Di mestiere faccio il linguista 33. Maiuscole e minuscole

di Rosario Coluccia

La maiuscola è la lettera dell’alfabeto che, nella scrittura a mano o a stampa, è di altezza maggiore e di forma diversa rispetto alla minuscola corrispondente. Nell’ortografia italiana corrente l’iniziale maiuscola di una parola è obbligatoria in due casi. 1. All’inizio di un periodo (Manzoni, I Promessi Sposi: «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi …») o di una frase, quando è preceduta da un punto fermo (Pasolini, Il caos: «La sera è fredda e umida. I resti della nebbia di ieri giacciono sul mare») o esclamativo (Pirandello, Trovarsi. Atto primo: «Benissimo! Apriamo le porte!») o interrogativo (Sciascia, Gli zii di Sicilia: «Che vuoi che ti dica? Inquieto sono»). Può rientrare in questa categoria anche l’obbligo della maiuscola dopo i due punti che introducono il discorso diretto (compreso tra virgolette o aperto da un trattino lungo) (Disse: «Non ce la faccio più»). 2. Con i nomi propri, di vario tipo. Nomi di persona, pseudonimi, soprannomi; nomi di animali; nomi di luoghi geografici (toponimi); nomi di luoghi urbani: piazze, vie, ecc. (odonimi); nomi commerciali, marchi e nomi di prodotti (marchionimi); nomi di associazioni, partiti, sindacati; ecc.

In teoria, le regole sono piuttosto nette. Ad esse si adeguano anche i sistemi di scrittura informatica che, nel computer e negli sms, collocano automaticamente l’iniziale maiuscola dopo il punto fermo. Chi scrive può rifiutarsi di accettare la maiuscola, può usare al suo posto la minuscola, ma deve farlo deliberatamente, mettendo in atto alcuni accorgimenti. Nelle pratiche concrete di scrittura, contrariamente a quanto ci potremmo attendere considerata la fissità delle regole, si registrano frequenti oscillazioni, e non sempre sono individuabili i motivi che generano la variazione, al di là di eventuali idiosincrasie o sciatterie individuali. Le ragioni delle oscillazioni maiuscola~minuscola emergono in maniera piuttosto evidente quando la qualità dello scrivente è elevata. La prescrizione di iniziare con la maiuscola la frase che segue il punto esclamativo e quello interrogativo è, in sequenza strettissima, una prima volta consapevolmente violata e subito dopo applicata con altrettanta consapevolezza nella medesima commedia di Pirandello citata prima: («E poi, giusto un corno! t’eri, sì o no, buttata al rischio con me? T’avevo salvata io»). Dopo il punto esclamativo c’è la minuscola perché si tratta di una sorta di commento all’esclamazione iniziale. Dopo il punto interrogativo c’è la maiuscola, a voler segnalare uno stacco logico marcato rispetto ai contenuti delle frasi che precedono.

Spesso le ragioni della scelta sono di natura religiosa, politica o ideologica. Ai nostri giorni molti, quando scrivono del capo della Chiesa, usano costantemente l’iniziale maiuscola. Tanto più quando il personaggio ha grande attrattiva e carisma, come oggi capita. In molti giornali e libri la maiuscola ricorre sia quando è seguita dal nome o dal cognome del personaggio («Papa Francesco», «Papa Bergoglio») sia quando ricorre in forma assoluta («il Papa». E anche «il Pontefice»). Si tratta di una scelta legata, con ogni evidenza, a soggettive ragioni di ammirazione, che vanno rispettate. In altri casi, quando non esistono particolari ragioni devozionali evocate dalla maiuscola nelle parole «Papa» o «Pontefice» si adotta, senza avvertenze o segnalazioni particolari, la minuscola. Nella ampia “voce” che il «Dizionario Biografico degli Italiani» (dell’Enciclopedia Italiana) dedica ad «Alessandro VI» (il famoso Rodrigo Borgia, 1431 (?) – 1503, protagonista di recenti serie televisive a tinte esagerate) la parola «papa» è scritta sempre con l’iniziale minuscola, probabile testimonianza della pessima fama di quel personaggio nella storiografia, a partire dalla più remota. Ferraiolo, un cronista napoletano contemporaneo, scrive drasticamente nella sua Cronaca: «se fece papa Alessandro sesto […], lo quale fo fatto per semonia, et fo spagnolo et fo pessimo homo». Simoniaco, spagnolo, pessimo uomo: certo quel papa, nella visione del cronista napoletano di fine Quattrocento, non poteva meritare l’iniziale maiuscola. Per ragioni diverse, trattandosi di locuzioni largamente diffuse nell’italiano comune (e quindi in qualche modo genericizzate), si usa sempre la minuscola in espressioni come: «vivere come un papa», «morto un papa se ne fa un altro», ecc.

Stesso discorso vale per le autorità laiche, ad esempio «Presidente ~ presidente». Una ricerca (che non ho fatto) sulle oscillazioni complessive in rete di «Presidente Trump ~ presidente Trump» rispetto a «Presidente Obama ~ presidente Obama» in analogo periodo di tempo (ad esempio, i dodici mesi successivi all’elezione dell’uno e dell’altro) fornirebbe indicazioni utili a giornalisti, sociologi, semplici osservatori, per valutare il favore o la disapprovazione che l’universo della rete riserva ai due personaggi, tra i più potenti e influenti al mondo, nel periodo iniziale della rispettiva presidenza degli Stati Uniti.

In molti altri casi invece prevalgono casualità o più modeste inclinazioni personali. La variazione è frequente nel caso dei nomi di vie, strade, piazze, ecc. Si può scrivere: «Piazzetta Cardarelli»; o anche, indifferentemente: «piazzetta Cardarelli». E: «Largo Augusto»; o anche, indifferentemente: «largo Augusto». E: «Via Duca degli Abruzzi»; o anche, indifferentemente: «via Duca degli Abruzzi». Bisogna invece scrivere obbligatoriamente con la maiuscola iniziale «Via degli Abruzzi» quando si allude all’antico itinerario, che fin dall’Alto Medioevo, collegava Firenze e Napoli passando attraverso l’Abruzzo, toccando (tra le altre) città come l’Aquila e Sulmona. Si trattava di un importantissimo sistema di assi commerciali che, attraverso tre stati (Repubblica di Firenze, Stato della Chiesa e Regno di Napoli), consentiva il collegamento tra l’Italia settentrionale e quella meridionale, allontanandosi dalla logica romanocentrica delle strade consolari. Attraverso la Via degli Abruzzi non passavano solo commerci e traffici. Capiremmo poco della storia linguistica, letteraria, storico-artistica dell’intero mezzogiorno, se non tenessimo conto di quanto si generò grazie a questa Via in campo culturale. Si spiegano anche in questo modo le presenze di tanti dipinti e tele “settentrionali” che arricchiscono chiese e musei pugliesi (lo mostra efficacemente il sito http://edvara2.uniud.it/asaparchivio-digitale/document/ dedicato ad ASAP, archivio digitale, iconografico e documentario con accesso libero e gratuito che permette la ricomposizione virtuale di immagini e fonti per la storia dell’arte in Puglia in età moderna, ricostruita nella prospettiva dei rapporti tra Regno di Napoli e area settentrionale, dalla fine del Quattrocento al Settecento).

Nell’italiano formale e burocratico, ad esempio nelle lettere o e-mail di lavoro e commerciali, si usa a volte la maiuscola (detta maiuscola di rispetto o reverenziale) sia per gli appellativi e i titoli, sia per i pronomi personali e gli aggettivi possessivi relativi al destinatario (e quindi al di là dei nomi strettamente considerati). Un simile impiego della maiuscola come segno di onorificenza per la persona menzionata è uno degli usi più vari e instabili della maiuscola nella storia dell’ortografia italiana, fortemente condizionato dal gusto e dall’intenzione individuali. Un tempo si scriveva: «Chiarissimo Professore, mi permetto di chiederLe informazioni sugli orari delle Sue lezioni». È un modello in forte regresso, anche nelle lettere formali si registra una netta diminuzione delle maiuscole reverenziali. Oggi gli studenti, per chiedere la stessa informazione, scrivono più o meno così: «Buongiorno [o: Salve], P/professore [più raramente: P/prof.]. Mi dice gli orari delle sue lezioni?». Le maiuscole reverenziali sono in regresso, la formula introduttiva oscilla tra il formale buongiorno e il neutro salve, l’allocutivo più frequente è P/professore (P/prof. è più raro), in questo caso maiuscola e minuscola iniziale ancora coesistono. Spesso chi scrive dimentica di salutare e di firmare.

Il mio amico Roberto Costanzo ha trovato un’istanza di raccomandazione scritta qualche decennio fa, verissima, non inventata (me lo assicura e io gli credo): «Mi lusingo che sarà Ella in grado di favorirmi, mentre io in tal sicurezza, nell’attenzione dei Suoi riscontri, colla più perfetta stima, costantemente mi raffermo di Vostra Eccellenza …».

Oggi nessuno scrive così. Per fortuna. Ma non sempre, nella lingua, riusciamo a trovare il giusto equilibrio tra piaggeria, untuosità, cineseria, sciatteria, volgarità, maleducazione, insulto, ecc. ecc. Sono tante le maniere di parlare e di scrivere. E anche di vivere.

[“Nuovo Quotidiano di Puglia di Domenica 26 agosto 2018]

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