Le brutte parole svuotate di ogni passione

di Antonio Errico

Non sarà la bellezza a salvare il mondo. Certamente il mondo sarà salvato da qualcosa, da qualcuno, ma non sarà la bellezza a compiere l’impresa. Forse la bellezza potrà riuscire soltanto a salvare se stessa dalle insidie della superficialità, della trascuratezza, della genericità, dell’imprecisione, della grossolanità, dell’approssimazione.

Forse riuscirà, per qualche istante, a distogliere lo sguardo degli uomini dall’immenso schermo luminescente che è diventato l’universo. Non più di questo. Ma questo sarà già tanto, veramente: perché significherà che è possibile ancora riuscire a percepire una differenza fra le cose; significherà che non è del tutto mortificata la sensibilità, la meraviglia, l’emozione.

Per esempio, non sarà la bellezza delle parole a salvare il mondo, non sarà la loro tessitura in una frase, in un discorso, ma forse potrà riuscire, in qualche modo, a sottrarlo un poco alla trasandatezza, alla goffaggine, all’abbruttimento.

Ogni parola costituisce un modo di rappresentare chi siamo, come siamo, qual è la visione che abbiamo del mondo, della vita, degli altri, di noi.

Forse le parole che diciamo sono belle o brutte in relazione alla visione che abbiamo del mondo e della vita in generale o di un loro aspetto particolare. Si potrebbe dire che non esiste nessuna poesia che si componga di parole brutte. Possono essere terribili, paurose, spietate, abissali, inquietanti, sferzanti, ingiuriose. Ma le parole di una poesia non possono essere brutte. Se lo sono, significa che quella convenzionalmente definita poesia, sostanzialmente non lo è. Perché la poesia guarda oltre, guarda in fondo, sorprende il senso intimo, sostanziale. Possono essere brutte, invece, le parole del vivere quotidiano; possono essere senza cura, senza affetto, senza identità, decoro, emozione, forse per il fatto che è quel “senza”, è quella mancanza, quella privazione che connotano e corrodono il vivere in quell’ora, in quel giorno, quella stagione. Questo si può capire, fa parte dell’umano, delle storie belle e brutte che ad ogni istante la vita ci racconta. Quello che riesce più difficile da capire è la ragione per la quale destiniamo le nostre parole alla bruttezza senza una motivazione esistenziale, senza un turbamento che giustifichi il rifiuto della bellezza e in taluni casi perfino della decenza.

E’ davvero difficile capire l’espressione di parole svuotate di qualsiasi sentimento, di qualsiasi ritmo, colore, coordinazione, i discorsi senza articolazione e senza legamento, le immagini sfuocate, le metafore banali, usurate, morte, il lessico scadente, improprio, impuro. E’ difficile capire il gioco dei dadi che si fa nell’uso dei verbi, la morte forse senza resurrezione del congiuntivo, l’indelicatezza con cui si trattano gli aggettivi, l’improbabilità dei loro accostamenti. E’ difficile capire l’esilio dello stile.

Ma alla bruttezza delle nostre parole abbiamo ormai fatto l’abitudine, per cui non ce ne accorgiamo più, o non ci facciamo caso. L’ordinarietà ha trasformato la bruttezza in modello. Lo standard è costituito dall’appiattimento, dal livellamento verso il basso, dal significato che non esprime la personalità, che non rende riconoscibile colui che pronuncia la parola.

Ci sono stati tempi in cui anche quelle forme d’espressione che per natura e per finalità rappresentano una ricerca della bellezza della parola e che si collocano nei territori della letteratura, hanno assunto la bruttezza del linguaggio quotidiano come contesto di sperimentazione. Vorrei osare e dire che probabilmente è stata questa sorta di legittimazione culturale della bruttezza linguistica quotidiana a produrre il danno maggiore. Non si tratta di una considerazione sociolinguistica e neppure di una valutazione di espressioni letterarie che hanno fornito un contributo estremamente significativo alla poesia e alla narrativa, soprattutto del secondo Novecento.

Si tratta semplicemente della presa d’atto di un equivoco che ha pedagogicamente legittimato la deriva linguistica, la sciatteria, l’incuria. Si è pensato che il sistema linguistico potesse progressivamente degradarsi e che la degradazione costituisse l’esito di un processo naturale e irreversibile, tanto da essere rappresentato anche nelle forme letterarie e accolto nelle pratiche didattiche in nome e per conto di una educazione linguistica democratica, di fatto tradita nei suoi indiscutibili fondamenti teorici e nelle sue prospettive culturali.

La bellezza non salverà il mondo e certamente non lo salveranno neanche le parole. Ma è con le parole che si racconta il mondo. Allora bisogna scegliere con quali parole raccontarlo, se con quelle belle o con quelle brutte.

Forse non è difficile comprendere quali siano e da che cosa sia determinata la differenza. Le parole belle sono quelle autentiche. Quelle che dicono la verità, o che raccontano meravigliose fantasie di fiabe. anche quelle che feriscono con rispetto, per affetto, sono belle, anche quelle che rammaricano, che rattristano perché sono un impasto di emozioni. Sono belle le parole che esprimono dignità, appartenenza, tolleranza, prossimità, sincerità, giustizia, responsabilità, speranza, umiltà, democrazia. Quelle che hanno un odore, un colore, un sapore. Che sono essenziali. Sono belle tutte le parole che dicono noi anziché io. Sono belle le parole che richiedono il silenzio della riflessione.

Sono brutte le parole che dicono il contrario. Le parole che dicono menzogne, quelle ipocrite, quelle che accendono false e stupide allegrie, le parole sfrontate, dispettose, autoritarie, le parole irresponsabili, arroganti, rumorose, le parole egoiste, prepotenti, avare. Quelle superflue. Quelle inodori, incolori, insapori.

La bellezza delle parole non potrà salvare il mondo. Ma forse potrebbe consentirci di raccontare il nostro piccolo piccolo mondo in maniera più vera, più viva. Con passione.

[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 4 febbraio 2018]

 

 

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