La sensibilità che serve per comprendere il Novecento

Un presente senza storia e quindi senza memoria, incagliato nella condizione del superficiale, dell’effimero, dell’approssimato. Un tempo che consuma se stesso istante per istante. Un tempo senza esperienza, senza sedimentazioni, senza conoscenza, senza significati, senza concetti. Quello che siamo, il modo in cui siamo, le coerenze e le contraddizioni, tutte le ragioni e tutte le passioni del presente provengono dal passato, e il passato è stratificato. Per comprenderlo si devono perforare le stratificazioni, arrivare fino al principio, al nucleo originario. Allora ci vuole lo sguardo dell’archeologo e la sua mano che con leggerezza e decisione ripulisce gli strati dalla polvere che il tempo ha depositato sulla realtà. Ci vuole uno sguardo ad un tempo lucido e appassionato, e poi la sensibilità nei confronti delle cose che sono state e non sono più. Ecco. La conoscenza e la comprensione del passato richiedono, anzi pretendono sensibilità. Senza una sensibilità, il passato resta muto, non dice, non racconta. Rimane maceria. Non dice, la maceria, che prima di essere tale è stata fasto splendore ricchezza, o tugurio buio miseria. Resta maceria abbandonata all’ingiuria dell’oblio. Sensibilità nei confronti del passato significa, innanzitutto, sensibilità nei confronti di coloro che quel tempo hanno abitato, che hanno costruito le utilità e le bellezze che adesso ci ritroviamo, senza le quali saremmo più poveri di quello che siamo. Non siamo stati noi i primi a   sognare di camminare  su due gambe e poi a realizzare quel sogno straordinario, quelli che hanno inventato la ruota, scoperto il fuoco, innalzato piramidi, architettato castelli, quelli che hanno inventato i numeri, i segni delle scritture, le note, il cannocchiale, che hanno impastato medicamenti.

Il contrario della sensibilità è l’indifferenza. Ma nessun passato, nessuna storia, può essere indifferente. Per esempio: non si può essere indifferenti verso la storia del Novecento – forse secolo lungo, forse troppo breve-  se la nostra visione della realtà, la conformazione dell’immaginario hanno la loro motivazione e il loro senso in tutto quello che è accaduto nei suoi cento anni. La scienza di cui disponiamo, l’arte, la letteratura, tutto quello che è bello e tutto quello che è brutto, si chiamano Novecento. Ma anche nei confronti di quel tempo che sembra eternamente presente, che ci sta addosso come un impermeabile soltanto appena appena consunto, si deve avere lo sguardo sensibile dell’archeologo per poter comprendere i tanti modi in cui è stato veramente. Per non farlo diventare muta maceria.  

[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, Domenica 28 aprile 2024]

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