Buonismo

di Luigi Scorrano

Circola da tempo, e forse non tutti i vocabolari la registrano, una di quelle parole che è difficile dire da dove vengano, anche se le sentiamo come familiari o, almeno, non del tutto estranee al nostro orizzonte mentale. La parola è “buonismo”.

In altri tempi ci dicevano che le parole che finiscono in –ismo rappresentavano, in senso metaforico, una specie di malattia. O una diversione da quello che era il senso “sano” di una parola dalla quale quella considerata ‘malata’ in qualche modo discendeva.

Buonismo, è evidente, discende da bontà, da buono. Discende da parole ‘sane’ e rassicuranti. Però sentiamo che quando la si usa , quella parola è accompagnata o dal sospetto o da un tono di sufficienza. Insomma, quasi quasi veniamo messi sull’avviso: Amici, state attenti! Non scambiate per un genuino prodotto di qualità un cattivo surrogato.

Ci chiediamo perché mai quella parola dovrebbe recare in sé qualcosa di malato; qualcosa di scarsamente accoglibile e convincente. Un amico mi dice: È una parola di giornata, di quelle che non dureranno. Non c’è nemmeno nel vocabolario. A parte il fatto che in qualche vocabolario c’è, o è possibile che ci sia, essa certamente è acquisita ad un panorama linguistico che la registra indipendentemente dalla sua qualità e dalla sua eventuale durata. Il problema non è questo. È, invece, quello del senso che attribuiamo, o dovremmo attribuire, alla parola. Non solo alla parola, ma anche al profilo morale di chi viene dichiarato apertamente o tacitamente considerato “buonista”.

Ma chi è il buonista? Dovremmo, per definirlo, pensare a quello che significa “buono”. Sostanzialmente è buono chi promuove e fa il bene, chi nella sua vita d’ogni giorno non pensa solo a se stesso ma si fa carico, in qualche misura, delle difficoltà altrui; chi s’impegna a conseguire il bene comune; chi si mostra, ed è, amorevole, ben disposto, affabile, cortese; chi, insomma, ha molte di quelle qualità caratterizzanti colui che è definibile come “buono”.

E il buonista? È uno che spesso chiude gli occhi sulla realtà, è pronto a transigere su tutto per un mal inteso sentimento di superficiale disponibilità; è uno che scambia la disposizione a comprendere certe situazioni spinose per un volgare lasciar correre; uno che pensa di esercitare la misericordia credendo possibile dimenticare la giustizia.

Dio, insegna la Bibbia, è buono. Non sarebbe possibile nemmeno immaginare un Dio “buonista”. Sarebbe come voler ridurre la sua bontà infinita ad un tipo di comprensione sorto su motivazioni tutto sommato modeste ed all’insegna del disimpegno. La bontà è l’infinito, il buonismo è il piccolo recinto in cui si richiude una pochezza che vuole promuoversi a grandezza.

La bontà, quella che l’uomo esercita, sia ch’egli s’ispiri ad una convinzione religiosa sia che la senta come una virtù laica, è sempre una disposizione nobile; il buonismo è una disposizione di ripiego. La bontà richiede un serio impegno; il buonismo scolora e si scioglie in una blanda benevolenza inadatta ad incidere sul corso delle cose. La bontà è chiara e diritta; il buonismo è nebuloso ed ambiguo. Confondere le due cose metterebbe in evidenza non solo scarsa chiarezza nel distinguere, ma umilierebbe la grandezza insita nella bontà.

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