Primavererie

di Luigi Scorrano

A Gianluca Virgilio

Non sgomenti il lettore la parola prima che trova in questa pagina; anzi in questa paginetta di prosa che aspira ad essere limpida e sorridente. Come la primavera: questa, o una di quelle  già trascorse e di esse le più felici, quelle maggiormente scritte intingendo la penna nel dorato inchiostro del cuore: e si dice penna ed inchiostro per metafora essendo subentrati a questi manufatti come il computer o la stampante che l’esperienza quotidiana ci vieta di vedere, anche solo per magia, infilarsi in un calamaio ad attingervi l’atramento indispensabile alla scrittura.

Primavereggia anch’essa, la scrittura, apparsa in forma di parole, accompagnandosi all’evocazione di un duro ma soddisfacente lavoro quotidiano:  Boves se pareba, / alba pratalia araba …  Amate, remote compitazioni tracciate da mani ignote o da figure dall’incerto ma cordiale profilo intente a mandarci quei lontani messaggi caricatisi di più intenso fascino nell’attraversare la nuvolaglia dei secoli interposti tra essi e noi! Quelle parole parlano per segni, ignota restando la melodia; anche questa non assente se giovi leggere, interpretando, il ritmo di suoni e silenzi, di pause mentalmente modulate, collocate in posizioni strategiche nel centro o ai margini d’una vocalità inespressa che un mèlode s’ingegni di decifrare ripetendo i tenaci tentativi di scoprirne il senso. Così è la musica della primavera, nel suo tacito avvio, nella sua ruscellante mutezza. 

***

Primavera, gioventù dell’anno e della vita, fresco respiro di attese fidenti, di speranze coltivate talvolta anche a dispetto di situazioni che vorrebbero coprire di cenere la luce d’aurora di momenti che si consegneranno alla memoria come un prezioso lascito, il sigillo da imprimere sulla gioia. E, se non si muti la speranza in chimera, ecco che è proprio la gioia il frutto maturo, la promessa mantenuta di un’età favolosa, la svolta di pensieri e sentimenti in aspirazione all’azione e all’audacia di cui si veste la vita quando sente nei suoi giorni scorrere più vivace il sangue delle decisioni e degli impegni, il sangue del rosso coraggio che trae linfa dagli oscuri impulsi biologici e si tende verso la limpidezza del pensiero. Un momento in cui tutto ciò che appariva quasi incomprensibile si va componendo nella misura del fare, nella scoperta progressiva dell’operare: l’azione contende il passo alla riflessione, e l’urto tra forze egualmente necessarie da sé scuote l’ingombro delle oscure malinconie (oh! la grigia ostinata traccia del romanticismo) e delle avventatezze imputate a maldestro uso di cognizione e a cieco spirito d’avventura (oh! le strette bende che sottraggono una visione limpida delle cose offrendone distorta l’immagine riflessa,  e quella d’un falso vitalismo). La primavera è il punto in cui l’esatta bilancia del tempo celebra l’equilibrio perfetto tra un tempo di promessa e uno di realizzazione. Stagione fiorita e fiorente, uscita dall’aduggiata atmosfera che tutto rendeva ambiguo e malcerto, scrigno di speranze, la primavera è la stagione umana degli annunci, delle promesse. Non a caso essa si pone nella corsa del tempo quale punto di riferimento per l’inizio di tempi nuovi, di velario rimosso a favorire lo sguardo misto di interrogazioni e certezze posato sulla nuova realtà che vuole partecipi dell’uomo i misteri divini.

***

Mistero s’affaccia, a un secolo che sarà sofferente, nelle forme del teatro: la  favola devota di un poeta che disegna un arazzo incantato. Fragile e suggestiva storia da collocare nel disegno complesso d’una storia più grande per potersene ricantare la melodia segreta, il sottile incanto. È L’annonce faite à Marie di Paul Claudel: storia meravigliosa in cui realtà quotidiana e mistero e presenza del trascendente non confliggono ma si comunicano lungo il crinale di un meraviglioso cui l’uomo deve credere cedendo al fascino di una dolce invenzione, trepida esposizione di moti interiori che aggallano sulla superficie in apparenza quieta di un mondo che sta per esplodere. La “grande guerra” è già nel sordo brontolio che percorre l’Europa; le parole dei protagonisti di quel dramma in cui la pietà vince il timore della malattia brucia nell’irresistibile impeto della carità. Le dolci parole del saluto di Jacques, il promesso sposo di Violaine, celebrano la primavera e l’amore senza ombre di una gioventù che presto sarà travolta e umiliata nel massacro dell’Europa in fiamme e decimata con infallibile precisione dall’esercizio di morte dei cecchini. Si perderà nel fragore degli spari la dolce tensione del colloquio dei fidanzati: «O ma fiancèe à travers les branches en fleurs, salut! Violaine, que vous êtes belle!»; «Jacques! Bonjour, Jacques!» .

