Quando il lavoro diventa precario…

di Guglielmo Forges Davanzati

I dati recenti diffusi dall’Emporio della Solidarietà sulla crescita della povertà nel Salento non appaiono sorprendenti, sebbene il fenomeno possa essere controintuitivo: in una condizione di deflazione – ovvero di riduzione del tasso di inflazione e, per alcune categorie merceologiche, di riduzione dei prezzi – ci si potrebbe aspettare un aumento dei redditi reali e, per conseguenza, minore rischio di impoverimento.

La questione, tuttavia, non si può porre in questi termini. La storia recente del capitalismo è stata caratterizzata dalla coesistenza di alta inflazione e, soprattutto negli ultimi due decenni, di alta disoccupazione. E’ del tutto inedito il fenomeno al quale assistiamo nell’ultimo biennio, ovvero la coesistenza di bassa inflazione e di alta disoccupazione.

Le cause sono molteplici e qui conviene soffermarsi su quella che probabilmente è la principale: la precarizzazione del lavoro e le connesse misure di moderazione salariale. La precarizzazione del lavoro – sotto forma di crescente incidenza di contratti a tempo determinato – riduce il potere contrattuale dei lavoratori, con conseguenti effetti di riduzione dei salari e della quota dei salari sul Pil. La caduta della domanda di beni di consumo ne costituisce ovvia conseguenza. Così come la caduta dei prezzi. Questo meccanismo non è controbilanciato da un aumento degli investimenti privati – che potrebbe tenere alta la domanda – soprattutto a ragione del deterioramento delle aspettative imprenditoriali, a sua volta connesso alla compressione della domanda di beni di consumo. Vi è, in altri termini, una interazione dinamica di segno negativo fra caduta dei consumi e caduta degli investimenti ‘indotti’ dai consumi stessi, che configura una spirale negativa destinata a non arrestarsi in assenza di interventi esterni correttivi. Questi potrebbero concretizzarsi in investimenti pubblici. Gli investimenti pubblici in Italia (per la ricerca scientifica, la messa in sicurezza del territorio, la dotazione infrastrutturale) sono tuttavia in caduta libera da almeno un decennio. Ciò fondamentalmente per due ragioni. In primo luogo, il loro aumento contrasterebbe con le misure di consolidamento fiscale (ovvero il tendenziale pareggio del bilancio) che l’Italia persegue ostinatamente con maggiore intensità rispetto ai principali Paesi europei. In secondo luogo, perché, nella vulgata dominante, tutto ciò che è pubblico è dogmaticamente ritenuto meno efficiente di ciò che è privato.

E’ bene chiarire che la deflazione è un problema macroeconomico di notevole rilevanza. Rallenta la crescita economica perché riduce i consumi correnti (i consumatori, in condizioni di caduta dei prezzi, tendono ad aspettarsi una loro ulteriore riduzione) e riduce gli investimenti (le imprese, attendendosi di vendere a prezzi bassi, posticipano gli investimenti). Il più macroscopico esempio degli effetti della deflazione sui consumi lo si può riscontrare nel mercato mobiliare e nella vertiginosa caduta dei prezzi delle abitazioni. In più, la deflazione ha effetti redistributivi dal momento che accresce gli interessi in termini reali sui titoli di Stato, accrescendo i redditi reali dei percettori di rendite finanziarie.

Quali potrebbero essere investimenti pubblici.

La precarizzazione del lavoro riduce l’occupazione per numerosi effetti.

  1. In primo luogo, la somministrazione di contratti a tempo determinato, in quanto consente alle imprese di essere competitive riducendo i salari, disincentiva le innovazioni, con effetti di segno negativo sul tasso di crescita della produttività del lavoro e dunque sulla crescita economica.
  2. In secondo luogo, in quanto la precarietà lavorativa accresce l’incertezza in ordine al rinnovo del contratto, tende ad associarsi all’aumento dei risparmi precauzionali (per far fronte all’eventualità che il contratto non venga rinnovato), dunque alla caduta dei consumi, della domanda e dell’occupazione.

Il punto rilevante qui in discussione è che le misure di deflazione salariale non hanno effetti omogenei su scala territoriale, penalizzando maggiormente il Mezzogiorno. Ciò accade fondamentalmente per il fatto che la struttura produttiva meridionale è prevalentemente composta da imprese che vendono su mercati interni. In tali condizioni, la riduzione dei salari riduce i mercati di sbocco e i profitti di queste imprese, con conseguente riduzione degli investimenti. Le (poche) imprese esportatrici italiane sono essenzialmente localizzate al Nord. Lì la moderazione salariale potrebbe avere generare effetti macroeconomici di segno positivo, a condizione di assumere che essa consenta alle imprese di vendere a prezzi più bassi (essendo più bassi i costi), dunque di vendere all’estero volumi di produzione crescenti. Non è un effetto assolutamente certo e scontato. La gran parte delle esportazioni italiane è guidate da fattori di competitività non di prezzo (ovvero, ciò che conta è la qualità – effettiva o percepita – del prodotto – il c.d. Made in Italy). Ma anche ammesso che il meccanismo funzioni – ovvero che bassi salari siano un traino per la crescita attraverso l’aumento delle vendite all’estero – si tratta comunque di un meccanismo che amplifica i divari regionali. E lo amplifica anche per un’altra ragione. Il Mezzogiorno – dopo la fase di industrializzazione degli anni sessanta-settanta – è oggi un’economia a vocazione prevalentemente agricola. Nel Nord, pur a fronte della perdita del 25% di produzione industriale negli anni della crisi, continua a esistere un settore manifatturiero. Poiché i mercati nel settore agricolo sono prossimi a configurazioni concorrenziali – e quindi con prezzi di vendita relativamente bassi – mentre i mercati nel settore manifatturiero sono oligopolistici se non monopolistici – e quindi con prezzi di vendita relativamente alti – lo scambio di prodotti dal Nord al Sud configura un caso di ‘scambio ineguale’: il Sud importa dal Nord beni con prezzi alti ed esporta al Nord beni con prezzi bassi.

[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, venerdì 8 dicembre 2017]

 

Questa voce è stata pubblicata in Economia e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *