Torre sveva 1. Visita dell’aurora

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Stride il carro sul viottolo, tra le assi

il cane abbaia dietro la coda del cavallo.

La volpe si marita se piove con il sole.

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Sera fumida d’autunno, nella stanza il pianto

del violino incendia il passo della tarantata,

il ballo è spasimo di grazia e di tremore.

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Figure e accadimenti si dissipano nell’aria,

ma le partenze sono fili scuri,

le partenze con gli addii lungo i binari

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nelle sere di scirocco, l’odore di mosto

rimasto nella piazza, mentre sale la luna

d’arancia sopra le torri delle masserie.

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Su quale  strada di polvere bianca

sono ora i volti ruvidi, i volti di gesso

usciti dalle cave seguendo i muri a secco?

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Nel pulviscolo traspaiono figure : donne

al ricamo nella penombra, spaccapietre

impolverati, braccianti in attesa alla colonna.

                             *

Il tempo scrosta l’affresco, la sinopia

è filigrana opaca di destini. Uomini

sull’uscio narrano la guerra. All’ombra

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del menhir la ricordanza è aspra. E sono

i giorni delle terre occupate, della rivolta

nell’arsura meridiana presso le scogliere.

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Sono i giorni della grandine sull’uva,

della festa con cupole e minareti azzurri,

della mazurka nella stanza disadorna.

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Ti sveglia il grido del ragazzo che vende

i frutti rugiadosi della macchia

o il richiamo della mercantessa dal baroccio.

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Qui è la torre sveva. La strada per il mare

è una riga tra gli ulivi. In alto migrano

stormi. Migrano pensieri, in questa luce

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che è visita dell’aurora nella sera.

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