***

Primavera è annunciazione; ecco perché in luoghi diversi l’anno si faceva cominciare proprio dalla memoria dell’annunciazione del mistero cristiano. C’è, nell’involucro del mito, la vicenda umana come l’uomo l’ha costruita, con affondi nel meraviglioso a costituire difesa dall’oltraggio della morte. Il mito si declina in forme immaginose ma non scarta il serrato confronto con la realtà: ogni immagine reca, oltre il duro involucro del frutto, il saporito gusto del gheriglio.  L’immaginario individuale o collettivo ha costruito miti e storie di cui ammiriamo, se realizzata, la ‘freschezza’ dell’invenzione’. La favola torna ad esercitare il suo fascino: s’impone per sé ma si vale anche dei numerosi raccordi e variazioni che sono come un’emissione continua di acque che giungano alle nostre labbra a respingere il torrido dei nostri errori, delle nostre errate convinzioni. E lo spazio di una pedagogia talvolta affliggente nell’arido inventario dei suoi enunciati quasi miracolosamente si ravviva e ne nascono prati fioriti ed erbe nuove, e rami si rivestono di foglie nuove, gemme forzano la prigione vegetale delle fogliette avvolte a reciproca difesa e si distendono nella mitezza del cielo; tenerezza di fiori dalle tinte delicate mete nell’aria delicatezze di fini porcellane sugli alberi tenaci nel resistere alle crudezze degli inverni. E sui prati tornano i colori squillanti, le trepide tinte che presto saranno segni di trionfali dipinture e scenari d’incanto ricostituiti ad accogliere la gioia degli amori risorgenti; brilleranno le collane delle calendule cui le arance staccate dai rami hanno lasciato il colore solare; un’agitazione bacchica sembrerà investire e trascinare alla danza la torma dei rosolacci in gara di visibilità con il grano o il granturco; gli olivi dalla divisa severa; e le margheritine prataiole che sembrano sostituire, con la loro compatta bianchezza, il bianco della neve ormai sciolta. Sui prati rimessi a nuovo dalla primavera, il desiderio dipinge sereni convegni: donne sospirose che attendono fortunati amanti, o che possono solo abbandonarsi a un appuntamento con la fantasia, come le raffigurò Giovanni Boccaccio in apertura delle sue rime: tre donne che si intrattengono «i loro amori  / forse narrando» e una dice alle altre: «Deh, se per avventura / di ciascuna l’amante un dì venisse, / fuggiremo noi quinci per paura?» A cui le due risposer: “Chi fuggisse, / poco savia saria, cotal ventura!”

Pascolerà  nei prati, della letteratura, bestia non imbestiata, un asino-filosofo destinato ad assumere, non per scelta ma per destino e attraverso un percorso di metamorfosi, un posto di primo piano. Con il suo celebrato Asino d’oro, Apuleio conquisterà l’attenzione di lettori raffinati e renderà ugualmente ammirabile il suo racconto anche a lettori meno facili alle suggestioni della letteratura.

***

“Ben venga maggio …”. Vengano i prati in fiore, il tempestare delle spore nel vento che le porta verso destinazioni ignote; venga la luce limpida dei mattini e la cristallina trasparenza del cielo; venga il canto a voce spiegata d’una gioventù forte e decisa; e la carezza del vento; venga il marezzo che sembra un brivido di piacere che trascorra la superficie del mare, venga la luce assorbita dal tufo compatto o dalla roccia che si sgrana! L’occhio si farà limpido, il respiro avrà nel suo moto il fiato odoroso delle pinete; le spiagge e i golfi lunati risponderanno ai disegni tracciati dalla naturale curvatura dolcemente sforzata dall’onda. Tutto sarà diverso, rinnovato nel suo mostrarsi. I gigli marini fioriranno sulle sabbie ardenti ed esaleranno un profumo che si direbbe interamente prosciugato dalla forza della natura travagliata dall’opera della generazione. Bello godere di questo momento, di questa pausa faustiana in cui la bellezza è al colmo e nulla appare desiderabile di là da quello che è sotto i nostri occhi o nella tensione della nostra mente. Che cosa è quest’agitazione che sembra non dover più trovare sosta? Che cosa suggerisce un moto accelerato delle cose? Una domanda, e altre, si pone il protagonista di una novella pirandelliana, Filo d’aria.  Il vecchio ch’è al centro del racconto è un signore che ha fatto fortuna lontano dal suo paese: non ha considerato altro se non il guadagno. Un giorno si accorge di una strana agitazione che invade la sua famiglia e la sua casa. Si sforza di rispondere ma non vi riesce. Avrà poi una illuminazione quando nella sua stanza sempre chiusa  penetrerà un filo d’aria intriso dei profumi dei giardini che si trovano ai piedi della sua casa.  Di fronte all’evidenza della sua scoperta, egli non saprà far altro che ripetere: – Ecco, ecco … – «Era entrata la primavera».

 

 

Questa voce è stata pubblicata in I mille e un racconto e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *