Re e regalità ellenistica negli affreschi di Boscoreale

Gli affreschi della grande sala di Boscoreale possono dunque essere considerati una copia o la reinterpretazione romana di un soggetto reale ellenistico di matrice macedone. Il ciclo pittorico originario può essere stato commissionato dal re mace­done Antigono II Gonata dopo il recupero del regno di Macedonia nel 277 a.C., regno che il padre Demetrio Poliorcete aveva perduto con la sconfitta in guerra e con la morte in prigionia nel 283 a.C.

Nell’ottica ellenistica riprodotta nella villa romana, le due figure matronali che si fronteggiano (Fig. 1) sono agevolmente riconoscibili come la personificazione della Macedonia e della Persia o dell’Asia, in una scena che è la rappresentazione simboli-


Fig. 1. Villa di Boscoreale. La Macedonia e l’Asia.
Metropolitan Museum of Art di New York.

ca della doríktetos chora (cioè della «terra conquistata con la lancia»), il principio di vittoria che è alla base della legittimità del potere regale di ogni re ellenistico, così come la sconfitta determina la delegittimazione del re e la perdita del regno e della regalità.

La Macedonia, in piedi e regale, con la porpora e con il tipico cappello macedone sormontato dal diadema (kausía diadematophóros), impugna con le due mani una sárissa, la lunga lancia della falange macedone, la cui punta è conficcata nel terreno al di là di una striscia blu che separa la Macedonia dalla figura che si lascia individua­re come Asia dal copricapo orientale o persiano. L’Asia è seduta in atteggiamento di rassegnazione e di sottomissione, inerme e senza segni regali, con uno sguardo di attesa rivolto verso la Macedonia. Uno scudo è appoggiato alla gamba sinistra della Macedonia ed è rivolto verso l’Asia. Come la lancia macedone, anche lo scudo è rico­noscibile come macedone dal motivo centrale della stella a otto raggi, tipico della casa reale macedone e ben documentato dai numerosi dischetti d’oro e dalle decora­zioni con lo stesso motivo ritrovati nelle tombe reali macedoni di Vergina. La striscia blu che separa le due figure rappresenta l’Ellesponto (nome antico dei Dardanelli) che divide l’Europa dall’Asia. La lancia conficcata nella terra al di là dell’Ellesponto è il simbolo del dominio della Macedonia sull’Asia. Il motivo dell’«Asia conquistata con la lancia» risale al gesto di Alessandro tramandato dallo storico Diodoro Siculo (I secolo a.C.): giunto sulla riva asiatica dell’Ellesponto (334 a.C.), all’inizio della grande spedizione di conquista dell’impero persiano e dell’Asia, Alessandro scaglia dalla nave una lancia sulla terraferma a prefigurare la conquista e proclama «di ri­cevere dagli dei l’Asia conquistata con la lancia» (Asia doríktetos). Quel gesto fonda il principio della legittimità del dominio personale e permanente di tutti i re elleni­stici per diritto di vittoria sulla «terra conquistata con la lancia» (doríktetos chora). Dalla sfera della regalità, il principio passerà poi nella sfera del diritto internaziona­le. Nel dossier epigrafico relativo alle contese territoriali fra le città cretesi di Itanos e Hierapytna (140-111 circa a.C.), i giudici di Magnesia chiamati a comporre la ver­tenza definivano così le condizioni di diritto che legittimano il pieno possesso di un territorio: «averlo ricevuto dagli antenati, o averlo acquistato con danaro, o averlo conquistato con la lancia, o averlo ottenuto da uno dei potenti.»

La Macedonia che si appoggia alla lancia con le due mani e con lo scudo ai piedi non è in atteggiamento aggressivo, ma in atteggiamento di riposo e di vigilanza sul­l’Asia conquistata e sottomessa. La scena simbolica assume un valore ideale genera­le: ha valore retrospettivo in quanto richiama il gesto di Alessandro all’Ellesponto e la sua conquista dell’Asia; al tempo stesso, la scena ha valore permanente in quanto certifica la ideale continuità delle aspirazioni dei re macedoni sull’Asia nel segno originario di Alessandro.

Il filosofo che nel pannello accanto (Fig. 2) medita e osserva la Macedonia domi­natrice sull’Asia ben rappresenta la figura del filosofo amico e consigliere di corte


Fig. 2. Villa di Boscoreale. Filosofo.
Museo Archeologico Nazionale di Napoli.


del re, ed evoca teorie come quelle di Isocrate e di Aristotele sulla naturale dispo­sizione dei “barbari” (così i Greci consideravano i Persiani) a forme di assoggetta­mento e di dispotismo monarchico. Filosofo con bastone e Macedonia con la lancia costituiscono una sorta di dittico emblematico della integrazione fra pensiero etico-politico greco e forza militare macedone che determinano i fondamenti della regalità greco-macedone. È probabile che nella figura del filosofo si rifletta anche la orgo­gliosa rivendicazione della corte macedone di essere stata la prima corte ellenistica, già con Filippo e con Alessandro, a inaugurare sia la presenza stabile di filosofi a corte (si pensi ad Aristotele maestro di Alessandro), sia l’uso dei filosofi di indiriz­zare a principi e re i loro insegnamenti etico-politici e i primi trattati Perì basileías («Sulla regalità») che avevano lo scopo di dettare le regole del buon governo del re. Al tema della regalità e del buon governo fu particolarmente sensibile Antigono Go­nata, il probabile committente del ciclo pittorico originario, il re stoico che concepiva la regalità come una éndoxos douleía («una onorevole servitù»). Alla sua corte era vissuto il filosofo socratico Menedemo di Eretria, con il quale talvolta è identificato il filosofo degli affreschi di Boscoreale. Il filosofo stoico Perseo di Kition, autore di un trattato Perì basileías, fu maestro del figlio di Antigono Gonata, Alcioneo, mentre è dubbio se un analogo trattato di Eufanto di Olynthos fosse dedicato allo stesso Gonata o ad altro re macedone.

La coppia reale seduta, nel pannello che è di fronte al pannello con la Macedonia e l’Asia, è attendibilmente identificabile con Demetrio Poliorcete e Fila (Fig. 3), i genitori di Antigono II Gonata. La raffigurazione del re seminudo si giustificherebbe con lo stile eroico di Demetrio e con la dimensione privata della scena. Il bastone del re potrebbe essere interpretato come uno scettro che simboleggia il potere civile rispetto al potere militare simboleggiato dalla lancia nel pannello con Macedonia e Asia, e perciò si potrebbe richiamare la massima di Teofrasto (IV-III secolo a.C.) nel


Fig. 3. Villa di Boscoreale. Coppia reale.
Metropolitan Museum of Art di New York.

suo Perì basileías: «vero re è quello che regna con lo scettro non con la lancia». L’as­senza del diadema attorno alla fronte, segno distintivo del re ellenistico a partire da Alessandro, può essere attribuita al fatto che Demetrio è rappresentato nel giorno delle nozze con Fila (320 a.C.), quando Demetrio non aveva ancora assunto il titolo di basileus che assumerà, insieme con il padre Antigono Monoftalmo, nel 306 a.C. La profezia di un erede al trono è espressa nel pannello che è a fianco della coppia reale, dove sullo scudo tenuto da una profetessa appare una figura maschile nuda con il diadema sulla testa, a prefigurare la nascita di Antigono Gonata (319 a.C.) e il suo destino di re. Il tutto concorre mirabilmente a simboleggiare il quadro ideale della regalità macedone, ed ellenistica in genere, fondata su diritto di conquista, assenna­tezza del governo con il consiglio dei filosofi, trasmissione ereditaria.

La rappresentazione della coppia reale si presta anche ad altra interpretazione, non solo perché è caratterizzata come una coppia matura. Il bastone come scettro, simbolo del buon governo del re, e la massima di Teofrasto mal si adattano alla fama di un Demetrio Poliorcete presentato dal biografo Plutarco (I-II secolo d.C.) come l’anti-modello del basileus: un re dissoluto e cinico; un re da teatro la cui straripante regalità e scandalosa divinità erano simboleggiate dall’abbigliamento sfarzoso e orientaleggiante in oro e porpora, con gli astri e i segni zodiacali rappresentati sulle vesti; un re talmente sprezzante dei sudditi da non riceverli in udienza e da buttare platealmente nel fiume le loro petizioni scritte; abbandonato dai soldati nell’ultima battaglia contro Pirro perché stanchi di combattere per il suo lusso sfrenato; un re che abbandona gli sfarzosi abiti regali che gli erano abituali per indossare una umile veste scura e fuggire, perdendo così la dignità regale che il re ellenistico acquista con la vittoria e rimette in discussione con la sconfitta, un re che chiude la vita da sempli­ce privato nel forzato confino in Siria nei pressi di Apamea sull’Oronte (285-283 a.C.); un re che, nel giudizio finale di Plutarco, è assimilato «a quei re da nulla … che non solo perseguono il lusso e il piacere in luogo della virtù e dell’onore, ma non sanno praticare né il vero piacere né il vero lusso.» La pietas del figlio Antigono Go­nata restituirà al padre defunto i segni e l’onore della regalità perduta, ornando con il diadema e con la porpora l’urna funeraria di Demetrio.

Con la vittoria di Lisimachia sui Galati (277 a.C.), Antigono II Gonata legittimò il recupero del regno paterno di Macedonia. È probabile che alla smisurata e rovinosa ambizione (pleonexía) attribuita da Plutarco tanto a Demetrio quanto al suo rivale Pirro, Antigono Gonata, di nota formazione stoica, abbia voluto intenzionalmente contrapporre un programma regale fondato su un responsabile ed alto spirito di servizio, come si evince dalla celebre definizione della basileia attribuita dal filosofo Claudio Eliano (II-III secolo d.C.) ad Antigono nell’atto di ammonire il figlio Alcioneo che maltrattava dei sottoposti: «non sai, o figlio, che la nostra regalità è una onorevo­le servitù ?» (éndoxos douleía). La concezione della regalità come «una onorevole servitù» indubbiamente richiama il principio stoico del re al servizio dei sudditi e avrà lunga fortuna. Ma il celebre aforisma del Gonata mette in luce anche il suo sfor­zo di dare alla recuperata monarchia macedone l’immagine e lo stile nuovi di una regalità al servizio dei sudditi, intendendo con ciò implicitamente differenziarsi dal­la pessima fama formatasi attorno al padre Demetrio Poliorcete.

La figura di Demetrio con il mantello e il bastone è anche suggestiva di un precetto teorico, di probabile matrice stoica, confluito nel trattato di Plutarco, Se un vecchio debba occuparsi di politica. Il precetto scaturisce dal contrasto fra la premessa gene­rale di Plutarco sulla regalità come la più elevata e più impegnativa forma di governo e alcuni esempi di re ellenistici che si lamentavano della gravosità e dei fastidi pro­curati dalla loro carica: «Ebbene, la regalità, che è la più perfetta e la più alta delle forme di governo, comporta moltissime preoccupazioni, fatiche e impegni. … A un re quando è vecchio è tempo dunque di consigliare di deporre il diadema e la porpora, di prendere mantello e bastone e vivere in campagna, perché non abbia a pensare che, regnando con i capelli bianchi, si occupa di affari soverchianti e inadatti all’età.»

Demetrio non ha né diadema né porpora ma ha un mantello e un bastone: un ab­bigliamento da filosofo che mal si addice al Poliorcete, ma che ben corrisponde alla pur più tarda e teorica tipologia plutarchea del re vecchio che si ritira in campagna. Non era certamente costume dei re ellenistici ritirarsi a vita privata per vecchiaia, e Demetrio passò da re a semplice privato poco più che cinquantenne. L’ambigua rap­presentazione di Demetrio o in una seminudità eroica, o in abbigliamento privato nel giorno delle nozze, o da re in ritiro, consentiva ad Antigono Gonata di rendere omaggio al padre senza l’imbarazzo di attribuire e fare esibire a un re sconfitto e perciò detronizzato quei segni di regalità che Demetrio aveva disonorato con la fuga e perduto, e che Demetrio stesso aveva usato in vita con indecoroso sfarzo teatrale. La sconfitta di Antigono Gonata nel 274 a.C. autorizzerà il vincitore Pirro a schernir­lo perché non aveva preso il mantello del privato e portava ancora la porpora reale, alludendo alla condotta e al destino del padre Demetrio sconfitto che fugge davanti allo stesso Pirro abbandonando lo sfarzoso abbigliamento regale e travestendosi con una semplice veste scura. Nel ciclo degli affreschi originari, sembra che Antigono abbia voluto restituire al padre Demetrio, il re degli eccessi e della fuga, misura e compostezza private, dimensione intima e familiare, non potendolo raffigurare con i simboli della dignità regale perduta con la sconfitta.

Alla destra di Demetrio, la moglie Fila, con la mano sotto il mento, sembra in at­teggiamento di riflessione, di apprensione o di afflizione (come nell’atteggiamento dell’Asia), accentuata nel tratto delle labbra e nello sguardo, e forse perfino nella distaccata presenza di una Fila rappresentata velata perché defunta. Plutarco così descrive la tragedia della regina: Fila, che aveva sempre goduto della più alta consi­derazione e onore fra le varie mogli di Demetrio facile ai matrimoni e alla frequen­tazione di cortigiane, era morta suicida perché, sopraffatta dalla sventura di Deme­trio, non aveva sopportato di vederlo fuggitivo e ridotto da re a prigioniero. Più che la gioia del giorno delle nozze, nell’affresco Fila sembra esprimere la mestizia della sventura e del lutto, accanto a un Demetrio seminudo come un re in ritiro che ha perduto i segni della regalità. La dimensione intima e familiare della coppia reale è ulteriormente esaltata se si pensa a una coppia di genitori defunti rappresentati es­senzialmente nella loro unione solidale, secondo lo schema delle rappresentazioni funerarie ellenistiche che esaltano il rango sociale e le qualità morali dei defunti.

Nel pannello all’altro lato della coppia reale, la figura di giovane donna seduta con la kithara ha l’acconciatura dei capelli sormontata da una fascia dorata con me­daglione centrale nel quale rimane indefinita una decorazione che nell’originale poteva essere meglio definita (Fig. 4). L’ipotesi che la fascia sia un diadema reale è da esclu­dere, dato che il diadema è indossato solo dai re e dalle regine. Nondimeno, la figura femminile certamente dà l’immagine di una nobildonna colta di corte o di una fami­liare della coppia reale. La presenza di uno strumento tipicamente professionale e apollineo come la kithara, solo eccezionalmente suonata da donne, instaura un clima quasi da concorso musicale o da rappresentazione o piuttosto da intrattenimento di corte con i virtuosismi di una citarista.



Fig. 4. Villa di Boscoreale. Nobildonna con kythara.
Metropolitan Museum of Art di New York.

L’accenno di decorazione nel medaglione induce a ritenere che la fascia dorata non fosse una semplice corona a fascia con medaglione. La decorazione, a meno che non si sia trattato di una pietra preziosa incastonata nel medaglione, fa pensare piut­tosto a una corona sacerdotale con l’immagine della divinità nel medaglione. Corona e porpora caratterizzavano l’abbigliamento di sacerdoti e sacerdotesse di un culto reale o di altri culti, e sono ben noti dalla documentazione letteraria ed epigrafica ellenistica. Due soli esempi valgano per tutti. Nelle tre copie superstiti dell’editto con il quale il re di Siria Antioco III istituiva nel 193 a.C. il culto dinastico ufficiale della moglie vivente Laodice, affiancandolo al culto dinastico degli antenati defunti e di sé stesso vivente, è prescritto che le grandi sacerdotesse del culto della regina «porte­ranno corone d’oro con la sua immagine». Ancora alla corte seleucidica, il filosofo epicureo Diogene chiese al re Alessandro Balas (150-145 a.C.) «di portare un corto chitone di porpora e una corona d’oro con l’immagine di Areté nel mezzo, della quale chiedeva di essere nominato sacerdote»: il re accolse la richiesta di Diogene e gli donò egli stesso la corona sacerdotale.

La figura femminile con corona di Boscoreale potrebbe dunque avere originaria­mente rappresentato la sacerdotessa di un culto reale macedone, probabilmente in onore della regina defunta Fila rappresentata nel pannello della coppia reale. Alle spalle della nobildonna con kithara vi è una fanciulla (o fanciullo) con una corona più sottile fra i capelli. È probabile che anche qui si possano cogliere segni ulteriori di un contesto religioso. Kithara e fanciulla/fanciullo potrebbero avere simboleggia­to cerimonie musicali, canti e danze eseguiti da fanciulli, in analogia con le prescri­zioni che saranno contenute nel decreto di Teos in Ionia per il culto della regina Apollonide di Pergamo (II secolo a.C.). Sacerdotessa e fanciulla rappresentate nel­l’affresco possono essere state familiari del re, come parenti della famiglia reale se­leucidica sono le sacerdotesse nominate da Antioco III nel 193 a.C. all’atto della isti­tuzione del culto dinastico della regina Laodice.

L’interpretazione della figura femminile come sacerdotessa completa definitiva­mente il quadro simbolico e ideologico complessivo della regalità macedone ed el­lenistica in genere: conquista e dominio, buon governo improntato alla saggezza dei filosofi, ereditarietà, culto filiale per i genitori defunti o per gli antenati.

È nella trasposizione romana di Boscoreale che le originarie scene macedoni di regalità possono essere state avvertite e proposte come scene di nozze. Gli affreschi avrebbero rappresentato, nel privato di una villa aristocratica, una allegoria delle imprese o dei progetti orientali delle grandi famiglie romane unite da un matrimo­nio di tipo dinastico (come sarà stato, per esempio, il matrimonio, nel 40 a.C., di Marc’Antonio con Ottavia, sorella di Ottaviano, che suggellava l’accordo di Brindisi fra i due rivali), e non indifferenti alle suggestioni della grande regalità ellenistica.

* [Da: B. Virgilio, Studi sull’Asia Minore e sulla regalità ellenistica, Pisa-Roma 2014, pp. 159-170 (senza le note e la bibliografia).]


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