La memoria del Novecento per comprendere quello che siamo

di Antonio Errico

Noi siamo soltanto gli ultimi arrivati. Siamo quelli che hanno le cose ricevute in eredità. Quelli che continuano a rimaneggiare le storie che altri hanno già raccontato. Che hanno pensieri che altri hanno già avuto. Siamo quelli che strutturano le loro arti, le loro scienze, riprendendo le arti e le scienze che vengono da un tempo concluso.

Siano soltanto gli ultimi arrivati. Anche se a volte crediamo che si stia inventando tutto noi, che sia inedito tutto quello che facciamo, che siamo le più scintillanti intelligenze mai esistite. Lo pensiamo arrogantemente, incoscientemente. Lo pensiamo fino a quando, ad un certo punto, non ci fermiamo un attimo a riflettere. Basta fermarsi solo un attimo a riflettere e ci si rende conto che la relatività è già stata teorizzata, che è già stata scoperta la fissione dell’atomo, che Giorgio De Chirico ha dipinto il suo “Canto d’amore”, che Joyce l’”Ulisse” lo ha scritto già. E’ proprio un peccato: ma lo ha scritto già.

Noi siamo soltanto gli ultimi arrivati. Per cui abbiamo un obbligo di memoria.

Eppure molto spesso si ha l’impressione che la memoria ci sia indifferente, quasi che prima di noi non fosse mai accaduto niente, quasi che prima di noi il mondo non esistesse. Forse si potrebbe trattare di una ideologia che considera la supremazia del presente. Ma sostenere che si tratti di un’ideologia, significa attribuire a questa condizione uno spessore culturale che invece non ha. Forse si potrebbe trattare semplicemente di superficialità. Forse si tratta soltanto di questo: di una imponente superficialità.

Forse viviamo costantemente in superficie, limitando il nostro sguardo alle cose che ci passano davanti agli occhi e che spesso si perdono rapidamente, non lasciandoci nemmeno il loro ricordo. Limitiamo il nostro ascolto alle voci che ci giungono in un determinato momento e che si disperdono anche più rapidamente delle cose che vediamo. Assistiamo allo svolgersi di eventi senza chiederci da dove vengono, quali altri eventi li hanno causati, quali conseguenze i precedenti hanno determinato.

La nostra superficialità non ci consente di comprendere che non esiste nulla, assolutamente nulla, appeso al niente, che ogni cosa proviene da un prima e si muove verso un dopo. Così ci priva di una appartenenza consapevole e ci destina ad una incerta, ambigua, indeterminata identità.

Noi veniamo, senza dubbio alcuno, dal Novecento. Anche chi è nato nel Duemila viene dal Novecento: dalle sue bellezze, dalle sue tragedie, dalle lacerazioni, dalle contraddizioni, dalle sue filosofie, dalle sue arti, dalle sue scienze. Veniamo dalle ansie, dalle tensioni, dagli entusiasmi, dalle disperazioni, dalle passioni che lo hanno attraversato, dal quel secolo forse troppo lungo, forse troppo breve, dalle promesse che ha deluso e da quelle che ha mantenuto, dal progresso di cui ci ha fatto dono e dalle paure che ha conficcato dentro il cuore.

Ma una sera di luglio sulla Luna c’eravamo noi. Lasciammo le strade dei nostri paesi e andammo sulla Luna, tutti insieme. Una sera di luglio del Novecento. Per una volta siamo stati i primi. Per quella sola volta. Eravamo orgogliosi di essere stati i primi. Lo siamo ancora.

Non si può essere superficiali nei confronti di quel tempo. Non si può non avere memoria, perché rappresenta la nostra identità, la nostra appartenenza.

Il nostro volto si è fatto in quegli anni. Si sono fatte le nostre categorie di pensiero, le nostre certezze e le incertezze, abbiamo costruito verità e poi le abbiamo demolite.

La memoria del Novecento è una necessità soggettiva e collettiva, esistenziale e sociale.

Se non si avrà memoria di quel tempo non lo si potrà mai superare. A volte la memoria è un prezzo da pagare. Per il Novecento è così. La memoria del Novecento è un problema con noi stessi che dobbiamo risolvere lasciando la superficie e tentando le profondità.

Ma durante la discesa, ad un certo punto troveremo, inevitabilmente, lo sbarramento di quella affermazione e di quella domanda che Thomas Mann fa brillare nelle prime righe del prologo delle “Storie di Giacobbe”: “Profondo è il pozzo del passato. Non dovremmo dirlo insondabile?”.

Ad un certo punto, davanti a quello sbarramento, avremo l’istinto di abbandonare la discesa, di risalire alle nostre rassicuranti superfici, di limitarci alle cose che vediamo e che passano, che ascoltiamo e che si disperdono, alle storie con un incipit ed un explicit che si sovrappongono e si confondono. Avremo davvero buon gioco nel pensare che siamo i primi a recitare sul palcoscenico della Storia, che il pubblico in sala ha pagato il biglietto soltanto per assistere ad spettacolo mai visto prima.

Invece siamo gli ultimi arrivati. Recitiamo parti già recitate. Pronunciamo battute già pronunciate. I personaggi che siamo sono già stati. E’ tutto una replica; niente più di una replica.

Quello che cambia è solo il fondale di scena. Cambia in continuazione, con una rapidità vertiginosa. Per cui abbiamo difficoltà a collocarci, a trovare il nostro posto, a prendere coscienza di dove siamo.

Per trovare il nostro posto nel presente, per poterci collocare senza avvertire un senso di vuoto e di spaesamento, per prendere coscienza del luogo in cui siamo, abbiamo bisogno di comprendere alcune cose: poche ma ineludibili, essenziali.

Per esempio abbiamo bisogno di comprendere quali sono i motivi per i quali noi siamo in un modo e non diversamente. Quali sono i motivi per i quali i luoghi che abitiamo, che attraversiamo, si presentano in un modo e non diversamente. Da dove derivano il nostro benessere, il nostro malessere.

Ma i modi in cui siamo non li abbiamo determinati noi: ci sono stati consegnati da un padre e una madre esistiti nel Novecento.

Quel padre e quella madre ci hanno lasciato anche i luoghi che hanno abitato e che noi abitiamo. Sono stati sempre loro a farci il dono del benessere, conquistato mordendo le zolle, ed a contagiarci il loro malessere.

Allora, alla fine del conto, scendere nelle profondità, riconoscere la propria identità, ribadire l’appartenenza, può essere anche semplice. Basta mettersi ad interrogare i padri e le madri: a scandagliare le loro parole, a penetrare i loro silenzi.

[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, Domenica 8 luglio 2018]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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