Di mestiere faccio il linguista 16. Non basta dire… “carino”!

Saper parlare e scrivere in maniera appropriata non è un lusso per pochi, è dote che aiuta nella vita, indipendentemente dal lavoro che ciascuno svolge. La lingua, specchio primario di noi e della nostra personalità, serve a esprimere articolatamente le idee, a capire quello che ascoltiamo e leggiamo. La padronanza lessicale consente di elaborare i concetti, semplici e complessi, trovando le parole adeguate per poterli esprimere. Conoscere poche parole significa avere poche idee, più parole corrispondono a più idee. Per quanto siamo capaci, sforziamoci dunque di esprimere in maniera compiuta i nostri pensieri, non usiamo frasi fatte e luoghi comuni, parole sempre uguali, poco aderenti alla variegata realtà della vita e alla specificità dei fatti. Se, per comodità o per rapidità, senza troppo riflettere, facciamo nostre espressioni che tutti ripetono, rendiamo la lingua poco attraente, come le minestre insipide. In un dialogo di «Palombella rossa», il film di Nanni Moretti che molti ricorderanno, il protagonista se la prende con l’intervistatrice che usa frasi fatte come «matrimonio a pezzi», «rapporto in crisi», «e cosi kitsch», «io non sono alle prime armi», «il mio ambiente è molto cheap», «ma lei è fuori di testa!». Letteralmente scatenato l’intervistato inveisce: «Dove le andate a prendere queste espressioni, dove le andate a prendere…? », «Ma come parla?», «Come parla! Come parla! Le parole sono importanti. Come parlaaaaaaaaaa!», fino alla conclusione, che tutti potremmo sottoscrivere: «Chi parla male, pensa male, e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!».

Le parole sono importanti, senza dubbio. Dobbiamo restare in guardia contro gli equivoci o le banalità della lingua. Non è banale (anzi è intenzionale e invita a pensare) l’uso dell’aggettivo carino (quello da cui siamo partiti) che è nel titolo di un libro da pochissimo uscito (9 dicembre 2021, Luiss University Press) di Simon May, «Carino! Il potere inquietante delle cose adorabili», traduzione italiana dell’inglese «The power of the cute», apparso un paio di anni prima (Princeton University Press, 2019). May è professore al King’s College di Londra e al Birkbeck College dell’Università di Londra; si occupa di filosofia otto-novecentesca (Schopenhauer, Nietzsche, Heidegger) e anche, in modi non convenzionali, di etica, filosofia delle emozioni, questioni di identità e di appartenenza. Non è un linguista, ma l’uso che lui fa delle parole aiuta a riflettere e a capire come vanno le cose del mondo. Il termine «cute» (nel titolo dell’edizione inglese) è tradotto in italiano con carino (secondo l’Oxford Dictionary, in inglese «cute» significa ‘pretty and attractive’, cioè ‘carino e attrattivo’). May ci spiega che siamo circondati da immagine carine, che scorrono continuamente sotto i nostri occhi, proiettate da schermi televisivi, computer, tablet, giornali, manifesti. È carino un personaggio, vero o inventato, che induce simpatia e suscita tenerezza, anche con la conformazione del corpo e con i movimenti deboli e goffi.

Ecco perché nella pubblicità, nel cinema, nei cartoni animati, nei fumetti, sui giornali, ovunque vi sia necessità di attirare l’attenzione del pubblico, appaiono gattini che giocano con i gomitoli e mangiano con piacere il cibo nelle loro scodelline, barboncini che suonano il pianoforte o improvvisano concertini di natale, infanti grassocci (testa grande, occhioni grandi, guance paffute e rotonde) che rotolano per terra (senza farsi male) o offrono sorridenti il loro sederino alle mamme che li detergono amorevolmente con la cremina adatta. Ogni volta che scorrono immagini che evocano l’idea del soffice, del morbido, del rassicurante, milioni di click scattano sui pulsanti delle piattaforme social. Non vale solo per esseri reali. Sono carini, posseggono queste qualità, personaggi come Hello Kitty (la gattina senza bocca con un fiocco rosso sull’orecchio sinistro, nata in Giappone nel 1974, logo planetario applicato a ogni sorta di merce, che genera un fatturato annuale di un miliardo di dollari) o le creaturine immaginarie che animano la serie dei Pokémon (che si possono catturare, allenare e far combattere per divertimento). Un pupazzo del cinema come E.T., allo stesso tempo giovane e vecchio, aggraziato e sproporzionato, bambinesco e rugoso, ha mosso a compassione generazioni di bambini e di adulti. Si è adeguata nel tempo all’iconografia rasserenante la figura del Topolino (Mickey Mouse) disneyano. Inizialmente Topolino aveva testa, fronte e occhi da adulto, orecchie sporgenti, gambe e braccia allungate, naso dritto, camminava impettito. Oggi, dopo decenni, presenta caratteristiche fisiche quasi infantili, si muove un po’ dondolando, è un essere umanizzato dall’indole dolce che, grazie all’audacia e alla fiducia in sé stesso, riesce a cavarsela in un mondo pieno di insidie e pericoli.

Tutto ciò è senza dubbio carino. Ma quelle immagini, fatte per infondere tranquillità, sono tutt’altro che innocenti, hanno risvolti pubblicitari ed economici ben precisi, generano guadagni. Ecco perché resto perplesso di fronte all’esibizione dei propri figli di continuo fatta dai Ferragnez, la coppia glamour più famosa d’Italia. Figli bellissimi, ostentatamente esibiti, anche quando tossiscono convulsamente, mentre i genitori dichiarano di avere il covid-19. Mi vengono in mente, per contrasto, le immagini di bambini e di genitori, molti di loro pure con il covid-19, che vediamo sui barconi e sulle navi umanitarie che li hanno salvati dalla morte.

E mi chiedo se mai a qualcuno, vedendo le immagini di quei disperati, viene in mente l’aggettivo carino.                                                                          

  [“Nuovo Quotidiano di Puglia” del 23 gennaio 2022]

Questa voce è stata pubblicata in Di mestiere faccio il linguista (quinta serie) di Rosario Coluccia, Linguistica e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

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