Banchi 1. Divieti e legami

di Michele Ruele


John William Waterhouse. A Tale from Decameron, 1916. Lady Art Gallery, Liverpool.

Il distanziamento fisico, le limitazioni a cui ci sottoponiamo – per non morire, per non far morire gli altri, è così che va nelle epidemie – non devono limitare i legami. Ho una terza, leggeremo presto il Decameron: dieci ragazzi stanno lontani da tutti e inventano cento esperienze, cento storie diverse, una più bella e ricca dell’altra.

Al telefono, con un collega, ragionavamo su come le nostre rispettive scuole organizzano le attività. Gli studenti, per andare all’aula, seguono percorsi fissi, non avranno interazioni con gli altri compagni della scuola; noi docenti non potremo stare in sala docenti in più di dieci da lui, più di venti da me, nelle ore buche si esce da scuola. In laboratorio (lui insegna Fisica), almeno all’inizio, sarà difficile poterci stare. Porte e finestre sempre aperte, stare lontani, mascherine se non si sta lontani, pulirsi le mani, non toccare, tenersi le proprie cose.

Anche se la tentazione è grande, e se ti si apre davanti come la scorciatoia più immediata, il modello della scuola dei divieti è una trappola in cui non dobbiamo cadere, però.

Saremo tutti molto chiusi nelle nostre bolle, nei nostri limiti spaziali. E il distanziamento fisico è doveroso. Sappiamo benissimo come funziona, quali bombe virali sono le classi. Un giorno si tossisce in due, il giorno dopo in quattro, poi a casa in tre e poi ancora a casa in sette. Seguiremo i nostri tracciati senza deviare mai. Apriremo sempre le finestre: nel palazzo in cui sta il mio liceo, al quarto piano siamo in un sottotetto da rivista di architettura, ma ci sono solo velux, non ho ancora pensato come faremo quando pioverà; da ottobre, novembre dovremo resistere al freddo; a Natale entrerà la neve.

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