Di mestiere faccio il linguista 10. Come i dialetti modificano la lingua

di Rosario Coluccia

La scorsa settimana abbiamo visto che italiano e dialetti non sono in opposizione, nella società moderna possono convivere senza conflitti. Senza conflitti non vuol dire senza mutamenti interni, gli idiomi cambiano in continuazione, come gli uomini che li parlano. Sottoposti alla pressione della lingua nazionale, i dialetti si indeboliscono. Perdono parole (quanti salentini conoscono il significato di parole antiche come caforchia, cannaozzu, currulu, dderlampare, sire, tata?), sostituiscono o fanno convivere le forme dialettali con altre italianizzanti (canata ~ cognata, cittu ~ zitto, faore ~ favore, fungu ~ fungo, pete ~ piede, state ~ estate e moltissime altre). Ma, nello stesso tempo, si rivelano attivi e propositivi. Molte parole di matrice dialettale, provenienti da tutti gli angoli della penisola, entrano nella lingua e le usiamo abitualmente, senza badare alla provenienza originaria, di cui a volte non ci rendiamo neanche conto. Il passaggio di una parola da un dialetto alla lingua nazionale procede per gradi. Dapprima essa viene usata solo nelle comunicazioni orali in dialetto, poi comincia a entrare in forma saltuaria nell’italiano usato da giornalisti, politici, personaggi radio-televisivi, frequentatori della rete, magari nelle opere di scrittori attenti alla rappresentazione della realtà locale (pensate al caso clamoroso di Camilleri e ai tanti sicilianismi che affollano i libri e le serie televisive di cui è protagonista il commissario Montalbano). Più tardi, dopo un periodo di adattamento più o meno lungo, queste parole, il cui significato viene progressivamente compreso da gruppi sempre più ampi di parlanti, entrano nell’italiano.

Provengono dai dialetti soprattutto elementi della cultura materiale, in particolare alimenti e bevande. Ma non solo. Ogni regione dà alla lingua termini appartenenti ad attività o a settori nei quali esercita una certa supremazia. Facciamo qualche esempio. Nel campo dell’amministrazione sono entrati in italiano termini di radice dialettale come brogliaccio, questura (dal Piemonte), fedina (penale), guardina, scartoffia (dalla Lombardia), buonuscita (dalla Roma papale), demanio (dall’area napoletana). Molti nomi riguardano mestieri e attività varie: casellante, fittavolo (Lombardia), mezzadro (Emilia), benzinaro, cinematografaro, palazzinaro, pataccaro, e più recentemente molti altri nomi in –aro come borgataro, gruppettaro, rocchettaro (Roma), pizzaiolo (Napoli). Un numero non piccolo di termini rimanda ad attività poco trasparenti o addirittura illecite, all’origine tipiche di mondi che vivono ai margini della società: barabba, barbone, spallone (Lombardia), bagarino, bustarella, inghippo, magnaccia (Roma), camorra, inciucio, malavita (Napoli), intrallazzo, mafia, omertà, picciotto, pizzo, pizzino (Sicilia). Oggi tutti conosciamo queste parole: vuol dire che i contenuti a cui alludono non riguardano solo piccole zone del nostro paese, ci coinvolgono tutti (in modalità diverse). Pur se la parola omertà non vi è citata, allude a comportamenti omertosi che inquinano il vivere sociale della nostra città un bellissimo articolo di Marcello Favale apparso su «Nuovo Quotidiano» del 12 marzo. Senza nessun riscontro, finora.

Alcune parole di origine dialettale si dimostrano dotate di una particolare forza espansiva, sono in grado di superare i confini nazionali, si insediano in lingue straniere. Il settore più dinamico è sicuramente quello della gastronomia. Nel Deutsches Universalwörterbuch (il vocabolario universale della lingua tedesca) sono registrati numerosi italianismi gastronomici: vuol dire che per un tedesco fanno parte del lessico comune (capito e correntemente usato da un parlante medio) parole italiane originariamente dialettali come gorgonzola, panettone (lombarde), pesto (genovese), tiramisu (scritto così, veneto), mozzarella, pizza, pizzeria (napoletane). Il caso tedesco non è eccezionale: in molte altre lingue straniere troviamo tiramisù (presente addirittura nel giapponese, nell’indonesiano, nel thai e nel laotiano), pesto, risotto, ecc. Sono parole internazionali, circolano ampiamente nel mondo.

Diffusissima è pizza, una delle parole italiane universalmente più conosciute. Alla storia di questa parola è dedicato un lavoro di Paolo D’Achille, uscito nel 2017 presso «il Mulino». L’etimologia remota del termine è controversa. Alcune ipotesi si spingono molto indietro nel tempo, ai primi secoli dopo Cristo, e coinvolgono l’esteso territorio mediterraneo (oltre all’Italia, l’Europa orientale e molte regioni mediorientali) nel quale fin da epoche remote è attestata la forma pit(t)a per indicare una ‘focaccia di forma rotonda’ (il Vocabolario dei Dialetti Salentini di Gerhard Rohlfs, ripubblicato dall’editore Congedo, documenta la presenza, alquanto sporadica, della voce pitta in qualche località del leccese e del brindisino, e inoltre in Lucania e il Calabria). Da questa base, con una trasformazione fonetica di derivazione longobarda, successivamente può essersi sviluppata pizza, le cui attestazioni più antiche si trovano nei Ducati di Spoleto e di Benevento dominati dai Longobardi tra il sesto e l’ottavo secolo (lo suggerisce Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Academia della Crusca). Da quelle aree italiane è cominciato il percorso che ha portato la parola e il cibo designato a una fortuna mondiale.

Nell’immaginario collettivo la pizza viene associata fondamentalmente a Napoli. La più famosa venditrice di pizza fritta è Sophia Loren. L’Oro di Napoli è un film a episodi del 1954 diretto da Vittorio De Sica. Nell’episodio Pizze a credito, Sophia (si chiama così anche nel film) e suo marito Rosario gestiscono una pizzeria da asporto nel rione Materdei. Lei è bellissima: i clienti frequentano il suo piccolo banco anche per questo. Rosario, ovviamente, è geloso e possessivo. Un giorno il costoso anello di fidanzamento che Sofia ha sempre portato al dito scompare. Proprio nell’impasto di una delle pizze sarà caduto l’anello (si giustifica la donna), forse nella pasta della pizza comprata dalla guardia notturna Cafiero o da qualche altro avventore di passaggio. In realtà l’ha dimenticato in casa del giovane amante che, ritrovato l’anello smarrito, con qualche imbarazzo lo riporta alla proprietaria fingendo di averlo trovato in una pizza. Con la scollatura ben in vista, la venditrice di pizza grida «mangiate oggi e pagate tra otto giorni», il pagamento può essere differito. La pizza «a oggǝ a otto» era uno dei pochi alimenti che gli abitanti poveri della vecchia Napoli potevano permettersi. Oltre a indicare la dilazione settimanale del pagamento, secondo alcuni l’espressione «a oggǝ a otto» si riferisce anche al fatto che a volte le improvvisate pizzerie erano aperte solo un giorno alla settimana, coincidente con la giornata di riposo di chi, facendo anche altri mestieri, nel giorno di riposo arrotondava il reddito familiare dedicandosi alla vendita di pizze fritte (non avendo il forno, friggerle era l’unico modo per cuocerle).

Da Napoli agli Stati Uniti, lì la pizza è cibo amatissimo, per noi quasi irriconoscibile. È molto diversa dall’originale la scelta che recentemente ha fatto la catena «Pizza Hut» che, dopo due anni di vendita in negativo, ha scelto di puntare su una nuova generazione di consumatori, soprattutto giovani. Per farlo, ha inserito all’interno dei suoi menù 11 nuove pizze, 10 nuove spezie, 6 nuove salse, un nuovo logo. La nuova pizza è un’ampia fetta di qualcosa grondante ananas, cozze, ketchup, maionese o «pepperone» (un’altra parola di origine italiana che però non è una verdura, è un salame piccante), spesso tutti insieme. Fino ad arrivare alla pizza con pezzi di pollo o polpette o condita con la salsa marinara. Quelle pizze sono semplicemente altro, anche se chi le vende assicura che abbiano una loro dignità.

Nei giornali del dicembre 2017 leggo che la pizza napoletana è entrata a far parte del patrimonio immateriale dell’Unesco. Fino ad ora l’Italia vi era rappresentata dall’opera dei pupi, dal canto tenorile, dalla dieta mediterranea, dall’arte del violino a Cremona, dalle macchine a spalla per le processioni e dalla vite ad alberello. Il riconoscimento Unesco alla pizza vale molto anche in termini economici. Si è evitato il cosiddetto “effetto Meucci”, per cui qualcuno si appropria indebitamente di qualcosa che non gli appartiene: come accadde con il telefono, creato da Meucci e commercializzato da Bell. Si è ridotto il rischio che siano altri a sfruttare un’eccellenza napoletana (adulterandola), un giro d’affari di 12 miliardi all’anno nel nostro Paese, di 62 miliardi nel mondo (assicurano alcune stime). Senza approfittare. Leggo che un cuoco famoso, il cui nome è bello tacere, fa pagare la pizza margherita 16 euro, suscitando la giusta protesta dei pizzaioli napoletani.

Per concludere. La parola può diventare un marchio che garantisce la genuinità del prodotto, parole e cose (come proclama un metodo della ricerca linguistica), e inoltre economia (potremmo aggiungere). La storia della lingua spiega molte cose.

[“Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 18 marzo 2018, p. 10]

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1 risposta a Di mestiere faccio il linguista 10. Come i dialetti modificano la lingua

  1. Vincenzo Sacco scrive:

    Un articolo bellissimo. Sarebbe auspicabile leggere ancora sulle tante parole che i dialetti trasferiscono alla lingua italiana dandole unità, ricchezza di suoni e armonia.- Grazie

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