Un libro per l’estate 1. “Lo straniero” di Albert Camus e la meraviglia di essere uomini

di Adele Errico

È “traboccante di sole”, Lo straniero di Camus.

È il sole di Algeri, che fa battere il sangue nelle tempie, rende molle l’asfalto e illumina il paesaggio di luce cruda. Sotto questo sole si consuma l’esistenza di Meursault, uomo mediocre, con un lavoro normale e una vita normale, invischiato in una esasperata incapacità di provare emozioni. Sotto il sole di Algeri si svolgono i funerali di sua madre per la cui morte non riesce a versare neppure una lacrima, ma resta sonnecchiante nel vegliare una bara chiusa con dentro un corpo che non vuole neanche vedere. L’effetto sconvolgente della brevissima frase che apre il romanzo, che scuote da subito come uno schiaffo in pieno volto, si smorza già nella seconda frase rivelando, da subito, quanta indifferenza attraversi la vita di Meursault, con quanta indifferenza egli si svegli la mattina, lavori, mangi, ami, persino. Maria: anche l’amore per lei vive con indifferenza e anche se la prima volta la bacia male (“Quando il film stava per finire, l’ho baciata, ma male”) non se ne fa una colpa, o non prova alcun tipo di imbarazzo. Continua a frequentarla conoscendo un amore fatto di nuotate, baci salati, colazioni tra lenzuola fresche che, tuttavia, non provocano in lui assolutamente nulla se non poche pulsioni puramente animalesche.

E sempre sotto lo stesso sole di Algeri e sempre con la stessa indifferenza, Meursault commette il delitto che sancisce il passaggio dalla prima alla seconda parte del romanzo, dalla prima alla seconda parte della sua vita. Ubriaco di sole, si accanisce contro una figura che ai suoi occhi appare traballante e distorta nell’aria infuocata. Allora la vacanza d’amore diventa inferno fatto di sudore e vene che battono sotto la pelle e capogiri provocati da sciabolate di aria rovente proveniente dal mare. Un inferno spalancato dal movimento di un dito che preme un grilletto, un unico passo in avanti verso l’abisso della galera e la perdita di una felicità che Meursault non sa nemmeno di possedere. In una cella dalla quale vede “il cielo e il cielo soltanto”, Meursault prende consapevolezza di una passione per la vita a lui prima sconosciuta, di un desiderio infiammato di Maria, di una dolce mancanza della madre. Smette di essere “straniero”. Straniero a sé stesso, alle proprie emozioni, e tra quelle quattro mura è come rinato, viene al mondo un’altra volta e adesso è davvero Meursault, non è solo un uomo tra gli uomini, insignificante, anonima ombra.

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