nasce l’idea di realizzare il primo film-documentario su di lui”. Il titolo, “L’Ultimo Romano” è preso da una sua canzone presente in uno dei suoi ultimi dischi. “Grazie all’aiuto di Matteo Alparone che si è occupato del montaggio, e di qualche amico che ha regalato qualche piccolo contributo per la causa, ho cominciato a girare Roma”, racconta Avincola. “Ho intervistato il fratello Sergio (storico barista dello storico bar San Calisto), i suoi amici di infanzia, i suoi musicisti e gli artisti che gli hanno voluto bene. Credo e spero che questo possa essere il primo passo verso un serio recupero della sua arte, così come è stato fatto con Rino Gaetano, col quale erano grandi amici fin dai tempi del Folkstudio”. Dopo essere stato presentato nel locale romano “L’asino che vola”, ora il film è visibile sul sito di Simone Avincola(www.simoneavincola.it).

Nel 2013 esce un nuovo libro su Rosso, di Santino Mirabella: “E distillando sogni – l’alchimia dei cantautori e la poetica di Stefano Rosso” Aracne editore. Come si riporta nel sito “Letteratu.it” (recensione di Rosalia Messina), “Ha ben due prefazioni questo libro, scritte da due miti della categoria: Claudio Lolli, che intitola il suo pezzo “The wind”; Franco Battiato, che ci racconta “Come nasce un cantautore”. Il primo ci parla di un vento che è metafora di cambiamento, di rinnovamento: “Siamo alla fine, meravigliosa, dei Sessanta e si an­nunciano gli ancora più meravigliosi Settanta. C’è del vento in giro e infatti arrivano dei dischi carichi di vento. Donovan, Catch the wind: acchiap­pa il vento, non fartelo scappare. Bob: The answer is blowing in the wind’. Allora non può non venire in mente la Ode to the west wind di P.B. Shelley e l’idea romantica dell’arpa eolica, una specie di costruzione materica che il vento fa suonare o risuonare…”. Il secondo conclude così le sue riflessioni su quella che si può chiamare l’età dell’oro dei cantautori :“Una grande determinazione e pochi soldi in tasca. Quale viatico migliore per un ragazzo di vent’anni che veniva dal Sud?”  Sfogliando ancora, c’imbattiamo in una premessa, in cui Santino Mirabella ci racconta quei due mitici decenni di eccezionale fioritura dei cantautori (e non solo di loro), senza nascondersi che definire quell’epoca è impresa impossibile o quantomeno assai complicata: “In realtà non si può dire qualcosa di definitivo, fare punto e tornare a capo, convinti e contenti di avere finalmente, in qualche modo, definito l’indefinibile. Perché indefinibile fu veramente quel momento sto­rico che creò, o almeno pose le basi per creare, un fenomeno dai confini abbastanza chiari dentro la te­sta e il cuore del fruitore, ma difficili, assolutamente difficili da delineare con parole altrettanto nette e chiare”. Tutto ciò serve a collocare nella giusta cornice storica il protagonista del libro, Stefano Rosso, raccontando in modo affettuoso e accurato – attraverso citazioni, ricordi, foto, disegni, interviste – la storia di un cantautore fra altri cantautori, in una galleria che non registra assenze (e mi astengo dall’elencare nomi, perché non vorrei tralasciarne alcuno, fra quelli che vengono ricordati nel libro). L’autore lo introduce così: “In questo ambito, ai grandi cantautori si affiancava un grande musicista, un grande ‘poeta’, un grande chitarrista, un grande performer che aveva anch’egli in­trapreso la strada iniziale di cui si è detto, segnandola anche per qualche anno e poi via via inspiegabilmente (anche e soprattutto per sua scelta) ritiratosi in un’incongrua ombra; dalla quale però tutti potevano vederlo, se avessero voluto. Se lui stesso avesse forse voluto. Insomma, in questo fenomeno del cantautorato ita­liano, come si colloca un certo Stefano Rossi, in arte Stefano Rosso?” Una risposta Santino Mirabella prova a darsela, cercando di fornirci il ritratto a tutto tondo di un figlio di quei tempi e del suo percorso esistenziale e artistico: dall’incontro con la chitarra agli esordi di un trasteverino, un giovane autodidatta che pur senza studi musicali ottenne anche riconoscimenti importanti (come il diploma di merito al VI Concorso internazionale di Composizione chitarristica “Paolo Bersacchi”), passando per il successo e giungendo a quello che l’autore considera uno spartiacque, l’album Bioradiografie, “per il quale può parlarsi di ciò che c’era prima e ciò che vi sarà dopo; tra l’esplosione del successo, la gestione di esso e l’abbandono”. E poi il fingerpicking, i fecondi anni Ottanta, la stasi creativa dei Novanta, il recupero del 2001, il periodo dell’autoproduzione, la dismissione delle vesti di cantautore per indossare quelle di chitarrista, i nuovi guizzi d’autore negli ultimi anni di una vita intensa, conclusasi il 15 settembre 2008, lo stesso giorno – nota l’autore – in cui scompare Richard Wright, il tastierista dei Pink Floyd.”

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